C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. XI – IL NANO

Risalii al convento, con fatica. Pesava il passo, per un senso d’incompiuto, non più giustificato dopo le rivelazioni di Alberto. Elisabetta, Alberto e Anselmo, vertici del triangolo umano fino a quel giorno confuso, apparivano ora ben collegati. Era più agevole valutare i fatti e le reciproche influenze. Invece di cercare di raffinare i dubbi rimasti sulla coppia, per portarli alla purezza di una verità assoluta, che mai si raggiunge, mi intestardii, nella ricerca del perché della mia scontentezza. Pensai, per primo, che fosse il bisogno di fare subito qualcosa. Ma non sapevo cosa. Un’azione riparatrice? Poteva ben essere approvata da tutti!! Ad esempio, far partecipe la Gina che Elisabetta era diversa da come l’immaginava! Ma forse – riflettei subito– sarebbe stato inutile, perché niente e nessuno avrebbero potuto, ormai, farle cambiare idea: Elisabetta era “Quella” e faceva tutt’uno con la bella Lilli che le aveva rapito il figlio. Una fusione simbolica irreversibile, una stessa figura, speculare, nella brutta carta da poker che la vita le aveva passato. Conclusi che non era questo che mi poteva soddisfare. Tornai di nuovo su Anselmo. Nonostante tutto, nel nuovo panorama di relazioni tra i protagonisti della storia che lo riguardava, sentivo mancare qualcosa, più di qualcosa. Il senso di vuoto mi inquietava. Una imprevista voragine, all’improvviso, sbarrava il passo al cammino delle certezze. Mi fermai col fiatone. “Cos’è?” mi chiesi “cosa manca ancora?” Presi ad analizzarmi, anche con l’intento di calmare un certo rimprovero, verso me stesso, nel ritrovarmi davanti a quel vuoto, senza sapere come ci fossi arrivato. “Rifletti per gradi e col buonsenso” mi dissi. E cominciai.

Presi atto, per primo, che la vicenda di Elisabetta non era conclusa, come aveva detto Alberto… Convenivo che prima o poi, ora che il peggio era passato, si sarebbe trovato un accordo… Ero certo che Anselmo avrebbe aiutato chi lo consigliava come arrivare ad una definitiva composizione, aprendosi anche a una critica su sé stesso… Però… E qui, arrivò la scoperta e la domanda: “Cosa ha provato e prova ancora lui per Elisabetta? Quali sono i veri sentimenti nei suoi confronti?” E di seguito, il dubbio: “E’ lui la parte debole e ingenua nella vicenda? O nasconde dentro di sé qualcosa di segreto e inconfessabile, che come fiamma nascosta, aveva alimentato il dramma, e lo consumava ancora?” A dubitare, mi portava la consapevolezza dello strapotere del sesso. Spesso disconosciuto, più spesso camuffato, rivestito di panni modesti da mostrarsi innocuo a sé e al sentire altrui e, se scoperto, persino perseguitato dalla coscienza per cancellarlo. Ma sempre senza successo. In poche parole, bisognava sapere se Anselmo avesse amato quella donna, desiderata, avvicinata col desiderio di possederla; oppure, avesse subìto tutto passivamente, da bambino ingenuo e sprovveduto, quasi un angelo asessuato come tutti affermavano. Questo dilemma ora spadroneggiava e giudicavo indispensabile risolverlo, se volevo contribuire all’esito di una vicenda, che ormai sentivo come mia. “Ma chi lo può risolvere senza la sua collaborazione?” mi chiesi avvilito. E poi, riprendendo il passo con dispetto, nella salita al convento, rincarai: “Io no di certo. Alberto nemmeno a pensarci, per l’età, il ruolo, e per i vincoli di parentela con Elisabetta!” Riflettendo, pensai che quell’analisi su di lui, avrebbe potuto farla solo una persona di consumata esperienza, di fiducia, disponibile a conoscere tutta la storia, un estraneo… insomma uno psicoterapeuta o un confessore. Il priore? Forse sì, essendo stato suo confessore, ma nessuno avrebbe potuto estorcergli qualcosa, in sospetto di avversare il suo granitico programma d’espiazione per il confratello! Già incrinato, dai miei colpi e quelli di Alberto!! Infine, il timore più grande: “E se l’accanimento, tanto caro al priore, nel tenerlo lontano dall’umanità pericolosa, fosse proprio dovuto a passioni segrete sapute in confessione? Una su tutte: la passione per Elisabetta che ancora viva, coverebbe sotto la cenere?”

Tutte queste domande mi avevano acceso un gran fuoco in testa. Mi diressi alla fontanella alla quale attingevano spesso alcuni devoti credendola miracolosa e, sebbene non fosse proprio caldo, ci tuffai il viso. Il freddo mi schiarì le idee. Ma non la vista, della quale dubitai quando, rialzando il capo, col baffo gocciolante, mi trovai davanti, comparso dal nulla, un curioso essere non più alto di un metro. Era rivestito fino ai piedi da una palandrana di lana blu a bottoni bianchi dalla quale usciva, all’altezza del collo, una sciarpa rossa. Sopra, era impiantata una testa di uomo adulto, gradevole nei lineamenti, capelli neri lisci ben curati, occhi scuri vivissimi, un curioso naso grosso, a palla, d’un rosso che sapeva di colore aggiunto e sbiadito. Portava un orecchino a cerchio sull’orecchio sinistro che gli dava l’aspetto del pirata. Gli mancava solo il pappagallo sulla spalla. Aprì la bocca in un largo sorriso e senza curarsi del mio viso bagnato, mi chiese infine, con una bella voce tenorile: “Lei sa, per caso, se nel convento abita ancora la signora Gina?” L’accento si poteva definire spagnolo o latino-americano. 

A volte la sorpresa ci fa ammutolire e il nano, perché tale era, visto che non rispondevo, ripeté la domanda senza impazienza, come si fosse aspettata la reazione. Intanto cercava di tirar fuori qualcosa dalla tasca interna della palandrana, lottando contro la sciarpa che pareva un boa tanto lo avvolgeva sotto. Io feci altrettanto con un fazzoletto per asciugarmi il viso. 

“Sì – risposi- la signora Gina è la donna di fiducia (non mi venne da dire la domestica), dei frati nel convento… Chi la cerca?”

Il nano cavò finalmente una carta che riconobbi essere una foto in bianco e nero e, senza lasciarla, me la mostrò dicendo: “Vengo per lui…” 

Nella foto vidi un uomo, sui quaranta, in divisa da cavallerizzo con livrea scura e con tanto di mantello, che teneva per mano…  non si sa chi, perché la persona vicina era stata tagliata via. Un taglio preciso con le forbici. L’unione tra i due finiva così all’altezza del gomito della figura mancante. Si poteva vedere solo una mano e un avambraccio nudi che, ad un esame più vicino, avrei giurato appartenere ad una donna. Per almeno due motivi: darsi la mano in quel modo, come una coppia danzante, presupponeva un partner femminile; la delicatezza del pezzo di braccio ancora visibile e della mano, in confronto al maschile, non lasciava dubbi. Infine, solo nell’esaltazione di un forte sentimento di tradimento e vendetta si usava tagliare una foto. L’immagine della persona amputata era certamente di una donna!

«Non lo conosco» confessai: “Chi è?” chiesi restituendo la foto e intascando il fazzoletto.

«Tu non lo conosci, ma la signora Gina dovrebbe conoscerlo perché è sua madre» disse con una punta d’ironia, con quello sguardo dal sotto in su che m’inquietava: d’abitudine, a quell’altezza, ci trovavo un bambino non un uomo! Ero ormai certo, da ricordi d’infanzia e senza bisogno di domande, che quel nano veniva, probabilmente, da un circo di passaggio e che, a giudicare dal colore rosso, ancora in tracce sul naso grosso e tondo, doveva essere il clown. 

Cominciavo a sospettare di cosa si trattasse. Non volendo lasciare che le cose seguissero una strada che il fare del nano minacciava essere troppo decisa alla meta, restia alla prudenza, per l’affetto che portavo ormai alla vecchia e…. per mia colpevole curiosità, proposi: «Venga l’accompagno io». 

