COME ACCADDE CHE LA GRAVITÀ MI SPENSE

Quando, poco dopo l’alba, scoprirono il cadavere sullo sterrato del parcheggio, parve difficile considerarlo più che uno scheletro. Uno scheletro rivestito di pelle, un po’ molle, spiaccicato a terra come una mela marcia, una calcomania di nervi e muscoli dalla consistenza gelatinosa. Lo rivestiva un’ampia tunica di seta leggera, nera come vela di nave corsara. L’atteggiamento suggeriva una resa, un abbraccio mortale alla terra che l’aveva giustiziato. In quanto al sesso, essendo a pancia in giù, non era facile riconoscerlo, ma dalla corporatura pareva maschile. I primi a scoprirlo furono due operai addetti alla manutenzione del parcheggio del vicino stadio comunale. In mezzo all’area deserta, tra turbini di polvere sollevata da un forte vento, videro un giovane biondo, magro, vestito di chiaro, inginocchiato vicino a una macchia scura. Testa ciondoloni, pareva piangesse. I due operai lo avvicinarono incuriositi. Quando si accorsero che la macchia scura era un cadavere, cominciarono ad agitarsi. Mani alla fronte, esclamazioni soffocate, passi confusi avanti e dietro. Aspettare, cercando da soli una risposta al chi, al come e al perché, tra incredulità e sgomento, o correre a cercar aiuto? I gesti scomposti attirarono subito i primi passanti che accorsero dalle strade vicine. In breve, si formò un gruppetto di persone. I coraggiosi si avvicinavano lentamente al cadavere, per allontanarsene in fretta quando scoprivano particolari troppo impressionanti. Solo dopo, riacquistato il coraggio con la distanza, tornavano ad avvicinarlo. Una donnetta più curiosa delle altre diede di stomaco e scappò vergognosa, mani alla bocca. Cercando ciascuno una spiegazione dal vicino, ne usciva quel tipico mormorio che si sente nei capannelli di persone dopo un incidente. Inspiegabilmente, nessuno chiese al giovane inginocchiato, chi fosse e cosa ci facesse tutto solo, vicino al morto. Finalmente, uno degli operai prese la decisione di telefonare alla Polizia. 

Sebbene riuscisse difficile osservare quel cadavere a lungo, dai commenti del gruppo si giunse presto a riconoscere nel morto il più inquietante personaggio del quartiere, anzi dell’intera cittadina.  

“È lui, Viscardo, il figlio del notaio…” esclamò per prima una signora ben vestita, dopo aver inforcato gli occhiali.

“Sì, del conte Arnaldeschi di Torralta” confermò un noto impiegato di banca che conosceva bene identità e parentele dei migliori clienti.

“Gesù, proprio lui… lo riconosco dai capelli… me l’aspettavo che finisse così!” commentò una anziana signora nerovestita, fazzoletto in testa, appena uscita dalla chiesa vicina, segnandosi in fretta. E di seguito tutti, di bocca in bocca, pronunciarono quel nome certi del riconoscimento.

