NOS NUMERUS SUMUS ET FRUGES CONSUMERE NATI

“Siamo numeri, nati per consumare i raccolti”, scriveva Orazio nella sua epistola a Lollio. Con la scelta del verbo “consumere”, il poeta mirava ad accentuare lo sconforto per la nostra anonima esistenza di numeri, il cui destino è consumare granaglie? Usando quel verbo, aveva forse già intuito le mire dell’appetito umano su altri obiettivi oltre al cibo? Di sicuro, nella sua riflessione, traspare la rassegnazione di chi condivide il destino del gregge. Ma nasce un’altra domanda: davvero ai suoi tempi ci si nutriva solo di raccolti? Era un’umanità vegana? Già a leggere le sue satire (cena da Nasidieno), i romani abbienti non mangiavano la biada! E non bastò a lui e altri scrittori (Petronio col suo Trimalchione), criticare e spronare a consumi più moderati; ai detrattori, il messaggio suonava più del forzato moralismo del pauper che di preoccupazione ambientale. Per quanto mi riguarda, se la condizione umana per sopravvivere, fosse quella di consumare i raccolti come passeracei, lo giudicherei un sopportabile destino! C’è del buono in una dieta vegana! C’è del buono anche in ogni volere divino! L’essere condannati senza colpa a reiterare un atto voluto dagli dei, ci autorizza a coltivare con orgoglio il fecondo terreno della filosofia o a scoprire nuove rivelazioni religiose. Tanto più quando consumare ha il senso buono di sfamare! Ma col passare dei secoli, col progredire dell’umanità, l’oraziana connotazione rassegnata nel verbo, circoscritta e fisiologica, si è trasformata radicalmente assumendo il significato di una aggressione verso l’ambiente. Nulla è risparmiato pur di trasformare il naturale in un artificiale surrogato di cemento, polimeri e radiazioni, dove molto viene prodotto per soddisfare un capriccio, presto destinato a produrre un rifiuto. Ma non prima di aver generato altri bisogni fittizi! E per tornare al cibo, ben altro che raccolti si consumano oggi! Nessun ceto sociale è escluso dalla polifagia. Persino la Chiesa sembra non ricordare che nella Genesi (1.29) Dio dona agli uomini sementi affinché si nutrano dei frutti o di ogni cosa verde da essi generati. Non si parla di bistecche!! Il quotidiano consumo di carne è fenomeno recente. Fino a un secolo fa, per molti la carne compariva sul piatto solo in coincidenza delle proverbiali tre feste annuali. Il fenomeno consumo, nel mondo occidentale, interessa ormai tutto ciò che capita a portata dell’uomo. È stato definito una nevrosi nata dall’abbondanza, ignoranza, tolleranza eccessiva, egoistico senso di onnipotenza, frenesia del superfluo. Tutte cresciute col moderno, devastanti perché esercitate non da pochi, ma dalla massa condizionata dalla pubblicità. Cibo, auto, smartphone, abiti, mobili, viaggi, conoscenze, ambiente tutto è obiettivo della bulimia consumistica. (Orazio aveva già intuito come anche i viaggi fossero inefficaci a curare i problemi dell’anima: “Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”). I messaggi schizofrenici dei media dicono che bisogna consumare se no cala il PIL ma, subito dopo, raccomandano di non farlo se no finiamo arrosto (o sott’acqua). Ormai tutto l’ambiente naturale è minacciato. La biosfera è una arca climatizzata nell’inverno cosmico, dentro la quale viaggia ogni sorta di vita. Una di queste sta facendo buchi nel fasciame della carena…  Il cosiddetto default lo temono tutti, ma i più cedono al consumo. Perché? Nasce il sospetto che molti credono di poter scansare la tegola cosmica che sta per caderci addosso. Eppure, già dall’ombra che proietta, si vede che è destinata a tutte le teste! Evitare che cada, non dovrebbe essere la prima preoccupazione dei capi di stato mondiali? Se lo è, non sembrano aver fretta nel correre ai ripari! Ci sono state inquietanti prese di posizione in tal senso nella storia. Se Orazio fosse stato presente quando quel Luigi XV, re di Francia, confessò la totale indifferenza per il destino del suo regno con una frase divenuta proverbiale, come avrebbe reagito? Seppur epicureo, riprovevole assertore del carpe diem, non avrebbe approvato, né approverebbe mai, da autentico romano, il disinteresse per il bene comune e lo Stato. Peggio, oggi potrebbe constatare che la sindrome di Luigi XV, scesa dal trono, dilaga ormai anche tra il popolo. La condanna è emessa, la pena conosciuta, la data vicina, ma molti la pensano come quel re: “Après moi le déluge!”. E con una certa ragione, visto che la definitiva resa dei conti climatici, dopo gli anticipi, è stimata fra trenta-cinquanta anni, quando i più di oggi, specie quelli che contano nelle decisioni, non saranno… tra i più.  E dunque che me ne cale se, dopo di me, vien giù il diluvio!!