Mancava poco al portone del convento, solo una ventina di metri; nel tempo necessario a percorrerli, seguito dal nano, dovevo a tutti costi sapere se i mei sospetti erano giusti. Chiesi rallentando volutamente l’andatura: «La persona della foto… il figlio della signora Gina, sta bene, vero?»

Il nano, intascata la foto, mi girò attorno come una trottola e si fermò davanti impedendomi di proseguire. «Caro signore, ora sta bene, ma di quel bene che non teme, poi, più di stare male… E quello che si può definire, senza che qualcuno mi dia una pedata per dire che sbaglio: un bene eterno. Sì, perché chi lo raggiunge non si è mai visto tornare per restituirlo.» Non pronunciò queste parole col tono ironico che le sarebbero state di naturale accompagno, ma con una tristezza che stupiva in quell’insieme umano, forzato ad essere buffo e gioioso per mestiere. «In una parola è morto?» chiesi cupo. «Così l’hanno definito, sebbene fosse superfluo, visto che chi cade da cavallo sopra quattro lance vere, messe ad ostacolo, e rimane trapassato, non abbia bisogno di essere visitato per sapere come sta».  Feci una smorfia di orrore e chiesi: «Ma perché?» Il nano mi si mise di fianco e senza muover un passo, con la stessa aria triste, levando la sua piccola mano destra alla bocca per una confidenza che nessun altro doveva sentire, dichiarò: «Per amore, signore… per amore.» Feci un passo indietro. «Per amore?!» chiesi stupito. «Sì, così chiamano quella follia che ti fa sembrare tutto possibile pur di far felice chi ha preso la tua anima!»

“E chi gliel’aveva presa?” chiesi intuendo ormai quale fosse la risposta “Chi… Lei, Lilli, la padrona del circo che volle fare di un giovane semplice, un temerario cavallerizzo in grado di affrontare un numero che facesse tremare gli spettatori, che ogni volta tenesse col fiato sospeso anche noi poveri buffoni, destinati, poi, a rovesciare quello stato d’animo nell’euforia dello scampato pericolo.”

C’era risentimento nella voce del nano, una espressione dura nel viso. «E lei?» chiesi. «Lei è la mia padrona e io posso solo dire che ne ha sofferto… per qualche giorno.» E così dicendo riprese a salire. Io lo rincorsi e chiesi con tono amichevole ma deciso: «Cosa vuoi fare con la foto?» 

«Quello che ho giurato a lui di fare» 

«E cioè?» incalzai.

 «Portarla alla madre come mi disse, nel caso fosse successa una disgrazia, che avrei dovuto dirla incidente nel lavoro, raccomandandomi di tagliare la foto per non mostrare la Lilli che gli dava la mano. Quella mano che era l’invito della morte stessa…» 

E di nuovo la mia coscienza tornò a ribellarsi. «Perché dirglielo?» pensai. «Perché non lasciare la Gina nella speranza che il figlio fosse ancora vivo? A cosa sarebbe servito spegnere anche l’ultimo lume di speranza?»

Giunti al portone feci chiamare il priore da Lorenzo, un nuovo novizio appena giunto al convento.

Spiegai al nano: «Dobbiamo chiedere al priore il permesso di entrare».

E lui: «Priore? Dal nome sembra un prete!»  E io: «Per forza siamo in un convento non è mica il municipio!» Lui fece un passo indietro contrariato.

«I preti mi guardano sempre storto!!» esclamò. Poi declamò contorcendosi tutto: «E io mi storco, poi resto fermo come un mandorlo o un vecchio olivo, così li faccio contenti.» E, dopo buffi contorcimenti del corpo, prese alla fine, la posa di un albero. Mi fece sorridere. Sebbene non avessi voglia di scherzare, ribattei: «Ma così spaventi!!» E lui: «Lo so… sa cosa mi disse una volta una signora, una bella signora che era col prete?»

 «No, cosa disse?»

«Che ero brutto e indimenticabile come il peccato originale. E io risposi: “Indimenticabile, signora… dice bene, perché una volta assaggiata la mia mela non se ne può fare più a meno!”» Non potei che sorridere ancora. E lui con me. Poi chiesi: «Non mi hai detto come ti chiami». 

«Non me lo ha mai chiesto!» rispose.

«Lo chiedo ora»  

«Pablo, el clown mas hermoso» e prese a canticchiare un’arietta sconosciuta.

 «Ho capito… ho capito Pablo, dimmi, conoscevi bene Fausto?»  Tornò molto serio, quasi calò una maschera tragica sul volto, come solo i clown sanno fare. Rispose: «Era l’unico amico. Un uomo sincero, leale e generoso. Mille volte gli dissi di lasciare lei e il circo. Non era fatto per quella vita. E in che mani era! Lui, ai miei consigli, chinava il capo come pentito, poi continuava a lavorare per farla contenta, in un numero che lei voleva sempre più emozionante! Il resto lo sa.» 

«Dov’è il tuo circo ora?»

«Ha la tenda a ****. Ma solo per carnevale».

«E lui dov’è sepolto?»

«A Nizza, dove ci fermiamo per l’inverno.»

In quel mentre comparve il priore, tutto intabarrato e con uno scialle nero fino al naso. Si scusò: aveva l’influenza e non poteva stare al freddo.

Gli presentai il nano che lo guardava con diffidenza e a distanza. Gli esposi in poche parole sia il motivo della visita, sia le mie perplessità sulla necessità di far sapere alla Gina la morte del figlio. Condivise in parte all’inizio, poi concluse: «Sapendo la verità, però, potrà meglio e più meritoriamente pregare per lui, agevolando la sua espiazione in Purgatorio.»

Avrei dovuto aspettarmelo. Mi pentii di non aver convinto prima lui, il nano, che un giuramento può essere disatteso a fin di bene. Me ne andai indispettito, lasciando i due che non vedevano l’ora di separarsi.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. X – RIVELAZIONI

«Contento della rinascita di Anselmo?» chiesi ad Alberto, già pronto a partire verso la sua nuova sede, con una semplice borsa come bagaglio. In attesa del taxi, sedevamo su una panchina del viale, sotto quel mandorlo già testimone di una triste separazione. 

«Sì, ma, purtroppo, la storia non è finita!» 

«Non capisco.» 

«Tu, professore, non conosci la storia tutta intera!» mi disse con aria misteriosa. 

«E già» riconobbi con rammarico. Con un tono tra stuzzico e rassegnazione, aggiunsi: «Sebbene abbia fatto di tutto per conoscerla a fondo, non ci sono riuscito, ma spero sempre che, prima di partire, tu mi racconti le parti mancanti. Questa vicenda di Anselmo così tardoromantica, non nuova ma vicina, reale, mi ha preso; mi sembra di viverla con il protagonista e, come nei bei film, voglio stare con lui fino alla fine.» Lo dissi guardandolo dritto negli occhi perché vedesse nei miei che non vi era curiosità, solo sincera volontà di capire.

Lui sorrise e si guardò le mani, come faceva prima di iniziare un discorso serio: le apriva a libretto e pareva leggervi qualcosa. I ragazzi, a scuola, fanno così nel compito in classe, quando scrivono nomi e date da ricordare. Poi, segnando sulla panchina col dito indice, lentamente, il numero uno, disse: «Come in molte storie, anche qui non c’è un solo protagonista…» Un attimo di silenzio e continuò: «Intendo il numero uno assoluto. I personaggi intorno ad Anselmo, che ne hanno favorito il dramma tanto da innalzarlo al ruolo principale, sono essi stessi comprimari importanti. Senza di loro non vi sarebbe stata la storia, e senza di loro, la storia non si concluderà.»

«Sono confuso e un po’ deluso…» confessai, cercando di assumerne il tono.

«Lo capisco, ma, per parlare chiaro, senza Elisabetta non ci sarebbe stata storia e non vi sarebbe stato Anselmo come l’hai conosciuto.» 

«E chi è Elisabetta?» chiesi stupito. 

«La famosa signora di cui hai sentito parlare come la causa di tutti i suoi guai» rispose.

«Ah! – esclamai- “quella”!! La Gina la chiama così… l’innominata! Tu l’hai conosciuta Alberto?»

