C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. XI – IL NANO

Risalii al convento, con fatica. Pesava il passo, per un senso d’incompiuto, non più giustificato dopo le rivelazioni di Alberto. Elisabetta, Alberto e Anselmo, vertici del triangolo umano fino a quel giorno confuso, apparivano ora ben collegati. Era più agevole valutare i fatti e le reciproche influenze. Invece di cercare di raffinare i dubbi rimasti sulla coppia, per portarli alla purezza di una verità assoluta, che mai si raggiunge, mi intestardii, nella ricerca del perché della mia scontentezza. Pensai, per primo, che fosse il bisogno di fare subito qualcosa. Ma non sapevo cosa. Un’azione riparatrice? Poteva ben essere approvata da tutti!! Ad esempio, far partecipe la Gina che Elisabetta era diversa da come l’immaginava! Ma forse – riflettei subito– sarebbe stato inutile, perché niente e nessuno avrebbero potuto, ormai, farle cambiare idea: Elisabetta era “Quella” e faceva tutt’uno con la bella Lilli che le aveva rapito il figlio. Una fusione simbolica irreversibile, una stessa figura, speculare, nella brutta carta da poker che la vita le aveva passato. Conclusi che non era questo che mi poteva soddisfare. Tornai di nuovo su Anselmo. Nonostante tutto, nel nuovo panorama di relazioni tra i protagonisti della storia che lo riguardava, sentivo mancare qualcosa, più di qualcosa. Il senso di vuoto mi inquietava. Una imprevista voragine, all’improvviso, sbarrava il passo al cammino delle certezze. Mi fermai col fiatone. “Cos’è?” mi chiesi “cosa manca ancora?” Presi ad analizzarmi, anche con l’intento di calmare un certo rimprovero, verso me stesso, nel ritrovarmi davanti a quel vuoto, senza sapere come ci fossi arrivato. “Rifletti per gradi e col buonsenso” mi dissi. E cominciai.

Presi atto, per primo, che la vicenda di Elisabetta non era conclusa, come aveva detto Alberto… Convenivo che prima o poi, ora che il peggio era passato, si sarebbe trovato un accordo… Ero certo che Anselmo avrebbe aiutato chi lo consigliava come arrivare ad una definitiva composizione, aprendosi anche a una critica su sé stesso… Però… E qui, arrivò la scoperta e la domanda: “Cosa ha provato e prova ancora lui per Elisabetta? Quali sono i veri sentimenti nei suoi confronti?” E di seguito, il dubbio: “E’ lui la parte debole e ingenua nella vicenda? O nasconde dentro di sé qualcosa di segreto e inconfessabile, che come fiamma nascosta, aveva alimentato il dramma, e lo consumava ancora?” A dubitare, mi portava la consapevolezza dello strapotere del sesso. Spesso disconosciuto, più spesso camuffato, rivestito di panni modesti da mostrarsi innocuo a sé e al sentire altrui e, se scoperto, persino perseguitato dalla coscienza per cancellarlo. Ma sempre senza successo. In poche parole, bisognava sapere se Anselmo avesse amato quella donna, desiderata, avvicinata col desiderio di possederla; oppure, avesse subìto tutto passivamente, da bambino ingenuo e sprovveduto, quasi un angelo asessuato come tutti affermavano. Questo dilemma ora spadroneggiava e giudicavo indispensabile risolverlo, se volevo contribuire all’esito di una vicenda, che ormai sentivo come mia. “Ma chi lo può risolvere senza la sua collaborazione?” mi chiesi avvilito. E poi, riprendendo il passo con dispetto, nella salita al convento, rincarai: “Io no di certo. Alberto nemmeno a pensarci, per l’età, il ruolo, e per i vincoli di parentela con Elisabetta!” Riflettendo, pensai che quell’analisi su di lui, avrebbe potuto farla solo una persona di consumata esperienza, di fiducia, disponibile a conoscere tutta la storia, un estraneo… insomma uno psicoterapeuta o un confessore. Il priore? Forse sì, essendo stato suo confessore, ma nessuno avrebbe potuto estorcergli qualcosa, in sospetto di avversare il suo granitico programma d’espiazione per il confratello! Già incrinato, dai miei colpi e quelli di Alberto!! Infine, il timore più grande: “E se l’accanimento, tanto caro al priore, nel tenerlo lontano dall’umanità pericolosa, fosse proprio dovuto a passioni segrete sapute in confessione? Una su tutte: la passione per Elisabetta che ancora viva, coverebbe sotto la cenere?”

