C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. X – RIVELAZIONI

«Contento della rinascita di Anselmo?» chiesi ad Alberto, già pronto a partire verso la sua nuova sede, con una semplice borsa come bagaglio. In attesa del taxi, sedevamo su una panchina del viale, sotto quel mandorlo già testimone di una triste separazione. 

«Sì, ma, purtroppo, la storia non è finita!» 

«Non capisco.» 

«Tu, professore, non conosci la storia tutta intera!» mi disse con aria misteriosa. 

«E già» riconobbi con rammarico. Con un tono tra stuzzico e rassegnazione, aggiunsi: «Sebbene abbia fatto di tutto per conoscerla a fondo, non ci sono riuscito, ma spero sempre che, prima di partire, tu mi racconti le parti mancanti. Questa vicenda di Anselmo così tardoromantica, non nuova ma vicina, reale, mi ha preso; mi sembra di viverla con il protagonista e, come nei bei film, voglio stare con lui fino alla fine.» Lo dissi guardandolo dritto negli occhi perché vedesse nei miei che non vi era curiosità, solo sincera volontà di capire.

Lui sorrise e si guardò le mani, come faceva prima di iniziare un discorso serio: le apriva a libretto e pareva leggervi qualcosa. I ragazzi, a scuola, fanno così nel compito in classe, quando scrivono nomi e date da ricordare. Poi, segnando sulla panchina col dito indice, lentamente, il numero uno, disse: «Come in molte storie, anche qui non c’è un solo protagonista…» Un attimo di silenzio e continuò: «Intendo il numero uno assoluto. I personaggi intorno ad Anselmo, che ne hanno favorito il dramma tanto da innalzarlo al ruolo principale, sono essi stessi comprimari importanti. Senza di loro non vi sarebbe stata la storia, e senza di loro, la storia non si concluderà.»

«Sono confuso e un po’ deluso…» confessai, cercando di assumerne il tono.

«Lo capisco, ma, per parlare chiaro, senza Elisabetta non ci sarebbe stata storia e non vi sarebbe stato Anselmo come l’hai conosciuto.» 

«E chi è Elisabetta?» chiesi stupito. 

«La famosa signora di cui hai sentito parlare come la causa di tutti i suoi guai» rispose.

«Ah! – esclamai- “quella”!! La Gina la chiama così… l’innominata! Tu l’hai conosciuta Alberto?»

Il giovane si alzò, fece un giro intorno alla panca su cui eravamo e tornò a sedersi con precauzione, attento a non sporcare la tonaca. Tornò a guardarsi i palmi delle mani e poi chiuse subito i pugni dicendo: «Conosco molto bene Elisabetta… Molto bene… Tutto nacque da una tempesta nella sua personalità. Una drammatica caduta nel peccato. Persino i santi ne sono stati vittime. Leggi le “Confessioni” di Sant’Agostino e capirai. Un momento della vita, nel quale chi crede di aver trovato l’amore a lungo sognato, non riesce a dominare la rabbia contro tutto il mondo che vorrebbe portarglielo via. In un’anima per natura estroversa, passionale, come quella di Elisabetta, si scatenò una forza autodistruttiva tesa a colpire proprio il simbolo di quell’amore, confidando in una vendetta che trascinasse tutti nel fango. Nel peccare ha attinto all’elenco di tutti i peccati capitali salvando solo l’avarizia e la gola. Ora, come meta della sua vita, dopo la ritrattazione e gli sconsiderati atti di disperazione su sé stessa, vuole essere perdonata da Anselmo, essere liberata dal suo perdono solenne…»

«Beh, credo che Anselmo l’abbia fatto, anzi non ne dubito minimamente!» notai con convinzione.

«Certamente l’ha fatto, ne sono testimone, perché proprio io sono stato portatore del suo perdono presso di lei!»

«E allora cos’altro vuole?» dissi con l’aria di parteggiare per lui.

Alberto si alzò di nuovo e, braccia dietro la schiena, fece alcuni passi tradendo un nervosismo che contagiava. Da seduto mi trovai quell’irrequietezza nelle gambe che prende chi è in ansia. Quando lui tornò a sedersi, anch’io mi calmai. Con una espressione molto seria, disse: «Il fatto è che il perdono che ho portato io non le basta, lo vuole da lui direttamente, “dalla sua bocca e dalle sue mani”, come mi ha detto.»

