C’è un frate scultore in convento ( terza parte )

L’attività di restauro per il ripristino della casetta colonica fu frenetica. Dopo un mese, con l’aiuto di un muratore, riuscii ad abitarla. La trovai accogliente sebbene un po’ spartana in fatto di servizi igienici ricavati da un angolo della stalla (fino ad allora erano all’esterno) e di riscaldamento affidato ad un unico caminetto in cucina. Appena allacciato alla rete elettrica, esultai perché potevo usufruire finalmente di acqua corrente senza attingerla dal pozzo con il secchio e di un’illuminazione in tutte le stanze, cantina compresa. Per la camera da letto poi, il miracolo! Un gran letto matrimoniale in lamiera dipinta a olio, impreziosita di madreperle con scene di caccia sulle formelle ai piedi e in testata, scovato, con sorpresa, nel vecchio fienile tra cumoli di paglia, secchi di legno, forconi e altro. Nel ripulirlo mi ero chiesto a chi fosse appartenuto dato che la famiglia contadina era assai povera. Pensai ereditato da parenti più benestanti, poi, chissà perché, nascosto e dimenticato. Doveva essere nel fienile da molto tempo. L’umidità aveva deteriorato i dipinti ma arricchito l’insieme di quella patina dolceamara del fugit irreparabile tempus virgiliano che stimolava alla meditazione, a far riapparire un mondo perduto, ad immaginare amplessi rurali contrastati da camicie notturne ampie e spesse, servite da sentinelle di bottoni sempre ribelli a dividersi dalle asole. E d’inverno, calzettoni e papaline di lana per conservare il calore nei corpi e cederlo poi a chi più ne aveva bisogno. Si dirà che film e romanzi sul passato contadino sono stati tanti, filologicamente ben curati e ancora accessibili per chi vuole stimolarsi nel far rivivere in sé quel mondo. È vero, ma pur non trascurandone l’efficacia, star sdraiato su di un letto di quel genere con materassi e cuscini di crine e lana grezza, lenzuoli di ruvido cotone antico, nelle notti silenziose della campagna (sempre più rare!) o al risveglio alle luci dell’alba che forzano le ante artritiche delle finestre (fessure sempre più larghe!), è ben altra cosa! Quasi decisivo l’odore. Nei film e sulle pagine scritte non si sente. L’odore di stallatico misto ad un afrore di cantina, impregnando per anni le pareti della casa, per anni rimane. Ma rimane come tutti i fantasmi: si sentono solo in alcune ore del giorno o della notte, e trasparenti, amici di alcuni venti coi quali si accompagnano, timidi nel rivelarsi. E poi lui, il vento, appunto. Prepotente, impertinente, curioso, infaticabile nel trovare pertugi a becco da far cantare come organi, fili tesi da far risuonare come corde di violino scordato, canne da far fischiare come ocarine, ramaglia fitta di pino per la coralità del canto gregoriano. In tutto questo, pensai, il frate scultore, amante dell’antico solitario, dei silenzi, nemico di ogni rumore del moderno, ci sarebbe stato bene. Da qui la domanda: perché non invitarlo facendo intendere che la sua visita sarebbe stata gradita come una benedizione per la casa? Non mentivo a me stesso. Se lo scopo principale era quello di sollecitarlo a dire di più su Anselmo, fidando che un altro ambiente, meno severo, avrebbe potuto stimolarlo alle confidenze, averlo in visita lo consideravo indispensabile ormai. Un atto dovuto al mondo che cercavo di ricostruire, in armonia con le usanze antiche, quando la religione nelle campagne era benedizione, regola, compagnia, conforto e persino divertimento. Sollecitai la visita con una donazione in denaro al convento che in seguito fu ripagata dallo scultore con il bronzetto di un toro che mi aveva molto colpito per il suo realismo.

Al termine della visita, durante la quale il frate apprezzò i lavori fatti, sedemmo in cucina davanti al caminetto. Quel giorno emanava più fumo che calore. Gli offrii del vino rosso dolce che sapevo di suo gusto. Ne bevve alcuni sorsi e già dal naso si davano segni di gradimento ammostandosi del colore del vino e si distendevano i tratti del volto che fino ai primi sorsi erano un po’ piegati in tristezza. Sembrava a disagio mentre si guardava attorno, più spesso alla porta come dovese entrare qualcuno da un momento all’altro. Mentre ci accostavamo sempre più al fuoco, feci un resoconto delle vecchie cose che avevo trovato, quelle cose che, inevitabilmente, vengono lasciate quando si abbandona per sempre una casa: dimenticate o sfuggite anche nel salvataggio di tutto ciò che costituiva le suppellettili della famiglia. E non dovevano essere tante! Insomma, mi aspettavo solo i cocci della casa. Invece, a volte, qualcosa d’importante sfugge sempre… Gli mostrai una foto ingiallita e rovinatissima dal tempo che avevo trovato fuori, vicino al pozzo accanto ad un crocefisso in legno corroso dal tempo e dagli insetti. Gli chiesi: «Lo conosce per caso questo bambino della foto? A me sembra più un ragazzo, vero? Chi era?» Lui la guardò e sul viso tornò il grigio tristezza. Si fece un segno di croce. Poi, a me che lo guardavo stupito, chiese: «La conosci la storia della famiglia che abitava questa casa?» Ribattei sorpreso: «Perché c’è una storia anche qui!!» «Figlio, il mondo è pieno di storie…» disse accostandosi ancora un po’ al camino come facevano i nonni quando venivano chiamati a raccontare. «Tristi, suppongo» aggiunsi. «Non sempre ma spesso-rispose- e non bisogna dimenticarle perché siano d’insegnamento, per capire come anche senza volere, l’uomo può far del male al suo prossimo…» «E quindi è bene starci lontano» volevo aggiungere, conoscendo il suo timore per il prossimo, ma invece chiesi: «Cosa successe? Visto che ora l’abito io questa casa, spero non ci siano stati omicidi!!» Lui, unendo le mani come in preghiera, precisò: «Involontario, ma forse proprio di omicidio si trattò.»

E cominciò a raccontare: «La famiglia **** che abitava la casa era povera. I terreni sono avari specie con chi ha poche forze. Avevano un unico figlio gracile di costituzione ma sensibile e intelligente. Non era adatto a lavorare nel campo ma prometteva negli studi. Vittorio, così si chiamava era ben visto da tutti e molto amato dai compagni che riamava più di fratelli. I genitori, constata la sua totale incapacità ai lavori manuali, decisero di mandarlo a studiare in un collegio laico a Torino nel quale insegnava un certo loro parente che aveva fama di essere severo e insensibile. Quando Vittorio seppe della decisione, pianse e cadde in una depressione che avrebbe dovuto allarmare anche il più distratto dei padri. Solo la madre voleva che rimanesse per farlo prete nel nostro seminario in città. Il giovane, nella stretta tra due soluzioni che temeva sopra ogni altra cosa perché doveva lasciare i suoi amati compagni, una sera non fece più ritorno a casa…»

«Fuggito e mai più ritrovato? Sembra una costante da queste parti» commentai ripensando al figlio della Gina e sperando che quella parola “omicidio” fosse stata un’esagerazione per indicare solo un esito forte che si poteva evitare. «No, purtroppo ritrovato, ma morto» ripose cupo. «Ucciso? Dove? Perché?» chiesi incredulo. «Si è gettato nel pozzo. L’hanno ritrovato lì due giorni dopo» rispose il frate passandosi una manona sulla fronte come per scacciare il ricordo. «Pozzo?» chiesi «Quale pozzo, il mio? cioè il loro… allora…» Ero colpito dall’esito della storia che, lì per lì, pareva coinvolgermi come se avessi ereditato un ritaglio di colpa. E insieme, portò una sorta di istintivo senso di contaminazione pensando all’acqua che avevo bevuto, ai bagni che mi ero fatto con quel liquido. Soprattutto, pur a distanza di trent’anni dal fatto, una voce pareva rimproverami la mancanza di rispetto, di noncuranza della sacralità che aveva assunto il pozzo che conteneva quelle acque. Acque continuate a scorrere quasi in un battesimo perenne per purificare quell’anticipato sepolcro dell’involontario peccato di aver soppresso la giovane vita. E mi sentivo quasi in bocca un sapore di sale, come da bambino dopo aver immerso le dita nella acquasantiera per poi portarle alla bocca. Allora credevo che la benedizione in qualche modo dovesse avere un sapore! Invece, non pensai subito, minimamente, alla torbida creatività popolare che inevitabilmente avrebbe dato seguito a quel fatto. Ci pensò il priore. Avvicinando ancor più le gambe al camino, ormai sull’arola vicino alla brace da incendiarsi la tonaca, aggiunse: «Un atto così drammatico e la pietà per una giovane vita della cui morte venivano incolpati i genitori, nel popolo fece nascere inevitabilmente la visione di un prodigio.» «Quale?» chiesi con un filo di voce. «Dicerie, superstizioni…» «Quali?» insistetti con una certa apprensione.

