C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. V – BRIGANTI?

La festa pian piano si spense col calare della sera. Lasciato il convento, meta nel pomeriggio di numerose visite alle quali Anselmo fece fronte con crescente confidenza, raggiunsi casa rimuginando nel cammino le novità del giorno. Non ero più riuscito a parlare col novizio che si era ritirato in biblioteca. Cenai in fretta e mi preparai per la notte. Malgrado avessi piluccato solo formaggi per stare leggero, una volta a letto non riuscivo a prendere sonno. Il freddo nella stanza era pungente, così avevo rinforzato le coperte con imbottite e trapunte che sembravano aver aumentato di peso specifico da rivelarsi macigni. Caldi, ma macigni! Ogni movimento era un districarsi da dentro un bozzolo di lana che premeva da tutte le parti. In più, mi ero infilato semisvestito, con ancora la camicia addosso e m’imbrigliava le braccia quando cercavo di aggiustarmi per respirare meglio.Il sonno, con la sua promessa di quiete, tardava a venire. Tutte le domande che mi ero posto durante la movimentata visita al paese ora tornavano aumentate di potenza visto che Alberto non aveva dato spiegazioni sui due sconosciuti incontrati. Avevano a che fare con me o con Anselmo? O con tutti e due? Nel tormentato dormiveglia, ad un tratto, dall’orecchio rimasto libero, mi parve sentire un cigolio. Liberai dal cuscino anche l’altro e rimasi in ascolto. Niente per un po’, poi ancora un cigolio, da fuori, come se il vento muovesse la carrucola del pozzo. Ma quella notte non c’era vento! Pensai al pozzo e subito si aprì il ricordo. «Ci mancava questo rumore per far tornare la storia del ragazzo suicidato e del suo fantasma!» esclamai a voce alta. Mi rimpastai per dormire ma il rumore non cessò. Pareva proprio che qualcuno usasse la carrucola del pozzo per far salire o scendere qualcosa. Impressione da scartare, pensai, perché l’acqua ormai saliva con la pompa elettrica e il secchio era stato tolto dalla catena. Ma l’indomato dubitare obiettò: «La catena è ancora sulla carrucola, è funzionante e qualcuno la sta usando…» 

Sull’orologio che avevo al polso anche di notte, quadrante e lancette luminose segnavano la mezzanotte e la cosa cominciava ad inquietarmi. Mi figurai il ragazzo morto con l’aspetto del biondino con lo zucchero filato che aveva investito Anselmo. Saliva dal pozzo con la catena per prendere il suo posto, seduto sull’orlo e piangere, come aveva detto lo scultore in quei due certi giorni stabiliti. «Che giorno è?» mi chiesi pensando che fossi caduto proprio in uno di quei due nei quali sarebbe dovuto comparire. Poi mi rimproverai: «Cosa me lo chiedo a fare se non le conosco le due date!» 

Mi accorsi di sentire più freddo, mentre il cigolio era cambiato in un battere sordo come di un corpo che urtasse contro una parete. Non resistetti. Con tutte le forze buttai all’aria le coperte e incurante del freddo, a piedi nudi, mi avvicinai alla finestra dalla quale era più visibile il pozzo. Quello che intravidi nel chiarore notturno, non fu il bianco fantasma del ragazzo che piangeva, ma la figura scura di una persona china sull’orlo che pareva maneggiare qualcosa. Ne fui quasi sollevato. Ebbi voglia di scendere e affrontarlo subito, magari armato di doppietta, per chiedere ragione dell’intrusione. Ma subito calò un dubbio di prudenza: chi stava armeggiando intorno al pozzo che intenzioni aveva? In un ritorno a fantasie di prodigi medievali, avrebbe potuto allestire qualche rito di riparazione per allontanare i fantasmi o per richiamarli. In questo caso l’interesse per capire chi fosse e perché lo facesse mi avrebbe spinto senz’altro a parlarci con un minimo di buone maniere. Ma poteva anche essere un comune delinquente dalla reazione imprevedibile. Che fare? La soluzione venne spontanea. Con un linguaggio reminiscente il lontano servizio militare aprii la finestra e con la voce più dura possibile urlai: «Chi va là!!» E stavo per aggiungere: «Parola d’ordine!» ma mi trattenni. Il rumore della finestra nell’aprirsi (una intera orchestra di stridii e scricchiolii disperati) e il tuonare della mia voce nella notte, dovettero risultare terrificanti: l’ombra, con qualcosa in grembo, saltò su come un capriolo per sparire subito nel buio. Aspettai un po’. Il silenzio perfetto e il freddo ai piedi consigliarono di tornare al mio bozzolo. Una volta dentro mi addormentai subito.

