Si fa presto a dire Natura!

«Cosa ci posso fare! Oramai, sto mondo è tutto inclinato!!» Così il contadino quando, dopo avergli comperato le uova, ne misi in dubbio la genuinità vedendo le galline ruspare tra vecchie gomme di trattori e plastiche varie. L’“inclinare” stava al posto di inquinare, verbo ancora barbaro nelle campagne di trent’anni fa. Perdonato! Tanto il senso è lo stesso, anzi quel declinare dell’ambiente verso la rovina suonava già allora più appropriato! Allora… E Oggi?

Con la nuova (finta) sensibilità per l’ambiente, si rischia una denuncia se dichiari di non amare la natura! L’amano tutti e sono pronti a salvarla dalle antropotossine, organiche e tecnologiche. Lodevole! Ma prima di proporre rimedi, meglio fare chiarezza sull’idea che ciascuno ha della natura. Scoprire, nella molteplicità dei significati, quale dei tanti, abbia conquistato il proprio, personale convincimento. Insomma, per poter salvare è indispensabile sapere chi o cosa si salva! Dunque, che cosa intendiamo per natura? Com’è questa idea di natura, spesso confusa nel pensiero e decifrabile solo quando si richiede di esprimerla a parole? Per scoprirlo il mezzo migliore è chiederlo. È quello che ho fatto: un sondaggio su persone diverse per cultura, stato sociale, età. Condotto così, a caso, senza aggiungere raccomandazioni, lasciando libero l’intervistato di esprimersi senza alcuna forzatura esterna.

Ho dunque chiesto: «Per te cos’è la natura?» Buttata là, così, secca, sulle prime la domanda ha disorientato. Poi, dopo un certo lavorio mentale e il sorrisetto agrodolce sotto lo sguardo sospettoso, dagli interpellati sono venute le risposte. Al termine di un discreto lavoro di pulitura dal superfluo inevitabile, ho sommariamente sintetizzato le risposte in tre distinte visioni o convincimenti che chiamerò teorie:

  1. La natura è bellezza, armonia e bontà creata da Dio per l’uomo.
  2. La natura è il risultato di un seme vitale piovuto dallo spazio che ha fecondato il pianeta, trasformandolo in una creatura viva. Un meraviglioso super organismo capace di autoregolarsi.
  3. La natura è il casuale risultato di processi chimico-fisici da elementi inerti primordiali esistenti sul pianeta, che ha prodotto milioni di esseri, capaci di riprodursi e mutare. È quindi “naturale” che l’uomo, l’essere più intelligente, sfrutti ciò che lo circonda per la propria utilità. (Il concetto di bellezza è sacrificato).

(Non ho fatto notare agli intervistati che sono “naturali” anche fenomeni quali terremoti, inondazioni, diluvi e altri cataclismi! Ho lasciato che le riposte seguissero l’idea, quasi comune a tutti, che “natura” sia solo ciò che vive.) 

Sottolineo che il sondaggio è stato condotto con una curiosità frettolosa, impostato con metodi artigianali. Agli intervistati ho richiesto immediatezza e spontaneità nelle risposte, non ho dato seguito agli sporadici riferimenti eruditi, da parte di qualcuno, su correnti filosofiche o scientifiche consolidate nei secoli.  Impossibile invece, non far rilevare nelle teorie, il richiamo al dualismo che caratterizza ogni idea di Creazione: l’animismo magico-religioso contro il materialismo utilitaristico. Reso noto il risultato, sono stato invitato a dire la mia, anche in virtù dell’esperienza maturata nelle passate attività di risanamento ambientale. 

Critica alla prima teoria. Osservo che questa visione “francescana” è diffusa soprattutto tra gli amanti delle scampagnate, passeggiate romantiche nei boschi, montagne o spiagge, in solitudine o in gruppo, con l’indispensabile supporto tecnico per ogni genere di foto con didascalia da inviare col cellulare. Scopo: suscitare meraviglia e invidia da parte di chi, in quel momento, si sa alle prese col disperante quotidiano: pressato al supermercato dai tossicomani del consumo, intruppato nel traffico stradale per lavori in corso, oppresso dalla sindrome Kafkiana negli uffici pubblici. O altre prigionie… Il senso del messaggio inviato dai “francescani” suona più o meno così: “Solo nella natura esiste pace e bellezza perché pervasa dalla bontà divina”. A ciascuno di questi, preso in disparte, pur condividendo il giudizio estetico, vorrei avanzare alcune obiezioni. «Sei certo che la natura sia proprio così bella e amica? Hai provato a guardare nel terreno, sotto il fiore che hai colto, dentro una siepe, o nel piccolo stagno che fa tanto acquarello naif alla vista? Non ti sei accorto della spietata lotta per la sopravvivenza tra le varie specie e all’interno della stessa specie? Dal minuscolo insetto alla mastodontica quercia: quanta offesa e difesa per affermarsi nella vita! Quanta cieca violenza nel colpire, per attrarre, mangiare, fecondare! Quanta, di quella che l’uomo chiama crudeltà spesso incomprensibile, se mai crudeltà ammetta comprensione! Se tu fossi nella bocca di quella mantide, la bellezza la vedresti ancora? L’ape non ronza sul fiore perché e bello ma perché ha sentito segnale di cibo. E non s’avvede del pur bellissimo gruccione che sta per mangiarsela!! E Il panorama, dalla sommità della montagna che hai scalato salendo il piccolo sentiero nel bosco, ti sembra di tale bellezza che non può essere se non il volto buono e fraterno della natura che si rivela. E la lodi! Ma ti chiedo: sei mai stato sorpreso lassù dalla notte? Quando privo di sostituti del sole cerchi inutilmente di ritrovare il sentiero che ti riporta a valle dove brillano lumi di case lontane? Perché alberi e cespugli che prima accarezzavano, ora graffiano, feriscono? La natura è ancora la stessa amica? Ora non sembra ostile? Per concludere, quindi, la domanda: “La bellezza della natura è in te o fuori di te?» Se sei certo che è fuori, starei attento. La natura non si specchia, non gode della sua bellezza, non gli basta. È trappola tesa a renderti preda o predatore per arricchire sé stessa e celebrare l’orgia della competizione per la supremazia del più forte. E se ti senti il più forte, un consiglio: non scoprirti, c’è sempre, nell’ombra, uno più forte di te! Se invece senti che la bellezza è in te, e ne informi il creato col tuo sguardo che ti ritorna dalla natura, grata di tanta generosità, allora riconosci il miraggio, ne godi ma non azzardarti a crederlo vero!