«Lo spirito… lo spirito» sussurrò con aria misteriosa e gli occhi alla fiamma come ad invocarlo. «Nel giorno della sua morte e in quello che viene celebrato in ricordo della strage degli innocenti di Erode, molti giurano di aver visto il ragazzo seduto sul pozzo a mezzanotte.» «Sul mio?… Sì, voglio dire sul loro che ora è mio?» mi scappò. «Sì, figlio e su quale!!» esclamò. «Lì, dove hai trovato la foto si è consumata questa tragedia che ha consigliato poi i genitori, anche per altre ragioni, a trasferirsi in città. E ora il prodigio è tuo, compreso il pozzo» concluse con un certo sadico compiacimento.

«Ma lei l’ha visto il…. fantasma, quelle notti?» «Io no- rispose – ma dicono sia tutto bianco e…. piange piano, sempre… Non potrebbe esser diverso, anche perché per lui fu un suicidio e potrebbe essere obbligato a comparire per espiare pure una sua colpa. Ma credo- e qui riprese il suo tono serio- che non ci sia niente di vero. La Chiesa condanna queste invenzioni sovrannaturali, più magia che religione… Però…» «Però?» incalzai. «Niente… ora che tu abiti la casa potrai renderti conto come la fantasia popolare sia accesa, pronta a vedere fantasmi, a creare divinità oscure, persino forze demoniache senza controllo. Per questo va guidata.» «E già – ripetei- guidata…» Pensando alla severità di quella guida, colpito dal tono delle sue parole nel pronunciare il solito verbo “espiare”, mi trattenni dal proseguire. Avrei voluto rimproverarlo di pensare possibile una colpa da imputare a quel povero ragazzo. Ma sapendo ormai che l’espiazione era costante unica del suo pensiero, inutile sarebbe stato discuterne. Presi però lo spunto per affrontare l’argomento che mi premeva: «Ci sono somiglianze, per fortuna non così tragiche nell’epilogo, con la storia di Anselmo, anche lui, non aveva colpe. Eppure, fu persino accusato di simonia» osservai. «Sì, e fu scagionato ma la sua leggerezza aveva i sintomi del peccato. Fu accusato di aver donato un suo san Sebastiano, molto bello e benedetto dal vescovo, già oggetto di devozione, alla signora in cambio di promesse di allestimento mostre in prestigiose gallerie d’arte. Poi si scoprì che in realtà lei lo comperò e il ricavato andò al convento.» Dovetti insistere: «E per il resto… dico, la questione della seduzione con violenza?» Lo scultore rispose con un certo disprezzo nel tono: «Lei, pentita, ritrattò prima presso i superiori in privato poi in sede penale. Quando si rese conto del male che aveva fatto, infangando un religioso e distruggendo un uomo e un artista inscenò un ridicolo suicidio con un farmaco. Per le basse dosi fallì, ma le menomò la vista, e questo lo sento come la severa risposta di Dio. Ora, quasi cinquantenne, so che vorrebbe riavvicinarsi ad Anselmo per essere perdonata ma io l’ho sempre ostacolato. Temo ancora quella donna, non la ritengo capace di pentimento. Un nuovo colpo di testa potrebbe nuocere al recupero di Anselmo, interrompere il suo cammino di espiazione lontano da tutti.»

«Ma Anselmo è ancora giovane!» protestai «così isolato potrebbe anche non accorgersi del tempo che passa e trovarsi vecchio. Anni e anni ad espiare un peccato quasi involontario, simbolico come… il peccato originale!» Il priore mi guardò con negli occhi quel saettare lontano tra nubi che parlava più delle parole che disse: «Perché? Ti sembra poco essere redenti dal peccato originale per la Grazia di Dio?» Non seppi e non volli rispondere. Di nuovo si ergevano tra noi visioni dell’uomo contrapposte. Era come se di fronte ad un castello apparentemente sguarnito di difese, porte aperte, bandiere multicolori al vento, atmosfera serena, invitante ad immaginare eleganti signori e splendide dame pronte ad accoglierti, all’improvviso, dagli spalti, una sentinella gridasse: «Lo straniero, il nemico!» E immediatamente le porte, con gran rumore di ferraglie, si chiudessero e tutto assumesse l’aspetto di un assedio. Vi era qualcosa di insormontabile tra noi due che si opponeva sempre ad una convergenza di idee e di sentimenti laddove si poneva il dubbio della scelta: legge di uomini saggi o quella di un Dio così severo? Pietà e perdono senza regola e misura per esseri umani deboli e consapevoli dei loro errori, desiderosi di rialzarsi dalle loro miserie ma pronti, ahimè, a ricaderci; o soldati di Dio, ai quali è concesso disertare davanti ad un pericolo ma chiamati poi espiare la loro colpa fino alla morte?

Si era fatto freddo e la legna era finita. Bisognava uscire per andare in legnaia e ciò avrebbe significato interrompere il colloquio. Prima di farlo notare, lanciai un’ultima sfida: «Alberto mi sembra molto attaccato ad Anselmo. Mi pare voglia aiutarlo, sollevarlo un po’. Ho notato che ad Anselmo le sue attenzioni sono molto gradite. E‘ il solo che sa strappargli quello che si può definire un sorriso, qualche volta.» «Sì, ma la cosa mi preoccupa.» rispose. «E perché?» chiesi. E subito dentro di me, proseguii: «Forse perché i suoi metodi d’espiazione sono più umani?» Il priore non rispose. E lo fece con quel suo modo definitivo e irrevocabile che avevo imparato a riconoscere. Quindi non insistetti ma mostrai che ritenevo quel silenzio una risposta da me non condivisa.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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C’è un frate scultore in convento ( seconda parte )

Da pochi giorni mi ero trasferito in una vecchia casa colonica che avevo acquistato dalla Curia con attorno un po’ di terreno agricolo coltivato a olivi e viti. Ero intenzionato a far rivivere quel luogo che dal giorno dell’abbandono dell’ultima famiglia contadina, sembrava la tomba dimenticata di un cimitero di campagna.  Disseppellire tutta la primitiva semplicità avrebbe richiesto tempo e fatica. Lo sapevo e l’accettavo. Il luogo non era lontano dal convento e il mio terreno confinava con le altre proprietà della Chiesa. Ci separava solo un lungo tratto di strada di verde alberato: vecchie querce e robinie ambo i lati. Dalla mia parte, il terreno sopravanzava folto di siepi d’alloro là dove le grandi querce avevano lasciato spazio per i più piccoli! L’edera, forma vegetale di una Kali spietata e insaziabile, abbracciava i grandi tronchi oscurandoli fin sull’alto da negargli il sole. E non risparmiava nemmeno le pianticelle vicine sebbene l’alloro non si facesse mettere i piedi in testa! In quanto a vitalità non è da meno. Dall’alto della scarpata potevo vedere, da pochi metri, il transito sulla strada senza essere visto. Traffico modesto, al limite del diritto di chiamarsi strada! Qualche pedone o ciclista nei giorni normali, carri agricoli al mattino presto o di sera. Nei festivi, specie d’estate, auto aureolate di polvere dirette al convento per le funzioni religiose.

Cominciavo a muovermi intorno alla casa già all’alba e fu proprio il terzo mattino che sentii provenire dalla strada un sommesso canticchiare in lento avvicinamento. La giornata era bella. Non avrei dovuto stupirmi se qualcuno, passeggiando, avesse voluto manifestare la gioia di viverla con un canto, pur confuso e sussurrato come quello. Pensai ad una contadina, ma le donne da molto ormai non cantavano più nei campi, figuriamoci in strada! «E comunque le donne non canticchiano così … e con quel tono!» mi dissi.

Incuriosito, deposi gli attrezzi e mi avvicinai alla siepe. Sporgendomi tra il verde, cercai il cantore mattutino. Ciò che vidi, senza essere visto, per poco non mi fece franare sulla strada! Lui, proprio lui, frate Anselmo, era l’autore del canto! Il viso e lo sguardo ai rami sopra di sé, ostacoli, forse, a obiettivi più celesti! Il volto emanava la serenità e il trasporto di un santo in estasi. La luce che filtrava dalle foglie ingiallite con quel colore di sole bambino, pennellava chiaroscuri sul volto come carezze. Sembrava ringiovanito. Sembrava… un altro! Debbo descriverlo quel volto ora che non vestiva più la maschera della tristezza. Un viso pieno, un po’ squadrato dal mento volitivo alla fronte alta, capelli neri, all’indietro, lunghi sulla nuca con numerosi fili bianchi, naso romano e labbra regolari. Il colore degli occhi- l’avevo già notato- verdognolo palude, ma ora, l’immaginavo più verde mare, da libeccio, il vento del cambiamento.

«Che sia un gemello?»  mi chiesi. E di seguito: «Che fatto straordinario sarebbe avere due gemelli frati nello stesso convento e, come spesso succede, così all’opposto come carattere e approccio alla vita. Ma sarebbe compatibile con quanto previsto dalle regole dell’Ordine? E semmai, quando sarebbe giunto in convento se nell’ultimo incontro serale, tutti i frati presenti, nessuno ne aveva accennato?»

Il desiderio di una pronta soddisfazione alla serie di domande non riuscì a vincere il riguardo dovuto all’uomo. Mi trattenni dal rivolgergli la parola. Se fosse stato un altro? Chi ero io per impicciarmi in fatti altrui, ancor più delicati trattandosi di religiosi?

