LA CREAZIONE: MOTO, GEOMETRIA, CASO, NECESSITA’. E UN DIO CURIOSO. POTREBBE ESSERE ANDATA COSI…

 Nel tentare di ridurre sempre più la massa primordiale, dio saltò in aria e fu il Big Bang. L’esplosione generò spazio e tempo prima inesistenti. La materia si proiettò all’infinito, creandosi spazio dove giungeva e nuove forme dalle geometrie mai immaginate. Era nato il moto: tutto ciò che esisteva si muoveva sulla spinta della grande energia liberata. Fu la prima creazione. Schegge della divinità vennero proiettate e disperse nell’universo in vertiginosa espansione. Ogni scheggia divina, ovviamente immortale, pur nella miriade di parti del nuovo stato frazionato, conservava inalterato il suo assetto iniziale. Pura energia che occhio umano avrebbe recepito come luce blu pulsante, con movimento a spirale verso il centro e il successivo ritorno a una periferia senza confini definiti e costanti. Ritmicamente, simile a un ciclo cardiaco, illuminava di sé, conosceva l’ambiente, interagiva a capriccio. Nonostante il frazionamento per tutto l’universo, ogni particella divina conservava l’unità, avendo unica coscienza centralizzata del suo esistere. 

Dopo l’evento, cosa pensava il dio, se possibile immaginare che un dio pensi alla maniera degli umani? Stupore e meraviglia possono essere sentimenti di un dio? Non lo sappiamo ma da ciò che accadde dopo, sembra che la mutazione cosmica provocata non facesse mutare le abitudini divine. Nelle singole unità, la potenza era diminuita in proporzione ai miliardi di frammenti sparsi nell’universo, ma ognuna ancora in grado di condizionare la forma di grandi masse cosmiche come stelle, pianeti, comete con i quali veniva a contatto. Sì, perché la passione del dio era e restava, pur nello stato frazionato, maneggiare materia-energia, come il fornaio usa fare col pane. Amava mescolare le forme, spesso dopo averle ristrette fino alla miniatura. Era la dimensione dei fenomeni ad attirare la sua attenzione: più grande era, più l’attirava, provocando in lui una sorta di cupidigia del restringimento. Passione pericolosa perché quando s’incapricciò di fare una porzione piccolissima della grande massa primordiale – diciamo un grissino per il fornaio- la materia-energia non sopportò la stretta ed esplose. 

 Capitò dunque che un frammento divino, vagante nello spazio per riprendersi la materia in fuga, dopo miliardi di unità di tempo, impattò sul terzo di un sistema di pianeti rotanti attorno ad una stella, una nana gialla: il sole. Cadde in quella gran pozza d’acqua che si era formata per il raffreddarsi dei gas e vapori che ricopriva il pianeta e che poi sarebbe stata chiamata oceano. Non era certo il luogo nel quale il dio era abituato prima del botto, ma questa nuova situazione incontrava il suo gradimento. Trovandosi dunque, a proprio agio con le acque, una sostanza fluida che nel suo antico stato non conosceva, le illuminò con la sua presenza e le acque dell’oceano pian piano si caricarono dello stesso colore: il blu. Della primitiva monolitica essenza, la scheggia divina -che d’ora in poi chiameremo BLU per il suo connotarsi come divinità ormai domestica- avendo conservato la potenza, subito tornò ad utilizzarla per quel suo vizietto di sperimentare incroci, unioni, ricambi, assemblaggi, riduzioni di forme. La massa fluida delle acque prometteva divertimento con le innumerevoli particelle di materia che vi si trovavano. Le radiazioni cosmiche generate dall’incidente primordiale e la luce solare, tanto simili in essenza alla natura del dio, erano ovunque. Non era gioco consapevole e finalizzato l’agire divino, come potremmo pensare per un gioco umano, bensì un trastullarsi casuale, capriccioso come quello di un bimbo con oggetti che attirano la sua curiosità: li guarda, li prende li unisce, li separa e poi li respinge, li riprende e li accantona per ridisporne quando vuole. Un giocherellare che può riservare sorprese quando si strapazza la materia oltre certi limiti proprio come era accaduto col Bang.

BLU non era stimolato a modellare la forma del pianeta le cui modalità evolutive erano già imposte dagli eventi cosmici creatisi col Bang. Si limitava a non ostacolare la materia nell’aggregarsi spontaneamente per affinità di stato: liquide con i liquidi, solidi o semifluidi magmatici ancora in cerca di solidificazione; vapori e gas, ribelli all’unione, a fraternizzare. Nella parte del pianeta solidificato, era indifferente al fatto che esplodessero masse rocciose ancora in assestamento con terremoti ed eruzioni vulcaniche quasi quotidiane. Per qualche tempo, si adoperò ad indirizzare i gas e vapori marini nell’atmosfera facendo riassorbire quelli che gravavano sulle acque maltrattati dalle scariche elettriche, rimescolando il tutto. L’ambiente, dove esercitava prevalentemente la sua azione, era l’oceano: omogeneo, permeante, tollerante. Gli ricordava vagamente quello prima del Bang. Non lo disturbò che dalle fessure sul fondo dell’oceano, si formassero camini vulcanici, giganteschi fornelli eruttanti materia, gas, vapori a temperature elevate. Strumenti ideali per ogni mutazione indotta, per ogni trasmutazione alchemica: veri e propri pentoloni per le streghe! 

  La presenza divina cominciò a influenzare tutto ciò che investiva nel suo ritmico pulsare. Modificava le forme che gli capitavano a tiro nelle più varie geometrie: il rettilineo lo mutava in circonferenza, concatenava e intrecciava, moltiplicava i cerchi come anelli olimpici, deformava i profili curvilinei. Spezzava le stringhe più lunghe e le riuniva in mazzi, creava calotte translucide con cristalli ancor molli, li trafiggeva con spilloni di nera grafite, trasformava pietre amorfe in luccicanti gioielli… Come avrebbe fatto, in scala infinitamente ridotta, un mago medievale qualche centinaio di milioni di anni dopo! Poi abbandonava il tutto al movimento che ormai era dovunque, spinto dal motore invisibile delle energie liberate nel Bang. Agiva casualmente come sua natura ed essenza. Così l’oceano si popolò di infinite, minuscole forme di dimensioni sub-planctoniche. Il movimento spinse le forme, via via, verso geometrie più stabili e complesse. Finché il pensiero divino ricadde nella sua antica fissazione: quella di voler concentrare le troppo numerose forme ormai create in spazi estremamente ridotti. Per realizzarla, gli piacquero quei forni naturali che erano i camini vulcanici sottomarini, dai quali fuoriescono (ancora) acqua calda e varie sostanze, come anidride carbonica, calcio, zolfo, composti azotati. BLU favorì correnti che portassero il maggior numero di particelle intorno a queste bocche eruttanti: vagheggiava unioni, fusioni come in certi fenomeni cosmici. Un incontro forzato tra le neonate forme nuove e i primordiali sulfurei elementi dagli abissi magmatici. (L’interpretazione allegorico-profetica religiosa potrebbe riconoscere l’iniziale scontro tra il divino celeste e l’infernale sotterraneo che avrebbe poi generato l’uomo, affetto dai due influssi contrapposti del bene e del male perennemente in lotta). Nel carosello ravvicinato intorno ai camini, le geometrie delle forme si fusero in nuclei inglobanti forti porzioni di energia potenziale. E anche questa volta successe l’inevitabile. L’affollamento e la varietà delle forme in quelle particolari condizioni a spazi ridotti, produsse una reazione che fece nascere cellule organiche come i batteri, dotate di autonomia e capaci di riprodursi. In una parola: il Bang vitale. Fu la seconda creazione. Imprevista come la prima. Nacquero le due grandi necessità dell’esistenza: il cibo (o la sua negazione detta fame) e la riproduzione. I nuovi viventi cominciarono a migrare caoticamente, facendo dell’oceano una specie di firmamento rovesciato dove, invece che stelle fisse, fluttuavano le più strane creature. Di nuovo la domanda: come la prese BLU con quella miriade di organismi che ora agivano autonomamente in base alla neonata legge: aggregarsi, nutrirsi e riprodursi? BLU non conosceva leggi prima d’ora e tutto fa supporre che dovette prendere atto di trovarsi di fronte a una novità. Non soltanto. Si accorse che il fenomeno escludeva il suo diretto intervento nel formare il nuovo. Mutazioni spontanee si realizzavano a un ritmo vertiginoso producendo forme complesse e sempre più grandi. Insomma, il fenomeno sfuggiva al suo controllo. L’evoluzione delle forme proseguì alla grande.  Parte dell’enorme quantità di organismi oceanici migrò nelle terre ormai solidificate, spinta dalle stesse pulsioni vitali. Ciascuna si attrezzò per assumere una forma atta a muoversi nel solido. Le geometrie a cilindro, coniche, a sfera, romboidali, iperboloidi, si mescolarono dando luogo a forme vitali più complesse e più grandi, affollando ben presto ogni angolo della terra ferma. Quelle che negli abissi erano alghe, mutarono aspetto e metabolismo evolvendo in piante e foreste. Su tutte le specie dominavano le esigenze della vita, acquisite nel secondo salto creativo sulla spinta delle energie in gioco, con due comportamenti: la predazione di altre specie-forme e la riproduzione dell’originale. L’atmosfera non fu risparmiata, ben presto investita da un gran traffico di forme volanti. Le foreste ormai ricoprivano gran parte della terra ferma e contendevano, col verde smeraldo, il colore blu degli oceani. BLU, essendo ubiquitario come ogni dio che si rispetti, tutto permeava con la sua pulsante presenza e dovette essere infastidito da tanta smeraldina invadenza. Quel suo pallino di richiamare a sé le forme che tendevano sfuggire al suo controllo, dovette spingerlo a intervenire, perché decise qua e là di ridurre e concentrare (come sua abitudine) le vaste aree boschive terrestri favorendo così le più modeste savane. L’operazione di disboscamento costrinse un primate che viveva sugli alberi a scendere a terra per organizzarsi nel nuovo ambiente. E lì, dovette assumere la posizione eretta per vedere, al disopra delle alte erbe a perdita d’occhio, se uno dei grandi erbivori che la popolavano potesse fornirgli la… bistecca quotidiana. Ma anche difendersi o fuggire se qualche carnivoro avesse avuto la stessa intenzione nei suoi confronti. Liberò così gli arti superiori dal precedente utilizzo necessario al muoversi sugli alberi per dedicarsi alla manualità. Con il progredire di questa funzione e l’acutizzarsi della vista per scovare le prede (e pare anche dal beneficio che la nuova posizione eretta dava alla femmina ai fini riproduttivi) nacque la specie Homo che presto da herectus divenne habilis. La crescente abilità nel costruire fece progredire l’habilis in sapiens. Fu la terza creazione. Oggi, la specie umana sapiens ha raggiunto forse il massimo della capacità di produrre manufatti sempre più complessi. Invade il pianeta, lo consuma e distrugge le altre specie. Cosa combinerà ancora BLU? Resisterà alla tentazione di ridurre l’enorme quantità di viventi della specie Homo con le sue invadenti protesi? Con quale gioco favorirà tale progetto? Ci sono segni allarmanti. Inducono a pensare che una quarta creazione sia in atto. Specie nuove, microscopiche, aggressive cominciano a farsi avanti contro la dominante per prenderne il posto. E potrebbero provocarne l’estinzione coinvolgendo nello stesso destino tutte le altre specie. Sarà il ritorno all’oceano primordiale? Per Nietzsche sarebbe l’eterno ritorno, per Monod… le Tenebre.

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