«Beh, forse che Anselmo non sarebbe d’accordo?» obiettai candidamente.

«Lui vorrebbe, ma la teme, e il priore non fa altro che alimentare questo sentimento. Ritrovarsela davanti con l’angoscia di assistere a scomposte reazioni di lei!! Ma lo vorrebbe, lo so.»

«Perché, tu credi ancora a qualche colpo di testa?» chiesi incredulo.

Mi guardò in modo strano, pareva scrutare se ci fossero rassicuranti segni di sincerità sul mio volto, segni che lo convincessero a rivelarmi confidenze molto delicate.

Dovetti superare l’esame perché, con tono sicuro, disse: «In questa sua ostinazione, anche io ci sento una minaccia. Prima di venire qui ero a Castellalto. Mi ha cercato e l’ho incontrata. È sempre più decisa. Ha minacciato un’altra azione delle sue… Sembra ancora convinta che Anselmo le appartenga, come uomo e anche come religioso. Suo, anche nella nuova veste di strumento di perdono. E ossessivamente al centro dei suoi pensieri. Ne segue persino i movimenti nelle rare uscite di Anselmo fuori convento…»

«Cas… pita, ora capisco chi fosse la donna, il giorno del patrono, quella che hai stoppato nella piazza!!» esclamai, battendomi una mano sulla fronte.

«Sì, proprio lei!! Voleva raggiungerlo a tutti i costi. L’ho dissuasa promettendole, infine, un incontro in luogo adatto.»

«Beh, ma cosa può fare se non riesce ad avere questo perdono… dalle sue mani, come dice?» 

«Mi vergogno a dirlo, ma ormai… Ha minacciato di spogliarsi nuda in chiesa, durante una funzione religiosa, nella quale lui sia presente e di restarlo fino ad ottenere il perdono come lei desidera, lì davanti a tutti…»

«Questa poi!!» esclamai «non si rende conto che così finirebbe al manicomio!!»

«Non lei, ma io ci finirò se non risolvo questo dilemma!» esclamò Alberto a sua volta, saltando su con un piglio di giovanile ribellione che mi piacque molto.

E venne spontanea una domanda: «Ma scusa Alberto, come mai tu sei così dentro questa storia?» 

Si allontanò un po’ dalla panchina, fino a raggiungere un rametto fiorito del mandorlo e senza romperlo, prese ad esaminarlo. Pareva vi leggesse sopra. Il tono di voce si fece debole e triste: «La prima moglie dell’uomo che ha sposato Elisabetta in seconde nozze era mia madre. Morì quando avevo dieci anni. L’anno dopo, Elisabetta entrò in casa pendendo il suo posto. Non credere che mi trattò male, anzi mostrò nei miei confronti una benevolenza… non oso dire amore. Dopo i fatti clamorosi che seguirono, non credetti possibile fosse la stessa donna. L’atmosfera familiare con questa seconda madre, ben diversa dalla prima, presto diventò un inferno. Ma non per colpa sua. Mio padre era uomo incapace di amare, di comprendere il mondo femminile e la famiglia. Violento e sregolato, fu causa indiretta della morte di mia madre, quella vera… così docile… sempre a subire! Non voglio descriverti come ci trattava, io bambino, quando raramente rincasava. Urla e persino minacce…  Lo temevo. Elisabetta invece, non fu così remissiva. Si rese presto indipendente e diede sfogo alla sua personalità artistica e alla sua gioventù così disprezzata. Con la bellezza e il fascino che ancora possiede, non ti sarà difficile capire che allora si attorniò di innumerevoli amicizie. Lei cercava di non trascurare nulla per la mia educazione, ma presto non ne potei più di stare in una casa dove ogni incontro, tra lei e mio padre, era litigio. Mi sentivo un estraneo. Chiesi e ottenni di frequentare un collegio a Roma… Vissi il mio quattordicesimo anno nel pieno dello scandalo. I giornali, specie politici, servirono al pubblico piatti speciali sulle accuse portate ad Anselmo e al convento, condendole con spezie piccanti: medievali, surrealiste, decadenti. Insomma, un’orgia, per godere della quale anche gli analfabeti impararono a leggere! Ero nell’età in cui si sceglie il proprio futuro. Stavo entrando in una adolescenza piena di dubbi, dai quali un onest’uomo, non prete ma un filosofo, insegnante al liceo, si adoperò per farmi uscire. Intuita la mia propensione per l’analisi interiore, assicuratosi che il nascente concetto d’amore era in me concepito come ideale assoluto, mi consigliò la lettura dei testi filosofici di sant’Agostino. Diceva che non avendo resistito alle tante delusioni e dolori di una esistenza da filosofo, Agostino aveva scelto di lasciarla per rifugiarsi nella teologia. Insomma, un’esperienza vissuta e scritta da una mente analitica fine, che mi avrebbe aiutato a fare chiarezza su quale strada scegliere: la filosofia o la religione. La lettura delle “Confessioni” mi prese totalmente con il fascino di un percorso di luce. Sentivo che l’episodio di Elisabetta, mia seconda madre, poteva essere occasione per chiarire i due grandi enigmi che sempre si presentano nell’adolescenza: la Verità e l’Amore. M’informai su tutto quanto scrivevano i giornali, visto che lei non si fece viva se non con una lettera in cui era scritta una sola parola: “perdonami”.» Alberto tacque per nascondere la commozione. Io attesi muto che riprendesse il controllo. Dopo un po’, sempre col suo rametto fiorito tra le mani, che pareva ne contasse i fiori, proseguì con tono di voce più decisa e serena. 