Rinviai ogni proposito di chiarezza al prossimo incontro serale in convento: se gli Anselmo erano due, l’avrei visto e sarebbero certo seguite le spiegazioni!

Prima di lasciarlo andare col suo canto lo osservai ancora per un po’. La figura era imponente, l’andatura leggera, come una vela gonfiata da una brezza marina: insomma una visione decisamente impressionante, eccellente per un film medievale. Notai anche che al nuovo look, non era estranea la veste: pulita e ben stirata. Mi convinsi che se non era un gemello qualcosa di straordinario doveva essere accaduto!!

La sera entrai in convento prima della cena, dopo la preghiera del vespro. Erano tutti in tavola ad aspettare che la Gina servisse il solito: minestrina vegetale verde pisello con pane tostato. Era, la Gina, una piccola donna anziana che sbrigava tutto, dalla cucina alle pulizie delle camere, con una energia, un fervore meritevoli di quel Paradiso al quale anelava e senz’altro avrebbe meritato senza nemmeno passare per il Giudizio. I frati intorno alla tavola erano i soliti tre e con il solito aspetto. Forse con un che di attesa in più se quella che riconobbi nei visi, era delusione nel veder entrare dalla porta me e non la cuoca. Si era infatti in ritardo rispetto a solito.

«Vengo per la buonasera e con l’augurio di buon appetito» esordii con un elaborato, ruffianesco saluto che non mi piacque. Decisi di pareggiarlo con una domanda diretta e brutale al responsabile dei miei dubbi: «Lei, frate Anselmo, ha per caso un fratello?» Questi, compresso nel suo solito umore in gramaglie, alzò con fatica lo sguardo che aveva al piatto, gli occhi color minestra, scosse la testa in una negazione che in mancanza di parole non riuscii a interpretare: non l’aveva o non voleva rispondere? Come era diverso da colui che avevo visto al mattino! Lo scultore mi venne in aiuto. «Non ha fratelli. Perché lo chiedi?» intervenne con tono tranquillo.

«Perché stamattina è passato sotto casa un frate che gli assomiglia in modo impressionante… Mi sembrava potesse essere lui se non che…»

«Se non che…?» incalzò lo scultore, più interessato.

«Se non che -continuai- sorrideva e canticchiava e … insomma non poteva essere lui!» risposi deciso, in tono scherzoso, rivolgendomi sempre al mio interlocutore in mancanza di reazione da parte dell’interessato. Alberto, il novizio, che stava per dire qualcosa, come al solito, si trattenne.

Lo scultore diede l’impressione di voler chiudere l’argomento: «Perché non lui? Al mattino, Anselmo è di buon umore!» esclamò e si alzò per recitare la preghiera prima del pasto visto che già era entrata la Gina con la minestrina serale. La preghiera fu seguita da tutti eccetto dal sottoscritto che in piedi era già e che, sebbene fossi stato invitato a farlo, non avrei cenato. Partecipai alla breve, insoddisfatto, allertato in più, perché la vecchia cuoca aveva sentito e mostrato interesse per la mia osservazione sul frate. Si muoveva intorno al tavolo col suo pentolone con studiata lentezza e una prudenza eccessiva nel versare il contenuto nei piatti, manco fosse bollente!! Nei movimenti le sfuggivano, ogni tanto, brevi occhiate ansiose ad Anselmo che riprendeva a stento come bambini irrequieti in fuga dal braccio materno. Sembravano volersi accertare che il frate non avesse risentito di quella che valutavo una innocua domanda. O quasi. Anche questo particolare alimentava il mistero nascente. «Tutti -mi dissi- sanno qualcosa su questo frate che deve rimanere segreta. Cosa sarà? Lo voglio sapere anch’io!».

La mattina seguente raggiunsi lo scultore che lavorava in quello che poteva essere definito il suo studio: un’alta, grande stanza del convento intonacata di bianco, proprio vicino all’entrata, da non disturbare con le visite di estranei la quiete e regolarità della vita conventuale. Non l’avresti potuta immaginare diversa: zeppa di opere in creta o gesso alcune finite, altre cominciate e rimaste ad aspettare, tutte bianche o rosa pallido, in timido contrasto con lo scuro del legname di ogni tipo e misura. E poi: sacchi, cesti, barattoli, secchi, scale, chiodi, tenaglie, scalpelli, mazzette. Tutto immerso in una luce che entrando da un finestrone a nord, al di là del quale si vedeva solo il cielo, per il bianco che trovava, s’inceneriva tutta come pulviscolo. Mi chiesi se non si potesse definire il laboratorio di un fornaio che invece di pane formasse e cuocesse forme umane!

Sul bianco della parete a sud si stagliava un crocefisso di bronzo. Un Cristo così magro e teso, tirato all’alto da valicare la croce in un movimento di paura e di fuga dal mondo. Il volto esprimeva un non più controllato dolore intriso di rimprovero e delusione più che perdono e misericordia. Pensai che riflettesse un po’ il carattere dell’autore e lo facesse così apertamente da valere più di qualsiasi ammissione.

Girovagando per la stanza a curiosare in tutto ciò che incontravo come gatto nuovo all’ambiente, m’imbattei in un quadretto un po’ impolverato dietro la porta che raffigurava un’aula di lezione o uno studio di artista in cui un insegnante indicava ad un gruppetto di allievi, qualcosa relativo all’anatomia del corpo umano su di una lavagna. Lo osservai meglio e chiesi: «Mi dica priore, qui sembra che tra gli allievi ci sia anche lei… sembra una foto più che un dipinto… e… ma quello a destra, non è per caso frate Anselmo?» Non ero per niente sicuro che il bel giovane in camice bianco, accanto allo scultore, fosse lui ma per subdolo istinto mi venne da chiederlo.

Lo scultore non si avvicinò nemmeno. Mostrò di non gradire molto il ritrovamento e men che meno la domanda ma rispose con sincerità: «Sì è lui… insieme… un corso di anatomia per la conoscenza del corpo umano nell’arte.»

«Dunque anche Anselmo…»

«Sì, ma lui si dedicò alla pittura… quel quadretto è suo!» ammise.

«Ora non dipinge più?»

«No, non fa più nulla da quella volta che…»

«Che? … »

Il frate non rispose. Restò un po’ in silenzio, cupo, confuso. Poi si decise, dibattuto tra reticenza e confidenza. «Vi è stata una disgrazia che l’ha cambiato» mormorò «una grossa disgrazia che l’ha cambiato». Capii che era il momento di farsi dire tutto. Per vincerne la ritrosia decisi d’inventarmi lì per lì, una mia falsa tragedia familiare, per altro credibile dato i tempi. Gli raccontai di essere separato dalla moglie per mia colpa e che, pentito, cercavo di recuperare gli affetti familiari. Il tutto col tono di una confessione laica che essendo priva del vincolo religioso fidava nella discrezione di chi l’ascoltava.

La confidenza lo convinse a dire qualcosa di più. Raccontò allora che Anselmo era stato un artista di grande fascino molto seguito fin quasi ai quarant’anni quando nel convento di ***** dove allora risiedeva, non capitò una certa signora: bella, ricca, amante dell’arte e del lusso, sposata ad un influente uomo politico molto più anziano di lei. Per lui era la seconda moglie. Da come lo disse, sospettai che il frate nutrisse per la donna un certo disprezzo. Lei cominciò a frequentare il convento che, per iniziativa di Anselmo, era diventato, oltre che luogo di preghiera e meditazione, anche un punto d’incontro per artisti e intellettuali credenti e non. «A quel tempo Anselmo era conosciuto e invidiato da molti!» ribadì il frate. «E poi?» chiesi con un filo di voce per incoraggiarlo a continuare. Continuò con difficoltà: «Quella lo volle conoscere e pretese che fosse a sua disposizione per essere “consigliata, istruita, confortata” – queste le sue parole- quando lo stimasse necessario. La pressione esercitata sul priore del convento fu forte. Le donazioni importanti e certe parentele influenti furono decisive affinché la signora ricevesse da Anselmo l’aiuto richiesto…»

A questo punto del racconto, accorgendomi che la voglia di proseguire si affievoliva sempre più quasi che ogni parola detta lo rimproverasse, lo provocai: «Beh, non ci vedo niente di strano in tutto questo, men che meno roba da perderci l’umore!»

La provocazione funzionò solo in parte: «Figlio – disse guardandomi fisso- sai come inizia la quarta regola dell’Ordine?»

«No», confessai.

«Dice chiaramente: “Gli occhi, anche se cadono su qualche donna, non si fissino su alcuna”. Come sarebbe possibile in una frequentazione continua non fissarsi su alcuna?»

«Capisco… però è finita lì, quindi…»

«Purtroppo, non poteva finire lì. Anselmo sempre disarmato al Male, sottovalutò le provocazioni della donna. Lei voleva intrattenerlo a lungo in pretestuose dispute sulla pittura. In ultimo volle che lui cercasse di imitare un certo stile definito primitivo, come nei Nazareni, verso i quali lei diceva di nutrire una vera e propria passione.»

«Beeh! L’arte non si accompagna necessariamente al peccato se trattata come tale e non sia pretesto» osservai.