Viscardo era personaggio molto discusso. A volte compatito, a volte temuto, sempre evitato. Da tempo aveva lasciato la casa paterna per vivere quasi da eremita, in una piccola torre di guardia medievale, sulla sommità di una ripida collina appena fuori città. La Torre, così si chiamava, era di proprietà della famiglia, nota per nobiltà di antica data, ghibellini di parte. Nel Settecento, si diceva fosse stato un laboratorio nel quale, certo Astolfo, antenato di Viscardo, conduceva esperimenti alchemici sulla trasmutazione dei metalli. E non solo. Alcuni sospettavano contatti con Raimondo di Sangro, principe di Sansevero che ai metalli preferiva la carne umana sulla quale si diceva operasse mutazioni mostruose. La fine di Astolfo fu misteriosa. Improvvisamente sparì. Cessate le saltuarie apparizioni all’alba sui merli della torre, cessate le rare discese in città per acquisti periodici, gli abitanti cominciarono a sospettarne la morte. Iniziarono le voci più strane, tanto che le autorità decisero di entrare nella torre forzando il massiccio portone d’ingresso. Scoprirono così il suo laboratorio. Chi si aspettava di vedere chissà quale armamentario di un mago fu deluso. Lo trovarono ripulito, da definirsi vuoto. Di Astolfo nessuna traccia. Pareva aver fatto trasloco di tutto ciò che si poteva muovere, lui per primo. Solo una larga veste, tipo caffettano, di seta nera finissima e sottile come tela di ragno, fu trovata abbandonata in terra, nel camminamento sulla torre a sud. Come se il corpo che rivestiva fosse evaporato di colpo. Nelle attrezzature fisse, nulla che potesse far pensare a pratiche che non fossero già note e in uso presso coloro che sperimentavano la trasmutazione dei metalli, come l’immancabile atanor, il forno alchemico. Malgrado ciò, il vescovo insistette per una speciale purificazione ad opera di un famoso esorcista venuto da fuori. Dopo le pratiche religiose per scacciare ogni demonio che ancora vi potesse avere dimora, la Torre fu sigillata per ordine dell’autorità. Tale rimase fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando una bomba alleata la colpì, forse credendola deposito di munizioni tedesco. Restaurata in economia da Viscardo, ultimo discendente della famiglia, aveva ripreso il suo aspetto un po’ sinistro che stimolava in molti il ricordo di magie e incantesimi sentiti raccontare dai vecchi. Qui dunque, da anni, Viscardo viveva quasi isolato, incolto nella persona, con lunghi capelli e barbetta da capra. Ormai solo per la morte del padre, la casa paterna, un bell’edificio al centro della città, restò disabitata. Poche le sue frequentazioni e da ultimo sempre più rare. Si mormorava avesse ripreso gli esperimenti dell’antenato Astolfo. Uno solo si supponeva fosse messo a parte dei suoi segreti e tormenti: Daniele, quel giovane biondo dal viso gentile, chino accanto al cadavere che nessuno osò disturbare nel suo dolore… 

Questa l’anonima cronaca dei fatti fino al momento in cui Daniele allontanatosi dal cadavere, si fece improvvisamente largo tra la piccola folla, reclamando di essere ascoltato perché – disse – solo lui sapeva più di qualsiasi altro. Ascoltiamo la sua voce dunque, lasciando che sia lui a raccontare il seguito, così che la semplice cronaca diventi viva e autentica testimonianza del mistero di Viscardo e del segreto della sua fine.

“Sì, sono io Daniele, e sento il bisogno qui, subito, davanti al cadavere del mio sventurato amico, di sollevare la mia anima da tanta angoscia, raccontando la nostra relazione che fornirà anche ampia spiegazione di certi fenomeni definiti inspiegabili.