Il giovane si alzò, fece un giro intorno alla panca su cui eravamo e tornò a sedersi con precauzione, attento a non sporcare la tonaca. Tornò a guardarsi i palmi delle mani e poi chiuse subito i pugni dicendo: «Conosco molto bene Elisabetta… Molto bene… Tutto nacque da una tempesta nella sua personalità. Una drammatica caduta nel peccato. Persino i santi ne sono stati vittime. Leggi le “Confessioni” di Sant’Agostino e capirai. Un momento della vita, nel quale chi crede di aver trovato l’amore a lungo sognato, non riesce a dominare la rabbia contro tutto il mondo che vorrebbe portarglielo via. In un’anima per natura estroversa, passionale, come quella di Elisabetta, si scatenò una forza autodistruttiva tesa a colpire proprio il simbolo di quell’amore, confidando in una vendetta che trascinasse tutti nel fango. Nel peccare ha attinto all’elenco di tutti i peccati capitali salvando solo l’avarizia e la gola. Ora, come meta della sua vita, dopo la ritrattazione e gli sconsiderati atti di disperazione su sé stessa, vuole essere perdonata da Anselmo, essere liberata dal suo perdono solenne…»

«Beh, credo che Anselmo l’abbia fatto, anzi non ne dubito minimamente!» notai con convinzione.

«Certamente l’ha fatto, ne sono testimone, perché proprio io sono stato portatore del suo perdono presso di lei!»

«E allora cos’altro vuole?» dissi con l’aria di parteggiare per lui.

Alberto si alzò di nuovo e, braccia dietro la schiena, fece alcuni passi tradendo un nervosismo che contagiava. Da seduto mi trovai quell’irrequietezza nelle gambe che prende chi è in ansia. Quando lui tornò a sedersi, anch’io mi calmai. Con una espressione molto seria, disse: «Il fatto è che il perdono che ho portato io non le basta, lo vuole da lui direttamente, “dalla sua bocca e dalle sue mani”, come mi ha detto.»

«Beh, forse che Anselmo non sarebbe d’accordo?» obiettai candidamente.

«Lui vorrebbe, ma la teme, e il priore non fa altro che alimentare questo sentimento. Ritrovarsela davanti con l’angoscia di assistere a scomposte reazioni di lei!! Ma lo vorrebbe, lo so.»

«Perché, tu credi ancora a qualche colpo di testa?» chiesi incredulo.

Mi guardò in modo strano, pareva scrutare se ci fossero rassicuranti segni di sincerità sul mio volto, segni che lo convincessero a rivelarmi confidenze molto delicate.

Dovetti superare l’esame perché, con tono sicuro, disse: «In questa sua ostinazione, anche io ci sento una minaccia. Prima di venire qui ero a Castellalto. Mi ha cercato e l’ho incontrata. È sempre più decisa. Ha minacciato un’altra azione delle sue… Sembra ancora convinta che Anselmo le appartenga, come uomo e anche come religioso. Suo, anche nella nuova veste di strumento di perdono. E ossessivamente al centro dei suoi pensieri. Ne segue persino i movimenti nelle rare uscite di Anselmo fuori convento…»

«Cas… pita, ora capisco chi fosse la donna, il giorno del patrono, quella che hai stoppato nella piazza!!» esclamai, battendomi una mano sulla fronte.

«Sì, proprio lei!! Voleva raggiungerlo a tutti i costi. L’ho dissuasa promettendole, infine, un incontro in luogo adatto.»

«Beh, ma cosa può fare se non riesce ad avere questo perdono… dalle sue mani, come dice?» 

«Mi vergogno a dirlo, ma ormai… Ha minacciato di spogliarsi nuda in chiesa, durante una funzione religiosa, nella quale lui sia presente e di restarlo fino ad ottenere il perdono come lei desidera, lì davanti a tutti…»

«Questa poi!!» esclamai «non si rende conto che così finirebbe al manicomio!!»

«Non lei, ma io ci finirò se non risolvo questo dilemma!» esclamò Alberto a sua volta, saltando su con un piglio di giovanile ribellione che mi piacque molto.

E venne spontanea una domanda: «Ma scusa Alberto, come mai tu sei così dentro questa storia?» 

Si allontanò un po’ dalla panchina, fino a raggiungere un rametto fiorito del mandorlo e senza romperlo, prese ad esaminarlo. Pareva vi leggesse sopra. Il tono di voce si fece debole e triste: «La prima moglie dell’uomo che ha sposato Elisabetta in seconde nozze era mia madre. Morì quando avevo dieci anni. L’anno dopo, Elisabetta entrò in casa pendendo il suo posto. Non credere che mi trattò male, anzi mostrò nei miei confronti una benevolenza… non oso dire amore. Dopo i fatti clamorosi che seguirono, non credetti possibile fosse la stessa donna. L’atmosfera familiare con questa seconda madre, ben diversa dalla prima, presto diventò un inferno. Ma non per colpa sua. Mio padre era uomo incapace di amare, di comprendere il mondo femminile e la famiglia. Violento e sregolato, fu causa indiretta della morte di mia madre, quella vera… così docile… sempre a subire! Non voglio descriverti come ci trattava, io bambino, quando raramente rincasava. Urla e persino minacce…  Lo temevo. Elisabetta invece, non fu così remissiva. Si rese presto indipendente e diede sfogo alla sua personalità artistica e alla sua gioventù così disprezzata. Con la bellezza e il fascino che ancora possiede, non ti sarà difficile capire che allora si attorniò di innumerevoli amicizie. Lei cercava di non trascurare nulla per la mia educazione, ma presto non ne potei più di stare in una casa dove ogni incontro, tra lei e mio padre, era litigio. Mi sentivo un estraneo. Chiesi e ottenni di frequentare un collegio a Roma… Vissi il mio quattordicesimo anno nel pieno dello scandalo. I giornali, specie politici, servirono al pubblico piatti speciali sulle accuse portate ad Anselmo e al convento, condendole con spezie piccanti: medievali, surrealiste, decadenti. Insomma, un’orgia, per godere della quale anche gli analfabeti impararono a leggere! Ero nell’età in cui si sceglie il proprio futuro. Stavo entrando in una adolescenza piena di dubbi, dai quali un onest’uomo, non prete ma un filosofo, insegnante al liceo, si adoperò per farmi uscire. Intuita la mia propensione per l’analisi interiore, assicuratosi che il nascente concetto d’amore era in me concepito come ideale assoluto, mi consigliò la lettura dei testi filosofici di sant’Agostino. Diceva che non avendo resistito alle tante delusioni e dolori di una esistenza da filosofo, Agostino aveva scelto di lasciarla per rifugiarsi nella teologia. Insomma, un’esperienza vissuta e scritta da una mente analitica fine, che mi avrebbe aiutato a fare chiarezza su quale strada scegliere: la filosofia o la religione. La lettura delle “Confessioni” mi prese totalmente con il fascino di un percorso di luce. Sentivo che l’episodio di Elisabetta, mia seconda madre, poteva essere occasione per chiarire i due grandi enigmi che sempre si presentano nell’adolescenza: la Verità e l’Amore. M’informai su tutto quanto scrivevano i giornali, visto che lei non si fece viva se non con una lettera in cui era scritta una sola parola: “perdonami”.» Alberto tacque per nascondere la commozione. Io attesi muto che riprendesse il controllo. Dopo un po’, sempre col suo rametto fiorito tra le mani, che pareva ne contasse i fiori, proseguì con tono di voce più decisa e serena. 

«Quando vidi la foto di Anselmo sul giornale che riportava la vicenda, mi ricordai di una visita con la scuola, per una mostra di pittura, al convento di Castellalto, dove lo vidi per la prima volta. Ebbi la stessa impressione di allora: un uomo che tutto poteva aver fatto, meno quello di cui era imputato. In quel periodo, lessi le epistole di Agostino. Una mi colpì perché diceva più o meno così: “Se correggi fallo per amore, se perdoni, perdona per amore”. Da allora sentii profondo il desiderio di servire Dio. Questo precetto non lo dimentico. È al centro della mia volontà. Il resto della storia lo conosci.»