«Quanto dell’una e quanto dell’altro?» obiettò lui quasi risentito. «Anche le letture, come insegna Dante, possono essere molto pericolose. Se poi la volontà si spinge oltre… Il primitivismo da lei desiderato, verso il quale spronava Anselmo, era diretto in realtà non a soggetti religiosi come nei Nazareni dai quali era partito, ma a ritrarre una natura libera, primitiva nelle forme e nei contenuti, nudi e sessualità evidenti; insomma, alla Gauguin. Il demonio, lui sì che ha l’arte più raffinata!» concluse.

«E Via!! -esclamai- perché chiamare in causa il demonio quando sarebbe più semplice e vero riconoscere che la natura è sessualità. Non crede che abbia un potere immenso al quale non si può sfuggire? Sta lì tra la vita e la morte e fa muovere entrambi come ruota d’ingranaggio. Guai a fermarla! Non è ammessa nemmeno la manutenzione! Non è tentazione mortale, è la stessa esistenza degli esseri che lo pretende, quella vita che lei fa provenire da Dio; quindi, mi pare che i conti dovrebbero tornare anche per i credenti!»

«Per chi significa solo strumento per la riproduzione forse sì, non per chi concepisce l‘amore nella pienezza del termine come unione di tutte le anime in Lui…» e alzò gli occhi al cielo.

«E cosa vieta di praticare l’uno e l’altro se non assurde leggi religiose, inventate dall’uomo, dettate dalla paura della morte, smaniose nella loro assolutezza di imitare la perfezione della divinità?»

Lo scultore non rispose. Capii che, nella conversazione, mi ero addentrato su di un terreno che doveva, per tacito accordo, essere zona smilitarizzata.

Cercai di rimediare con un po’ di spiccioli filosofici: «Comunque, capisco e intuisco anche come è finita. Non mi rendo conto però del seguito, delle conseguenze di un episodio che come è spesso accaduto, si risolve quando il capriccio femminile muta oggetto delle sue voglie e tutto rifluisce nell’eterno fiume dell’esistenza.»

«Purtroppo, non è stato come dici. Molto peggio… Ma era predestinato…» concluse cupo il frate e si mise a modellare nella creta una testa di angelo bambino. Sapevo che non avrebbe più parlato.

«Cosa voleva dire con quel “peggio”?» mi chiesi… Cos’altro poteva essergli accaduto ad Anselmo se non essere coinvolto in una relazione proibita non rara nella vita dei religiosi? Forse alludeva al rimorso che ancora l’imprigionava e ne aveva prosciugato la voglia di vivere? Riflettendoci sopra mi sembrava troppo. In fondo era rimasto nell’Ordine: dunque perdonato. Avrebbe potuto riprendersi. Non si era più nel Medioevo!

Visto il suo mutismo lo lasciai, deciso di battere un’altra strada: la Gina. Quella vecchietta energica dava l’impressione di saperne forse persino di più dello scultore. Dal modo con cui guardava Anselmo e le continue piccole premure a tavola, doveva provare per lui un affetto particolare. Che tipo di affetto? Certo nasceva dal passato, quindi decisi di portargli un regalo come espressione di stima e simpatia e, più, come lubrificante della memoria.

«Buongiorno alla bella signora Gina!» La donna stava spennando un pollo per la festa del patrono. Salito da una pentola che aveva sul pavimento, lo teneva nel grembo e biascicava lentamente il rosario di cui ogni grano era un ciuffo di penne tolto all’animale. «Ben strano modo di pregare- pensai- forse è per evitare le imprecazioni che tirava giù mio nonno nel fare lo stesso lavoro con il fagiano!»

Non alzò subito gli occhi. Quando lo fece e rispose al saluto, notai che era guercia dell’occhio destro, il che, su quel viso affilato dalle fatiche e dall’età, non incoraggiava un tono scherzoso. Mutai atteggiamento: assunsi quello che la donna ispirava: mesto e rassegnato nel sopportare qualunque scherzo malvagio facesse la vita. Mi aiutò l’immedesimarmi nel pollo…

«Ho pensato che in questa esistenza così difficile per tutti dovremmo aiutarci… magari interpretando i piccoli bisogni insoddisfatti che ciascuno di noi ha… Ecco le ho portato uno scialle di lana… è scuro ma non nero… porta male. Lana calda per l’inverno che, mi pare, le mura del convento non dovrebbero ostacolare di molto… E le stanze così alte senza riscaldamento…» Così dicendo le porsi il regalo che avevo portato ancora ben impacchettato.

Fu così confusa della mia offerta che fece cadere il pennuto, ormai svestito, nella pentola sul pavimento per prendere, più per cortesia, che per convinzione, ciò che le porgevo. Non sapeva cosa dire: guardava me e il pacco tra le mani ancora un po’ impiumate. All’improvviso realizzò il tutto e corse a pulirsi dopo aver posato il regalo sul tavolo ed essersi accertata che non si era sporcato.

«Perché?» mi chiese con un tono di apprensione come ad un ennesimo compito che le fosse affidato. «Perché no?» replicai sedendomi in una sedia accanto al tavolo mentre lei tornava alla sua.

«Magari lei ne ha altri di scialli -continuai- ma uno in più non fa male! Scommetto che il marito, i figli le hanno già fatto un regalo simile!»

«Ho settantadue anni, mio marito è morto giovane e non ne ho mai avuti di regali» rispose cupa, togliendosi di tasca un fazzoletto per asciugarsi l’occhio offeso da un umidore improvviso. «E le mancano queste attenzioni, vero?» chiesi sinceramente stupito e interessato.

«Dagli altri no… ma da un figlio mi sarebbe piaciuto…» Trascurai di chiederle dei figli, se ne avessi avuti, dove si trovavano, tutto contento di essere entrato subito nell’argomento che mi interessava: sapere se Anselmo avesse avuto figli da quella donna.

«Beh, in fondo, anche i frati qui in convento non hanno figli e non hanno regali… non mi pare che ne soffrano» dissi.

«Loro sono uomini… Che ne sanno! Per loro, tutti sono figli ma… di Dio» ribatté quasi con disprezzo.

Dovevo insistere: «Frate Anselmo potrebbe capirla perché mi pare sempre molto sensibile e preoccupato… eccetto al mattino quando gironzola libero per le strade.»

«Anselmo… povero Anselmo!  Lui ha già sofferto la sua passione che non avrebbe più lacrime da versare…» ammise scuotendo la testa.

«Sì, ho saputo di quella donna… forse il dolore per un figlio che non può riconoscere?» chiesi gettando sul piatto tutta la mia sfrontatezza.

«Oh, no!… no! il Signore sarebbe stato troppo crudele con lui …» e si fece il segno della croce come a chieder perdono.

Alla fine, non mi trattenni ed esclamai: «Ma, insomma, cosa altro gli è successo allora?»

La donna mi guardò, guardò il pacco sul tavolo, unì un sorriso di compatimento.

«Lei vuol sapere cosa è successo. Non le basta quello che ha saputo su di lui? E di lei? Di quella…  perché non hanno voluto dire cosa ha fatto quella?»

E qui rividi calare sul volto della donna quella durezza femminile che nella Gina mi sembrava impossibile: deforma anche i tratti più dolci dei visi quando odiano, figuriamoci i suoi! La descriverei, per certi aspetti, come l’espressione dell’animale vittorioso che dopo avere rischiato di soccombere contro un nemico più forte, gode dell’insperato successo e assapora il gusto d’infierire sul vinto. E non gli sembra mai abbastanza. Al ricordo lo ritrovavo, attenuato, anche all’interno delle mie esperienze infantili dalle quali proveniva la prima scoperta, specie con chi era preposto alla sorveglianza dalla quale con fantasiosi espedienti cercavo di fuggire e poi venivo ripreso. Allora, erano parenti, persino suore… Più avanti donne tradite, immeritatamente tradite e non solo sotto il profilo affettivo. Nelle sue forme più estreme, sospettai che il sentimento che lo generava fosse risvolto aggressivo della potenza generatrice della femmina. Lei crea e forma la vita, concede sé stessa a fronte di una alleanza, se tradita non stupisce se prova persino la tentazione di riprendersi ciò che ha dato.

Ma come entrava la Gina in questo mio improvvisato parto filosofico?

«Anselmo è suo parente?» chiesi.

«No… no. Potrebbe quasi essere mio figlio per l’età, ha quarantacinque anni, ma non lo è» assicurò.

«Ma figli suoi ne ha avuti?» chiesi finalmente avvertito che qualcosa d’importante mancava.

«Sì, un maschio…  non ne so più niente.»

«Come mai, se non sono indiscreto?»

La donna si alzò dalla sedia e avviandosi verso i fornelli mi lanciò un: «Sempre per colpa di quella!»

«Come di quella?… della stessa donna?» chiesi stupito.

«No… no, ma sono tutte uguali quelle! Grazie dello scialle… Pregherò per lei!» Constatai con rammarico che il mio regalo, come tutti gli scialli che si rispettano, invece di scoprire, copriva ancora di più. Salutandola, conclusi, non domato: «Mi racconterà almeno la storia di suo figlio, un giorno!»

Non rispose.

