C’è un frate scultore in convento ( prima parte )

Era un mezzogiorno di ottobre quando decisi di scovarlo questo frate scultore di cui tutti parlavano. Non ho mai avuto simpatia per i preti, ma frati e monaci, fino all’estrema condizione di eremita, mi hanno sempre affascinato. La scelta di lasciare la massa umana rumorosa e petulante al suo destino e migrare a vette, se non proprio d’aquila, almeno di passero solitario, la considero senza alternative per chi sa cos’è la vita mondana. Se poi a questa scelta, si aggiunge la sublimazione della propria attività religiosa nella creazione artistica, e tra queste proprio la scultura, suprema e blasfema pretesa di rifare l’uomo…  beh, come non esserne attratti?

La giornata splendida invitava a una passeggiata. Lasciai l’auto e salii a piedi al convento. Appena giunto davanti al portone grande, vidi un vecchio con un sudicio zinale di cuoio, rimestare curvo dentro un mastello pieno d’acqua. Poteva darmi l’informazione che cercavo. Più da vicino, mi accorsi che stava maneggiando qualcosa sul fondo, le braccia immerse fino al gomito. Se fossimo stati sotto Natale avrei sospettato un norcino che ripuliva i suoi attrezzi dopo aver giustiziato il maiale. Ma in ottobre, questi animali sono ancora oggetto di amorevoli cure, soprattutto nel peso: «E’ presto per ripulire e affilare i coltelli!» conclusi.

Dunque, non poteva che essere il giardiniere o uomo di pulizie reclutato tra i fedeli più pii, infaticabili, candidi devoti, non eccessivamente svegli, soddisfatti solo di servire i “buoni frati” senza chiedere altro che il Paradiso.

Con il tono di chi tratta con uno che… va capito, chiesi: «Dica, è qui che abita lo scultore?»

L’uomo alzò un sorriso dispiaciuto e dopo un attimo rispose: «Sì, ma adesso pranza.»

«E non gli si può parlare?»

«E no, pranza!»

«E quando finisce? Se fa presto aspetto» insisto col tono di far capire una cosa ovvia.

«Sì, verso le due lo trova.»

Dato che nei conventi il tempo è stabilito dalla Regola, quell’orario suonava fuori misura; forse quadrava per un pranzo di nozze!

Non replicai e conclusi: «Allora torno verso le sette.»

«No, perché prega.»

«Allora vengo alle otto.»

«No, cena.»

A questo punto pensai che l’ometto con quella sua indisponente, falsa disponibilità volesse rendere chiaro che lo scultore non amava le visite.

Conclusi: «Allora vengo alle dieci» con il tono di chi spara là un’ora tanto assurda da sembrare, come voleva essere, un segnale di rinuncia.

«Alle dieci va bene» confermò invece l’ometto sorridendo soddisfatto.

Quando alle dieci meno dieci (alla tedesca), bussai al convento, mi venne ad aprire lo stesso anziano del mastello, conosciuto al mattino, stavolta in perfetta tenuta da frate agostiniano.

«Buona sera, lei era quello che stamattina mi ha indicato quest’ora per…» chiesi con un po’ d’imbarazzo. «Sì sono io …» rispose. «Stamattina era tutto… non credevo…» mi scusai.

«Oh, non importa, lavavo gli attrezzi dal gesso, prima che indurisse, sa come è il gesso…»

«Allora è lei il frate scultore» dissi. «Scultore!…  faccio solo pupazzi!!»

Mi diede la mano che faticai a stringere. Erano enormi quelle mani, da far paura ai bambini e rimproverare chi, già da quelle, non avesse subito intuito l’arte praticata.

Cominciò la nostra amicizia. Lo incontravo quasi ogni sera, a volte prima, a volte dopo cena, per circa mezz’ora. Spesso insieme ad altri due confratelli, di cui uno, Anselmo, più giovane, si limitava ad ascoltare. Ascoltava, annuiva e guardava a terra, non con l’aria di chi fosse d’accordo ma una smorfia di compatimento come volesse dire «Sì, sì… tanto bisogna morire». Quando se la sentiva di scendere le scale, si univa al tavolo anche Francesco, il frate più vecchio che sordo com’era, non partecipava mai ad alcun argomento.

A volte l’incontro era dentro, a volte fuori il convento, un enorme edificio settecentesco ricostruito su un precedente medievale distrutto dal terremoto.

«Quello era molto più bello!!» assicurò una sera, quasi l’avesse visto, Alberto, un novizio che mi dissero temporaneamente ospitato per alcune ricerche e studi. Non proseguì, aspettando forse di essere incoraggiato ma l’architettura non era il tema del giorno. Alberto mostrava avere vent’anni o poco più, ben curato nell’aspetto, modi gentili. Ebbi l’impressione che fosse timido o troppo rispettoso della gerarchia. Seppi, infatti, proprio quella sera, che lo scultore ricopriva la carica di priore di quella esaurita rappresentanza religiosa.

La conversazione tra me e l’artista, fin dall’inizio, aveva come argomento solo i lavori che aveva realizzato e quelli in attuazione. La sua attività prevalente consisteva nel modellare con la creta le forme da realizzare. Alcune in cemento bianco, tali rimanevano, altre andavano a comporre le matrici entro le quali gettare il bronzo fuso per avere la statua finita. Non solo soggetti religiosi e non escluse figure femminili anche poco vestite. La conversazione si muoveva su di un piano rigorosamente laico per un tacito patto contratto al primo sguardo rivelatore di due pensieri opposti che si riconoscevano concordi solo sui temi dell’arte, della solitudine e della natura.

Mi accorsi presto, del resto, che lui non era molto coltivato in altri campi della conoscenza più astratti e perigliosi come, ad esempio, la filosofia. Me ne accorsi in un dopocena con i tre, assente il vecchio Francesco. Tema di conversazione: la natura nell’arte. Alla mia richiesta di un parere sul Deus sive natura spinoziano, lo scultore mi rispose solo con una espressione indecifrabile del viso. Quella di Anselmo, sempre senza parole, restò sul lugubre solito, più consono a un trappista con teschio sottobraccio. Solo il novizio sembrava felice di rispondere ma si fermò dopo un diplomatico quanto stimolante: «Spinoza, va capito!»  E più non disse, forse a causa di un consenso che non lesse nello sguardo del priore. Questo reiterato muto ossequio ad una autocensura su certi temi mi stupì un po’ ma poi pensai: «E’ il più giovane e sa stare al suo posto!»

Insomma, non speravo di scoprire nello scultore un Benvenuto Cellini ma almeno un inquieto artista, questo sì. Se era un artista, e nessuno lo negava, non era inquieto. Ciò contrastava con l’idea che tutti, me compreso, si fanno sulla necessità che un umore burrascoso e un contestare ad ogni occasione siano obbligati nella personalità artistica.

Già dall’aspetto, volto rotondo, lineamenti regolari su di un corpo piccolo e massiccio, andatura da plantigrado saresti stato tentato di catalogarlo tra gli animali più miti. Più da vicino scoprivi però dettagli tutt’altro che domestici. Come in un quadro che a prima vista dà un’impressione di serenità, ma esaminato, naso alla tela, scopri certe audaci pennellate forti e inquietanti e ti chiedi come potevano sparire nel complesso, così nei suoi occhi marrone un po’ opaco, prima persi nel volto, da vicino scoprivi trattenute saette pronte alla scarica. Accadeva nel commento ai fatti di cronaca, anche politica, più rilevanti: un lampo nello sguardo che valeva un girone infernale!

Presso i fedeli, godeva di stima e di un affetto che nei brevi incontri avuti con le persone fuori del convento, avvertii velato di un sottile scontento.

Quando riceveva e ascoltava, seduto sotto un abete del parco, l’osservavo da lontano. Appariva molto sobrio, avaro nel tempo e nelle parole. Congedava tutti in fretta.  Mi consolai pensando che quando nelle nostre conversazioni, si alzava all’improvviso, con quella figura di piccolo orso irrequieto, lasciandomi sulla panca come un cappello dimenticato, non lo faceva per noia o punizione ma solo perché era fatto così.

Col tempo cominciai a farmi un’idea più precisa sulla sua personalità. Mi sembrava molto intimorito dal prossimo: doveva amarlo e in fondo lo amava, ma pareva temerlo e non nascondeva il desiderio di evitarlo il più possibile. Si obietterà che la cosa non dovrebbe meravigliare: uno che si fa frate ha per disposizione interiore un certo ripudio del mondo e dei suoi inquilini! Eppure, in quell’uomo così innamorato della figura umana da stilizzarla in tanti modi e non raramente nella sua nudità fisica anche femminile, mi sarei aspettato una partecipazione sentita, cercata e approfondita, per le sofferenze umane. Sicuramente le pativa come proprie e però mostrava più di fuggirle. Forse consapevole -sospettai- che per che porvi rimedio non si sentiva di possedere la necessaria dialettica calma e confortante di confessori famosi.

