Leggenda della veste rialzata

Questa leggenda mi è tornata alla memoria mentre ero sdraiato vicino ad un ulivo secolare. Lo guardavo con un misto di venerazione e risentimento come ad un vecchio che ami e rispetti ma che fa arrabbiare per i suoi modi testardi.

«Perché ti ostini a puntare in alto, con tutti quei rami tesi come braccia a voler toccare il cielo, il sole. In cinquecento e più anni che hai non ti sei accorto che non l’arrivi?»

Nessuna risposta. Né dai rami né dalle foglie. Un cenno almeno. Niente.

«E mi risparmieresti tanta fatica!» mormorai deluso.

La raccolta dei tagli di potatura ancora rimasti accumulati sui ceppi mi aveva stremato. Ero in ritardo. In giugno tali operazioni dovrebbero essere concluse.

«Non hai imparato un po’ d’umiltà in tutto questo tempo?» incalzai puntandogli l’indice come si fa per sottolineare un rimprovero.

Stavolta rispose. Per un colpo di vento improvviso e più forte, alzò la veste evidenziando tutto l’argento delle sue foglie. Come a dire: «Non vedi che tesori ho umilmente celati e che mai cerco di esibire con superbia? Non è questo un evidente, continuo atto di umiltà?»

Lo riconobbi. Da qui nacque il ricordo della leggenda sul rovesciamento delle foglie il giorno del solstizio.

Come era nata, da chi e perché non lo ricordavo ma, a pensarci, il cambio improvviso di colore, dal verde cupo all’argenteo, per il capovolgersi delle foglie, aveva colpito la fantasia di molti scrittori e poeti. Nessuna meraviglia, dunque, se ne fosse nata anche una leggenda.

Succede normalmente quando l’oliveto viene colpito da forti venti a raffiche. Allora, la distesa delle chiome è simile ad un mareggiare con i colori chiaro argentei delle creste d’onda alternati al cupo bluverde della massa stanca. Una danza delle piante con vesti ondeggianti che può farsi vicina per somiglianza a danze popolari come quella dei Dervisci rotanti o alle nostre più vicine tarantelle del sud.

Fabio Tombari, maestro inimitabile nell’umanizzare la natura, descrive gli olivi più volte, evidenziandone la forma sofferta e immaginandoli pietrificati nella salita delle colline sotto furiosi temporali.

Questo animismo antico nel pensare ogni cosa viva in relazione attiva con tutti gli esseri seduce profondamente. Descrivere il fenomeno umanizzandolo, rivela un rapporto di fratellanza rispettosa e ammirata con tutto ciò che ci circonda. Acquisire tale sensibilità è una conquista perché non ti fa sentire la solitudine. Nemmeno in un deserto. Tutto quello che è fuori di te è anche in te. Un grande multiforme organismo di cui sei parte e nel quale ti riconosci indispensabile.

L’albero è l’elemento che più si presenta nelle visioni naturali, oniriche o artificiali prodotti dalle droghe. Vi è qualcosa nel profondo inconscio che ci lega all’albero, protagonista ricorrente in quasi tutte le forme religiose, filosofiche o artistiche.

Sentire l’unione di tutto ciò che vive porta a non ammettere più nemmeno l’esistenza del male e della morte perché cade l’idea del nemico che viene da fuori, dall’ignoto. Siamo nel tutto e il tutto è in noi. E se la fine viene, come per tutte le cose, sei certo che ti ritroverai in quelle foglie a girare col vento, a stupire chi ti guarda.

Ma perché si è sentita la necessità di forzare con un mito un fenomeno naturale? Un evento che viene promosso al rango di magia o di miracolo per la soppressione dell’elemento naturale che lo suppone? Un po’ come raccontare di una pioggia senza nubi o oscuramenti senza ecclissi. Bisogno di sovrannaturale? Sensibilità artistica o stupore primitivo davanti ad un albero sacro da meritare un altro mito?

Decisi che era necessaria una verifica.

Alla prima luce dell’alba del solstizio ero in mezzo agli ulivi per verificare se quella storia poteva avere un minimo di razionalità. Senza molte speranze ma con molta decisione.

Seduto sull’alto, spalle ad un vecchio olivo e in posizione da dominare gran parte delle chiome che nereggiavano verso valle, aspettai.

La brezza di monte al primo albeggiare piegava i rami appena, senza fenomeni vistosi e quando dopo le nove, le diede il cambio quella di mare, nulla mutò. Le foglie si muovevano ma erano ben lontane dal girare su se stesse tutte insieme, contemporaneamente.