La mattina seguente mi appostai in un punto del pendio libero da piante dal quale potevo vedere la strada ed essere visto. Proprio lì, un tronco secco era stato abbattuto dal vento e andava rimosso.

Puntuale, padre Anselmo, preceduto dal suo umano cinguettio, comparve dalla curva e si avvicinò alla mia postazione. Giunto a pochi metri lo salutai. Non rispose. Speravo almeno mi rivolgesse lo sguardo. Niente. Riprovai. Nessun segno di ricevuta: pareva in trance. Lui continuò e io risalii con la coda tra le gambe. «Come fare per destare la sua attenzione?» mi chiesi.  Se fossi riuscito a parlarci durante la sua passeggiata, lontano dalla pur discreta ma occhiuta presenza dei confratelli, avevo la presunzione di credere che avrei gettato un ponte oltre l’abisso che lo separava dal mondo e forse sarebbe stato possibile recuperarlo alla vita normale. Il tardo pomeriggio mi proposi di chiederlo allo scultore. Lo trovai nello studio. «È difficile tirarlo fuori da quel suo mondo» mi rispose proseguendo con un linguaggio che in lui mi stupì tanto era elaborato, come se fosse una diagnosi imparata a memoria: «Quelle evasioni lo compensano dello scontroso isolamento. Abbiamo tentato in molti d’aiutarlo senza risultato. Sono fughe mistiche verso un mondo naturale primigenio, semplice, puro, senza peccato… una specie di Eden senza la presenza umana. Potrei definirle preghiere per invocare la Grazia divina. Una vicinanza con altri lo riporterebbe alla sua depressione abituale della quale è cosciente ma che non riesce ad evitare. Questo il senso delle sue solitarie evasioni mattutine!»

«Eppure, bisognerebbe fare qualcosa!» esclamai.

«Io cerco di farlo sempre per l’affetto che gli porto da tanto tempo. Non a caso è stato trasferito qui. Devo vigilare su di lui. Molti non sanno la sua storia e, anzi, sarebbe bene non rivelarla a nessuno. Non abbiamo Il diritto di forzarlo a mutare questo suo cammino d’espiazione. Deve essere percorso finché Dio vorrà concedergli la sua Grazia salvatrice.»

«Sarà!» commentai con sospetto a quest’ultima riflessione. Mi passò per un attimo alla mente l’idea di una prigionia. Contagiato dall’idea aggiunsi con presunzione: «Credo d’intuire cosa lo farebbe evadere… forse l’arte.»

«Forse…» Sentii un calo nel raccontare come un giradischi che pian piano tenda a fermarsi. Dovevo passare ad alimentarlo con un altro argomento di diversa tensione.

«Ma mi dica: cosa è accaduto al figlio della Gina?»

Il frate alzò il capo dalla creta che stava ammorbidendo e fissò la finestra dalla quale entrava la solita luce fredda e lontana. Rispose: «Non si sa più dove sia. Una volta passavano in città dei circhi equestri. Uno di questi… non ricordo il nome, restava l’intero inverno per ripartire in primavera. Poneva la tenda non lontano da qui a ****. Era famoso tra i giovani perché la figlia del proprietario, ballerina nel circo, era molto bella. “Lilli la bella libellula” la chiamavano. Bella sì, ma anche molto… libera di costumi.»

«Esistevano anche nel passato donne così?» chiesi con ironia.

«Dai tempi di Erodiade e Salomè, sono sempre esistite. Da sempre, come il Male. E questa giovane qualcosa di diabolico l’aveva. Alcuni raccontavano usasse filtri e aromi come una maga per sedurre i corteggiatori giovani ai quali carpiva volontà e denaro. Le sostanze proibite le forniva un orientale incantatore di serpenti che lavorava nel circo.»

«E cosa accadde?»

«Non conosco i dettagli ma Fausto, si chiama così il figlio della Gina, la frequentava. Era come stregato, posseduto. Cominciò a non tornare a casa, a non frequentare più le amicizie solite, a non farsi più vedere in chiesa, a non confessarsi più nemmeno da me. A quel tempo lavorava in Comune. Anche nel lavoro cominciarono le assenze. Un giorno sparì. E l’anno successivo il circo non tornò più…»

«Cosa successe?» insistei con un’ansia non frenata. Lo scultore come sua abitudine, secondo meccanismi imprevedibili, decise di non rispondere. Abbassò il capo canuto come in pentimento. Non c’era più niente da fare. Avevo però, ottenuto qualcosa. Il resto sentii che dovevo tirarlo fuori dalla Gina.

Alla sera la trovai in cucina che tagliuzzava le verdure per la cena. La salutai e chiesi se lo scialle era di suo gusto. Mi rivolse un sorriso di gratitudine e un cenno di assenso. Ne approfittai per attaccare subito: «Visto che il figlio non ci ha pensato, i frati le avranno regalato qualcosa ogni tanto. Anselmo nonostante il suo cattivo umore mi sembra buono e generoso, no?». Rispose con una punta di sarcasmo: «Dopo quel regalo che hanno fatto a lui… a queste cose non ci pensa. Però è buono, lo è sempre stato.»

«Lei allude alla storia con quella donna? Ma come è successo!» finsi ignoranza e meraviglia.

«È successo come con Giuseppe, ecco…. Quando quella, la moglie ‘di Putifarre… che lo voleva… donnaccia…. Disse lei di essere stata presa con la forza… La sa la Bibbia, no?»  chiese con sospetto.

«Veramente, non a memoria. Però sì, questa storia me la ricordo perché il nome del marito, quel nome, Putifar o Putifarre, era così buffo che, specie da ragazzo quando lo sentii per la prima volta, faceva ridere e alcuni se lo immaginavano come il solito grasso corn….» Mi trattenni dal dirla tutta quella parola ma lei capì, frenò lo sguardo tagliente dall’occhio strabico come soddisfatta.

Mi ripresi subito e conclusi le memorie bibliche in gran spolvero religioso: «Però, non era come pensavamo perché, con l’aiuto di Dio, Putifar scoprì la verità, riabilitando Giuseppe» e, pensai senza dirlo: «Anche perché gli faceva comodo, bravo amministratore com’era dove lo trovava un altro!» Lei stette un attimo in silenzio poi concluse: «Su per giù è la storia di Anselmo»

A questo punto era imperativo scendere nei dettagli di questo revival biblico. «Come fare? -mi chiesi- come richiedere particolari di una storia cosi scabrosa ad una pia donna?» L’imprevisto mi venne in aiuto! Da lei proruppe improvviso un flusso verbale inaspettato, irruento come avviene negli sfoghi femminili. Con rabbia malcelata sfogata in parte su una carota che puliva per la minestrina serale, la Gina esclamò: «Ma quella puttana che lo voleva nel letto non ci riuscì, perché Anselmo fuggì sempre da quella cagna in calore!» La guardai e notai la solita smorfia di compiaciuta cattiveria. Fui molto incoraggiato da quella discesa nel parlare da strada; in fondo-pensai- anche quella timorata di Dio, in cose di sesso, razzolava in letamai gergali come tutti. «E cosa successe?» chiesi. «È scritto nella Bibbia. Per vendicarsi… quella disse che era stata…. capisce? Montata con la forza e bastonata. Il Putifarre, cioè suo marito, si sentì disonorato, un’offesa alla famiglia, al nome… Come se non avesse saputo che questa seconda moglie non era come la prima! Sembrava la fine del mondo… un via vai di offese contro i frati, il monastero e, soprattutto, a lui, Anselmo che invece era innocente come un bambino!» Alla Gina pareva come se tutto fosse successo a lei… Come se il bambino innocente fosse stato il suo. «Perché? – mi chiesi- c’è poco in comune con la storia accaduta al figlio!  Perché di lui non ne vuol parlare mentre su Anselmo corre a perdifiato!»

Stupiva il riferimento non a un nome ma a… “Quella”, un pronome caricato nel suono di tutte le sfaccettature di una condanna: dal disprezzo, al rifiuto nel pronunciare il nome originale della persona; risonante di tutte le aggettivazioni innominabili, di tutta l’indeterminazione e la lontananza necessarie a non farsi contaminare. Una parola strutturalmente e foneticamente consonante alla smorfia nel volto, con l’iniziale “que”, a imitare il verso dell’animale da cortile e il finale ad accentuarsi sulla “l” di “lingua”, lascivo suggerimento al peccato. Una quasi metafora del Male da individuarsi nell’innominabile Lilith biblica che la Gina forse non conosceva ma, se descritta, l’avrebbe riconosciuta, vicina anche nel nome, alla “Lilli, la bella libellula” che le aveva rapito il figlio.

La donna era così alterata che decisi di smetterla. Ruppi con un: «M’inviterete per il patrono? Mi hanno detto che il pollo alla cacciatora della Gina fa… risuscitare i morti!»