Stavolta fui io che mi alzai per raggiungerlo. Tutto si era chiarito di colpo e volevo anch’io la mia parte nella conclusione. Dissi: «Non mi stupisce… non mi stupisce più nulla adesso… Dopo l’epilogo della relazione con tanto scandalo e dolore per tutti, hai sentito come un dovere portare premure e attenzioni ad Anselmo, un impegno riparatore per il male che Elisabetta gli ha fatto. La missione era di recuperarlo, sia per lui, sia per alleviare la colpa di una donna che per sangue, non ti è niente, ma per fascino… Perché, Alberto, Elisabetta anche tu l’ami, vero?»  E prima che replicasse lo fermai: «Aspetta!!… un amore fatto di riconoscenza per essere stata una buona seconda madre, che ha rispettato e difeso la memoria della prima, ma in più, come vecchio peccatore, ci sento anche un pizzico di attrazione fisica nei confronti di una donna affascinante, dalla personalità demoniaca e angelica allo stesso tempo. Tutti i tuoi tentativi per far prevalere la seconda, sono anche per scacciare la tentazione di pensarla come la prima. Vuoi redimerla, portarla alla normalità di una vita illuminata dalla Grazia divina, in modo che tu possa sentirti autorizzato dalla coscienza a frequentarla ancora nei tuoi pensieri. Mi sbaglio?»

Alberto tacque, tornò a sedersi fissando, impassibile, il fondo dello stradone dal quale doveva salire il taxi. Non l’imitai ma mi piantai davanti a lui con decisione, quasi di prepotenza e continuai: «Alberto, hai fatto più del dovuto. C’è un limite credo, anche alla carità verso il prossimo. Anselmo è tornato ad essere lui, lascia che le cose seguano le volontà di due esseri umani, che debbono essere lasciati liberi di scegliere. Si chiama, se non sbaglio, libero arbitrio, no?»

In quel mentre, arrivò il taxi e lui si alzò per raggiungerlo. Mi guardò, sorrise e prima di scomparire nell’auto disse: «Vorrei poter rinunciare al mio libero arbitrio se questo mi darà la certezza di non commettere il male!» 

Mentre me ne tornavo al convento per salutare la Gina, notai un movimento dietro il basso muretto di cinta: un blu svolazzante verso il fitto del bosco. La piccola Carla non aveva potuto resistere a vederlo, forse, per l’ultima volta.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. IX – VERITA’

La storia di Carla mi colpì, soprattutto per la sua estraneità al moderno che vivevo, sebbene in parte ripudiato. “Roba da ottocento!!” pensai “allora, infanti esposti nel portone delle chiese, erano pretesto per ogni sorta di prodotto letterario e cinematografico destinato al pubblico femminile!”. Proprio per questa inattualità però la cosa mi turbava. E m’interrogavo. Come poteva ancora accadere un abbandono di neonati e quali le conseguenze nella loro vita? Che influenza avrebbero avuto gli inevitabili contorni romanzeschi costruiti nel tempo da parte di chi conosceva la storia delle loro origini? Si sarebbero potuti concentrare all’improvviso, rinfocolando il dramma originale? Pensavo alle parole di Carla. Quel “parente” usato all’indirizzo del priore, ad esempio, se non già fatto, avrebbe prima o poi generato sospetti nella mente della ragazza? Specie se servito con certi toni, sorrisini, ariette furbe da persone che, per incosciente malignità o esibizione di supremazia per cose che altri ignorano, della maldicenza ne fanno un mestiere. O, più semplicemente, allusioni da parte di alcuni compagni di scuola della ragazza, informati da parole sfuggite in famiglia, inconsapevoli del danno che avrebbero provocato. E il dichiarato desiderio della ragazza di frequentare Alberto non avrebbe potuto rinfocolare torbide fantasie? Che il priore fosse fuori di ogni sospetto di paternità sia per età che per carattere, era certo anche per un laico malpensante come me! E così doveva essere per tutti, a giudicare dalla stima che lo scultore godeva. Ma a volte l’incredibile, incontrando una menzogna vagabonda, possono, insieme, anche casualmente, generare veleni mortali, specie per una adolescente. Il desiderio di Carla, avvertito dal priore, di fuggire dalla sua attuale famiglia e dal paese, non era forse rivelatore del malessere di chi ha sentito aleggiare su di sé pensieri segreti dagli sguardi compatiti? Mentre me ne tornavo a piedi, a questa pioggia di considerazioni, per tormentarmi meglio, si unì una pioggerella subentrata alla neve. Giunto a casa cercai inutilmente il gatto, battezzato Socrate, che abitualmente mi aspettava sulla porta. Ogni ricerca e richiamo risultarono inutili. La preoccupazione sulla sua sorte allontanò ogni altro pensiero. Quella sera mi sentii solo.

Dormii male e nella notte mi parve di udire versi strani e lontani. Il mattino seguente feci visita al vicino contadino Fernando, mio abituale fornitore di uova e pollami. Uomo alto, rude, viso lungo e capelli incolti, capo di una famiglia all’antica fatta di due figli maschi aspri come lui e una femmina gentile d’aspetto, sui vent’anni di nome Nerina, tutti rubicondi e in salute. Mi accolse nella cucina enorme, antica di mattoni, buia, ricca di utensili, pulitissima, odorosa di latte bollito. Sul fondo, assiso come un re sul trono del camino, vegliava un fuoco vecchio da ore. La moglie, piccola, non parlava mai, il viso seminascosto da un fazzoletto nero come la veste, giovanile ancora per quello che si poteva vedere, precisa e veloce nelle faccende che sbrigava in mia presenza, quasi elegante. Mi fu difficile fin dall’inizio, immaginare tre figli usciti da un essere così fragile, e ancor più difficile come fosse rimasta apparentemente intatta ai parti, alle fatiche quotidiane, alla ruvidezza del marito. Acquistai ciò che il mio stomaco credeva necessario per una settimana e prima di uscire chiesi a Fernando se avesse per caso visto Socrate. Lui, zitto, mi fissò come se avessi chiesto chissà cosa. E io, dopo aver assaporato per un po’ la sua espressione smarrita, gli spiegai che Socrate era il mio gatto. Rise sollevato e mi disse: «Vanno in amore professore, adesso, i gattacci vanno in amore! Chissà dov’è! Ma vedrà che tornerà…»

«Anche lui!!» esclamai!

«Perché -mi chiese- in amore ci va qualcun’altro?» chiese serio guardando verso la stalla.

«Tutti, Fernando, tutti !!» ribattei.

E lui: «Beh, sia ringraziato Dio, se no finisce il mondo!!» e rise mostrando due vistose fallanze nella fila di quei suoi denti equini, per altro bianchi, da invidia.

«Già, hai ragione» convenni «hai proprio ragione!!»

Ormai in convento ci passavo di rado. I vari lavoretti quotidiani mi stancavano, era freddo e la salita di sera pesava. Anselmo aveva continuato a dipingere prendendo spunto dalle persone che capitavano al convento per i più vari motivi, compreso quello di consultazione della biblioteca alla quale, assente Alberto, si era offerto per l’assistenza. Una stanzetta adiacente il grande archivio era ormai il suo studiolo nel quale assolveva anche alle funzioni di bibliotecario. Piccola e con una grande finestra a sud, durante l’estate veniva evitata per il gran calore che vi si immagazzinava, come una serra quale doveva essere stata nel passato.

Nell’ultimo incontro, il frate mi chiese di acquistargli, in paese, alcuni tubetti di colore e altro materiale per dipingere. Trovai ciò che serviva e glielo regalai. Mi fu molto grato, ma ad alcune mie domande tese a chiarire, discretamente, qualche lato oscuro della sua antica vicenda non rispondeva. Con estrema lucidità e diplomazia dribblava l’argomento, ritornando sempre sui temi dell’arte. Negli ultimi giorni sembrava aver riacquistato quelle che erano state le sue doti come dai racconti sentiti. Dovetti ammettere che l’uomo, prima della “caduta”, doveva aver esercitato un grande fascino, specie sul pubblico femminile. Non avrei giurato che lo avesse ripreso totalmente ma anche così ce n’era abbastanza. Univa alla bellezza della persona matura, modi eleganti e misurati al suo ruolo di religioso, ma lontani da ogni stereotipo di santità. Il già conosciuto tono di voce, da ragazzo più che da adulto, invece di scontrarsi con l’aspetto si armonizzava, donando freschezza alla parola e a tutto il suo agire. Anche un rinnovato se pur debole sorriso si univa all’eloquio ricco e appropriato. 