Ma passiamo, per exempla, come e dove vedo il consumo uomo/ambiente che descrivo con animo volutamente ipercritico. Un po’ di satira nel tono degli esempi invita a scherzarci sopra. Non resta altro ormai che sorridere del nostro destino. Per chiarezza espongo subito la (mia) distinzione tra consumo oggettivo, di tipo chimico, fisico, biologico, quindi misurabile, e il consumo soggettivo. Questo è di natura psicologica: accade ad ambienti e persino a persone che per l’uso e l’abuso perdono valore nella nostra coscienza. Espressione comune di consumo soggettivo la frase: “Bello… ma ormai ha stufato!” L’oggetto destinatario dell’apprezzamento è stato consumato! 

La spiaggia estiva, esempio del consumo oggettivo: metafora marina del supermarket dove gli ombrelloni sono i carrelli della spesa. Parcheggiati due metri l’uno dall’altro, il prodotto acquistato, sole e ombra con vista mare, si misura in metri quadri come da scontrino, ma si deteriora subito per l’invadenza altrui. Lo sguardo diffidente tra signore confinanti, appena arrivate, il nervoso e strategico aggiustare dei lettini, non promettono nulla di buono! La riva del mare è già stata consumata: bivacchi di bagnanti in fuga dalle ultime file di ombrelloni soffocati dal caldo e dai vicini, pattini, gommoni, giochi per bimbi, ambulanti di passaggio, bagnini in cerca di salvataggi, joggers, esibizionisti palestrati, vecchi randagi che, nella camminata di salute, incappano nell’immancabile buca nella sabbia che li stende… E arriva il 118!  E mentre due signore, schizzate dai lettini come tappi da uno spumante, si insultano per un fazzoletto d’ombra rubata, tra un volar di creme solari e isteriche tirate su del bikini per il contegno che impone ogni sfida, gli unici imperturbabili sono gli adolescenti, più modesti nel consumo, perché il loro mondo non è qui ma nell’altro, nel web. E allo smartphone stanno attaccati come cozze allo scoglio sull’ignorato molo non lontano, indifferenti alle ondate del reale. È di tutti la moderna allergia all’osservazione del minuto, di ciò che ci circonda bollato come conosciuto e privo d’interesse. Se poi capita l’eccezione, l’individuo, che nel passeggio sulla riva, occhio a terra, stoppa e si china all’improvviso, attratto dal guscio di un granchio occhieggiante tra la sabbia… viene tamponato e fratturato da joggers in gara. E arriva il 118…  