Lei si rabbonì, se era un cenno di assenso compiaciuto quello che vedevo sul volto. Non parlò più e continuò a preparare la cena. Uscii dal convento con una nuova visione della storia e più precise domande. Anselmo sembrava essere stato solo una vittima: ingenuo, imprevidente, distratto ai consigli, non sollecitato al pericolo per la sua natura bonaria e refrattaria alle tentazioni. Quanto aveva infierito “Quella” su di lui? Come si era giunti a proscioglierlo da ogni accusa? Perché lo scultore parlava di espiazione per un soggetto la cui unica colpa era stata la leggerezza? Semmai la mancanza doveva cercarsi nei superiori incapaci di porre un freno alla sua libertà nei rapporti con l’esterno!  «A quale altra fonte attingere per capirne di più?» mi chiesi.

Mancavano altre possibilità. All’interno c’era rimasto solo Alberto, il novizio che passava gran parte del suo tempo in biblioteca. Essendo molto giovane, della storia non ne poteva sapere gran che ma quello che sapeva, ero certo, l’avrebbe confidato. Mi incoraggiava la sua voglia sempre repressa dallo scultore, di prendere la parola ed esprimere compiutamente la sua opinione che già dall’incipit, s’intuiva di critica contro la tradizione e tendente a scavare. «Certo un giovane sveglio da assicurare alla Chiesa!» pensai. I Padri Superiori infatti, una volta intuitane la caratura intellettuale e verificata la fede, gli avevano concesso licenza per elaborare una ricerca per la relazione finale del suo corso di teologia. Seppi dallo scultore che si proponeva di approfondire il tema del male: da Sant’Agostino a Lutero. Lo cercai nella biblioteca del convento dove, ben conservati, si trovavano migliaia di preziosi testi antichi pervenuti anche da privati per salvarli da requisizioni e bombardamenti. Oltre ai testi donati c’erano quelli in deposito e mai più reclamati per motivi diversi: dalla scomparsa dei proprietari al disinteresse degli eredi inclini al nuovo. Di fatto le librerie in casa già andavano scomparendo. Radio, giornali e negozi di libri, attiravano di più e facilitavano la ricerca. Per non parlare dello spazio preteso in case sempre più piccole. Una grande e antica libreria come quella del convento era ormai rara. Arduo compito il mantenerla!  Far fronte alla necessità di una catalogazione aggiornata, di un esame periodico contro tarli e altri animaletti che trovavano dello stesso gusto e digeribilità le pagine ingiallite di una Summa dell’Aquinate quanto il biancore dell’ultimo breviario per giovinette alla prima comunione. Nelle donazioni si annidava anche il peccato perché molti testi, nel mucchio, si erano scoperti di contenuto a dir poco licenzioso. Discriminare la semenza divina da quella diabolica e infestante era imperativo. Tale opera fu portata avanti nel passato da un tale frate Procopio che essendo ultranovantenne, ancora vivace di mente ma ininfiammabile nei sensi, era riuscito a dividere tutta la massa dei volumi in sacra e profana. Quanto di rigoroso ci fosse in tale operazione è facile immaginare solo guardando il rapporto volumetrico dopo l’intervento del censore: dieci a uno a favore dei profani. Questi ultimi sulla parte di destra dell’enorme stanzone, i sacri a sinistra. Bastava dunque un’occhiata alla mole delle due librerie per capire come andava (e come va) il mondo!! Due cartelli segnaletici all’ingresso, di dimensioni inversamente proporzionali al volume dei testi a cui si riferivano, indirizzavano il visitatore: la prima, grande, con titolo “Scienza sacra”, la seconda più piccola “Scienze filosofiche”. Questa distinzione manichea di frate Procopio forse non sarebbe stata approvata da sant’Agostino che pure con quella dottrina aveva praticato. Per impedire che il Maligno, nascosto tra le pagine di qualche testo antico, saltasse fuori a turbare le fantasie dei lettori, alla biblioteca profana, nella quale erano confinati anche testi di letteratura e storia, potevano accedere solo persone autorizzate dal priore.

Alberto poteva farlo e quindi lo trovai sul fondo, seduto al tavolo, che prendeva appunti da un gran libro aperto alla luce dell’unico, ampio finestrone. Se fossi entrato senza conoscere il luogo e ad occhi bendati, avrei subito riconosciuto l’odore di una biblioteca antica. Era per me come per un ghiottone entrare in una cucina. Annusavo, analizzavo, riconoscevo. Mi lasciavo trasportare ora qui ora là, da quel confitto di odori tra il mondo animale delle rilegature in cuoio o pergamena a quello vegetale della semplice carta di cellulosa o di riso; venivo stuzzicato dal piccantino stanco degli inchiostri antichi e dagli aromi delle misture segrete nelle colle di rilegatura. Come basso continuo in quel concerto di odori, percepivo il tipico gusto bocca-naso della polvere sollevata dalla movimentazione dei libri. Mi entrava in bocca ad ogni respiro come polline di sapere, come tabacco dolce all’olfatto. Mi avvicinai silenziosamente e mi piantai di fronte con la finestra alle spalle. Pensai fosse il modo per distrarre il novizio dal suo lavoro con la dovuta delicatezza. Infatti, alzò subito lo sguardo verso chi gli toglieva la luce e si allungò indietro sulla sedia per avermi tutto nel campo visivo ma lasciando la destra a sigillo sopra la pagina appena esaminata. Si offrì così, intero alla vista, e per la prima volta lo guardai con l’intento di scoprirlo. Vestiva ancora in borghese con pantaloni e maglione nero, apertura a V sul davanti, generosa nel far uscire una camicia bianca, ben stirata. Alcuni tratti del viso, non fatti segno di attenzione negli incontri passati, si rivelavano in quel momento per l’interesse che ora assumeva la sua persona. Lineamenti gradevoli, occhi grandi e scuri in contrasto di colore con i capelli biondicci, corti e ordinati, colorito chiaro della pelle, ben rasato. Le dita lunghe, bianchissime. Le vidi bene perché la mano era ancora là aperta, ferma sulla pagina in un atteggiamento di possesso nobile e geloso, a metà tra lo studente modello e il ricercatore di professione. Lo sguardo, privo di sorpresa, aspettava la mia parola. Che venne improvvisata: «Filosofia?» chiesi alludendo al testo. «Sì, in parte» rispose.

«Non ci capisco un gran che» confessai «ma “capire”, come dicevi per Spinoza qualche sera fa, è sempre un bel lavoro. E per capire, bisogna scavare nelle conoscenze passate, spesso volutamente sepolte per servire questa o quella volontà.» Mi sembrava un discreto ragionamento che avrebbe dovuto dissipare sospetti e guidarlo nel “sepolto” di mio interesse. Il giovane sembrò condividerlo e ribadì: «Sì, scavare e capire, ma non è facile. C’è terra dura sopra e spesso qualcuno riempie di nascosto lo scavo, sicché non riesci mai a raggiungere ciò che cerchi finché non ti stanchi.» Sembrava un po’ quello che capitava a me con Anselmo e quindi mi misi… allo scavo, dopo essermi seduto di fronte. E diedi il primo colpo di vanga: «Come, ad esempio, in dimensioni certo infinitesime rispetto alla tua ricerca ma sempre con lo stesso modo di nascondere, è il caso di Anselmo…»

Alberto chiuse il libro che aveva davanti con un gesto lento, studiato, paziente, l’espressione rassegnata come chi è chiamato a rispondere su un argomento che avrebbe voluto restasse ignorato.

Esordì con prudenza per saggiare la mia reazione: «Cosa c’è da capire su frate Anselmo?» Temetti lì per lì che non sapesse nulla.

«Beh, lo stato in cui è caduto in conseguenza di una brutta vicenda, sembra, con una certa signora…»

«Perché dice “certa”?» mi chiese con sospetto.

«Per non usare aggettivi più definiti e non lusinghieri usati da altri, non so se meritati o no dato che non conosco con sufficienza la storia.» «E una volta conosciuta?» chiese.

«Beh… cercherei comunque di aiutarlo. Forse io, un estraneo all’ambiente…»

«È certo che non sia per soddisfare una curiosità, cosa molto meno nobile di questa sua presunta offerta di aiuto?» insinuò con pacatezza. «Non so, credo di no…» risposi sedendomi al tavolo di fianco al giovane che, gli occhi fissi su di me, proseguì: «Le chiedo scusa per queste mie obiezioni. Sento sempre il dovere di mettere in guardia chi offre aiuto credendolo una moneta da donare, da far uscire dalle tasche con un semplice gesto, piuttosto che come un bene di carità da prelevare dalla propria anima per metterlo in gioco. Perché, si sa, aiutare significa entrare in un altro mondo umano sconosciuto, drammatico, doloroso, difficile, disperato, spesso contagioso, condividere le pene dell’altro per conoscerle a fondo, misurale per calibrare la cifra del nostro aiuto che altrimenti, se sproporzionato o inadeguato, potrebbe recare danno ad entrambi.»

«Io… non ci avevo pensato» balbettai. Ero intimorito e confuso da quel giovane, poco più che ventenne, che all’improvviso scoprivo diverso dal timido che conoscevo: parlava come un vescovo, e di quelli bravi! Autorevole, sereno, quasi cattedratico, mai aggressivo. La parola calma, domata delle intemperanze verbali giovanili, pur ne serbava nel tono un’eco che la vivificava.

«Adesso capisco perché non lo fanno parlare-pensai- non vogliono che si scopra: un gioiellino da tenere nascosto e difendere finché non sia incastonato stabilmente nella santa corona della Chiesa!»