Argomentava con un porgere ingenuo che trovava eco nella serenità del volto, non da sempliciotto ma da chi crede nella semplicità delle cose. Solo ogni tanto si abbuiava quasi all’improvviso, forse al passaggio di nubi residue di quel gran temporale passato che non voleva lasciarlo del tutto. E faceva temere che qualcosa di irrisolto, sempre vivo alla sua coscienza, impedisse una definitiva riappacificazione col mondo. 

Quando finalmente Alberto tornò da Roma, si era ormai in febbraio e già qualche mandorlo osava fiorire. Il giorno dopo il suo ritorno, fui avvisato dalla Gina che ero invitato a cena.

La sera entrai e lui mi venne incontro. Ci abbracciammo con sincerità d’affetto. Lo trovai cambiato nell’aspetto e nei modi. Appena salutato, il priore mi pregò di sedere al tavolo; un invito non più alla buona come era solito fare, ma con la freddezza protocollare di chi debba esibire il suo ruolo in presenza di un nuovo promosso di grado. A tavola mentre aspettavamo la solita minestrina della Gina, esaminai Alberto con calma. Vestiva la tradizionale tonaca degli agostiniani con una cintura nera ai fianchi e scapolare bianco. Faceva una certa impressione quell’abito austero su di un viso così giovane. Ci informò subito sui dettagli della cerimonia della presa dei voti e dell’onore riservatogli dal priore generale nel presenziare e congratularsi in privato con lui. Al termine, scherzando, gli chiesi se dovessi ora dargli del lei. Mi rispose che l’avrei dovuto fare solo se lui si fosse rivolto a me nello stesso modo. Dopo cena, Anselmo, visibilmente contento del ritorno del giovane, diventò protagonista e brillante oratore nel dialogo che seguì sulla forma e il colore nell’arte, quale dei due fosse più importante e i limiti che un artista si deve imporre. Alberto lo approvava con entusiasmo. Dopo i voti, la parola del giovane aveva assunto un nuovo peso che giudicai aumentato più per come li sentiva quei voti che per il vestito. Mai con arroganza, ma dolcezza di toni e capacità di persuasione. Una luce nuova emanava dalle parole e dal gesto. Insomma, ebbi l’impressione che se mai Alberto avesse avuto incertezze prima dell’ordinamento, ora la sua mente era totalmente sgombra da dubbi. Sapeva ed era deciso nel suo destino, confortato – come ripeté- dall’amore divino. Non fui saziato al finire di queste riflessioni. Sentivo nascere dentro di me una protesta e un malessere intriso di senso di colpa che disperava di essere ascoltato. L’atmosfera che si era creata con tanta profusione di amore divino, pareva vietasse ogni concessione alla potenza dell’amore naturale, umano. Un tema delicato lo riconoscevo, capace di avvelenare il clima festoso con tristi ricordi personali e con interlocutori forzati ad affrontarli. Eppure, lo sentivo un diritto di presenza, un diritto di natura che reclamava giustizia: doveva essere ascoltato. E avevo voglia di urlarlo a quel tavolo ma sapevo che non potevo farlo. Pensai che fosse tutta colpa di ciò che avevo visto nel pomeriggio dal vicino boschetto, tra la mia proprietà e il convento, mentre cercavo funghi. Assistetti, in anteprima, da lontano, all’incontro forse casuale tra Alberto appena giunto e Carla. Lui stava salendo il viale che portava all’ingresso del convento e lei ne discendeva. S’incontrarono nell’ampio spiazzo alberato proprio sotto un mandorlo ad inizio fioritura. Alberto, nella sua nuova tunica nera ben stirata e il passo sicuro, lei con la solita mantellina blu saltellando appena. Un vero quadro impressionista col bianco dei fiori, il nero e il blu. Entrambi giovani, biondi i capelli, visi puliti della prima età. Si avvicinarono l’uno all’altro con cenni diversi ma rivelatori di qualcosa di forte, di soffocato, che specie dai piccoli gesti di lei si sentiva doloroso da trattenere. Parve, per un attimo, che la ragazza volesse abbracciarlo e lui accoglierla, entrambi come sollevati da un vento improvviso e pietoso. Ma subito tutto precipitò. Non potevo da lontano né sentirli né leggere le espressioni dei volti ma li immaginai dai gesti di lei. Dicevano quanto già conoscevo: amore non dichiarato, domande senza risposta, speranze e sogni delusi, abbandono… E pianto, corsa, una fuga di lei giù, giù in fondo al viale, lontano da quell’albero che sapeva ormai non sarebbe più rifiorito. Alberto aveva cercato di fermarla, rincorrendola un po’ e chiamandola per nome. Poi si era fermato. Si era guardato intorno smarrito ravviandosi i capelli scomposti nella breve corsa e aggiustandosi la tonaca. Infine, aveva ripreso a salire verso il convento con un passo lento che, a me, parlava come di un antico dubbio tornato a tormentare la sua coscienza. Questo ricordo, quella sera a tavola, mi bruciava dentro, come un fuoco intollerabile. Avrei voluto urlare davanti ai frati, alzandomi in piedi e con parole accese con quel fuoco, quanto di mostruoso c’era nel supposto impedimento di Dio, a che le due giovani vite potessero amarsi ed unirsi. Che ascoltassero, fatta un attimo tacere la voce del divino, come tutto, all’intorno, dall’aria alle piante, persino alle antiche mura, avrebbe cantato lodi per una unione che invece, strappata al suo spontaneo compimento, faceva gridare al peccato contro natura! Non riuscii ad emettere che un mugugno incomprensibile. E me ne andai mogio dopo aver preso appuntamento con Alberto per salutarlo l’indomani prima della sua partenza verso il convento di Castellalto, sua nuova sede.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VIII – NOMEN HABERE VENUS

Nella notte dell’Epifania la befana portò un regalo: la prima debole nevicata. Il freddo intenso mi convinse a rinforzare il riscaldamento. Acquistai e allestii in fretta e furia, nel vano scale al pianterreno, una enorme stufa a legna per un riscaldamento generale con particolare indirizzo: la camera da letto al piano superiore. Avrebbe supplito, in parte, alla funzione della stalla nei tempi in cui almeno sei bestie erano ospitate. Solo in parte – e lo sperimentai- perché di notte la stufa si spegneva mentre le bestie avrebbero continuato a mandare calore, insieme a quell’aroma, del quale abbiamo perso memoria, sostituito dal più gradevole odore di legna bruciata. E il letto restava gelato. Imparai così a riutilizzare “prete (e monaca)”, abbandonati dai vecchi proprietari. Fui soddisfatto dell’allegorico conforto religioso e mi sforzai d’immaginare che dovesse essere tutto come un tempo. Non ci riuscii. Sebbene il “prete”, nel letto, svolgesse il suo ufficio egregiamente immagazzinando molto calore nella lana prima di essere tolto, avvertivo ancora forte un’assenza. Quella animale. Avrei voluto sentirli vicini, buoi e mucche, nel loro più antico manifestarsi sacro e profano insieme. E una sera giocherellando nel dormiveglia con tali pensieri, mi ritrovai in piena atmosfera biblica. Alla cacciata dall’Eden – ricordai- per ripensamento divino, toccò a loro essere donati all’uomo per alleviarne il sudore, nella lotta per l’esistenza: lui forte nel lavoro, lei generosa nel primo alimento, preziosi entrambi coi loro scarti provveditori di crescita per piante e sementi. Con quale ricompensa? Sacrificati sull’altare di riti propiziatori e destinati allo stomaco dei sacerdoti! E dopo questa riflessione, conclusi ad alta voce: «Ecco perché gli ebrei, impazienti, avevano eletto a divinità un vitello d’oro, devoti al possente simbolo di un animale provvidenziale nell’esodo!» E subito dopo, per pareggiare la digressione religiosa sul Vecchio Testamento aggiunsi: «Ma non è stato trascurato nemmeno dal cristianesimo, visto che il bue è stato usato nella mangiatoia per riscaldare Cristo bambino!» La notte sognai addirittura che nella stalla ci fossero le bestie! Nel sonno mi parve persino di sentirle muggire… E invece mi trovai sul letto il gatto che, ormai imborghesito, avanzava pretese: dormire al caldo della casa!! Gli concessi lo scendiletto di lana.

