C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VIII – NOMEN HABERE VENUS

Nella notte dell’Epifania la befana portò un regalo: la prima debole nevicata. Il freddo intenso mi convinse a rinforzare il riscaldamento. Acquistai e allestii in fretta e furia, nel vano scale al pianterreno, una enorme stufa a legna per un riscaldamento generale con particolare indirizzo: la camera da letto al piano superiore. Avrebbe supplito, in parte, alla funzione della stalla nei tempi in cui almeno sei bestie erano ospitate. Solo in parte – e lo sperimentai- perché di notte la stufa si spegneva mentre le bestie avrebbero continuato a mandare calore, insieme a quell’aroma, del quale abbiamo perso memoria, sostituito dal più gradevole odore di legna bruciata. E il letto restava gelato. Imparai così a riutilizzare “prete (e monaca)”, abbandonati dai vecchi proprietari. Fui soddisfatto dell’allegorico conforto religioso e mi sforzai d’immaginare che dovesse essere tutto come un tempo. Non ci riuscii. Sebbene il “prete”, nel letto, svolgesse il suo ufficio egregiamente immagazzinando molto calore nella lana prima di essere tolto, avvertivo ancora forte un’assenza. Quella animale. Avrei voluto sentirli vicini, buoi e mucche, nel loro più antico manifestarsi sacro e profano insieme. E una sera giocherellando nel dormiveglia con tali pensieri, mi ritrovai in piena atmosfera biblica. Alla cacciata dall’Eden – ricordai- per ripensamento divino, toccò a loro essere donati all’uomo per alleviarne il sudore, nella lotta per l’esistenza: lui forte nel lavoro, lei generosa nel primo alimento, preziosi entrambi coi loro scarti provveditori di crescita per piante e sementi. Con quale ricompensa? Sacrificati sull’altare di riti propiziatori e destinati allo stomaco dei sacerdoti! E dopo questa riflessione, conclusi ad alta voce: «Ecco perché gli ebrei, impazienti, avevano eletto a divinità un vitello d’oro, devoti al possente simbolo di un animale provvidenziale nell’esodo!» E subito dopo, per pareggiare la digressione religiosa sul Vecchio Testamento aggiunsi: «Ma non è stato trascurato nemmeno dal cristianesimo, visto che il bue è stato usato nella mangiatoia per riscaldare Cristo bambino!» La notte sognai addirittura che nella stalla ci fossero le bestie! Nel sonno mi parve persino di sentirle muggire… E invece mi trovai sul letto il gatto che, ormai imborghesito, avanzava pretese: dormire al caldo della casa!! Gli concessi lo scendiletto di lana.

Il mattino seguente dormii fino a tardi favorito dall’ovattato silenzio che solo una nevicata può creare. Sceso in basso, accesi stufa e camino. Dal cielo cadeva ancora qualche fiocco che accarezzava il vetro della finestra come saluto mattutino. Uscendo per andare alla legnaia, scoprii alcune orme intorno a casa e soprattutto nell’atrio davanti all’ingresso. Erano orme di scarpe di piccola taglia. “Mi è venuto a cercare uno gnomo come nelle favole o è di nuovo il cercatore di monete?” mi chiesi. 

Appena vestito mi diressi al convento con l’intenzione di verificare i progressi fatti da Anselmo. La strada era appena innevata. Si camminava bene. Mi aprì la Gina informandomi che il priore era in paese e che Anselmo si trovava…. in cucina. «Toh!» esclamai «E cosa ci fa in cucina!?» Lei mi fissò con sospetto, incerta se rispondere o no. Si guardò intorno per accertarsi che nessuno ci spiasse, poi sottovoce, con un mezzo sorriso che sapeva di confidenza, rispose: «Mi vuol fare il ritratto… Io non voglio… se lo sa il priore mi sgrida.» «Sgrida? E perché?» chiesi io stupito. «Non lo so… ma non vuole…» «Posso vedere Anselmo?»  chiesi. «Venga…» e mi fece cenno di seguirla. 