Atrofizzato il senso critico nel valutare in essenza le cose, tipico di epoche e culture passate, appassito quello religioso, l’attenzione è tutta per la carica delle news sui media, bufale impazzite dalle quali è irresistibile farsi travolgere. Se poi l’occhio, superata la battigia, si spinge più in là, dove il fondale degrada e l’acqua diventa via via più profonda, allora lascio scegliere al lettore a quale scena paragonare ciò che si vede. Dipende dall’ora. Il mattino presto e fino alla prima secca c’è scelta tra l’abusata immagine dei fedeli che si bagnano sul Gange, le larve dei morti incontro a Ulisse nell’Ade o la perduta gente dell’Inferno dantesco. Sono i vecchi con speranze di risanamento circolatorio che vagano col mare al ginocchio. Gli uomini, ancora in larghi costumi vintage, le donne, con la veste tirata su a braccio, stretta al bacino, solo le gambe immerse, come le bisnonne al primo bagno nel fiume. Anche se vi sono pochi spettatori, il pudore prevale: che la devastante opera del tempo sulla carne sia risparmiata alla vista altrui!! Passano e ripassano su acque d’oltretomba come “fantasmi privi di mente” e non cercano l’incontro tranne che con conoscenti di lunga data. Più tardi, approdano per la troppa calura, mentre calano in acqua tutte le altre età, consumando un mare presto piscina di tutte le fisiologiche… piscine! Se si spinge lo sguardo lontano, al mare aperto, si vedono solcare, sul blu, gli yacht di serie: enormi, bianchi water di plastica a motore (come li chiamano i vecchi pescatori). E par d’indovinare l’espressione del proprietario, legittimamente soddisfatto del suo acquisto milionario dopo tanti problemi di parcheggio, permessi, affitti posto barca, arredo e accessori di bordo ecc. Non pensa all’inquinamento delle acque, all’estraneità e fastidio del rumore prodotto; s’inebria al vento e alle onde, per una fraintesa, saziata volontà di potenza. Il moderno Poseidone rifugge il pensiero di quanto gli costerà rottamare quel potente cavalluccio marino quando anche quello sarà… consumato! Soggettivamente consumato. 

Ma ci sono anche i fortunati frequentatori delle spiagge e scogliere del sud care al mito. Lì il consumo è più ipocrita, raffinato e tecnologico. Sa ancora di odore di gasolio, di vernice per yacht ma abbaglia per il luccicare di gadget metallici e stupisce per la sofisticata attrezzatura da sub. Cernie? Non è una priorità. Invece di una pesca ormai “consumata”, chissà di non trovare qualche reperto antico da recuperare e disporlo in casa, in città. I pataccari romani, creduti estinti, sono emigrati al sud e risorti a nuova vita. Marina stavolta, esibendo, solo a fidati, il bronzo o il coccio opportunamente marinato con conchiglie e verderame per convincere i cercatori che quei fondali sono ricchi di tesori! E se il sub cittadino non trova niente, può sempre comprarlo da chi il reperto antico (in gran segreto) dice di averlo. Magari l’occhio perduto del guerriero B di Riace, dall’iride fulvo e verde. Basta una grossa biglia (quella dei bambini per giocare) trattata con acido cloridrico e ritoccata su un emisfero con pasta vitrea, incrostata con calcite… E anche se siamo a 300 chilometri da Riace e si chiede con sospetto come sia potuto arrivare fin là, pronta la risposta: “Mah! certamente ingoiato da un pesce e trasportato in quei fondali sabbiosi dove l’abbiamo trovato!” ipotizza il pataccaro. Non convince forse, ma si può acquistare!! In fondo non costerebbe… un occhio! Così, tanto per non tornare in città a mani vuote!

