C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VII – TORNA L’ARTE

Fui avvisato da un amico di passaggio che, per il prossimo Natale, sarei stato onorato di una visita da parte di vecchie conoscenze che, complici le buone previsioni meteo, avevano deciso di verificare se facessi quella “buona vita” che si diceva. Cinque in tutto, me compreso. Non potevo rifiutami, pena chissà quali sospetti! Dall’unico bar del paese telefonai a Gianni, vecchia conoscenza che immaginavo promotore dell’iniziativa, informandolo che accettavo con piacere l’autoinvito fissato per Santo Stefano. Sapendo che, in fondo, quello che muoveva tanta premura era l’aspetto culinario, chiesi alla Gina di prepararmi, a crudo, una serie di arrosti che avrei poi cotto nel forno di casa. Volevo convincerli che oltre al buon cibo, altro non avrebbero trovato per invidiarmi il soggiorno. Contavo che Il freddo nella casa, mai sconfitto dall’unico, fumoso camino, mi sarebbe stato alleato: li avrebbe dissuasi dal trattenersi a lungo. L’ordinazione fu accettata dietro compenso per la cuoca e sotto forma di dono natalizio. In convento, nella tipica frenesia festaiola che precede il Natale, niente d’insolito saltava agli occhi, tranne un discreto accumularsi, in cucina, di donazioni dei fedeli, soprattutto in natura. Con un presepe striminzito, la cucina grassa e odorosa attirava più della grotta di Betlemme! Era meta di continui pellegrinaggi anche da parte di tre nuovi frati che, per le feste, come i Magi, si erano trasferiti dalle loro sedi nel convento per …. “dare una mano”.

Alberto improvvisamente partito, aveva lasciato solo un biglietto di auguri consegnatomi in casa da Carla, la bambina aiutante all’organo, che lo aveva definito “carino”. Prima degli auguri raccomandava, in due righe, di far visita ogni tanto ad Anselmo che mostrava di gradire la mia presenza, e stimolarlo, se possibile, nella ritrovata voglia di dipingere. «Toh!» mi dissi «il novizio è persino riuscito a risuscitarlo nell’arte!»   

Così, il mattino di Natale, limpido e freddo, cercai Anselmo. Lo trovai nel chiostro, in un angolo, in piedi davanti a un cavalletto che esibiva una tela e un acquerello appena iniziato. Tema del lavoro: uno scorcio del colonnato col pozzo in primo piano. Lo salutai e gli chiesi se non sentisse freddo. Rispose, con quella sua voce limpida da ragazzo, che da poco avevo imparato a conoscere: «Non ho freddo al corpo ma alle dita. Per il fondo che intendo realizzare ora, non importa essere precisi, riesco a farlo anche con le dita dure… sì, senza problemi. Poi oggi c’è il sole professore, so che anche lei ama il sole!» lo disse sorridendo e ne provai gioia. Risposi: «Chi non lo ama Anselmo? È come la verità, splende su tutto sebbene gli uomini spesso la vogliano nascondere! Forse perché è troppo luminosa e l’uomo con la sua vista debole non la sopporta!» Mi pentii subito di questa considerazione che sembrava voler rammentare le sue disgrazie. Non gli diedi tempo di rispondere. Mutando tema e tono aggiunsi subito: «Ma oggi è Natale e so che la Gina ha fatto miracoli in cucina! Non ho visto il priore ma ho lasciato per voi un piccolo peccato di gola da consumare alla fine del pranzo. Buon Natale!» Lui mi guardò e rispose al saluto senza dire altro.

Nella tarda mattinata, la temperatura era salita grazie a venti da sud, ma con un presentimento nell’aria di mutamento imminente. Pranzai in compagnia di un gatto randagio che attirato dal profumo di un pollastrello arrosto, anticipato in prova per l’indomani, restava sulla porta, aperta per il fumo, indeciso tra la paura e la fame. Via via che spolpavo il pollo, gliene lanciavo pezzetti che afferrava al volo con un’energia inimmaginabile vista la magrezza. Insaziabile, macinava le ossa da far invidia a un cane! Non mi trattenni da alcune riflessioni sulla fame che approdarono alla conclusione: «Presente lei, ogni altro problema diventa insignificante, ogni timore, che non sia la fame stessa, svalutato. Sola la sessualità può stargli alla pari!». Pensiero certo non profondo, lo riconobbi, ma non inutile come promemoria! 