   Alla seconda teoria mi sento più vicino. Sebbene mi sia imposto di non cedere a riferimenti filosofici o scientifici, non riesco a liberarmi dal fascino di una originale supposizione: l’ipotesi Gaia di Lovelock. Non mi risulta che gli intervistati la conoscessero. Gaia era il nome della dea Terra in mitologia. In Lovelock è il nome dato alla Terra pensata come unico, gigantesco organismo vitale del quale ogni vivente sarebbe parte costituente e interagente al fine di assicurarne la vita. Ipotesi scientifica molto discussa che ha avuto derive letterarie e persino musicali. Di questa intuizione, ammessa l’identità tra Terra e Natura, mi piace pensare Gaia a modo mio, influenzato da alcune teorie che vogliono la vita provenire dalla costellazione del Cane Maggiore. Non come dea, quindi, vedo la Terra, ma come un azzurro cagnone cosmico tra le stelle che si alimenta di energia, al guinzaglio del sole. Natura è tutto ciò che lo fa vivere: dalla terra ricoperta di piante, ai mari, ai deserti, agli animali che lo popolano. Tra i vari elementi interni si stabilisce una interazione che mantiene vivo questo super organismo, continuamente rinnovato. Ma ci sono anche gli uomini. Gli uomini sono le pulci. Pulci non solo naturali, ma tecnologiche. Sistematicamente tese a pungere il buon cagnone per sostituire il naturale con l’artificiale. Lo tormentano, sempre più numerose e lui, ogni tanto… si gratta: terremoti, qualche bella eruzione, sfuriate cicloniche. In questa visione Disneyana, immagino che l’insieme degli organismi consorziati, nella grandiosa scenografia delle stagioni, tenti di convincere le pulci a tornare allo stato primigenio, segnalando continuamente, coi suoi mezzi, una perdita di equilibrio: il depauperamento delle specie nei mari, nei cieli, l’inaridimento dei suoli. Avverte che il bel volto con la quale si mostra potrebbe soffocare dentro una lattea nuvola di plastica… (Recentemente, sembra che nel comitato degli organismi viventi, una fazione bastarda tra l’organico e non, definita Virus, sia sfuggita alla politica della persuasione: per convincere le pulci, ha deciso di passare alle maniere forti!) 

La terza teoria mi è estranea: squisitamente utilitaristica, ripudia le seduzioni estetiche e misteriche. Il mondo naturale, tradizionalmente inteso, da scoprire con lo stupore del bambino, è superato. L’uomo ha deciso di rifarlo con metavisioni più comode e più redditizie. Sta elaborando una nuova natura, trasfigurata da fantasie oniriche, allucinate. Mondi artificiali come sanno produrre solo le droghe. Da tempo, del resto, ci sono segni del ripudio umano nell’avvicinare come semplice animale curioso il fuori di sé. Lo si può osservare nelle persone quando si accostano al mondo naturale. Raro vedere qualcuno che si chini sotto una siepe per esplorarla, si stenda sul prato per annusarne i profumi, si faccia bagnare volontariamente da una pioggia primaverile, salga sull’albero per vedere dentro come è fatto, si sporchi le mani con un pugno di terra per scoprirne la vita nascosta e gli odori. Meglio mantenere le distanze! Meglio fotografare! Particolarmente nei giovani, abituati dalla nascita all’artificiale, nel prato ci vedono solo un campo di calcio; nell’albero, un sistema per ripararsi dal sole; nel mare, bagno e abbronzatura da esibire; nei fiumi, solo ponti per oltrepassarli. 

Spero che queste riflessioni contribuiscano a comprendere meglio quanto sia difficile “salvare la natura”!

Le immagini provengono da Internet, dove è possibile ritracciarne autori e dettagli. 

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