Il mattino seguente, prima di finire di vestirmi, indossai un vecchio cappottone e mi recai al pozzo non resistendo alla curiosità di esaminare cosa fosse accaduto la notte. Giunto sul posto, notai l’erba pestata tutt’intorno e sul lato sinistro una pietra coperta di muschio con un anello di ferro al centro. Era stata sollevata scoprendo un pozzetto aderente al maggiore, grande in circonferenza quanto una ruota di scooter. La catena, rimasta attaccata alla carrucola, infilata nell’anello della pietra come ancora si vedeva, aveva agevolato l’operazione di sollevamento per l’apertura. Rimasi interdetto. Quando, poche settimane prima, avevo immerso nel pozzo il tubo con la pompa, eliminando l’uso del secchio, non avevo notato l’esistenza del pozzetto di servizio. Doveva essere stato costruito per misurare il livello dell’acqua nel grande senza scoperchiarne la lamiera posata per sicurezza. Un provvedimento apportato, forse, solo dopo la tragica fine del ragazzo. Cosa fosse stato nascosto dentro il pozzetto era un mistero. Cominciai a girare intorno finché, tra l’erba bassa, vidi luccicare qualcosa. Ricordava la stagnola della cioccolata. Mi chinai e grande fu la meraviglia nello scoprire una moneta che pareva d’oro. La pulii con le dita e presto riconobbi un ducato d’oro o zecchino veneziano col suo bravo san Marco su una faccia come quello che avevo nella mia raccolta di monete antiche. Chi l’aveva perduta e come?  Mi si presentò una possibile soluzione: era stata cercata nel pozzo a seguito di qualche informazione e tentato un recupero prima che la scoprisse il nuovo proprietario. Che poi ero io! Riflettei sul fatto che una sola moneta da pescare il quel pozzetto profondo sarebbe stata un’impresa impossibile. Più probabile che fosse in compagnia di altre monete, chiuse in un involucro e ripescato intero perché trattenuto con una corda. Nel verificare il contenuto lo sconosciuto cercatore ne avrebbe fatto cadere una parte, ripresa poi da terra, ma per la fretta, il buio, la paura di essere scoperto, avrebbe perduto un pezzo. Mi sembrava possibile. Ma mi chiesi: «Perché proprio quell’undici novembre, giorno del patrono e non un altro?» Perché aveva aspettato tanto da quando mi ero insediato nella casa? Intascai il ducato e tornai dentro per finire di vestirmi. Decisi di chiedere spiegazioni al priore. In fondo la storia del ragazzo me l’aveva raccontata lui! 

Lo trovai che modellava una figura femminile alta un mezzo metro circa. Una fanciulla nell’atto di raccogliere fiori per posarli in un cestello al fianco. Lo informai sommariamente di quanto era accaduto e gli rivolsi la stessa domanda: «Perché proprio ieri è accaduto e non prima?»

Fu molto stupito dal racconto e rispose: «Forse perché il giorno del patrono è anche il giorno del ritrovamento di Luigi, il ragazzo morto. Il misterioso cercatore, se notato, sarebbe stato certo di essere scambiato per il fantasma e quindi avrebbe potuto lavorare tranquillamente» concluse sorridendo. Trovai la risposta plausibile. «Ma perché monete antiche?» incalzai. Lui rispose: «Forse perché frutto delle predazioni che un tempo venivano portate dalle bande di briganti, specie nel periodo in cui i mercanti veneziani venivano qui ad acquistare olio e pagavano in oro. Chi lo sa figlio!!» Capii che più non ne sapeva e meno lo interessava. Lo salutai dopo gli auguri per il lavoro che stava iniziando. Maturai nel frattempo una decisione che avrebbe dovuto far luce sul fatto. Acquistai una potente lampada che posai vicino al pozzo da accendere alla bisogna. E allestii accanto, un capannello fatto a regola d’arte venatoria. Ero sicuro che il merlo che volevo prendere sarebbe tornato. Verificato che mancava una moneta, per il valore che aveva, non l’avrebbe abbandonata ma ricercata nel punto dove aveva verificato il contenuto del sacchetto. E sarebbe tornato presto per paura che altri la trovassero. La sera dopo le dieci, mi appostai ben equipaggiato e armato della mia vecchia cockerill calibro dodici a cani esterni. Fu un’attesa lunga, piena di freddo. Quando, dopo mezzanotte, stavo per levarmi e andare a letto udii come un fruscio provenire da dietro il pozzo e subito vidi spuntare una figura curva con una piccola pila tascabile che frugava tra l’erba proprio nel punto del ritrovamento. Accesi la lampada che l’investì in pieno e gridai «Fermati e non fuggire se no, ti sparo! Voglio solo sapere chi sei e dopo puoi andare!!» Nello stesso tempo uscii dal capanno armato entrando nel cono di luce che ormai investiva tutti e due. L’uomo parve pietrificato. Era curvo e non si mosse. Poi pian piano si alzò e lo vidi alla luce. Tra i quaranta e cinquant’anni, cappellaccio in testa, magro nel corpo vestito poveramente, il volto gradevole, senza barba, lineamenti regolari, quasi femminei. Con tono di voce un po’ acuto mi disse: «Mi scusi professore… buona sera… non sono un ladro… solo un amico del povero Luigi. Gli vengo a mettere un fiore nell’anniversario della sua morte. Ormai da trent’anni…»