Entrai nella cucina, unico posto caldo del convento. Salutai il frate che accanto al tavolo aveva posto un piccolo cavalletto e stava tratteggiando qualcosa sulla tela. Quando entrai sembrò felice di vedermi. Lo trovai sereno, ben pettinato nei lunghi capelli, occhi limpidi, tutto ravvolto in un maglione nero e con un grembiule sul davanti da sembrare un cuoco. Rivolto a lui esclamai: «Sono proprio contento di vederla all’opera di nuovo e stavolta, mi ha detto la Gina, alle prese con immagini umane!» 

 Si rabbuiò per un attimo come lo ricordavo i primi tempi poi rispose con sicurezza: «Sì, vorrei tornare alle forme umane. Devo provare se la mano ubbidisce a questo mio desiderio.» 

Capii cosa volesse dire e con enfasi declamai: «Lo deve fare Anselmo, anche Alberto mi ha detto che questo ritorno alla forma umana è decisivo per riprendere ispirazione, è il superamento del buio, la riconciliazione con l’umanità, la cancellazione di un brutto periodo e la migliore richiesta a Dio per essere aiutato!» L’invito accorato in cui avevo cercato di mettere insieme due fedi, arte e religione, sebbene un po’ troppo carico, sembrò funzionare perché mi guardò con un sorriso di gratitudine. La Gina non aveva capito gran che ma, contagiata dall’approvazione di lui, annuì, poi abbassò il capo e mormorò: «Però il priore non è contento…» Sul volto di Anselmo tornò di nuovo una nuvola scura. Cercai di rimediare rivolgendo alla donna una spiegazione non brillante ma credibile: «Perché teme per la sua salute e non vuole che si rimetta subito al lavoro dopo quel bel quadro del chiostro che ha destato l’ammirazione dei confratelli e dei visitatori venuti dalla città. Ma qui, riparato e al caldo, sono certo che il priore cambierà idea. Gliene parlerò io…»

Sembrarono sollevati entrambi da questa mia intercessione che sospettai sopravvalutata negli effetti. Lasciai il frate al lavoro, con la Gina tutta in posa, seduta sulla sedia. 

La mattina del giorno successivo, decisi di scoprire il visitatore sconosciuto che aveva lasciato le impronte, nel caso fosse tornato a gironzolare intorno casa. Indossato il vestaglione di lana grezza, dopo aver acceso il camino, mi appostai dietro la finestra. Aspettai con pazienza. Dopo un po’, l’acqua che aveva iniziato a bollire nel paiolo, mi ricordò che serviva per farmi la barba. Dovevo alzarmi. Indugiai per fare un buchino col dito nell’appannatura del vetro attraverso il quale potevo scorgere meglio l’atrio esterno. Avevo appena terminato che sentii dei passi scricchiolare sulla neve gelata. Due o tre passi poi silenzio. Prima in allontanamento poi di nuovo in avvicinamento verso la finestra dietro la quale ero appostato. Mi aspettavo qualche mendicante, un venditore di legna, invece comparve, come dal nulla, il viso di una ragazzina bionda che tentava di vedere all’interno. Mi avvicinai di più e quando i due volti, nel reciproco intento di vedere al di là, si scontrarono nel vetro riconobbi Carla, la ragazza che mi recapitava i messaggi di Alberto. Udii un gridolino di paura e il viso di lei si ritrasse spaventato. Certo non doveva sembrare attraente il mio faccione, barba lunga e capello arruffato di primo mattino, ma scappare così!! Uscii dal portone e gridai: «Fermati, Carla sono io…. Il professore… Non aver paura. Cerchi me?»  Lei, sempre con la mantellina blu, aveva preso a correre verso il viale. Si fermò e rispose: «No, sì, volevo vedere se c’era lui… Il frate giovane… Alberto…» Rimasi perplesso. Intuii qualcosa di strano e dissi: «No, non c’è, perché lo cerchi? Vieni qui a scaldarti che ne parliamo.»

