C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VI – CONCERTO

Dopo un paio di settimane circa, durante le quali non avevo più visto passare Anselmo sotto casa, domenica di buonora, stavo sistemando in cantina la mia piccola provvista di insaccati maialeschi appena acquistati da Fernando il contadino. Operazione rituale e sacra quella di attaccarli ai ganci del soffitto, piena di inconsci richiami all’antico, quando la messa in stagionatura del maiale assicurava per un anno l’unico alimento ricco di calorie oltre che di sapore. La cantina equivaleva alla cassaforte di oggi. Non era ammesso sbagliare. Cambi di clima improvvisi e topi erano subdoli nemici esterni contro i quali bisognava difendersi per primo. Guai a dimenticare poi quelli interni come i gatti, implacabili sornioni pronti all’incursione! Per quanto ricordavo dall’infanzia, da mio nonno contadino, mi pareva alla fine di aver sistemato tutto secondo la regola. Salami ben posizionati, lontano da aperture complici col garbino di guastarne l’anima per l’improvvisa asciugatura; la salsiccia, in luogo più umido per conservarla fresca a lungo. Per prosciutto, lonze e lardo non era ancora finita la loro stagione dei bagni… di sale grosso. Guardando l’opera mia, penzolante di giustiziati per la causa gastronomica, mi sentii soddisfatto, di quell’umore che unisce la compiutezza estetica a quella esistenziale. Stavo ancora agli ultimi ritocchi con le date sui cartigli quando sentii bussare al portone. «Già qualcuno me li insidia?!» pensai preoccupato. Salii le scale e aperta la porta mi trovai davanti una ragazzina sui quindici anni, più o meno. Mi diede subito l’impressione di conoscerla, di averla vista da poco. Sorrideva da dentro una specie di mantellina blu con cappuccio come nelle favole. Gonna al ginocchio, gambe nude, scarpe e calzettoni di lana grezza e il capo, subito scoperto nel vedermi, folto di capelli biondi ricadenti sulle spalle, il viso pallido, rosse le guance e il naso per il freddo, parlavano di semplicità di vita; gli occhi chiari, di vivacità mentale. 

«Cosa vuoi cappuccetto blu?» chiesi scherzando alludendo alla sua mantellina.

«Buongiorno professore, il frate giovane… mi ha detto di dirle che stasera per l’Avvento suonerà con l’organo… Se vuole venire…» 

«Sicuro che verrò. A che ora?» chiesi rassegnato al titolo di professore che da quelle parti pareva comune come dottore a Roma.

«Alle sette, al convento…»

«Bene, ma tu chi sei?»

Mi guardò con un po’ di diffidenza, poi rispose: «Una parente… mi chiamo Carla… Carla… e non voglio che mi chiamino Carlotta perché sono piccola!!!»

«Sei una signorina, si vede. Ma… parente di chi sei Carla?» chiesi.

«Del priore!» esclamò come se fosse ovvio.

Ed ecco di colpo il ricordo dell’ultima opera vista modellare dallo scultore: la bambina col cestello che coglie i fiori. «Ecco chi sei!» esclamai «Carla con i fiori: la statuetta che lui sta facendo. Ma perché non sei lì a posare?» 

«Non mi vuole. Gli basta la foto… ha detto. Non è come Alberto, il frate giovane che mi aiuta a fare i compiti in biblioteca. Lui sì che è bravo… E poi è anche carino!» disse e corse via ridendo.