Il mattino seguente dormii fino a tardi favorito dall’ovattato silenzio che solo una nevicata può creare. Sceso in basso, accesi stufa e camino. Dal cielo cadeva ancora qualche fiocco che accarezzava il vetro della finestra come saluto mattutino. Uscendo per andare alla legnaia, scoprii alcune orme intorno a casa e soprattutto nell’atrio davanti all’ingresso. Erano orme di scarpe di piccola taglia. “Mi è venuto a cercare uno gnomo come nelle favole o è di nuovo il cercatore di monete?” mi chiesi. 

Appena vestito mi diressi al convento con l’intenzione di verificare i progressi fatti da Anselmo. La strada era appena innevata. Si camminava bene. Mi aprì la Gina informandomi che il priore era in paese e che Anselmo si trovava…. in cucina. «Toh!» esclamai «E cosa ci fa in cucina!?» Lei mi fissò con sospetto, incerta se rispondere o no. Si guardò intorno per accertarsi che nessuno ci spiasse, poi sottovoce, con un mezzo sorriso che sapeva di confidenza, rispose: «Mi vuol fare il ritratto… Io non voglio… se lo sa il priore mi sgrida.» «Sgrida? E perché?» chiesi io stupito. «Non lo so… ma non vuole…» «Posso vedere Anselmo?»  chiesi. «Venga…» e mi fece cenno di seguirla. 

Entrai nella cucina, unico posto caldo del convento. Salutai il frate che accanto al tavolo aveva posto un piccolo cavalletto e stava tratteggiando qualcosa sulla tela. Quando entrai sembrò felice di vedermi. Lo trovai sereno, ben pettinato nei lunghi capelli, occhi limpidi, tutto ravvolto in un maglione nero e con un grembiule sul davanti da sembrare un cuoco. Rivolto a lui esclamai: «Sono proprio contento di vederla all’opera di nuovo e stavolta, mi ha detto la Gina, alle prese con immagini umane!» 

 Si rabbuiò per un attimo come lo ricordavo i primi tempi poi rispose con sicurezza: «Sì, vorrei tornare alle forme umane. Devo provare se la mano ubbidisce a questo mio desiderio.» 

Capii cosa volesse dire e con enfasi declamai: «Lo deve fare Anselmo, anche Alberto mi ha detto che questo ritorno alla forma umana è decisivo per riprendere ispirazione, è il superamento del buio, la riconciliazione con l’umanità, la cancellazione di un brutto periodo e la migliore richiesta a Dio per essere aiutato!» L’invito accorato in cui avevo cercato di mettere insieme due fedi, arte e religione, sebbene un po’ troppo carico, sembrò funzionare perché mi guardò con un sorriso di gratitudine. La Gina non aveva capito gran che ma, contagiata dall’approvazione di lui, annuì, poi abbassò il capo e mormorò: «Però il priore non è contento…» Sul volto di Anselmo tornò di nuovo una nuvola scura. Cercai di rimediare rivolgendo alla donna una spiegazione non brillante ma credibile: «Perché teme per la sua salute e non vuole che si rimetta subito al lavoro dopo quel bel quadro del chiostro che ha destato l’ammirazione dei confratelli e dei visitatori venuti dalla città. Ma qui, riparato e al caldo, sono certo che il priore cambierà idea. Gliene parlerò io…»

Sembrarono sollevati entrambi da questa mia intercessione che sospettai sopravvalutata negli effetti. Lasciai il frate al lavoro, con la Gina tutta in posa, seduta sulla sedia. 

La mattina del giorno successivo, decisi di scoprire il visitatore sconosciuto che aveva lasciato le impronte, nel caso fosse tornato a gironzolare intorno casa. Indossato il vestaglione di lana grezza, dopo aver acceso il camino, mi appostai dietro la finestra. Aspettai con pazienza. Dopo un po’, l’acqua che aveva iniziato a bollire nel paiolo, mi ricordò che serviva per farmi la barba. Dovevo alzarmi. Indugiai per fare un buchino col dito nell’appannatura del vetro attraverso il quale potevo scorgere meglio l’atrio esterno. Avevo appena terminato che sentii dei passi scricchiolare sulla neve gelata. Due o tre passi poi silenzio. Prima in allontanamento poi di nuovo in avvicinamento verso la finestra dietro la quale ero appostato. Mi aspettavo qualche mendicante, un venditore di legna, invece comparve, come dal nulla, il viso di una ragazzina bionda che tentava di vedere all’interno. Mi avvicinai di più e quando i due volti, nel reciproco intento di vedere al di là, si scontrarono nel vetro riconobbi Carla, la ragazza che mi recapitava i messaggi di Alberto. Udii un gridolino di paura e il viso di lei si ritrasse spaventato. Certo non doveva sembrare attraente il mio faccione, barba lunga e capello arruffato di primo mattino, ma scappare così!! Uscii dal portone e gridai: «Fermati, Carla sono io…. Il professore… Non aver paura. Cerchi me?»  Lei, sempre con la mantellina blu, aveva preso a correre verso il viale. Si fermò e rispose: «No, sì, volevo vedere se c’era lui… Il frate giovane… Alberto…» Rimasi perplesso. Intuii qualcosa di strano e dissi: «No, non c’è, perché lo cerchi? Vieni qui a scaldarti che ne parliamo.»

Carla indugiò un attimo poi tornò sui suoi passi e si avvicinò. La feci entrare e sedere vicino al camino. Si accomodò, tirò su i calzettoni di lana un po’ scesi, il viso e le mani arrossate. Mi disse: «Al convento lui non c’è più…. Credevo fosse qui… So che lei è suo amico.»

«Sì, ma non c’è… è fuori! A Roma credo, perché lo cerchi?» 

«Per aiutarmi nei compiti… Domani torno a scuola e volevo farli vedere…»

«Solo per questo?» chiesi con tutta la dolcezza che mi era possibile.

«Il Latino mi piace… mi preparo prima perché voglio un bel voto…» disse prendendo l’attizzatoio dal camino e cominciando a frugare tra le braci.

La luce rossastra della fiamma ravvivata di colpo, le colorì le gambe nude e aperte per scaldarsi fin sopra le ginocchia.

«Quanti anni hai?» le chiesi. «Quindici ma tra un po’ sedici…» rispose decisa.

Così dicendo, aprì la mantellina simulando improvviso calore ma forse per mostrarsi. Indossava un maglione bianco che metteva in rilievo i seni già di bella forma e ingranditi dallo spessore della lana. La gonna era nera, spessa e corta. Le gambe bianche, snelle, inquietanti nel contrasto col nero della gonna. Il viso, tornato al colorito normale, era dolce come lo ricordavo il primo giorno, ma lo sguardo diverso: inquieto, sfuggente, alla cerca di qualcosa.

«Inutile che guardi intorno Alberto non c’è. Non so se tornerà. Tu sai che lui è un religioso quindi la sua vita è segnata e anche il suo luogo di residenza può cambiare da un momento all’altro.»

Pronunciai le parole come una sentenza, quasi con cattiveria anche per scacciare da me la seduzione di quella forma femminile estranea al mio eremo. Persino il gatto stava allerta vicino al camino! 

«Non può lasciarmi qui da sola…» gemette all’improvviso portandosi le mani alle guance.

«Ma Carla, tu hai una famiglia… non sei sola!» replicai con comprensione.

«Con lui mi sentivo di più… di più…»

«Amata, forse?» azzardai con prudenza.

Lei non rispose. Mise su un broncetto che pareva un inizio di pianto. Ebbi paura nel ricordo del ragazzo suicida nel pozzo. Allora dissi: «Comunque, so che tornerà presto e potrai riprendere le tue lezioni…» 

«Dice davvero?» esclamò rasserenandosi.

«Certo, te lo prometto!»

Si alzò in piedi e mi stampò un bacio sulla guancia. Lo presi come uno schiaffo. Tutto confuso l’accompagnai alla porta e la salutai mentre già correva sulla neve. E avrei voluto fuggire anch’io una voce appena nata che ripeteva: «Ci risiamo, Venere ritesse la sua tela è il disegno è lo stesso!» Per un’improvvisa suggestione pagana, scoprivo che ovunque e comunque, quella dea dominava sempre. Prepotente, infaticabile. E per quanto mi riguardava, sembrava pretendere la mia presenza se non più come protagonista, come testimone. “E pensare che volevo imitare gli eremiti per stare lontano dal mondo! Ma dove riparare, se anche nei monasteri lei, sempre lei, compare all’improvviso?” mi chiesi deluso.