Nel pomeriggio preparai per la visita programmata l’indomani. Speravo che gli ospiti arrivassero solo per l’ora di pranzo e fu così. Alla mezza erano lì sulla porta a protestare per le scarse indicazioni che avevo dato. Per trovarmi era stato necessario sentire due contadini della zona.

«Ti fai chiamare professore adesso?» esclamò Ottavio, bancario in pensione entrando con un pacchetto sottobraccio che rivelava un panettone. 

«Che clinica dirigi? O sei solo professore di scuola campestre!» commentò ironico Antonio ex maestro didattico, con altro pacchetto dall’aria di un torrone. Gianni e sua moglie, unica donna, molto più giovane di lui, nudi di regali, salutarono e nulla dissero, rapiti dal profumo d’arrosto che proveniva dalla cucina commentato con sonore sniffate ed esclamazioni compiaciute. 

Dopo il pranzo, molto apprezzato, tutti si congratularono con me e lodarono la mia vita da “eremita gaudente”. Gianni, famoso pettegolo della compagnia, mi chiese: «A proposito di conventi ed eremiti. È vero che qui, al vicino convento, c’è quel famoso frate… di quella storia con la signora**** che ora, da noi a Castellalto, si vede raramente in giro. Il marito è morto da poco, lo sai? Anche il figlio della prima moglie di lui, morta giovane, non si vede più in paese… Lei è rimasta sola: vive con una gran quantità di domestici come una contessa… Beh! i soldi non gli mancano! Però la salute… Soffre nella vista, mi disse Leo il farmacista… una malattia agli occhi. È ancora bella e frequentata da artisti famosi… Come fece a confondersi con un frate!!! Come le era saltato in mente di… con tanti ca…» e qui si trattenne dopo uno sguardo alla moglie che sembrava invece delusa dalla castrazione verbale: «Sì, insomma, con tanti uomini a disposizione che sarebbero stati contenti di far becco quel ricco sbruffone del marito, pace all’anima sua, è finita in un melodramma settecentesco alla Diderot, con accuse, finto suicidio. E poi tutto…  in una bolla di sapone! Dì, lo sai se lui, il frate, è vivo ed è qui?»

Fino a quel momento avevo dimenticato che Gianni, da anni, dopo l’insegnamento, si era trasferito proprio nella cittadina di Castellalto poco lontano dal famoso convento nel quale Anselmo aveva vissuto il suo dramma. Mi sentii, d’improvviso, defraudato di una storia che credevo essermi conquistata da solo e che mi dava il diritto di possederla come una scoperta archeologica di valore che si vorrebbe tutta per sé, gelosi anche di mostrarla ad altri. E anche infastidito. Quello spettegolare sul dramma dei due, apriva alla sensazione, nuova e sgradevole di una delicata umanità insidiata, imbrattata; trascinata nella polvere delle strade, nel tanfo delle osterie o tra il vociare dei mercati dove ogni confidenza viene ripetuta per improvvisate, false sordità, inventate solo per arricchire la menzogna. Moltiplicata poi, sempre, nel contagio di bocca in bocca. Provavo rabbia nel sentire quanta superficialità, quale disprezzo nel trattare la storia dei due! Si coglieva solo l’aspetto teso a impressionare, suscitare stupore, morboso interesse motivato a soddisfare aggressività e narcisismo. 

«Non so niente -mentii- frequento raramente chiese e conventi come sai! Di eremi ho il mio privato, mi soddisfa e soprattutto mi tiene lontano dalla gente…»

Ottavio aggiunse: «E t’invidio, non per l’eremo ma per la tua resistenza alla solitudine. Sarà che io ho passato una vita in banca ma non ce la farei a non sentirmi vicino qualcuno, ogni tanto…»

«Se per questo» replicai, «ce l’ho anch’io qualcuno… ogni tanto.»

«Sììì?» incuriosì subito la moglie di Gianni in gran calore «e chi è?… una donna suppongo. Magari tutta natura come piace a te!!»

«No», riposi asciutto con aria mesta… «un fantasma!»

Allo stupore che seguì, lei, ripeté «Un fantasma? Stai scherzando!»

«Purtroppo no…» E raccontai, in sintesi, la storia del pozzo e del ragazzo morto.

Dovetti farlo in maniera convincente perché da quel momento l’atmosfera mutò. Tutti parvero non credere alla storia, ma l’invito fatto alla morte e ormai seduta al tavolo della conversazione, fece il suo effetto. Il freddo fece il resto. Dopo mezz’ora se n’erano andati tutti.

Nella settimana che precedette il Capodanno, a giorni alterni, visitai Anselmo. Complice il perdurare delle temperature miti, aveva finito di dipingere il chiostro. Il quadro mi pareva ben fatto, l’atmosfera di silenzio e religiosità del luogo si sentiva tutta nel colore e nei volumi dell’inanimato. Pozzo, pilastri, volte, in una rappresentazione prospettica un po’ obliqua, davano l’impressione di volersi ribellare alla fredda staticità della pietra e, anche per uno sfumare del rosso mattone verso l’alto, suggerivano fiammate. Le linee curve delle volte mi parvero gonne svolazzanti di invisibili creature femminili colte in un attimo di danza. Non sembrava soddisfatto Anselmo nonostante gli elogi di tutti tranne del priore che sottolineò l’esame del quadro con il silenzio. Nell’avvicinarmi all’opera finita, vidi sotto il colonnato un frate, dei tre nuovi venuti da fuori, che si muoveva verso di me. Ci incontrammo davanti al quadro.  Fu il primo a presentarsi. Si chiamava Marco e veniva dal convento di Roma. Era uno storico della religione nato in Francia ormai sui sessanta, più calvo che stempiato, terreo il volto rallegrato da un occhiale tondo dorato, occhi piccoli, barbone bianco che pareva tutto l’autoritratto del Bronzino. Mi chiese se fossi il professore. Risposi sorridendo che così mi chiamavano ma non lo ero. «Il giovane Alberto mi ha parlato di lei e raccomandato di salutarla» disse. Rimasi stupito. «Quando?» chiesi. «Prima di lasciare Roma» rispose. «Perché lui, ora, è la?» «Sì, presso l’Istituto Teologico Agostiniano per finire il suo lavoro» rispose con quel suo accento un po’ trascinato e la “r” francese. 

«Sulla… come si chiama… predestinazione e Lutero mi dicevano, vero?» chiesi per mostrare di essere stato messo a parte dei suoi progetti.

«Come tema generale, ma sono gli aspetti secondari che più interessano il padre provinciale: le sue ricerche fatte sulle infiltrazioni della dottrina del tedesco nell’ambiente agostiniano. Quella della predestinazione luterana è estremizzazione del pensiero di Agostino che produsse in alcuni religiosi del nostro ordine, tentazioni radicalizzanti in contrasto con la visione ufficiale della Chiesa. Quanto ci fu di vero in questi focolai di luteranesimo nel popolo, specie in questo territorio, in che misura e come avvenne… a questi interrogativi Alberto ha tentato di rispondere.» 

«Padre Marco, sono temi molto difficili dei quali non sono pratico, ma mi dica se il lavoro di Alberto è terminato.» 

«Sembra di sì e il padre generale che lo conosce già in gran parte, è molto soddisfatto. È la sua tesi per il dottorato di Teologia. Alberto, come sa, si sta preparando per prendere i voti» disse incrociando le braccia.

«Un giovane promettente per voi, dunque…»  insinuai.

«Non più promessa ma realtà. Gode ormai di molta fiducia. Sentirete parlare di lui… Intanto si raccomanda di proseguire nel vostro comune impegno di redenzione a favore… di chi sa lei!»

 Nel pronunciare le ultime parole, il frate assunse un tono e un’aria leggermente irritata come se non fosse stato messo a parte di quella redenzione e subisse il fastidio di riferire senza conoscere.

Capii l’imbarazzo e ne minimizzai l’importanza dicendo: «Ah, sì, sì, le riferisca che tutto è come lui sperava, senza problemi.»

Mi guardò con una certa diffidenza poi promise: «Riferirò.»

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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