C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. IX – VERITA’

La storia di Carla mi colpì, soprattutto per la sua estraneità al moderno che vivevo, sebbene in parte ripudiato. “Roba da ottocento!!” pensai “allora, infanti esposti nel portone delle chiese, erano pretesto per ogni sorta di prodotto letterario e cinematografico destinato al pubblico femminile!”. Proprio per questa inattualità però la cosa mi turbava. E m’interrogavo. Come poteva ancora accadere un abbandono di neonati e quali le conseguenze nella loro vita? Che influenza avrebbero avuto gli inevitabili contorni romanzeschi costruiti nel tempo da parte di chi conosceva la storia delle loro origini? Si sarebbero potuti concentrare all’improvviso, rinfocolando il dramma originale? Pensavo alle parole di Carla. Quel “parente” usato all’indirizzo del priore, ad esempio, se non già fatto, avrebbe prima o poi generato sospetti nella mente della ragazza? Specie se servito con certi toni, sorrisini, ariette furbe da persone che, per incosciente malignità o esibizione di supremazia per cose che altri ignorano, della maldicenza ne fanno un mestiere. O, più semplicemente, allusioni da parte di alcuni compagni di scuola della ragazza, informati da parole sfuggite in famiglia, inconsapevoli del danno che avrebbero provocato. E il dichiarato desiderio della ragazza di frequentare Alberto non avrebbe potuto rinfocolare torbide fantasie? Che il priore fosse fuori di ogni sospetto di paternità sia per età che per carattere, era certo anche per un laico malpensante come me! E così doveva essere per tutti, a giudicare dalla stima che lo scultore godeva. Ma a volte l’incredibile, incontrando una menzogna vagabonda, possono, insieme, anche casualmente, generare veleni mortali, specie per una adolescente. Il desiderio di Carla, avvertito dal priore, di fuggire dalla sua attuale famiglia e dal paese, non era forse rivelatore del malessere di chi ha sentito aleggiare su di sé pensieri segreti dagli sguardi compatiti? Mentre me ne tornavo a piedi, a questa pioggia di considerazioni, per tormentarmi meglio, si unì una pioggerella subentrata alla neve. Giunto a casa cercai inutilmente il gatto, battezzato Socrate, che abitualmente mi aspettava sulla porta. Ogni ricerca e richiamo risultarono inutili. La preoccupazione sulla sua sorte allontanò ogni altro pensiero. Quella sera mi sentii solo.

Dormii male e nella notte mi parve di udire versi strani e lontani. Il mattino seguente feci visita al vicino contadino Fernando, mio abituale fornitore di uova e pollami. Uomo alto, rude, viso lungo e capelli incolti, capo di una famiglia all’antica fatta di due figli maschi aspri come lui e una femmina gentile d’aspetto, sui vent’anni di nome Nerina, tutti rubicondi e in salute. Mi accolse nella cucina enorme, antica di mattoni, buia, ricca di utensili, pulitissima, odorosa di latte bollito. Sul fondo, assiso come un re sul trono del camino, vegliava un fuoco vecchio da ore. La moglie, piccola, non parlava mai, il viso seminascosto da un fazzoletto nero come la veste, giovanile ancora per quello che si poteva vedere, precisa e veloce nelle faccende che sbrigava in mia presenza, quasi elegante. Mi fu difficile fin dall’inizio, immaginare tre figli usciti da un essere così fragile, e ancor più difficile come fosse rimasta apparentemente intatta ai parti, alle fatiche quotidiane, alla ruvidezza del marito. Acquistai ciò che il mio stomaco credeva necessario per una settimana e prima di uscire chiesi a Fernando se avesse per caso visto Socrate. Lui, zitto, mi fissò come se avessi chiesto chissà cosa. E io, dopo aver assaporato per un po’ la sua espressione smarrita, gli spiegai che Socrate era il mio gatto. Rise sollevato e mi disse: «Vanno in amore professore, adesso, i gattacci vanno in amore! Chissà dov’è! Ma vedrà che tornerà…»

«Anche lui!!» esclamai!

«Perché -mi chiese- in amore ci va qualcun’altro?» chiese serio guardando verso la stalla.

«Tutti, Fernando, tutti !!» ribattei.

E lui: «Beh, sia ringraziato Dio, se no finisce il mondo!!» e rise mostrando due vistose fallanze nella fila di quei suoi denti equini, per altro bianchi, da invidia.

«Già, hai ragione» convenni «hai proprio ragione!!»

Ormai in convento ci passavo di rado. I vari lavoretti quotidiani mi stancavano, era freddo e la salita di sera pesava. Anselmo aveva continuato a dipingere prendendo spunto dalle persone che capitavano al convento per i più vari motivi, compreso quello di consultazione della biblioteca alla quale, assente Alberto, si era offerto per l’assistenza. Una stanzetta adiacente il grande archivio era ormai il suo studiolo nel quale assolveva anche alle funzioni di bibliotecario. Piccola e con una grande finestra a sud, durante l’estate veniva evitata per il gran calore che vi si immagazzinava, come una serra quale doveva essere stata nel passato.

Nell’ultimo incontro, il frate mi chiese di acquistargli, in paese, alcuni tubetti di colore e altro materiale per dipingere. Trovai ciò che serviva e glielo regalai. Mi fu molto grato, ma ad alcune mie domande tese a chiarire, discretamente, qualche lato oscuro della sua antica vicenda non rispondeva. Con estrema lucidità e diplomazia dribblava l’argomento, ritornando sempre sui temi dell’arte. Negli ultimi giorni sembrava aver riacquistato quelle che erano state le sue doti come dai racconti sentiti. Dovetti ammettere che l’uomo, prima della “caduta”, doveva aver esercitato un grande fascino, specie sul pubblico femminile. Non avrei giurato che lo avesse ripreso totalmente ma anche così ce n’era abbastanza. Univa alla bellezza della persona matura, modi eleganti e misurati al suo ruolo di religioso, ma lontani da ogni stereotipo di santità. Il già conosciuto tono di voce, da ragazzo più che da adulto, invece di scontrarsi con l’aspetto si armonizzava, donando freschezza alla parola e a tutto il suo agire. Anche un rinnovato se pur debole sorriso si univa all’eloquio ricco e appropriato. 

Argomentava con un porgere ingenuo che trovava eco nella serenità del volto, non da sempliciotto ma da chi crede nella semplicità delle cose. Solo ogni tanto si abbuiava quasi all’improvviso, forse al passaggio di nubi residue di quel gran temporale passato che non voleva lasciarlo del tutto. E faceva temere che qualcosa di irrisolto, sempre vivo alla sua coscienza, impedisse una definitiva riappacificazione col mondo. 

Quando finalmente Alberto tornò da Roma, si era ormai in febbraio e già qualche mandorlo osava fiorire. Il giorno dopo il suo ritorno, fui avvisato dalla Gina che ero invitato a cena.