Queste riflessioni segnavano un punto di avvicinamento alla misantropia dello scultore. Che visitai nella tarda mattinata. Avendo trovato la porta aperta entrai nel suo studio senza preavviso. Stava ancora ritoccando la forma in creta della “bambina che coglie i fiori” come l’avevo battezzata. «Proprio lei!!» mi scappò di esclamare all’indirizzo della statua. Lui sobbalzò appena, senza guardarmi e io mi affrettai alla correzione: «Mi riferivo alla scultura, pensavo che l’avesse finita. Mi hanno detto che la modella è una sua parente, si chiama Carla, vero?»

Lo scultore alzò gli occhi dal suo lavoro, solo gli occhi, che si accompagnavano bene alle parole pronunciate con durezza: «Ma tu figlio, non sarai per caso della polizia? O, meglio, un qualche giornalista che vuole inventarsi misteri per scandalizzare e soddisfare questo mondo pettegolo e cattivo?»

Feci un passo indietro per la sorpresa. Con tutta l’aria offesa di cui ero capace, risposi: «Non mi sono sembrati misteri le storie che ho scoperto dato che tutti le conoscono e non le reputano tali. Poi odio i giornalisti, certi giornalisti, almeno quanto lei e non leggo più nemmeno i giornali. Sono solo coinvolto dalle vicende umane che via via, mio malgrado, mi stanno avvicinando alla sua visione cristiana dell’umanità. Poliziotto poi!!» e lasciai intendere che mi guardasse addosso, e giudicasse dall’aspetto. 

Se ne stette zitto per un po’ e temetti, come suo solito, il silenzio ad oltranza, invece: «Questa ragazza è una trovatella che sedici anni fa lasciarono in fasce sulla porta del convento e che proprio io raccolsi. Dopo qualche settimana, fatte le ricerche e sentiti i parrocchiani, si trovò di accasarla presso una coppia di contadini benestanti senza figli. Non fu facile, ma ci riuscimmo con l’aiuto di Dio. Da allora tra il popolo, non sono certo se per malizia o riconoscenza, la dicono mia parente. Carla la battezzammo, col nome del santo del giorno in cui la trovai. La ragazza, credo che ancora non sappia nulla della sua origine ma sospetti da mezze parole, allusioni… Si sa come è la gente… Forse a lei ha chiesto qualcosa?» 

«No… no!» mi affrettai a negare «ho saputo della parentela, diciamo così, quando l’ho incontrata per gli auguri di Natale con Alberto.» 

«Sì, Alberto l’aiuta qualche volta nei compiti» ammise «è molto intelligente e volenterosa. Sembra voglia a tutti i costi imparare per emergere, ma lontano da qui… Credo che senta qualcosa dentro di sé che l’attira lontano. Io cerco di assecondarla e per questo che ho concesso ad Alberto di seguirla e magari indovinare se ha la vocazione per il convento…»

Rimasi interdetto da quest’ultima trovata. Volevo rispondere che a me non pareva proprio che ci fosse il convento nei sogni di Carla! Tacqui, pensando che avrebbe scatenato chissà quali conseguenze e quindi sostenni l’idea: «Saggia decisione. Nessuno come Alberto può essere d’insegnamento nella scelta della via migliore per i giovani!» Poi, forte dell’attestato di riconoscimento appena pronunciato nei suoi riguardi, ricordando la promessa fatta in cucina, bleffai dicendo: «Saggia, come del resto quella che lei ha preso per incoraggiare Anselmo a ritrovare il suo talento ritrattistico da anni trascurato. Una mossa lungimirante, certo intesa, se non a diminuirlo nel tempo, almeno ad alleviare il cammino d’espiazione che ancora l’aspetta.» Volevo far intendere che approvavo la sua tutela nei confronti del confratello senza cedimenti e limiti di tempo, ma che davo per scontato il ritorno di lui a dipingere forme umane come conseguenza di una sua decisione. 

Non so se indovinò il trucco dialettico ma sembrò soddisfatto. Nella manona, il piccolo cucchiaio riprese a cesellare sulla creta la figura della bambina che come le altre figure, e questa ancor di più, era molto felice nelle forme ma inespressa nel volto.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VII – TORNA L’ARTE

Fui avvisato da un amico di passaggio che, per il prossimo Natale, sarei stato onorato di una visita da parte di vecchie conoscenze che, complici le buone previsioni meteo, avevano deciso di verificare se facessi quella “buona vita” che si diceva. Cinque in tutto, me compreso. Non potevo rifiutami, pena chissà quali sospetti! Dall’unico bar del paese telefonai a Gianni, vecchia conoscenza che immaginavo promotore dell’iniziativa, informandolo che accettavo con piacere l’autoinvito fissato per Santo Stefano. Sapendo che, in fondo, quello che muoveva tanta premura era l’aspetto culinario, chiesi alla Gina di prepararmi, a crudo, una serie di arrosti che avrei poi cotto nel forno di casa. Volevo convincerli che oltre al buon cibo, altro non avrebbero trovato per invidiarmi il soggiorno. Contavo che Il freddo nella casa, mai sconfitto dall’unico, fumoso camino, mi sarebbe stato alleato: li avrebbe dissuasi dal trattenersi a lungo. L’ordinazione fu accettata dietro compenso per la cuoca e sotto forma di dono natalizio. In convento, nella tipica frenesia festaiola che precede il Natale, niente d’insolito saltava agli occhi, tranne un discreto accumularsi, in cucina, di donazioni dei fedeli, soprattutto in natura. Con un presepe striminzito, la cucina grassa e odorosa attirava più della grotta di Betlemme! Era meta di continui pellegrinaggi anche da parte di tre nuovi frati che, per le feste, come i Magi, si erano trasferiti dalle loro sedi nel convento per …. “dare una mano”.

Alberto improvvisamente partito, aveva lasciato solo un biglietto di auguri consegnatomi in casa da Carla, la bambina aiutante all’organo, che lo aveva definito “carino”. Prima degli auguri raccomandava, in due righe, di far visita ogni tanto ad Anselmo che mostrava di gradire la mia presenza, e stimolarlo, se possibile, nella ritrovata voglia di dipingere. «Toh!» mi dissi «il novizio è persino riuscito a risuscitarlo nell’arte!»   

Così, il mattino di Natale, limpido e freddo, cercai Anselmo. Lo trovai nel chiostro, in un angolo, in piedi davanti a un cavalletto che esibiva una tela e un acquerello appena iniziato. Tema del lavoro: uno scorcio del colonnato col pozzo in primo piano. Lo salutai e gli chiesi se non sentisse freddo. Rispose, con quella sua voce limpida da ragazzo, che da poco avevo imparato a conoscere: «Non ho freddo al corpo ma alle dita. Per il fondo che intendo realizzare ora, non importa essere precisi, riesco a farlo anche con le dita dure… sì, senza problemi. Poi oggi c’è il sole professore, so che anche lei ama il sole!» lo disse sorridendo e ne provai gioia. Risposi: «Chi non lo ama Anselmo? È come la verità, splende su tutto sebbene gli uomini spesso la vogliano nascondere! Forse perché è troppo luminosa e l’uomo con la sua vista debole non la sopporta!» Mi pentii subito di questa considerazione che sembrava voler rammentare le sue disgrazie. Non gli diedi tempo di rispondere. Mutando tema e tono aggiunsi subito: «Ma oggi è Natale e so che la Gina ha fatto miracoli in cucina! Non ho visto il priore ma ho lasciato per voi un piccolo peccato di gola da consumare alla fine del pranzo. Buon Natale!» Lui mi guardò e rispose al saluto senza dire altro.

Nella tarda mattinata, la temperatura era salita grazie a venti da sud, ma con un presentimento nell’aria di mutamento imminente. Pranzai in compagnia di un gatto randagio che attirato dal profumo di un pollastrello arrosto, anticipato in prova per l’indomani, restava sulla porta, aperta per il fumo, indeciso tra la paura e la fame. Via via che spolpavo il pollo, gliene lanciavo pezzetti che afferrava al volo con un’energia inimmaginabile vista la magrezza. Insaziabile, macinava le ossa da far invidia a un cane! Non mi trattenni da alcune riflessioni sulla fame che approdarono alla conclusione: «Presente lei, ogni altro problema diventa insignificante, ogni timore, che non sia la fame stessa, svalutato. Sola la sessualità può stargli alla pari!». Pensiero certo non profondo, lo riconobbi, ma non inutile come promemoria! 