Nelle non rare volte che passeggiando nel parco, incontravamo un fedele che chiedeva di ascoltarlo, mi lasciava per accompagnarsi a lui e solo quando stimavano essere lontani il giusto cominciavano a parlare. Nel farlo, le donne si guardavano attorno, gli uomini, spesso anziani, fissavano il terreno. Lui taceva, capo chino. Indovinavo la sua sofferenza di fronte ad un ripetersi monotono delle miserie umane: scivoloni matrimoniali, furti meschini, pettegolezzi, calunnie. Roba vecchia quanto il mondo e infestante come la gramigna! Cosa c’era da dire di non già detto! A questa triste conclusione deducibile dal suo comportamento, ammesso fosse stata consapevolmente e segretamente maturata, mi sarei sentito di rispondere: «Eppure, per quel fedele, maschio, femmina, giovane o vecchio depresso, le solite buone raccomandazioni non sarebbero ugualmente utili, appropriate per far battere all’unisono le anime e sollevarlo dalla dolorosa esperienza?»

Ma allora sospettai che mi avrebbe risposto: «È una parola!». E fu una certezza: proprio le parole! Questo era il difficile per lui: tante parole erano necessarie! Come quando -mi confessò- un’anziana vedova voleva a tutti i costi un discorso sulla prova concreta dell’esistenza di Dio pena il ripudio della Chiesa. Fu mandata al priorato di provincia per calmarla. Ne usciva un’obiezione paralizzante che non avrebbe confessato ma che gli sarebbe stato gradito io indovinassi e capissi: «Dove trovare le parole giuste?» Non era mica come la creta che, morbida e plastica, bastava l’idea e un tocco leggero del pollice per vederne gli effetti. Anche il Creatore l’aveva preferita! Per le parole era più come in un dipinto: scegli i colori e li fondi in tante sfumature per creare altrettanti stati d’animo. Bisogna però averne di colori, cioè di parole nel vocabolario! Per queste era più difficile, data la sterminata varietà e possibilità di combinazione. Scegliere quelle giuste, dargli un tono convincente… Il tono poi, proprio quello che non gli riusciva: solito sul basso, rassegnato, stesse note, scuotimenti di testa e sorrisi amari con la pretesa di dare conforto. Spesso l’effetto consolatorio risultava palesemente insufficiente. Era per questa mancanza di comunicazione che tra i fedeli trapelava un po’ di scontento? Quando sul finire del colloquio, anche lui l’avvertiva, a volte scattava la sua arma segreta: una sfregatina alle mani e un incipit di risata, scoppiettante come un diesel all’avvio che comunicava un buonumore insperato e contagioso. Nel viso dell’uomo che si allontanava, accompagnato da quel suono squillante e vitaminico, riaffiorava l’espressione dei vent’anni quando l’amico, fischiando sotto casa, prometteva novità e avventura. La donna vi sentiva la calda atmosfera dell’incoraggiamento paterno, si rallegrava nel tono di voce nel saluto, lo sguardo si rassicurava. Solo a frate Anselmo la risatina non riusciva a smuovere la savonaroliana cupezza.

Nonostante questi suoi mezzi modesti, a proposito del confratello Anselmo, premeva sempre più una domanda: «Ma perché lo scultore non lo aiuta ad uscire dal suo stato? Che mistero si cela dietro quella maschera da attore tragico all’atto finale?» Una sera prima di lasciarlo sul portone del convento provai ad interrogarlo con molta discrezione, quasi distrattamente.

«Anselmo ha forse paura della morte?» gli chiesi. Lo scultore tacque incerto, poi gli scappò: «Sarebbe forse benvenuta per lui!»

Trattenni la sorpresa e sempre sul generico: «Beh, per voi religiosi lo capisco… L’altra vita è promessa che non vi aspettate sia tradita. Una vita migliore…»

«Specie per lui…» continuò a cedere in confidenza lo scultore.

La curiosità spingeva irresistibile e mi feci più vicino per stimolarlo, un piede sulla soglia come fanno i rappresentanti per non essere respinti. Dissi: «Peccato, in fondo, nonostante la sua età, sarebbe ancora un uomo attraente, potrebbe ben figurare ed essere gradito a molti fedeli se smettesse di giocherellare col teschio come Amleto!»  Lo dissi con tono leggero, scherzoso, da non far sospettare che avessi intuito qualcosa di grosso.

«Hai detto bene figlio… dì pure bello! È quello che l’ha rovinato!» (da un po’ usava anche con me l’appellativo “figlio”!!)

«Rovinato!?» ripetei con una foga che mise sul chi va là lo scultore che si affrettò a chiudere l’argomento e spingermi il portone quasi in faccia esclamando: «Eh! i casi della vita!!» Stavolta senza risatina di commiato.

«Già i casi! Quali?» ripetei io, rincorrendolo con la voce sperando di trattenerlo. Niente. Silenzio della notte come un sigillo.

Ebbi però l’impressione che non sarebbe finita lì.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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