«Carino!» ripetei sorpreso a bassa voce. E subito il dubbio: «Chi biasimare? Lo scultore che teme la vicinanza del prossimo specie femminile e, di più la teme dopo l’esperienza di Anselmo, o Alberto che pare invece affrontare quei rischi per rendere più umana l’esistenza, più utile e meritevole la missione religiosa?» Poi, dentro di me: «Questa novità del concerto non è casuale! Ci sento la mano del novizio. Scommetto che ci sarà anche Anselmo.» La considerai, insomma, un’altra iniziativa, frutto della strategia già messa in atto per portarlo a contatto col pubblico. A un concerto natalizio, sarebbe stato difficile da parte del priore negare il consenso. I due “A” mi parvero proprio in sintonia col prossimo Natale. Due statuette di un presepe: Alberto, un bue giovane, vigoroso e paziente che tenta di far uscire Anselmo, un pesante carro impantanato nella depressione. Ed il sottoscritto che cercava di dargli una spinta…

Giunsi alla chiesa del convento un po’ in ritardo. Al ricordo delle estenuanti funzioni religiose subite da bambino non avevo fretta di ritrovare quelle atmosfere! Entrai proprio alla fine del preambolo di presentazione del priore, sbrigato alla svelta come suo solito. Prima di tutto cercai l’organo. Lo vidi poco lontano su di un palchetto accanto alla parete. Era di moderna fattura, non tanto grande e in legno decorato, le canne nuove luccicavano alla luce dei ceri posti vicino al leggio. Raggiunsi Alberto che in piedi stava intrattenendo alcune persone. Prima di salire sul palco mi chiamò in disparte e mi disse: «La ringrazio per essere venuto… Ho trovato in biblioteca uno spartito di musica molto vecchio… mi sembra la sonata in fa per organo di Pergolesi della quale non ho mai trovato uno scritto. L’ascolti e mi dica cosa ne pensa. Non sono un bravo organista ma credo di essere in grado di non rovinarla.»

Volevo obiettare che la mia conoscenza in fatto di musica non era tanto ricca da apprezzare una esecuzione all’organo che non avevo mai sentito prima. Ma non volevo sminuirmi; dopo tutto, chi poteva saperne più di me in quell’ambiente! E del resto come negarsi? Lo rassicurai mentre saliva le scalette, spartito in mano, gli occhi non su di me, ma a frugare tra il pubblico. Aspettava qualcuno? 