 Ero suo compagno di giochi in gioventù, il preferito tra tutti gli amici. Una comune, sofferta sensibilità per la vita ci univa e mi rendeva prezioso ai suoi occhi. Presto ci isolammo da tutti e cominciammo a studiare e sperimentare percorsi di conoscenza inconsueti e rischiosi. Appassionava entrambi lo studio dei fenomeni di dislocazione delle capacità umane, delle sconosciute potenzialità della mente. A me interessavano i fenomeni della voce a distanza, a lui quella del corpo, cioè la possibilità di levitare. Tutto iniziò per gioco. Quando Viscardo prese a fissarsi sulla dislocazione del corpo in modo maniacale e ossessivo lo pregai di smetterla. Senza esito. Ora so che avrei dovuto fare di più per distrarlo dalle fantasie persecutorie del suo animo e credo opportuno rivelarle, per trovare la comprensione di chi sospettasse che altre strade invece avrei dovuto percorrere! Per i lunghi studi e meditazioni a cui era solito sottoporsi, Viscardo scivolò in una sindrome persecutoria. La gravitazione universale divenne il suo incubo. Considerava insopportabile tirannia l’attrazione tra i corpi. Insomma, il peso con cui tutto e tutti dobbiamo fare i conti lo ossessionava. Cominciò ad elaborare una strategia per liberarsi della gravità. All’inizio, non era così ingenuo da pensare di affrancarsi dall’attrazione terrestre fino al punto di librarsi nell’aria a suo piacere, ma almeno diminuirla, questo lo riteneva possibile. Diceva che poco gli sarebbe bastato per togliersi la soddisfazione di sentirsi padrone del suo corpo, di poter affermare che lui, essere pensante, poteva combattere e persino vincere il cieco potere di attrazione universale. Un singolo pensante, con soli propri mezzi, sarebbe riuscito come unità intelligente, piccola ma potente, a vincere la bruta forza di gravità. Come iniziare quel percorso che, secondo le sue parole, l’avrebbe portato ad essere libero come i pollini nell’aria? Visto che la più elementare constatazione indicava nella massa la principale responsabile del peso, decise di dimagrire. Da florido ragazzone alto e grosso come suo padre, cominciò a sfilarsi, sfoltirsi, come un fitto albero che perdesse la chioma e poi i rami, o un fiore che avvizzisse. Gli studi fecero il resto: libri su antiche alchimie, levitazioni orientali, scritti esoterici su incunabuli reperiti dai più strani luoghi, affollavano il suo studio-laboratorio nella Torre. Provava via via fastidio per la mia presenza, perché non lo comprendevo e cercavo di scoraggiarlo nei progetti più pericolosi per la sua salute. Ambivo portarlo nel mio campo di ricerca, meno pericoloso e più accessibile: la dislocazione della voce che alcuni chiamano banalmente ventriloquia. Gli ottimi risultati da me raggiunti in tale tecnica non lo attrassero. Le mie visite divennero sempre più saltuarie ma i miei tentativi sempre più assillanti, finché mi respinse, non mi ricevette più. Provai dolore come ne presentissi la morte. E ora so che non mi sbagliavo. Ecco dunque che ho l’obbligo, per l’affetto che gli portavo e per amore della verità, di cercare di far comprendere il suo mondo e perdonare la sua folle pretesa di libertà. Quando, per primo, ritrovai il cadavere, seguendo un triste presentimento che mi fece vagabondare tutta la notte, sentivo che la sua fine sarebbe stata chiarita da ciò che stringeva, e ancora stringe, nella mano destra. Certo un messaggio… Aspettavo chi avrebbe potuto aprirla quella mano… E aspetto. Non oso prendere l’iniziativa, temo che non mi reggano le forze…” 

Terminato il discorso aspettai che qualcuno raccogliesse il velato invito.  

Visto che nessuno si muoveva, che tutti tacevano come impietriti, con la mia abilità raggiunta nella dislocazione, modulai una voce profonda nel tono, quasi arcana, che suggeriva con poche parole come, nella mano, sembravano esserci pagine strappate da un libro. A questo invito i visi dei presenti, prima volti al cielo a cercare, che pareva da lassù fosse giunta la voce, tornarono sul cadavere, su quella mano destra stretta su qualcosa che a tutti parve, ora, simile a fogli strapazzati. Nonostante il mio tono di voce, felicemente improntato a un che di comando, nessuno però prese l’iniziativa di esaminarli da vicino. La piccola folla si limitava a disegnare timidi caroselli intorno al cadavere, incapace della singola eccezione che uscisse dal giro per avvicinarsi e aprire la mano serrata. Finalmente giunsero dottore e polizia. Il dottore, avvicinandosi, fu colpito dalla figura del morto disegnata sul terreno che disse ricordargli un’immagine del test di Rorschach: le braccia aperte e le gambe divaricate, contornate da pelle sovrabbondante confusa col nero della veste, parevano – per lui – membrana di pipistrello. 