«Quando vidi la foto di Anselmo sul giornale che riportava la vicenda, mi ricordai di una visita con la scuola, per una mostra di pittura, al convento di Castellalto, dove lo vidi per la prima volta. Ebbi la stessa impressione di allora: un uomo che tutto poteva aver fatto, meno quello di cui era imputato. In quel periodo, lessi le epistole di Agostino. Una mi colpì perché diceva più o meno così: “Se correggi fallo per amore, se perdoni, perdona per amore”. Da allora sentii profondo il desiderio di servire Dio. Questo precetto non lo dimentico. È al centro della mia volontà. Il resto della storia lo conosci.»

Stavolta fui io che mi alzai per raggiungerlo. Tutto si era chiarito di colpo e volevo anch’io la mia parte nella conclusione. Dissi: «Non mi stupisce… non mi stupisce più nulla adesso… Dopo l’epilogo della relazione con tanto scandalo e dolore per tutti, hai sentito come un dovere portare premure e attenzioni ad Anselmo, un impegno riparatore per il male che Elisabetta gli ha fatto. La missione era di recuperarlo, sia per lui, sia per alleviare la colpa di una donna che per sangue, non ti è niente, ma per fascino… Perché, Alberto, Elisabetta anche tu l’ami, vero?»  E prima che replicasse lo fermai: «Aspetta!!… un amore fatto di riconoscenza per essere stata una buona seconda madre, che ha rispettato e difeso la memoria della prima, ma in più, come vecchio peccatore, ci sento anche un pizzico di attrazione fisica nei confronti di una donna affascinante, dalla personalità demoniaca e angelica allo stesso tempo. Tutti i tuoi tentativi per far prevalere la seconda, sono anche per scacciare la tentazione di pensarla come la prima. Vuoi redimerla, portarla alla normalità di una vita illuminata dalla Grazia divina, in modo che tu possa sentirti autorizzato dalla coscienza a frequentarla ancora nei tuoi pensieri. Mi sbaglio?»

Alberto tacque, tornò a sedersi fissando, impassibile, il fondo dello stradone dal quale doveva salire il taxi. Non l’imitai ma mi piantai davanti a lui con decisione, quasi di prepotenza e continuai: «Alberto, hai fatto più del dovuto. C’è un limite credo, anche alla carità verso il prossimo. Anselmo è tornato ad essere lui, lascia che le cose seguano le volontà di due esseri umani, che debbono essere lasciati liberi di scegliere. Si chiama, se non sbaglio, libero arbitrio, no?»

In quel mentre, arrivò il taxi e lui si alzò per raggiungerlo. Mi guardò, sorrise e prima di scomparire nell’auto disse: «Vorrei poter rinunciare al mio libero arbitrio se questo mi darà la certezza di non commettere il male!» 

Mentre me ne tornavo al convento per salutare la Gina, notai un movimento dietro il basso muretto di cinta: un blu svolazzante verso il fitto del bosco. La piccola Carla non aveva potuto resistere a vederlo, forse, per l’ultima volta.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

————————————————————————————————————————————————————-

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *