C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. IV – FESTA

Che fosse il giorno del patrono del vicino paese lo si capiva anche da lassù. Un sordo trambusto raggiungeva il convento cavalcando una brezza mattutina odorosa di cucina e di chiesa. Era quella che può definirsi una bella giornata di fine autunno con un sole infiacchito ma generoso nel mostrarsi. Prima di giungere al convento avevo fatto una breve puntata in paese. In ogni angolo: vicolo, largo, piazza, fiorivano iniziative nelle quali il sentimento religioso cedeva, come sempre, a pagane prepotenze gastronomiche. Sebbene fossero ormai passati i brutti tempi in fatto di fame quando ogni ricorrenza era occasione per concedere allo stomaco un po’ di soddisfazione, finiva ancora per essere lui, in fondo, il festeggiato. E persino senza la cautela di una volta, quando si curava di non offendere l’abitudine al digiuno che, prendendosela a male, passata la festa, si sarebbe poi vendicato per il resto dell’anno avanzando pretese impossibili. Si avvertiva ovunque la voglia di abbondare, soprattutto nella piazza centrale, stracolma e addobbata in vivace contrasto di colori con le foglie degli alberi che la circondavano decimate e sbiadite dall’autunno. E anche voglia di stupire nei soliti personaggi che vagabondavano tra la folla e si fermavano solo per esibirsi in imprese da ingordi e insaziabili bevitori. Vociare confuso, risa e grida isolate di saluto, fischi, spari dei mortaretti, musiche diverse da bancarelle d’ambulanti e da finestre aperte, gracchiare dell’altoparlante per le indicazioni delle autorità, voce dall’alto appena sotto lo scampanare della chiesa addobbata come una sposa di campagna il giorno delle nozze. Odori dalla massa umana e dai fumi dei fornelli all’aperto si mescolavano in maniera tale che non riuscivi a goderne uno che l’altro ti aggrediva geloso. Arrosti di maiale contro quello di castagne, noccioline abbrustolite contro l’odore di pane tostato e dello zucchero filato, uova e cipolla in fritture contro quello di patate.

Sull’ingresso del convento raggiunsi il priore, Alberto e Anselmo che avevano appena finito di sistemare, a fianco del portone, l’immagine del santo patrono raffigurato nel compiere un imprecisato miracolo. Modellato dallo scultore con una miscela a base di cemento bianco, costituiva doveroso omaggio al santo locale da esporre nel giorno a lui dedicato. Appena giunto scrutai le espressioni sui visi dei tre. Più delle parole, rivelavano il sentimento nei confronti della festa. Lo scultore, nella sua tenuta da lavoro che il primo giorno l’aveva fatto scambiare per un domestico, pareva infastidito, quasi impaurito; Alberto che sopra la semplice tenuta da novizio indossava una sciarpa di lana nera, si mostrava sereno, fresco nella sua giovinezza coinvolta dal clima festaiolo. Anselmo – cosa da stupire! – del suo solito aveva solo la tonaca d’ordinanza perché, se non proprio con l’espressione estatica e rapita delle sue passeggiate, mi accolse con un cenno di gradimento come facessi parte della festa e ne recassi notizie, senza però rivolgermi parola. Si lasciava sfuggire ogni tanto occhiate verso la piazza del paese appena visibile dal convento ma non così lontana da impedire ai suoni, da poco arricchiti delle note della banda cittadina, di far giungere il loro richiamo. Rimasi così colpito dal mutamento del frate che d’istinto avanzai una proposta audace, spinto dal segreto desiderio di far breccia nel progetto di segregazione o di libertà vigilata del priore su di lui: farmi accompagnare dai due “A” (come ormai chiamavo Alberto e Anselmo) per una visita in paese. Sapevo che tentare di coinvolgerlo ad unirsi a noi avrebbe significato un rifiuto nota la sua avversione per la folla. Ma dal priore, i due “A”, dovevano ottenere il permesso e allora, spudoratamente, finsi un invito. Rivolgendomi a lui, dissi: «Il sindaco, che conosco da tempo, mi incarica di dirle che gradirebbe vedere una rappresentanza del convento come naturale, pio ingrediente per la festa e di confortante vicinanza del vostro ordine ai tradizionali riti religiosi cittadini. Rinnova, cioè, l’invito fatto gli anni passati ma disatteso per le ragioni di salute che avevate portato (lo ignoravo, ma è la scusa classica sulla quale si può sempre contare!). Oggi, approfittando anche della mia buona introduzione presso di voi, rinnova l’invito… E ne terrebbe gran conto per certe vostre richieste…» Azzardai quest’ultimo passo non sapendo se effettivamente ci fossero richieste del convento al Comune ma l’esperienza mi diceva che non potevano non esserci! Infatti, il priore parve ammorbidirsi e rispose: «Non è mai stata vietata una breve visita da parte nostra alla festa del patrono… solo la salute di Anselmo nel passato…. La mia poi… soffro d’asma in mezzo ai fumi… Alberto non era ancora qui l’anno passato… Non vedo, se ne hanno voglia, di negare una visita breve… naturalmente breve…»

Frenai la gioia per il successo. Alberto mi guardò con una sorta di compiaciuta sorpresa, Anselmo parve accentuarsi in serenità. «Tu però, figlio» disse lo scultore rivolgendosi a me «dovrai far in modo che il signor sindaco prenda atto che lo abbiamo assecondato…» «Non dubiti priore» assicurai «non dubiti!!» Non sapevo nemmeno come si chiamasse il sindaco! Ma intuivo che per Anselmo quell’uscita dal convento, avrebbe potuto essere l’avvio di un recupero. Una millanteria, la mia, a fin di bene! 

Anselmo, alla proposta di fare un giro in paese, non rispose né sì né no ma percepimmo una timida disponibilità che si rafforzò nello sguardo incoraggiante di Alberto. Per la prima volta sospettai che tra i due dovesse esserci una intesa sconosciuta e nascosta a tutti. 

Entrammo in mezzo alla folla, agevolati nel farci largo, dal nostro aspetto. Un terzetto che faceva novità tra molti paesani e gente dei paraggi che non avevano spesso visto i frati fuori del convento e nemmeno quel signore sconosciuto che li accompagnava. Quel giorno indossavo una cacciatora di velluto verde che unita ai baffi ormai incolti e un cappello scuro a tesa larga, mi dava un aspetto brigantesco d’altri tempi! Alberto seguiva da vicino Anselmo che camminava con passo sicuro e indicando or qui or là, cercava di stimolarne la curiosità più che la gola che rimaneva abbastanza indifferente al cibo. L’interesse di Anselmo si accentuava davanti a personaggi pittoreschi, ai colori dei vestiti delle donne, ai rossi e dorati paramenti sulle divise delle ragazze della banda musicale o forse, al suo insieme. Non riuscii a pensare che il biancore delle gambe nude lo attirasse come faceva con me!! Guardava intorno a sé e ogni tanto si stringeva le mani, dita contrapposte in un gesto a legare. Lo sguardo era vivo come nelle sue passeggiate mattutine ma l’espressione dubbiosa, un po’ intimorita. Si rivolgeva ogni tanto verso Alberto come ad un punto d’ancoraggio. Ad un tratto si fermò estasiato davanti ad un enorme, nero paiolo di polenta fumante sul quale si accaniva a mestare una robusta, giovane donna in gonna e camicia come d’agosto, rossa di capelli, sudata, le braccia nude e muscolose, il seno ansante e ribelle al suo nido. Non capii se fosse attratto da lei, dal corpo di lei, dal colpo d’occhio complessivo come soggetto ideale per un dipinto o soffrisse reminiscenze di favole antiche, o di magici riti che turbassero la sua coscienza di religioso. Poi venne la volta di un ragazzetto biondo che nel correre, accecato da un gran cilindro di zucchero filato che addentava avidamente senza guardare dove andasse, centrò Anselmo in pieno. Lui l’aiutò a risollevarsi da terra dove era finito, con un sorriso che mi parve simile a certe rappresentazioni edificanti di santi nelle lezioni di catechismo.

Alberto seguiva, almeno quanto me, con grande attenzione le sue reazioni. Dopo un po’ mi convinsi che entrambi avevamo lo stesso fine ma ebbi l’impressione che lui fosse molto più avanti in questo tentativo di resurrezione. «Perché?» mi chiesi. Per me era stato un incontro casuale con un mondo molto lontano dal mio, ricercato per fuggire proprio trame e passioni umane. “E invece eccomi di nuovo dentro!” pensai. Mi ci appassionavo perché ritenevo ingiusto, sbagliato e crudele non dare ad Anselmo la possibilità di uscire dal mondo di espiazione forzata a cui il priore sembrava averlo condannato. In ciò giocava anche una certa ipersensibilità del mio pensiero ai soprusi che la Chiesa aveva esercitato per secoli sui credenti. Per non parlare della sorte riservata agli eretici o uomini di scienza che ne avevano messo in discussione secolari principi. «Ma Alberto?» continuai a chiedermi «perché un novizio molto raccomandato dai superiori, molto obbediente alla regola, nel suo momentaneo passaggio al convento riserva tante attenzioni ad Anselmo? Perché non le rivolge al vecchio frate Francesco che più ne avrebbe bisogno? Cosa può collegare due uomini così diversi per età e per esperienze di vita?»

Una spallata a questi pensieri la diede un fatto improvviso. Alberto, appena alzato lo sguardo da una bancarella che esponeva immagini sacre, guardando verso il fondo della piazza proprio sotto il piccolo campanile lo vidi turbarsi nel volto, quasi impallidire. Continuai a guardarlo mentre lui andava e veniva con lo sguardo da Anselmo a quel punto come fosse tentato di fare o dire qualcosa che lo riguardasse. Cercai di individuare tra la folla cosa avesse potuto turbarlo ma non vedevo nulla di strano. Eravamo in posizione leggermente sopraelevata e la vista delle persone lontane più facile. Laggiù, dove guardava, molta gente si fermava, curiosava, riprendeva il cammino, gente per lo più modesta ma anche qualche coppia o singoli di più alto stato sociale desiderosi di mescolarsi in mezzo a una umanità così eterogenea. Come, ad esempio, due persone, uomo e donna ben vestiti, verso i quali sospettai che lo sguardo di Alberto fosse diretto. Anzi, mi pareva che ad un tratto, proprio la coppia, rispondesse con una accentuata attenzione verso di lui come ne avesse avvertito il richiamo. La donna, alta, magra ed elegantemente vestita di scuro, indefinibile nell’età per la lontananza, con un foulard chiaro sul capo e vistosi occhiali da sole, stringeva il braccio al suo compagno, giovane con un trench chiaro, nel modo che fanno coloro che temono di scivolare. Accennò a volersi muovere verso di noi. Alberto in crescendo di agitazione, mi si avvicinò e disse: «Distragga lei Anselmo… non lo faccia muovere… debbo correre a salutare una persona». Così dicendo mi lasciò per raggiungere in gran fretta la coppia. Anselmo stava osservando delle ceramiche dipinte e, cosa insolita, chiedeva qualcosa alla vecchina che gestiva la bancarella. Era ben occupato, così potei osservare le intenzioni del novizio che si stava avvicinando ai due. Appena sul posto, ponendosi di fronte con le braccia un po’ alzate, fermò educatamente la coppia che sotto la spinta della donna stava muovendosi con l’evidente intenzione di raggiungerci. Gli riuscì con difficoltà, perché il giovane accompagnatore era deciso a guidare la donna molto ben determinata sebbene per camminare, chiedesse aiuto al suo braccio. Iniziò un colloquio nel quale il novizio cercava di spiegare con gesti qualcosa che dava l’impressione ci riguardasse. Lei, da parte sua, sembrava aver riconosciuto in Alberto una persona amica, perché appena giunto vicino, lo toccò sulla guancia. Lui, subì la carezza – che altro non poteva essere – con un certo distacco mentre le parlava accennando ogni tanto al punto dove io e Anselmo ci trovavamo… Non ci capivo niente. Perché se erano parenti o amici non ce li presentava ma preferiva tenerli lontano da noi? Si vergognava di mostrarsi accompagnato a me e a quel frate che avevo vicino? Queste le due prime domande senza risposta. Il colloquio tra i due, disturbato nel suo svolgersi dalle intromissioni della folla, fu breve e raggiunse lo scopo di impedire alla donna di raggiungerci. Parve una rinuncia sofferta. Lei abbassò il capo e insieme al giovane che la guidava tornò sui suoi passi volgendosi indietro ogni tanto verso il novizio, fermo come una boa in mezzo alla marea umana, e anche più su, verso di me… Fui richiamato dalla voce di Anselmo. Per la prima volta, si rivolgeva a me direttamente: «Dov’è Alberto?» chiese senza apprensione. «Torna subito. È andato a salutare degli amici…» risposi distrattamente. Anselmo ritornò a curiosare tra le bancarelle. La novità della domanda diretta alla mia persona annunciava che ero stato ammesso nel suo mondo. Non volevo darlo a vedere ma la sorpresa per questo risultato inaspettato mi entusiasmò tanto da dimenticare le domande su ciò che avevo visto.

 N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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