Mezzogiorno. Mangiai un panino e bevvi un mezzo litro di moscato per sostenermi. Resistetti all’abbiocco e ai continui attacchi di formiche. Alla vista affaticata mi giungevano i soliti deboli, anarchici segni di movimento nelle foglie…

Giunse un tramonto che tolse pian piano il sole dalle chiome a partire dal basso della valle. Da laggiù saliva ora la penombra della sera e con quella, all’improvviso, un tizio, mal vestito con un aggeggio in mano che muoveva come un rabdomante. Si avvicinò. Per la verità non era questa la sua primitiva intenzione. Deviò verso di me quando si accorse che l’avevo visto. Mi salutò educatamente con un: «Salute»

Gli risposi con un: «A lei.»

Era vecchio, robusto e diritto. Volto magro, abbronzato, barba malfatta, occhi chiari sotto due sopracciglia da psicanalista. Alludendo all’aggeggio che aveva intanto riposto gelosamente in un tascone sul davanti di un grembiule, gli chiesi: «Cerca l’acqua?»

Sorrise un po’ imbarazzato e ripose: «No, il pane!»

Questa risposta mi fece subito cambiare idea sul personaggio. Non si risponde in questo modo se non si è o matti o stravaganti geniali. Di questi ultimi sono stato sempre un collezionista e quindi consideravo l’incontro, in questa seconda ipotesi, una specie di risarcimento della sorte per una scoperta che ormai non speravo più di fare.

Stetti al gioco e dissi: «Ho l’impressione che a lei col pane è andata come a me col miracolo delle foglie. Cioè male, vero?»

«Qui, male ma più giù- e indicò la valle bassa vicino alla strada- un tozzo l‘ho trovato.» Così facendo tirò fuori di tasca una vecchia moneta di bronzo o rame che mi offrì»

Non m’intendo di monete antiche ma a giudicare dalle scritte sbiadite doveva essere francese, periodo napoleonico, ancora ben conservata.

«Quanto vale?» chiesi.

«Non lo so ma se la vuole mi basta mille lire.»

«Non faccio collezione di monete, mi spiace»

«Non importa, so chi mi darà di più!»

«Come ha fatto a trovarla?»

«Con questo» e batté la mano destra sul tascone dentro il quale aveva riposto lo strumento che chiaramente non voleva mostrare.

«Non è un cane, vero?» chiesi con tono ironico.

«Lo è ma elettrico!» e rise. In breve, per una empatia misteriosa nata spontaneamente, mi narrò il suo… mestiere.

Girava per le campagne, antichi borghi e spiagge con un rilevatore di metalli, che unito ad una sua particolare sensibilità acquisita nel riconoscere i luoghi idonei per un ritrovamento, gli dava da campare.

A volte scoperte importanti come anelli, collane perdute o monete antiche, vicino ad antichi casolari abbandonati e una volta ricchi, persino una fede d’oro. Sì, aveva avuto… soddisfazioni come le definiva.

Nel raccontare si era cavato fuori dalla tasca del camicione una borsetta di tabacco e con delle cartine prese a confezionare due grosse sigarette di cui una per me dall’invito che mi fece e che non rifiutai.

Mentre le farciva con un trinciato di tabacco strano e ribelle, a mia volta gli parlai del mistero delle foglie e come aspettassi che si verificasse, anche se ormai le speranze erano poche.

Lui, zitto, mi guardava con quegli occhietti d’anguilla e sorrideva furbescamente.

Alla fine, mi offrì la sigaretta e mostrando di andarsene disse: «Da sempre gli uomini hanno perso molte cose che altri hanno ritrovato, tu vuoi ritrovare una cosa che nessuno ha mai perso. Fumaci su per consolarti…»

Se ne andò tastando il prezioso aggeggio nascosto nel tascone mentre cercavo di capire il senso di quella frase.

Prima di alzarmi fumai la strana sigaretta stendendomi sulla schiena per concentrarmi meglio. La trovai di uno strano aroma. Quando l’ebbi quasi a metà cominciai a sentirmi leggero e allegro. Mi veniva persino da ridere. Mi misi seduto come per favorire un volo. Il tramonto era più rosso del solito. Un colore che restava in alto come una nube di sangue. Gli ulivi invece crescevano e io crescevo con loro. Li ebbi ad un tratto tutti nei miei occhi e di colpo le chiome s’inargentarono per il girar delle foglie senza che tirasse un alito di vento! Un lungo attimo e tutto ritornò al cupo. Mi alzai in piedi per rispondere ad un richiamo lontano. Risposi: «Ho ritrovato ciò che qualcuno non ha mai perso, perché è sempre stato lì! Ma occorrevano gli occhi per vederlo!”.

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