Dalla polizia fu fatto il classico cerchio per vietare ogni avvicinamento, cosa per altro ormai superflua. Chinandosi sul corpo per esaminarlo, il dottore non trattenne un moto di repulsione. Scosse la testa: l’uomo non mostrava da vicino niente di più di quello che si poteva intuire da lontano: morto per caduta. Nel guardarsi intorno indovinai il suo pensiero: “Caduto da dove?” Non esistevano case, alberi o niente che si elevasse in altezza nel raggio di almeno cento metri! E per un impatto così violento -dichiarò al commissario di Polizia appena giunto- solo una caduta da grande altezza avrebbe potuto provocare un simile effetto. La Torre dove risiedeva Viscardo era il punto alto più vicino, ma quasi a un chilometro di distanza. Come sarebbe arrivato fin lì? La Polizia, dopo aver ricoperto con l’apposito telo il cadavere, con non poche difficoltà per il forte vento dal monte, prese ad esaminare accuratamente il terreno all’intorno. Cercavano forse tracce di trascinamento o di pneumatici che avrebbero potuto suggerire un trasporto? A questo punto, intuendo l’inutilità di tale ricerca, dislocai ancora la mia voce, chiara, forte, con tono perentorio: “I fogli nella mano… leggete quei fogli!”. Generale, rinnovato volgersi dei visi alla ricerca dell’autore dell’invito e delusione negli sguardi per l’insuccesso. Nessuno poteva aver parlato con quel tono! Cresceva l’atmosfera, da me propiziata, che qualcosa di magico, occulte presenze aleggiassero sui presenti. Ma non c’era paura nei volti, solo attesa. Il dottore che conosceva bene la vittima, dopo la sorpresa per la voce anonima, strana e impersonale, volle essere autorizzato ad aprire le dita del morto. Evidentemente non era sicuro che quella carta sottile, da velina, stretta nel pugno, non potesse strapparsi. Dopo una breve esitazione, fu autorizzato dal commissario. Ad operazione compiuta, mostrò un foglio di carta vergato a inchiostro rosso, calligrafia chiara ed elegante. L’insieme aveva l’aspetto di un diario breve o di una ultima confessione. Una forza invisibile comandava di leggerlo. Era forse nel vento che continuava a soffiare forte, scompigliando capigliature, strapazzando vestiti, arrossando occhi per la polvere alzata dallo sterrato. Si respirava l’atmosfera di un rito tribale, quando la comunità scopre la morte violenta di uno dei suoi membri e tutti sono chiamati a ricercarne la causa ed esigere giustizia. Tanto più se il morto aveva la fama di uno stregone come Viscardo. Il commissario ne fu contagiato e contro ogni regola, autorizzò la lettura. Il dottore, disserrata la mano dopo aver indossato appositi guanti, cominciò con voce alta e ferma, non senza difficoltà per il vento che voleva portarseli via quei fogli! Nell’incipit lesse: “Come fu che la gravità mi spense”. Poi la dedica: “A Daniele e a tutti.” Il dottore non proseguì e, rivolto ai presenti, chiese: “Devo continuare io?… a chi spetta la lettura?” Dal gruppo di persone che in quel momento si sentiva di rappresentare i “tutti”, venne subito, all’unanimità, la decisione che essendo il primo nella dedica, toccasse a me leggere. Gli occhi dei presenti, uomini e donne, mi fissarono. Fui invitato dal dottore a prendere i due fogli, visibilmente sollevato di potersene disfare. Pendevano dalle mie labbra che me le figuravo violacee come di un morto quale mi sentivo. Pensai che non avrebbero dovuto pretendere che un morto leggesse… 