Carla indugiò un attimo poi tornò sui suoi passi e si avvicinò. La feci entrare e sedere vicino al camino. Si accomodò, tirò su i calzettoni di lana un po’ scesi, il viso e le mani arrossate. Mi disse: «Al convento lui non c’è più…. Credevo fosse qui… So che lei è suo amico.»

«Sì, ma non c’è… è fuori! A Roma credo, perché lo cerchi?» 

«Per aiutarmi nei compiti… Domani torno a scuola e volevo farli vedere…»

«Solo per questo?» chiesi con tutta la dolcezza che mi era possibile.

«Il Latino mi piace… mi preparo prima perché voglio un bel voto…» disse prendendo l’attizzatoio dal camino e cominciando a frugare tra le braci.

La luce rossastra della fiamma ravvivata di colpo, le colorì le gambe nude e aperte per scaldarsi fin sopra le ginocchia.

«Quanti anni hai?» le chiesi. «Quindici ma tra un po’ sedici…» rispose decisa.

Così dicendo, aprì la mantellina simulando improvviso calore ma forse per mostrarsi. Indossava un maglione bianco che metteva in rilievo i seni già di bella forma e ingranditi dallo spessore della lana. La gonna era nera, spessa e corta. Le gambe bianche, snelle, inquietanti nel contrasto col nero della gonna. Il viso, tornato al colorito normale, era dolce come lo ricordavo il primo giorno, ma lo sguardo diverso: inquieto, sfuggente, alla cerca di qualcosa.

«Inutile che guardi intorno Alberto non c’è. Non so se tornerà. Tu sai che lui è un religioso quindi la sua vita è segnata e anche il suo luogo di residenza può cambiare da un momento all’altro.»

Pronunciai le parole come una sentenza, quasi con cattiveria anche per scacciare da me la seduzione di quella forma femminile estranea al mio eremo. Persino il gatto stava allerta vicino al camino! 

«Non può lasciarmi qui da sola…» gemette all’improvviso portandosi le mani alle guance.

«Ma Carla, tu hai una famiglia… non sei sola!» replicai con comprensione.

«Con lui mi sentivo di più… di più…»

«Amata, forse?» azzardai con prudenza.

Lei non rispose. Mise su un broncetto che pareva un inizio di pianto. Ebbi paura nel ricordo del ragazzo suicida nel pozzo. Allora dissi: «Comunque, so che tornerà presto e potrai riprendere le tue lezioni…» 

«Dice davvero?» esclamò rasserenandosi.

«Certo, te lo prometto!»

Si alzò in piedi e mi stampò un bacio sulla guancia. Lo presi come uno schiaffo. Tutto confuso l’accompagnai alla porta e la salutai mentre già correva sulla neve. E avrei voluto fuggire anch’io una voce appena nata che ripeteva: «Ci risiamo, Venere ritesse la sua tela è il disegno è lo stesso!» Per un’improvvisa suggestione pagana, scoprivo che ovunque e comunque, quella dea dominava sempre. Prepotente, infaticabile. E per quanto mi riguardava, sembrava pretendere la mia presenza se non più come protagonista, come testimone. “E pensare che volevo imitare gli eremiti per stare lontano dal mondo! Ma dove riparare, se anche nei monasteri lei, sempre lei, compare all’improvviso?” mi chiesi deluso.

Queste riflessioni segnavano un punto di avvicinamento alla misantropia dello scultore. Che visitai nella tarda mattinata. Avendo trovato la porta aperta entrai nel suo studio senza preavviso. Stava ancora ritoccando la forma in creta della “bambina che coglie i fiori” come l’avevo battezzata. «Proprio lei!!» mi scappò di esclamare all’indirizzo della statua. Lui sobbalzò appena, senza guardarmi e io mi affrettai alla correzione: «Mi riferivo alla scultura, pensavo che l’avesse finita. Mi hanno detto che la modella è una sua parente, si chiama Carla, vero?»