Contagiato da quel frugare mi guardai intorno. La chiesetta annessa al convento era piccola ma graziosa, ben pulita e curata. Più una grande cappella che una chiesa. Una suggestiva illuminazione affidata solo alle fiamme di grossi ceri, eccetto piccole lampade di servizio, la rendevano accogliente e familiare. Pochi i fedeli per questo anticipo di cerimonie natalizie. Sufficienti però, perché il calore dei corpi si equilibrasse con l’aria fredda della chiesa creando una temperatura accettabile. Odori di gregge umano corretto di venature di messa in piega e stantio di vestiti in prima, libera uscita invernale; profumo di cera e residui d’incenso, appena individuati, tornavano subito a confondersi. Il programma, come da foglietto distribuito e scritto a mano, prevedeva l’esibizione di un coro di bambini su temi natalizi. Li vidi prendere posto guidati da una suora ben in carne e una giovane cantante dai modi timidi e nervosi che si sarebbe poi esibita nell’Ave Maria di Schubert. Insomma, un tradizionale, edificante programma con poche novità, tranne il finale in cui Alberto avrebbe presentato la sua scoperta. Tra i presenti, oltre ai tre frati, assente il vecchio Francesco, pochi uomini, molte pie donne, mamme giovani, tutte ravvolte in fazzoletti scuri da sembrare un collegio. Numerosi i bambini che a queste si accompagnavano e dei quali ne intuivo la sofferenza. Sul palchetto invece, accanto ad Alberto a girare i fogli di musica su suo invito, riconobbi Carla, la bambina del mattino col vestito della festa: un cappottino blu visibilmente fatto in casa. In ultimo, quasi all’ombra dell’unico, tetro confessionale, sperava confondersi la Gina in cappotto scuro e… col mio scialle. Ne fui contento, la salutai con un cenno e mi posizionai sul fondo vicino alla statua del patrono del paese già tornata nell’oblio. Giunto il momento, Alberto si esibì nel breve stacco per organo della sonata di Pergolesi. La trovai ben eseguita e sorprendente per un autore che ricordavo un po’ noioso. Anselmo, seduto sulla prima fila, in tonaca nera, scapolare bianco con cappuccio come gli altri, sembrava partecipare con interesse. Si voltava spesso a destra, a sinistra e persino dietro, verso l’organista, lo sguardo curioso come uno dei bambini che aveva intorno. I progressi nel miglioramento dell’umore erano evidenti anche nel dopo concerto quando i presenti si congratularono con gli esecutori del coro, i frati e l’organista. Anselmo rispondeva con poche parole, stile sicuro, volto sereno. Cominciava a diventare punto di riferimento al posto del priore e questo mi preoccupò. Non perché temessi gelosie da parte sua che schivo com’era, essere ignorato non poteva che piacergli, ma per quella sua idea di espiazione che aveva radicata. Avrebbe potuto intestardirsi sempre più nel credere che fosse sbagliato, contrario alla regola, riabituare Anselmo alla massa umana da lui temuta. E semmai non in quella banale immersione nel gregge, così inadatto ad accogliere quelli che chiamava i segni divini della Grazia salvatrice! Nonostante gli evidenti successi ottenuti, sentivo la sua disapprovazione per la strategia del contatto scelta dal novizio e da me inaugurata il giorno del patrono, sebbene non le mostrasse ancora totale avversione. Alberto aveva una forza di persuasione per imporre la sua volontà con dolce insistenza, alla quale era impossibile resistere. Queste mie congetture non erano nuove, ma, quella sera, le avvertivo rinforzate dal modo di congedarsi del priore, senza nemmeno salutare, come chi ha fretta di archiviare un episodio di vita pubblica e tornare al suo privato sicuro, alle sue sculture. Eppure, anche quel suo spazio, in fondo, era ben affollato di forme umane, quindi, di qualche contagio, come ebbi modo di fargli notare. Aveva condiviso questa mia insinuazione, ma mascherandosi dietro un’aria scherzosa, l’aveva corretta aggiungendovi un: «Non più… non più». Un contagio annullato -spiegò- perché i volti plasmati dalle sue mani, guidate da ispirata preghiera, erano stati ripuliti esteticamente dell’impronta del peccato originale. Con questa opera di “smacchiatura”, insomma, avrebbe ottenuto di recuperare per loro la disarmata innocenza dell’Eden. In mezzo a questi muti innocenti faceva capire di sentirsi a suo agio. Ovviamente – ci teneva a precisare- il make-up riguardava solo l’apparire del volto, una pura vernice, il resto era di competenza della Grazia divina che solo avrebbe giudicato e deciso sulla sorte dell’anima degli originali. Eppure, nei ritratti, della più svariata umanità, io non ci trovavo mai il sorriso, la gioia trasparente una serena vitalità come ci si sarebbe aspettato dalla “purificazione”. Tramava qualcosa di triste nelle espressioni delle sue creature, un vuoto, una speranza mancata. Volti riflettenti il dubbio pietrificato di un creatore insoddisfatto dell’opera sua perché previdente la ribellione e il peccato. Lui, in segreto, doveva sapere di questo insuccesso. Alla domanda perché tanti volti ritratti e spesso non finiti come per mancanza di forze se non di volontà, non aveva risposto. Pensai, allora, che si fosse inventato una sorta di cammino di espiazione per sé stesso che si attuava costringendosi a plasmare fisionomie sempre nuove, senza tregua, finché non avesse riconosciuto in una di quelle, il consenso divino alla sua pretesa capacità catartica del segno. Se fosse accaduto presto – conclusi al termine di queste riflessioni – nella realizzata primigenia innocenza avrebbe forse ravvisato somiglianza con il volto di Anselmo e rinunciato al triste cammino d’isolamento progettato per lui.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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