Tutte queste domande mi avevano acceso un gran fuoco in testa. Mi diressi alla fontanella alla quale attingevano spesso alcuni devoti credendola miracolosa e, sebbene non fosse proprio caldo, ci tuffai il viso. Il freddo mi schiarì le idee. Ma non la vista, della quale dubitai quando, rialzando il capo, col baffo gocciolante, mi trovai davanti, comparso dal nulla, un curioso essere non più alto di un metro. Era rivestito fino ai piedi da una palandrana di lana blu a bottoni bianchi dalla quale usciva, all’altezza del collo, una sciarpa rossa. Sopra, era impiantata una testa di uomo adulto, gradevole nei lineamenti, capelli neri lisci ben curati, occhi scuri vivissimi, un curioso naso grosso, a palla, d’un rosso che sapeva di colore aggiunto e sbiadito. Portava un orecchino a cerchio sull’orecchio sinistro che gli dava l’aspetto del pirata. Gli mancava solo il pappagallo sulla spalla. Aprì la bocca in un largo sorriso e senza curarsi del mio viso bagnato, mi chiese infine, con una bella voce tenorile: “Lei sa, per caso, se nel convento abita ancora la signora Gina?” L’accento si poteva definire spagnolo o latino-americano. 

A volte la sorpresa ci fa ammutolire e il nano, perché tale era, visto che non rispondevo, ripeté la domanda senza impazienza, come si fosse aspettata la reazione. Intanto cercava di tirar fuori qualcosa dalla tasca interna della palandrana, lottando contro la sciarpa che pareva un boa tanto lo avvolgeva sotto. Io feci altrettanto con un fazzoletto per asciugarmi il viso. 

“Sì – risposi- la signora Gina è la donna di fiducia (non mi venne da dire la domestica), dei frati nel convento… Chi la cerca?”

Il nano cavò finalmente una carta che riconobbi essere una foto in bianco e nero e, senza lasciarla, me la mostrò dicendo: “Vengo per lui…” 

Nella foto vidi un uomo, sui quaranta, in divisa da cavallerizzo con livrea scura e con tanto di mantello, che teneva per mano…  non si sa chi, perché la persona vicina era stata tagliata via. Un taglio preciso con le forbici. L’unione tra i due finiva così all’altezza del gomito della figura mancante. Si poteva vedere solo una mano e un avambraccio nudi che, ad un esame più vicino, avrei giurato appartenere ad una donna. Per almeno due motivi: darsi la mano in quel modo, come una coppia danzante, presupponeva un partner femminile; la delicatezza del pezzo di braccio ancora visibile e della mano, in confronto al maschile, non lasciava dubbi. Infine, solo nell’esaltazione di un forte sentimento di tradimento e vendetta si usava tagliare una foto. L’immagine della persona amputata era certamente di una donna!

«Non lo conosco» confessai: “Chi è?” chiesi restituendo la foto e intascando il fazzoletto.

«Tu non lo conosci, ma la signora Gina dovrebbe conoscerlo perché è sua madre» disse con una punta d’ironia, con quello sguardo dal sotto in su che m’inquietava: d’abitudine, a quell’altezza, ci trovavo un bambino non un uomo! Ero ormai certo, da ricordi d’infanzia e senza bisogno di domande, che quel nano veniva, probabilmente, da un circo di passaggio e che, a giudicare dal colore rosso, ancora in tracce sul naso grosso e tondo, doveva essere il clown. 

Cominciavo a sospettare di cosa si trattasse. Non volendo lasciare che le cose seguissero una strada che il fare del nano minacciava essere troppo decisa alla meta, restia alla prudenza, per l’affetto che portavo ormai alla vecchia e…. per mia colpevole curiosità, proposi: «Venga l’accompagno io». 

Mancava poco al portone del convento, solo una ventina di metri; nel tempo necessario a percorrerli, seguito dal nano, dovevo a tutti costi sapere se i mei sospetti erano giusti. Chiesi rallentando volutamente l’andatura: «La persona della foto… il figlio della signora Gina, sta bene, vero?»

Il nano, intascata la foto, mi girò attorno come una trottola e si fermò davanti impedendomi di proseguire. «Caro signore, ora sta bene, ma di quel bene che non teme, poi, più di stare male… E quello che si può definire, senza che qualcuno mi dia una pedata per dire che sbaglio: un bene eterno. Sì, perché chi lo raggiunge non si è mai visto tornare per restituirlo.» Non pronunciò queste parole col tono ironico che le sarebbero state di naturale accompagno, ma con una tristezza che stupiva in quell’insieme umano, forzato ad essere buffo e gioioso per mestiere. «In una parola è morto?» chiesi cupo. «Così l’hanno definito, sebbene fosse superfluo, visto che chi cade da cavallo sopra quattro lance vere, messe ad ostacolo, e rimane trapassato, non abbia bisogno di essere visitato per sapere come sta».  Feci una smorfia di orrore e chiesi: «Ma perché?» Il nano mi si mise di fianco e senza muover un passo, con la stessa aria triste, levando la sua piccola mano destra alla bocca per una confidenza che nessun altro doveva sentire, dichiarò: «Per amore, signore… per amore.» Feci un passo indietro. «Per amore?!» chiesi stupito. «Sì, così chiamano quella follia che ti fa sembrare tutto possibile pur di far felice chi ha preso la tua anima!»