«E ci vieni a quest’ora?» chiesi addolcito. «Il giorno lavoro lontano…» rispose. «Che tipo di lavoro?» chiesi mettendomi il fucile a tracolla notando che, effettivamente, nella mano libera aveva un fiore, un crisantemo. «Lavoro nel mulino per la farina… quello grande… vicino al fiume e in questo periodo lavoro fino a tardi…» chiarì.

«E non sei tornato anche per questo?» dissi mostrando la moneta alla luce. L’uomo tacque, spense la torcia ormai inutile e assunse un aspetto rassegnato… d’attesa. Dissi: «Dimmi tutto quello che sai su queste monete e io ti do la mia parola che non lo rivelerò a nessuno e potrai andare. A meno che non ci sia sotto un delitto.»

«No, professore!! Delitto… io? Nel passato non lo so, ma non certo per colpa mia!!…» E sedendo in terra come per una confessione in prigionia raccontò. «Le dirò tutto perché mi hanno detto che lei è una persona onesta, ben visto dai buoni frati… e non ha certo bisogno dei miei soldi! Se non ci si fida di persone come lei allora è veramente finita!!»

«Bontà tua!» esclamai. «Prosegui adesso!» E lui: «Mio padre ereditò da suo nonno una borsa di monete d’oro che dicevano strappata ai briganti che avevano derubato due mercanti veneziani. Venti zecchini d’oro… oh! mica poco!! Dentro una borsa di cuoio legata e poi dentro un sacchetto di tela cerata spessa. Questo tesoro restò nascosto nella nostra vecchia casa che stava vicino il vecchio mulino ad acqua per le farine che ci dava il lavoro col quale la mia famiglia aveva sempre campato.  Una volta gli affari andavo bene e il tesoro lo si teneva nascosto nel mulino per far fronte a qualche disgrazia… per un bisogno… di fame. Anche perché si conosceva la provenienza, che poteva portare sfortuna!» 

«Capisco» dissi «non avevate torto!»

«Poi venne la corrente elettrica… le nuove leggi… Insomma, mio padre dovette vendere tutto e andare ad abitare nel paese in una casetta modesta. Io fui assunto dai nuovi padroni che s’ingrandirono anche con un pastificio.» 

«Una triste storia molto comune» commentai. Lui proseguì: «Dove nascondere il tesoro nella nuova casa, piccola e moderna? Le vecchie storie sugli zecchini nascosti continuavano a circolare, anzi pareva di moda in un certo periodo difficile… Decisi così che bisognava trovare un posto sicuro.  Dopo la morte di Luigi, del mio amico migliore, affogato in questo pozzo, mi venne in sogno dicendo: “Portali nel mio pozzo io te li custodirò”. E fu quello che feci appena la sua famiglia lasciò disabitata la casa…» Mi sentii a questo punto di concludere la storia: «E ora che sono venuto io, nuovo proprietario, per paura che li trovassi te li sei venuti a prendere! E nella notte nella quale ricorreva la sua morte, un po’ per invocarne l’aiuto un po’ perché eri sicuro che per paura del fantasma nessuno ti avrebbe disturbato! È così?»

«Un avvocato non avrebbe potuto dirlo meglio!» esclamò con tono adulatorio.

 «Dunque, tu non credi ai fantasmi» domandai.

«Sissignore che ci credo ma non vengono per spaventare, vengono per aiutare quelli che ancora stanno di qua e che si sono comportati bene!»

«Hai ragione» convenni e chiesi: «Qual è il tuo nome?» Lui esitava timoroso. Lo rassicurai porgendogli la moneta d’oro con queste parole: «Ti prometto che non lo dirò a nessuno, ma solo per ricordarmi di te.» Lui prese la moneta, ringraziò e rispose: «Stefano, mi chiamo Stefano, il miglior amico del povero Luigi!» 

«Addio Stefano» e lo lasciai andare. 

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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