«Ecco, pensare- proseguì- meglio usare “analizzarsi”, chiedere alla propria coscienza quale sia il fine delle nostre intenzioni e soprattutto interrogarsi sul quel dopo eventualmente raggiunto… Il dopo… Si chiede spesso perdono a Dio dopo aver compiuto una azione pericolosa, imboccato un percorso seducente senza prima aver chiesto a sé stesso e a poi a Lui: dove mi porta? Quale sarà la conclusione? Come mi troverò quando le luci dell’illusione si saranno spente?»

Si alzò per sfuggire ad un colloquio che sembrava non voler gradire fosse simile ad una confessione. Io restai seduto e lui cominciò a passeggiarmi davanti.

Ora lo trovavo un po’ troppo preso nel suo ruolo ma era un atteggiamento trascurabile rispetto alle cose che diceva e a quelle che avrei voluto sentire.

«E lui, Anselmo, non se l’era poste quelle domande?» chiesi.

«Certo non abbastanza; ingenuità e mitezza di carattere…  sono qualità care a Dio, ma in lui sono diventate colpe. Assecondare una donna, frequentarla pur in ambienti non sospetti, condividere con lei l’amore per un’arte, la pittura, che insieme alla scultura, tra tutte le forme estetiche inventate dall’uomo sono mezzane del peccato, tutti questi sono comportamenti non privi di pericolo. Entrano nella forma idealizzata, la condividono, si fondono con essa per dar vita ad un ideale estetico comune che si pensa sovrumano e invece, non illuminato da Dio, rischia di rovinare nella umanità più abietta. E dove poi nasca la proibizione improvvisa e assoluta, questa diventa innesco per l’incendio. Chi nasce predestinato non sfugge al suo destino. Ma il male che fa e che subisce può mutarsi in bene se viene aiutato dalla Grazia divina.»

Il discorso stava prendendo una piega dottrinale troppo difficile alla quale non sarei stato in grado di far fronte. M’impressionò quel termine “predestinato” già usato dal priore: suonava troppo forte, quasi imposto da una visione religiosa scolastica, poco umana. Decisi di sterzare verso una cauta provocazione sul concreto: «Dunque, la pittura o la scultura sono strumenti del demonio. Il priore che è scultore, cosa ne pensa?» Il giovane mi guardò per scoprire dove volessi arrivare. Sorrise con sufficienza e disse: «Sono le circostanze e gli attori che determinano il pericolo. Comunque, se capisco cosa vuol dire, dietro molti dipinti a carattere sacro si celano retroscena spesso non proprio in armonia religiosa con la raffigurazione sacra.» Sorrise con un che d’impertinenza giovanile che lo rese più simpatico. «Sì, conosco anch’io la fama delle modelle del Caravaggio, per esempio, se alludi a questo» confermai per non essere inferiore come cultura.

«Il male usa tanti travestimenti. Ma è la nostra volontà che deve svelarlo. E una volta rivelato presentarlo come esso è: un amore deviato dal Sommo Bene. La signora di cui lei parla è un caso in cui l’orgoglio smisurato, una presunta identificazione di anime nell’arte, unite ad una passionalità a lungo repressa, possono portare a violenze inaudite, insopportabili per anime disarmate oggetto del loro traviamento. La Bibbia riporta esempi simili.»

«Queste analogie bibliche l’ho già sentite» – dissi- «ma in questo caso, sembra che ad entrambi gli attori sia stato risparmiato un epilogo tragico che…»

In quel momento entrò nella biblioteca lo scultore. Nel vederci così presi nel dialogo sembrò contrariato, persino ingelosito. Senza far uscire le mani dalle maniche della tonaca, come sempre quando cominciava a sentir freddo, disse sottovoce: «È l’ora della preghiera Alberto, te lo sei dimenticato?»

Il novizio salutò e rispose col suo solito tono sottomesso: «Chiedo perdono priore, sono pronto.»

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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C’è un frate scultore in convento ( prima parte )

Era un mezzogiorno di ottobre quando decisi di scovarlo questo frate scultore di cui tutti parlavano. Non ho mai avuto simpatia per i preti, ma frati e monaci, fino all’estrema condizione di eremita, mi hanno sempre affascinato. La scelta di lasciare la massa umana rumorosa e petulante al suo destino e migrare a vette, se non proprio d’aquila, almeno di passero solitario, la considero senza alternative per chi sa cos’è la vita mondana. Se poi a questa scelta, si aggiunge la sublimazione della propria attività religiosa nella creazione artistica, e tra queste proprio la scultura, suprema e blasfema pretesa di rifare l’uomo…  beh, come non esserne attratti?

La giornata splendida invitava a una passeggiata. Lasciai l’auto e salii a piedi al convento. Appena giunto davanti al portone grande, vidi un vecchio con un sudicio zinale di cuoio, rimestare curvo dentro un mastello pieno d’acqua. Poteva darmi l’informazione che cercavo. Più da vicino, mi accorsi che stava maneggiando qualcosa sul fondo, le braccia immerse fino al gomito. Se fossimo stati sotto Natale avrei sospettato un norcino che ripuliva i suoi attrezzi dopo aver giustiziato il maiale. Ma in ottobre, questi animali sono ancora oggetto di amorevoli cure, soprattutto nel peso: «E’ presto per ripulire e affilare i coltelli!» conclusi.

Dunque, non poteva che essere il giardiniere o uomo di pulizie reclutato tra i fedeli più pii, infaticabili, candidi devoti, non eccessivamente svegli, soddisfatti solo di servire i “buoni frati” senza chiedere altro che il Paradiso.

Con il tono di chi tratta con uno che… va capito, chiesi: «Dica, è qui che abita lo scultore?»

L’uomo alzò un sorriso dispiaciuto e dopo un attimo rispose: «Sì, ma adesso pranza.»

«E non gli si può parlare?»

«E no, pranza!»

«E quando finisce? Se fa presto aspetto» insisto col tono di far capire una cosa ovvia.

«Sì, verso le due lo trova.»

Dato che nei conventi il tempo è stabilito dalla regola, quell’orario suonava fuori misura; forse quadrava per un pranzo di nozze!

Non replicai e conclusi: «Allora torno verso le sette.»

«No, perché prega.»

«Allora vengo alle otto.»

«No, cena.»

A questo punto pensai che l’ometto con quella sua indisponente, falsa disponibilità volesse rendere chiaro che lo scultore non amava le visite.

Conclusi: «Allora vengo alle dieci» col tono di chi spara là un’ora tanto assurda per visite a un convento da sembrare, come voleva essere, un segnale di rinuncia.

«Alle dieci va bene» confermò invece l’ometto sorridendo soddisfatto.

Quando alle dieci meno dieci (alla tedesca), bussai al convento, mi venne ad aprire lo stesso anziano del mastello, conosciuto al mattino, stavolta in perfetta tenuta da frate agostiniano.

«Buona sera, lei era quello che stamattina mi ha indicato quest’ora per…» chiesi con un po’ d’imbarazzo. «Sì sono io …» rispose. «Stamattina era tutto… non credevo…» mi scusai.

«Oh, non importa, lavavo gli attrezzi dal gesso, prima che indurisse, sa come è il gesso…»

«Allora è lei il frate scultore» dissi. «Scultore!…  faccio solo pupazzi!!» esclamò con convincente modestia.

Mi diede la mano che faticai a stringere. Erano enormi quelle mani, da far paura ai bambini e rimproverare chi, già da quelle, non avesse subito intuito l’arte praticata.

Cominciò la nostra amicizia. Lo incontravo quasi ogni sera, a volte prima, a volte dopo cena, per circa mezz’ora. Spesso insieme ad altri due confratelli, di cui uno, Anselmo, ascoltava, annuiva e guardava a terra, non con l’aria di chi fosse d’accordo ma una smorfia di compatimento come volesse dire «Sì, sì… tanto bisogna morire». Al tavolo si univa anche Francesco quando se la sentiva di scendere le scale. Era il frate più vecchio che essendo sordo, non partecipava mai alla conversazione.

A volte l’incontro era dentro, a volte fuori il convento, un enorme edificio settecentesco ricostruito su un precedente medievale distrutto dal terremoto.

«Quello era molto più bello!!» assicurò una sera, quasi l’avesse visto, Alberto, un novizio che mi dissero temporaneamente ospitato per alcune ricerche e studi. Non proseguì, aspettando forse di essere incoraggiato dagli altri nel suo apprezzamento. Invano. Forse perché l’architettura non era il tema del giorno! Alberto mostrava avere vent’anni o poco più, ben curato nell’aspetto, modi gentili. Ebbi l’impressione che fosse timido o troppo rispettoso della gerarchia. Proprio quella sera seppi, infatti, che lo scultore ricopriva la carica di priore di quella esaurita rappresentanza religiosa e Alberto pareva sempre preoccupato di ottenerne il consenso.