“E chi gliel’aveva presa?” chiesi intuendo ormai quale fosse la risposta “Chi… Lei, Lilli, la padrona del circo che volle fare di un giovane semplice, un temerario cavallerizzo in grado di affrontare un numero che facesse tremare gli spettatori, che ogni volta tenesse col fiato sospeso anche noi poveri buffoni, destinati, poi, a rovesciare quello stato d’animo nell’euforia dello scampato pericolo.”

C’era risentimento nella voce del nano, una espressione dura nel viso. «E lei?» chiesi. «Lei è la mia padrona e io posso solo dire che ne ha sofferto… per qualche giorno.» E così dicendo riprese a salire. Io lo rincorsi e chiesi con tono amichevole ma deciso: «Cosa vuoi fare con la foto?» 

«Quello che ho giurato a lui di fare» 

«E cioè?» incalzai.

 «Portarla alla madre come mi disse, nel caso fosse successa una disgrazia, che avrei dovuto dirla incidente nel lavoro, raccomandandomi di tagliare la foto per non mostrare la Lilli che gli dava la mano. Quella mano che era l’invito della morte stessa…» 

E di nuovo la mia coscienza tornò a ribellarsi. «Perché dirglielo?» pensai. «Perché non lasciare la Gina nella speranza che il figlio fosse ancora vivo? A cosa sarebbe servito spegnere anche l’ultimo lume di speranza?»

Giunti al portone feci chiamare il priore da Lorenzo, un nuovo novizio appena giunto al convento.

Spiegai al nano: «Dobbiamo chiedere al priore il permesso di entrare».

E lui: «Priore? Dal nome sembra un prete!»  E io: «Per forza siamo in un convento non è mica il municipio!» Lui fece un passo indietro contrariato.

«I preti mi guardano sempre storto!!» esclamò. Poi declamò contorcendosi tutto: «E io mi storco, poi resto fermo come un mandorlo o un vecchio olivo, così li faccio contenti.» E, dopo buffi contorcimenti del corpo, prese alla fine, la posa di un albero. Mi fece sorridere. Sebbene non avessi voglia di scherzare, ribattei: «Ma così spaventi!!» E lui: «Lo so… sa cosa mi disse una volta una signora, una bella signora che era col prete?»

 «No, cosa disse?»

«Che ero brutto e indimenticabile come il peccato originale. E io risposi: “Indimenticabile, signora… dice bene, perché una volta assaggiata la mia mela non se ne può fare più a meno!”» Non potei che sorridere ancora. E lui con me. Poi chiesi: «Non mi hai detto come ti chiami». 

«Non me lo ha mai chiesto!» rispose.

«Lo chiedo ora»  

«Pablo, el clown mas hermoso» e prese a canticchiare un’arietta sconosciuta.

 «Ho capito… ho capito Pablo, dimmi, conoscevi bene Fausto?»  Tornò molto serio, quasi calò una maschera tragica sul volto, come solo i clown sanno fare. Rispose: «Era l’unico amico. Un uomo sincero, leale e generoso. Mille volte gli dissi di lasciare lei e il circo. Non era fatto per quella vita. E in che mani era! Lui, ai miei consigli, chinava il capo come pentito, poi continuava a lavorare per farla contenta, in un numero che lei voleva sempre più emozionante! Il resto lo sa.» 

«Dov’è il tuo circo ora?»

«Ha la tenda a ****. Ma solo per carnevale».

«E lui dov’è sepolto?»

«A Nizza, dove ci fermiamo per l’inverno.»

In quel mentre comparve il priore, tutto intabarrato e con uno scialle nero fino al naso. Si scusò: aveva l’influenza e non poteva stare al freddo.

Gli presentai il nano che lo guardava con diffidenza e a distanza. Gli esposi in poche parole sia il motivo della visita, sia le mie perplessità sulla necessità di far sapere alla Gina la morte del figlio. Condivise in parte all’inizio, poi concluse: «Sapendo la verità, però, potrà meglio e più meritoriamente pregare per lui, agevolando la sua espiazione in Purgatorio.»

Avrei dovuto aspettarmelo. Mi pentii di non aver convinto prima lui, il nano, che un giuramento può essere disatteso a fin di bene. Me ne andai indispettito, lasciando i due che non vedevano l’ora di separarsi.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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