Ma cominciai a leggere con voce rotta dall’emozione e contro il vento che non voleva parole: “Questa è la confessione di un condannato a morte perché ha voluto evadere dalla prigionia dell’attrazione universale. Cominciai da tempo a odiare la forza di gravità. La odio perché mi vuole stringere, atterrare, schiacciare. E non posso oppormi. Ho sempre resistito, ma ho sempre patito la sconfitta a ogni passo. Implacabile, le sue mille mani su di me non hanno mai mollato. Aspettavo che mi concedesse qualche cosa: una pausa per sperare, respirare senza la sua presa sul mio corpo. Inutilmente!! Ha dettato una regola che non conosce eccezioni, negato il sollievo di ogni respiro di libertà. Non un briciolo di umanità che ceda alla pietà della preghiera. Vincolo demoniaco mi vuole giù, sempre più giù, fino alla terra, nel fangoso strame, regno dei funghi, batteri, vermi, larve e mostruosi insetti cornuti, scagliosi come dinosauri miniaturizzati, ma non per questo meno avidi delle mie carni. Non mi aspetta un verde prato fiorito, ma terra nera, unta, ingrassata dalle morti che mi precedettero. Mi sento già inumato. A volte mi manca il respiro. Mi cercano quelle ife tentacolari che immagino del colore della cenere, luccicanti come fili d’argento intrecciati a scuri, nodosi rizomi urticanti. Le sento arrivare, mi raggiungono e presto m’immobilizzano. Tastano la carne le mille mani che mi hanno sbattuto a terra per studiarmi. Non facevano così le mani dei sacerdoti egizi nella valle dei re, quando misuravano il corpo delle mummie per applicare le bende? Ma son già bianco come latte sporcato e penso atterrito di essere quel verme della metamorfosi kafkiana perché mi attorciglio, mi allungo e restringo, smanio per uscire dal bozzolo della prigionia! Avanzano nella memoria della mente ormai assediata giorno e notte, infuocate allegorie dantesche e mitiche metamorfosi ovidiane. Il pensiero è bastevole per anticipare l’inferno. Rifletto e mi ribello inutilmente. E dispero: mi ossessiona la caduta: non c’è colpa, mia colpa! Cado perché sono vittima di una costrizione. Sento il disprezzo per i valori umani più puri, per i moti dell’animo più nobili e preziosi. Come le lacrime, degne di essere asciugate per non cadere a terra, dove la loro pena si perderebbe incompresa nella polvere. Il mio soffrire assurge a pena universale perché l’intero universo è sottoposto alla caduta. E me la sento addosso. Mi faccio carico di tutte le cadute. Ogni piccola massa vittima dell’attrazione diventa preda di quella più grande. Ma io sono un uomo. E l’uomo, se come massa pesante è insignificante come massa pensante può difendersi. Per difesa quindi, io accuso la gravità di sopruso di attrazione nei miei confronti e voglio distruggere il suo potere su di me. La odio di più quando mi tortura nelle piccole cose quotidiane alle quali anche il più tiranno dei poteri concederebbe una tregua: quando mi porta via dalle mani, perfidamente, a tradimento, la penna, i fogli, le chiavi, gli occhiali. Mi pare sentirla ridere di scherno. Questa persecuzione è spietata, odiosa, insopportabile. Nell’imporre il tributo di farmi inchinare a terra, non riesco più a consolarmi figurandomelo un gioco infantile, un esercizio fisico salutare, bensì la stretta del vincitore che esige il giogo. Rivendico, dall’infanzia, il piacere di oppormi al fluire sottomesso dei liquidi verso il basso, come nelle prime poppate, quando fermavo le gocce di latte che scivolavano giù dal seno materno. Odio la sopraffazione. E devo combatterla. Negli ultimi tempi la mia massa corporea è ridotta dai lunghi studi e digiuni. Mi sento già leggero e con la dovuta concentrazione ho la sensazione di levitare perché non sento più pesare su di me le mani del nemico. Domani mi farò complice il forte vento del sud per aiutarmi nella sfida alla gravità. Recentemente ho fatto molti progressi riuscendo, con veste leggera e forte concentrazione, a non sentire più il suolo sotto i piedi. Non ho pretesa di diventare come Icaro o di imitare Simon Mago, non voglio acquistare poteri divini né di gareggiare nel volo con gli uccelli, ma solo sentirmi liberato da questa presenza che mi tormenta. Sulla piazzola alta della Torre esposta a levante, dove il mio avo Astolfo si caricava all’alba dell’energia del sole fin da esserne un giorno risucchiato, tenterò di raggiungere la liberazione. Lo farò stringendo in mano questi fogli che spiegano la mia decisione. Qualsiasi cosa accada, lascio a tutti, in queste righe, testimonianza della mia ribellione. A Daniele, mio primo e unico amico chiedo comprensione, come da colui che ha sempre condiviso con me la passione per l’ignoto e per la libertà assoluta.

 Firmato

Viscardo Arnaldeschi conte di Torralta, ribelle per volere dell’uomo, ma rispettoso del volere di Dio.

Il vento portò via le ultime parole…