La sera entrai e lui mi venne incontro. Ci abbracciammo con sincerità d’affetto. Lo trovai cambiato nell’aspetto e nei modi. Appena salutato, il priore mi pregò di sedere al tavolo; un invito non più alla buona come era solito fare, ma con la freddezza protocollare di chi debba esibire il suo ruolo in presenza di un nuovo promosso di grado. A tavola mentre aspettavamo la solita minestrina della Gina, esaminai Alberto con calma. Vestiva la tradizionale tonaca degli agostiniani con una cintura nera ai fianchi e scapolare bianco. Faceva una certa impressione quell’abito austero su di un viso così giovane. Ci informò subito sui dettagli della cerimonia della presa dei voti e dell’onore riservatogli dal priore generale nel presenziare e congratularsi in privato con lui. Al termine, scherzando, gli chiesi se dovessi ora dargli del lei. Mi rispose che l’avrei dovuto fare solo se lui si fosse rivolto a me nello stesso modo. Dopo cena, Anselmo, visibilmente contento del ritorno del giovane, diventò protagonista e brillante oratore nel dialogo che seguì sulla forma e il colore nell’arte, quale dei due fosse più importante e i limiti che un artista si deve imporre. Alberto lo approvava con entusiasmo. Dopo i voti, la parola del giovane aveva assunto un nuovo peso che giudicai aumentato più per come li sentiva quei voti che per il vestito. Mai con arroganza, ma dolcezza di toni e capacità di persuasione. Una luce nuova emanava dalle parole e dal gesto. Insomma, ebbi l’impressione che se mai Alberto avesse avuto incertezze prima dell’ordinamento, ora la sua mente era totalmente sgombra da dubbi. Sapeva ed era deciso nel suo destino, confortato – come ripeté- dall’amore divino. Non fui saziato al finire di queste riflessioni. Sentivo nascere dentro di me una protesta e un malessere intriso di senso di colpa che disperava di essere ascoltato. L’atmosfera che si era creata con tanta profusione di amore divino, pareva vietasse ogni concessione alla potenza dell’amore naturale, umano. Un tema delicato lo riconoscevo, capace di avvelenare il clima festoso con tristi ricordi personali e con interlocutori forzati ad affrontarli. Eppure, lo sentivo un diritto di presenza, un diritto di natura che reclamava giustizia: doveva essere ascoltato. E avevo voglia di urlarlo a quel tavolo ma sapevo che non potevo farlo. Pensai che fosse tutta colpa di ciò che avevo visto nel pomeriggio dal vicino boschetto, tra la mia proprietà e il convento, mentre cercavo funghi. Assistetti, in anteprima, da lontano, all’incontro forse casuale tra Alberto appena giunto e Carla. Lui stava salendo il viale che portava all’ingresso del convento e lei ne discendeva. S’incontrarono nell’ampio spiazzo alberato proprio sotto un mandorlo ad inizio fioritura. Alberto, nella sua nuova tunica nera ben stirata e il passo sicuro, lei con la solita mantellina blu saltellando appena. Un vero quadro impressionista col bianco dei fiori, il nero e il blu. Entrambi giovani, biondi i capelli, visi puliti della prima età. Si avvicinarono l’uno all’altro con cenni diversi ma rivelatori di qualcosa di forte, di soffocato, che specie dai piccoli gesti di lei si sentiva doloroso da trattenere. Parve, per un attimo, che la ragazza volesse abbracciarlo e lui accoglierla, entrambi come sollevati da un vento improvviso e pietoso. Ma subito tutto precipitò. Non potevo da lontano né sentirli né leggere le espressioni dei volti ma li immaginai dai gesti di lei. Dicevano quanto già conoscevo: amore non dichiarato, domande senza risposta, speranze e sogni delusi, abbandono… E pianto, corsa, una fuga di lei giù, giù in fondo al viale, lontano da quell’albero che sapeva ormai non sarebbe più rifiorito. Alberto aveva cercato di fermarla, rincorrendola un po’ e chiamandola per nome. Poi si era fermato. Si era guardato intorno smarrito ravviandosi i capelli scomposti nella breve corsa e aggiustandosi la tonaca. Infine, aveva ripreso a salire verso il convento con un passo lento che, a me, parlava come di un antico dubbio tornato a tormentare la sua coscienza. Questo ricordo, quella sera a tavola, mi bruciava dentro, come un fuoco intollerabile. Avrei voluto urlare davanti ai frati, alzandomi in piedi e con parole accese con quel fuoco, quanto di mostruoso c’era nel supposto impedimento di Dio, a che le due giovani vite potessero amarsi ed unirsi. Che ascoltassero, fatta un attimo tacere la voce del divino, come tutto, all’intorno, dall’aria alle piante, persino alle antiche mura, avrebbe cantato lodi per una unione che invece, strappata al suo spontaneo compimento, faceva gridare al peccato contro natura! Non riuscii ad emettere che un mugugno incomprensibile. E me ne andai mogio dopo aver preso appuntamento con Alberto per salutarlo l’indomani prima della sua partenza verso il convento di Castellalto, sua nuova sede.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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