E In città? Veleggiamo nella città moderna battuti da tempeste di elettroni, fotoni, pressioni acustiche, gas di scarichi e antropotossine in mix con profumi sintetici, policromie aggressive alla vista, nonostante l’occhiale raccomandato a proteggerci dall’unica cosa naturale: la luce del sole! La città vive per la gente! La gente vive per i negozi. I negozi sono le sirene del consumo, gli spacciatori del superfluo. Il supermarket, la quintessenza del negozio. Il loro aspetto, mutevole di giorno in giorno, rinnova il volto delle città ma ne consuma l’anima. Le bellezze architettoniche per chi ci abita non si notano più. Forse nessuno se ne accorgerebbe se, ad una ad una, mancassero all’improvviso. Non penso al Colosseo e nemmeno al duomo di Milano, ma tanti particolari di edifici antichi con finestre, portali, cancelli artistici, scalinate, edicole sacre; persino intere piazze, per eccesso di presenza sembra non si notino più. Sono stati consumati. Soggettivamente consumati. Solo chi appartiene alla tipologia umana che non si stanca mai di osservare si accorgerebbe subito dell’assenza. Quel tipo che, anche nel conoscente di vecchia data, trova sempre motivo d’interesse per scoprire in lui il meglio nascosto. Come fa un simile individuo a rinnovarsi nella curiosità, a non stancarsi? Il contrario di ciò che si suppone. Già lo suggeriva Gracián: sobrietà nel mostrarsi e nel frequentare. Questa è regola aurea per tutti i rapporti che l’uomo ha con il fuori di sé. Ma non con il dentro di sé, che raccomanda invece di frequentare assiduamente. 

In ambiente naturale. Ovunque c’è verde è natura. Ovviamente sono comprese le variazioni cromatiche di stagione. Ovunque c’è acqua è natura. Anche quando travolge e inghiotte non possiamo condannarla: è solo infuriata, spesso per colpa dell’uomo. Il luogo ameno naturale dovrebbe essere interdetto all’uomo moderno: la sua presenza lo degrada. Con lui compare il consumo. I segni sono i soliti. Prati calpestati, fiori recisi, arbusti e piante spezzate, ceneri di fuochi anche importati, rifiuti da privati consumi, grida, canti, richiami, suoni da apparecchi elettronici definiti musica. Quale regola seguire e far rispettare a chi non vuole privarsi dell’esperienza dell’incontro con il naturale? Come inserirsi nella natura senza guastarla? Una finzione utile, un po’ radicale, per rispettare il luogo dove vi trovate, è considerarsi tornati allo stato primitivo: “Sono un animale simile ai tanti di questo luogo e devo viverci”. Prudenza nel muoversi, ascoltare, immaginare il nascosto. Mi invento rischi inesistenti? In parte sì, ma solo per eliminare i guasti connessi all’intrusione. Finzioni più accessibili per approcci naturali conservativi: uniformarsi allo spirito di San Francesco o, se conosciuto da ragazzo, a quello del boy-scout. L’ambiente naturale non è un Eden da consumare: ha i due alberi proibiti, i frutti dei quali non cogliere mai: voler sapere senza lasciar spazio al mistero, violentare la vita.

Per un approccio più tecnico: come regolare la presenza umana in spazi naturali? Una formula semplice per controllare la frequentazione di ambienti naturali circoscritti, a scopo ricreativo, è il mio Indice del Consumo Ambientale così espresso: numero individui diviso superficie in ettari moltiplicato “h”, il tempo di permanenza attiva in ore. Tale ultimo parametro è funzione del tipo di visita, che va da un minimo per passeggiata con seduta, ad un massimo per prelievo prodotti naturali: funghi, tartufi, erbe, attività di ricerca amatoriale ecc. In base a tale tipologia viene redatto un coefficiente “k” da applicare ad “h” che tenga conto della particolare vulnerabilità del luogo in esame. Da utilizzare da qualsiasi ente o autorità di controllo che non abbia niente di meglio.

Per concludere, ritornando al tema del cibo innescato dalla sentenza oraziana, si pone la domanda: basterebbe tornare a consumare solo i raccolti per eliminare o almeno limitare la progressiva scomparsa di migliaia di specie e di interi ecosistemi? Forse no, perché per sfamare i prossimi dieci miliardi di individui bisognerà intensificare la produzione, in ettari e per ettaro. E siamo già ad un livello preoccupante, causa dell’impoverimento dei suoli, distruzione di habitat, variazioni del clima. Che fare? A molti non interessa, perché, come diceva Luigi XV: “Après moi le deluge!” 

In immagine: “Il poeta antico”, da una tela di Luca Signorelli.

Le foto sono prese da Internet. Si rimanda alla rete per conoscerne la fonte.  

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