La conversazione tra me e l’artista, fin dall’inizio, aveva come argomento solo i lavori da lui realizzati e quelli in attuazione. L’attività prevalente consisteva nel modellare con la creta le forme da realizzare. Alcune in cemento bianco, tali rimanevano, altre andavano a comporre le matrici entro le quali gettare il bronzo fuso per avere l’opera finita. Non solo soggetti religiosi e non escluse figure femminili anche poco vestite. La conversazione tra noi si muoveva su di un piano rigorosamente laico per un tacito patto contratto al primo incontro. Non furono necessarie spiegazioni: lui sentì il mio mondo io il suo senza bisogno di niente altro che guardarci negli occhi e stabilire lo spazio comune. Ci incontravamo lì e solo sui temi dell’arte, della solitudine e del rispetto per la natura. Compresi, del resto, che lui non era molto coltivato in altri campi della conoscenza più astratti e perigliosi come, ad esempio, la filosofia. Me ne accorsi in un dopocena con i tre, assente il vecchio Francesco. Tema di conversazione: la natura nell’arte. Alla mia richiesta di un parere sul Deus sive natura spinoziano, lo scultore mi rispose solo con una espressione indecifrabile del viso. Quella di Anselmo, non mutò colore: più consona a un trappista con teschio sottobraccio! Solo il novizio sembrava felice di rispondere ma si fermò dopo un diplomatico quanto stimolante: «Spinoza, va capito!»  E più non disse, forse a causa di un consenso che non lesse nello sguardo del priore. Questo reiterato muto ossequio ad una autocensura su certi temi mi stupì un po’ ma poi pensai: «E’ il più giovane e sa stare al suo posto!»

Insomma, non speravo di scoprire nello scultore un Benvenuto Cellini ma almeno un inquieto artista, questo sì. Se era un artista, e nessuno lo negava, non era inquieto. Ciò contrastava con l’idea che tutti, me compreso, si fanno sulla necessità che un umore burrascoso e un contestare ad ogni occasione siano obbligati nella personalità artistica.

Già dall’aspetto, viso largo, colorito spento, lineamenti regolari su di un corpo di media statura ma massiccio, andatura da plantigrado, saresti stato tentato di catalogarlo tra gli animali più miti. Più da vicino scoprivi però dettagli tutt’altro che domestici. Come in un quadro che a prima vista dà un’impressione di serenità, ma esaminato, naso alla tela, scopri certe audaci pennellate forti e inquietanti e ti chiedi come potevano sparire nel complesso, così nei suoi occhi tra l’ambra e il marrone un po’ socchiusi e prima persi nel volto, da vicino scoprivi trattenute saette pronte a fulminarti. Accadeva nel commento ai fatti di cronaca, anche politica, più rilevanti: un lampo nello sguardo che valeva un girone infernale!

Presso i fedeli, godeva di stima e di un affetto che nel conversare con le persone fuori del convento, avvertii velato di un sottile scontento.

Quando riceveva e ascoltava, seduto sotto un abete del parco, l’osservavo da lontano. Era molto sobrio, avaro nel tempo e nelle parole. Congedava tutti in fretta.  Mi consolai pensando che quando nelle nostre conversazioni, si alzava all’improvviso, con quella figura di piccolo orso irrequieto, lasciandomi sulla panca come un cappello dimenticato, non lo faceva per noia o punizione ma solo perché era fatto così.

Col tempo cominciai a farmi un’idea più precisa sulla sua personalità. Sospettai fosse molto intimorito dal prossimo: doveva amarlo e in fondo lo amava, ma pareva temerlo e non nascondeva il desiderio di evitarlo il più possibile. Si obietterà che la cosa non dovrebbe meravigliare: uno che si fa frate ha per disposizione interiore un certo ripudio del mondo e dei suoi inquilini! Eppure, in quell’uomo così innamorato della figura umana da stilizzarla in tanti modi e non raramente nella sua nudità fisica anche femminile, mi sarei aspettato una partecipazione sentita, cercata e approfondita per le sofferenze umane. Sicuramente le pativa come proprie e però mostrava più di fuggirle che condividerne il peso. Era forse consapevole che per che porvi rimedio occorresse per primo affrontarle con le parole e lui non si sentiva di possedere la necessaria dialettica calma e confortante di confessori famosi? Tale dubbio mi nacque osservando il suo comportamento negli incontri. Nelle non rare volte che passeggiando nel parco, incontravamo un fedele che chiedeva di ascoltarlo, mi lasciava per accompagnarsi a lui e solo quando stimavano essere lontani il giusto, il visitatore gli rivolgeva la parola. Nel farlo, le donne si guardavano attorno, gli uomini, spesso anziani, fissavano il terreno. Lui taceva, capo chino come sotto un rimprovero. Indovinavo la sua sofferenza di fronte ad un ripetersi monotono delle miserie umane: scivoloni matrimoniali, furti meschini, pettegolezzi, calunnie. E indovinavo il suo pensiero: ‘Roba vecchia quanto il mondo e infestante come la gramigna! Cosa c’è da dire di non già detto?’ A questo presunto sfogo immaginabile dal suo comportamento dopo aver assistito all’ultimo incontro con una donna anziana, ammesso fosse stato consapevolmente e segretamente maturato, avrei voluto rispondere: «Eppure, per quel fedele come per altri, maschio, femmina, giovane o vecchio depresso, le solite buone raccomandazioni non sarebbero ugualmente utili, appropriate per far battere all’unisono le anime e sollevarlo dalla dolorosa esperienza?» Fu allora che guardandolo mi sembrò, in risposta, di sentire la battuta: «È una parola!». Ebbi così chiarito il mio dubbio: proprio le parole! Questo era il difficile per lui: tante parole sarebbero state necessarie! Come quando con un’anziana vedova che voleva a tutti i costi un discorso sulla prova concreta dell’esistenza di Dio pena il ripudio della Chiesa, la pregò di recarsi al priorato di provincia! Una ammissione che gli sarebbe stato gradito io indovinassi e capissi: «Dove trovare le parole giuste?» Non era mica come la creta che, morbida e plastica, bastava l’idea e un tocco leggero del pollice per vederne gli effetti! Anche il Creatore l’aveva preferita! Per le parole era più come in un dipinto: scegli i colori e li fondi in tante sfumature per creare altrettanti stati d’animo. Bisogna però averne di colori, cioè di parole nel vocabolario! Per queste era più difficile, data la sterminata varietà e possibilità di combinazione. Scegliere quelle giuste, dargli un tono convincente… Il tono poi, proprio quello che non gli riusciva: solito sul basso, rassegnato, stesse note, scuotimenti di testa e sorrisi amari con la pretesa di dare conforto. Spesso l’effetto consolatorio sul fedele a questo contrito mutismo risultava palesemente insufficiente. Era per questa mancanza di comunicazione che tra i fedeli trapelava un po’ di scontento? Nei casi più evidenti, ricorreva ad un espediente che scattava spontaneo all’esaurirsi del suo dare, una invenzione quasi clownesca: una robusta sfregatina alle mani e un incipit di risata, scoppiettante come un diesel all’avvio che comunicava un buonumore insperato e contagioso. Nel viso dell’uomo che si allontanava, accompagnato da quel suono squillante e vitaminico, riaffiorava l’espressione dei vent’anni quando l’amico, fischiando sotto casa, prometteva novità e avventura. La donna vi sentiva la calda atmosfera dell’incoraggiamento paterno, nel tono di voce si rallegrava nel saluto, lo sguardo si fermava sicuro. Solo a frate Anselmo la risatina non riusciva a smuovere la savonaroliana cupezza.

Malgrado la pochezza dei suoi mezzi psicologici e verbali, a proposito del confratello Anselmo, cominciava ad ossessionarmi sempre più una domanda: «Perché non lo aiuta ad uscire dal suo stato? Lo considera, psicologicamente parlando, un malato terminale ormai senza speranza? Che mistero si cela dietro quella maschera da attore tragico all’atto finale?» Una sera, prima di lasciarlo sul portone del convento provai ad interrogarlo con molta discrezione, quasi distrattamente.

«Anselmo ha forse paura della morte?» gli chiesi. Lo scultore tacque incerto, poi gli scappò: «Sarebbe forse benvenuta per lui!»

Trattenni la sorpresa e sempre sul generico: «Beh, per voi religiosi lo capisco… L’altra vita è promessa che non vi aspettate sia tradita. Una vita migliore…»

«Specie per lui…» continuò a cedere in confidenza lo scultore.

La curiosità spingeva irresistibile e mi feci più vicino per stimolarlo, un piede sulla soglia come fanno i rappresentanti per non essere respinti. Dissi: «Peccato, in fondo, nonostante la sua età, sarebbe ancora un uomo attraente, potrebbe ben figurare ed essere gradito a molti fedeli se smettesse di giocherellare col teschio come Amleto!»  Lo dissi con tono leggero, scherzoso, da non far sospettare che avessi intuito qualcosa di grosso.

«Hai detto bene figlio… dì pure bello! È quello che l’ha rovinato!» (da un po’ usava anche con me l’appellativo “figlio”!!)

«Rovinato!?» ripetei con una foga che lo mise sulla difensiva. Si affrettò a chiudere l’argomento e spingermi il portone quasi in faccia esclamando: «Eh! i casi della vita!!» Stavolta senza risatina di commiato.

«Già i casi! Quali?» ripetei io, rincorrendolo con la voce sperando di trattenerlo. Niente. Silenzio della notte come un sigillo.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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