Lo scultore alzò gli occhi dal suo lavoro, solo gli occhi, che si accompagnavano bene alle parole pronunciate con durezza: «Ma tu figlio, non sarai per caso della polizia? O, meglio, un qualche giornalista che vuole inventarsi misteri per scandalizzare e soddisfare questo mondo pettegolo e cattivo?»

Feci un passo indietro per la sorpresa. Con tutta l’aria offesa di cui ero capace, risposi: «Non mi sono sembrati misteri le storie che ho scoperto dato che tutti le conoscono e non le reputano tali. Poi odio i giornalisti, certi giornalisti, almeno quanto lei e non leggo più nemmeno i giornali. Sono solo coinvolto dalle vicende umane che via via, mio malgrado, mi stanno avvicinando alla sua visione cristiana dell’umanità. Poliziotto poi!!» e lasciai intendere che mi guardasse addosso, e giudicasse dall’aspetto. 

Se ne stette zitto per un po’ e temetti, come suo solito, il silenzio ad oltranza, invece: «Questa ragazza è una trovatella che sedici anni fa lasciarono in fasce sulla porta del convento e che proprio io raccolsi. Dopo qualche settimana, fatte le ricerche e sentiti i parrocchiani, si trovò di accasarla presso una coppia di contadini benestanti senza figli. Non fu facile, ma ci riuscimmo con l’aiuto di Dio. Da allora tra il popolo, non sono certo se per malizia o riconoscenza, la dicono mia parente. Carla la battezzammo, col nome del santo del giorno in cui la trovai. La ragazza, credo che ancora non sappia nulla della sua origine ma sospetti da mezze parole, allusioni… Si sa come è la gente… Forse a lei ha chiesto qualcosa?» 

«No… no!» mi affrettai a negare «ho saputo della parentela, diciamo così, quando l’ho incontrata per gli auguri di Natale con Alberto.» 

«Sì, Alberto l’aiuta qualche volta nei compiti» ammise «è molto intelligente e volenterosa. Sembra voglia a tutti i costi imparare per emergere, ma lontano da qui… Credo che senta qualcosa dentro di sé che l’attira lontano. Io cerco di assecondarla e per questo che ho concesso ad Alberto di seguirla e magari indovinare se ha la vocazione per il convento…»

Rimasi interdetto da quest’ultima trovata. Volevo rispondere che a me non pareva proprio che ci fosse il convento nei sogni di Carla! Tacqui, pensando che avrebbe scatenato chissà quali conseguenze e quindi sostenni l’idea: «Saggia decisione. Nessuno come Alberto può essere d’insegnamento nella scelta della via migliore per i giovani!» Poi, forte dell’attestato di riconoscimento appena pronunciato nei suoi riguardi, ricordando la promessa fatta in cucina, bleffai dicendo: «Saggia, come del resto quella che lei ha preso per incoraggiare Anselmo a ritrovare il suo talento ritrattistico da anni trascurato. Una mossa lungimirante, certo intesa, se non a diminuirlo nel tempo, almeno ad alleviare il cammino d’espiazione che ancora l’aspetta.» Volevo far intendere che approvavo la sua tutela nei confronti del confratello senza cedimenti e limiti di tempo, ma che davo per scontato il ritorno di lui a dipingere forme umane come conseguenza di una sua decisione. 

Non so se indovinò il trucco dialettico ma sembrò soddisfatto. Nella manona, il piccolo cucchiaio riprese a cesellare sulla creta la figura della bambina che come le altre figure, e questa ancor di più, era molto felice nelle forme ma inespressa nel volto.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

————————————————————————————————————————————————————-

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *