Il Dio si sta innervosendo

Con licenza, definirei il Clima, dio della biosfera. Immaginaria divinità seduta su di un immaginario Meteolimpo, premuto dall’alto dai voleri del Cosmo e dal basso dai capricci dell’uomo (più rari gli inferi vulcani), regola temperatura e dinamiche associate al fine di conservare la vita avuta in gestione. Da un po’, si sa, mostra segni di squilibrio. Dicono che sia afflitto da un eccesso di deiezioni gassose dell’animale uomo che sta influendo sul suo agire. Chi ne ha la possibilità e la voglia può trovare nel mondo attorno a sé prove dirette molto convincenti che questo turbamento è tangibile, porta adattamenti e mutazioni nell’antico equilibrio naturale. 

La mia esperienza.

In mezzo secolo di osservazione dell’ambiente in una piccola azienda agricola biologica, ho registrato gli effetti dei mutamenti climatici su alcune specie di vegetazione e sulla fauna. Sono constatazioni personali dirette che per assurgere al rango di verità, dovrebbero essere scientificamente provate. Vale la pena, però, di segnalarle. Anzi, non farebbe male creare una comune banca dati nella quale ogni persona anziana ed attenta all’ambiente, possa segnalare i mutamenti a cui ha assistito nella sua vita. Più lunga fosse questa vita meglio sarebbe per le testimonianze (e per lui!). Tali segnalazioni avrebbero, a mio giudizio, un valore complementare agli studi specifici di organismi specializzati, perché apportatori dell’impatto psicologico prodotto sul rilevatore umano dal fenomeno osservato. Chiamerei questa banca: CCCC (Cambiamenti Climatici Comunemente Certificati).

Per quanto possibile, ho cercato di assecondare la natura nel suo adattarsi ai nuovi umori di questo  dio disturbato. Ho ascoltato ciò che piante, erbe e arbusti avevano da dire. Modesti esempi ma chiari, rilevati nel tempo sul territorio.

Siamo in collina sui 300m, non lontano dal mare: un cucuzzolo calvo, seminato e poi incolto, un piccolo vigneto dalla parte del levar del sole, una valletta a proteggere 250 olivi plurisecolari. Proteggerli, ma non abbastanza da impedire che nel tempo la Bora, lentamente li piegasse verso sud. Anche questo la dice lunga come e quanto spesso, nei secoli passati, dovevano tirare i venti del Nord.

Fino a trent’anni fa, i prati invernali intorno alla casa agricola erano biondi dopo la messa in piega del gelo, cioè secchi. Riprendevano colore a marzo inoltrato. Oggi sono verdi tutto l’anno. Il seccume compare solo a fine luglio.

Gli oleandri, pianta prima rara da queste parti, posti scelleratamente a dimora sull’alto negli anni Sessanta, li scoprivo bruciati dal gelo fino alla radice durante l‘inverno. Solo una timida ripresa in estate per essere di nuovo decapitati in inverno. Da una decina d’anni, i superstiti, sono rigogliosi tutto l‘anno.

All’inizio del 2000, per mettere alla prova il cambiamento, piantai un cespuglio di mirto proprio sul colmo della collina dove prima, d’inverno, non resisteva nemmeno un lichene. Oggi è una selva. Anni fa ho trapiantato due cactus, prelevati dalle terre del sud. Oggi due monumenti, in parte abbattuti dalle irritate reazioni del dio: forti venti che ormai ciclicamente spianano tutto (negli ultimi anni ho assistito impotente ad una strage di Arizonica e alla mutilazione di querce secolari).

Potrei continuare con esempi minori ma dai precedenti emerge già una realtà della quale tener conto per nuovi progetti. Meno alberi d’alto fusto, più cespugli flessibili al vento, parchi nel bere per la poca disponibilità idrica che ci aspetta.

Solo olivi e viti sono coltivazioni che dei mutamenti non hanno molto sofferto. Almeno direttamente per danni meccanici o variazioni di temperatura. Per ora.

Diverso è il quadro riguardante crittogame e insetti. Sono nati problemi per tutti i tipi di piante: dall’olmo alla vite. Per chi ha adottato un regime biologico da venticinque anni, controllare il microcosmo dei parassiti è pressoché impossibile se non si adottano sofisticati sistemi di monitoraggio. Si suppone che la proliferazione di nuove varietà di frutta operate dall’uomo alla ricerca di prodotti più appetibili per gusti esauriti, abbia portato ad un indebolimento delle piante che, come ogni cosa che nasce “in laboratorio”, immessa nella natura, si trova impreparata alla lotta. Occorre tempo perché si fortifichi e sviluppi difese. In attesa la si protegge con prodotti chimici che diventano col tempo insostituibili e richiedono dosi maggiori. C’è qualche affinità con l’uomo e l’uso smodato dei farmaci?

Il fenomeno della migrazione, da anni, ha interessato anche gli insetti. Nuovi, aggressivi, sbarcati non si sa come né perché, sono andati ad arricchire come truppe di colore l’esercito dei nemici nostrani. Ne sanno qualcosa, da anni ormai, gli ippocastani.

Un fenomeno di contagio forse conseguenza di quanto detto sopra ha interessato alcune varietà di pesche e mele antiche che vivevano sull’appezzamento da un secolo. Con l’avvento delle nuove varietà messe a dimora vicino, non hanno sopportato di condividere lo stesso habitat preferendo scomparire.

Sulla fauna invece rallegra la presenza, nuova in questi luoghi, del gruccione, un uccello di straordinaria bellezza e di affascinante comportamento gregario. Anche se ha nella sua dieta un alimento che non possiamo concedergli: le api.

Api e vespe, abituali compagne delle vendemmie passate, sono ridotte a simboliche rappresentanze. La vespa media è scomparsa per lasciare campo libero ai calabroni e a una vespina di piccola taglia, forse preludio ad una sua ulteriore miniaturizzazione.

Quale dunque la conclusione a cui giungere? Non mi si giudichi pessimista ma temo che la freccia degli eventi indichi una direzione di cambiamento irreversibile.

Cosa fare?

Adoperarsi per rallentare il più possibile le modiche ambientali allo scopo di assimilare il cambiamento. Si eviterà all’uomo di rendersi conto di ciò che via via sta perdendo. Cosa ci aspetta? Una natura meno bella, varia, saporita. Ma quando si è dimenticato il meglio, si soffre di meno.

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