Nel pomeriggio preparai per la visita programmata l’indomani. Speravo che gli ospiti arrivassero solo per l’ora di pranzo e fu così. Alla mezza erano lì sulla porta a protestare per le scarse indicazioni che avevo dato. Per trovarmi era stato necessario sentire due contadini della zona.

«Ti fai chiamare professore adesso?» esclamò Ottavio, bancario in pensione entrando con un pacchetto sottobraccio che rivelava un panettone. 

«Che clinica dirigi? O sei solo professore di scuola campestre!» commentò ironico Antonio ex maestro didattico, con altro pacchetto dall’aria di un torrone. Gianni e sua moglie, unica donna, molto più giovane di lui, nudi di regali, salutarono e nulla dissero, rapiti dal profumo d’arrosto che proveniva dalla cucina commentato con sonore sniffate ed esclamazioni compiaciute. 

Dopo il pranzo, molto apprezzato, tutti si congratularono con me e lodarono la mia vita da “eremita gaudente”. Gianni, famoso pettegolo della compagnia, mi chiese: «A proposito di conventi ed eremiti. È vero che qui, al vicino convento, c’è quel famoso frate… di quella storia con la signora**** che ora, da noi a Castellalto, si vede raramente in giro. Il marito è morto da poco, lo sai? Anche il figlio della prima moglie di lui, morta giovane, non si vede più in paese… Lei è rimasta sola: vive con una gran quantità di domestici come una contessa… Beh! i soldi non gli mancano! Però la salute… Soffre nella vista, mi disse Leo il farmacista… una malattia agli occhi. È ancora bella e frequentata da artisti famosi… Come fece a confondersi con un frate!!! Come le era saltato in mente di… con tanti ca…» e qui si trattenne dopo uno sguardo alla moglie che sembrava invece delusa dalla castrazione verbale: «Sì, insomma, con tanti uomini a disposizione che sarebbero stati contenti di far becco quel ricco sbruffone del marito, pace all’anima sua, è finita in un melodramma settecentesco alla Diderot, con accuse, finto suicidio. E poi tutto…  in una bolla di sapone! Dì, lo sai se lui, il frate, è vivo ed è qui?»

Fino a quel momento avevo dimenticato che Gianni, da anni, dopo l’insegnamento, si era trasferito proprio nella cittadina di Castellalto poco lontano dal famoso convento nel quale Anselmo aveva vissuto il suo dramma. Mi sentii, d’improvviso, defraudato di una storia che credevo essermi conquistata da solo e che mi dava il diritto di possederla come una scoperta archeologica di valore che si vorrebbe tutta per sé, gelosi anche di mostrarla ad altri. E anche infastidito. Quello spettegolare sul dramma dei due, apriva alla sensazione, nuova e sgradevole di una delicata umanità insidiata, imbrattata; trascinata nella polvere delle strade, nel tanfo delle osterie o tra il vociare dei mercati dove ogni confidenza viene ripetuta per improvvisate, false sordità, inventate solo per arricchire la menzogna. Moltiplicata poi, sempre, nel contagio di bocca in bocca. Provavo rabbia nel sentire quanta superficialità, quale disprezzo nel trattare la storia dei due! Si coglieva solo l’aspetto teso a impressionare, suscitare stupore, morboso interesse motivato a soddisfare aggressività e narcisismo. 

«Non so niente -mentii- frequento raramente chiese e conventi come sai! Di eremi ho il mio privato, mi soddisfa e soprattutto mi tiene lontano dalla gente…»

Ottavio aggiunse: «E t’invidio, non per l’eremo ma per la tua resistenza alla solitudine. Sarà che io ho passato una vita in banca ma non ce la farei a non sentirmi vicino qualcuno, ogni tanto…»

«Se per questo» replicai, «ce l’ho anch’io qualcuno… ogni tanto.»

«Sììì?» incuriosì subito la moglie di Gianni in gran calore «e chi è?… una donna suppongo. Magari tutta natura come piace a te!!»

«No», riposi asciutto con aria mesta… «un fantasma!»

Allo stupore che seguì, lei, ripeté «Un fantasma? Stai scherzando!»

«Purtroppo no…» E raccontai, in sintesi, la storia del pozzo e del ragazzo morto.

Dovetti farlo in maniera convincente perché da quel momento l’atmosfera mutò. Tutti parvero non credere alla storia, ma l’invito fatto alla morte e ormai seduta al tavolo della conversazione, fece il suo effetto. Il freddo fece il resto. Dopo mezz’ora se n’erano andati tutti.

Nella settimana che precedette il Capodanno, a giorni alterni, visitai Anselmo. Complice il perdurare delle temperature miti, aveva finito di dipingere il chiostro. Il quadro mi pareva ben fatto, l’atmosfera di silenzio e religiosità del luogo si sentiva tutta nel colore e nei volumi dell’inanimato. Pozzo, pilastri, volte, in una rappresentazione prospettica un po’ obliqua, davano l’impressione di volersi ribellare alla fredda staticità della pietra e, anche per uno sfumare del rosso mattone verso l’alto, suggerivano fiammate. Le linee curve delle volte mi parvero gonne svolazzanti di invisibili creature femminili colte in un attimo di danza. Non sembrava soddisfatto Anselmo nonostante gli elogi di tutti tranne del priore che sottolineò l’esame del quadro con il silenzio. Nell’avvicinarmi all’opera finita, vidi sotto il colonnato un frate, dei tre nuovi venuti da fuori, che si muoveva verso di me. Ci incontrammo davanti al quadro.  Fu il primo a presentarsi. Si chiamava Marco e veniva dal convento di Roma. Era uno storico della religione nato in Francia ormai sui sessanta, più calvo che stempiato, terreo il volto rallegrato da un occhiale tondo dorato, occhi piccoli, barbone bianco che pareva tutto l’autoritratto del Bronzino. Mi chiese se fossi il professore. Risposi sorridendo che così mi chiamavano ma non lo ero. «Il giovane Alberto mi ha parlato di lei e raccomandato di salutarla» disse. Rimasi stupito. «Quando?» chiesi. «Prima di lasciare Roma» rispose. «Perché lui, ora, è la?» «Sì, presso l’Istituto Teologico Agostiniano per finire il suo lavoro» rispose con quel suo accento un po’ trascinato e la “r” francese. 

«Sulla… come si chiama… predestinazione e Lutero mi dicevano, vero?» chiesi per mostrare di essere stato messo a parte dei suoi progetti.

«Come tema generale, ma sono gli aspetti secondari che più interessano il padre provinciale: le sue ricerche fatte sulle infiltrazioni della dottrina del tedesco nell’ambiente agostiniano. Quella della predestinazione luterana è estremizzazione del pensiero di Agostino che produsse in alcuni religiosi del nostro ordine, tentazioni radicalizzanti in contrasto con la visione ufficiale della Chiesa. Quanto ci fu di vero in questi focolai di luteranesimo nel popolo, specie in questo territorio, in che misura e come avvenne… a questi interrogativi Alberto ha tentato di rispondere.» 

«Padre Marco, sono temi molto difficili dei quali non sono pratico, ma mi dica se il lavoro di Alberto è terminato.» 

«Sembra di sì e il padre generale che lo conosce già in gran parte, è molto soddisfatto. È la sua tesi per il dottorato di Teologia. Alberto, come sa, si sta preparando per prendere i voti» disse incrociando le braccia.

«Un giovane promettente per voi, dunque…»  insinuai.

«Non più promessa ma realtà. Gode ormai di molta fiducia. Sentirete parlare di lui… Intanto si raccomanda di proseguire nel vostro comune impegno di redenzione a favore… di chi sa lei!»

 Nel pronunciare le ultime parole, il frate assunse un tono e un’aria leggermente irritata come se non fosse stato messo a parte di quella redenzione e subisse il fastidio di riferire senza conoscere.

Capii l’imbarazzo e ne minimizzai l’importanza dicendo: «Ah, sì, sì, le riferisca che tutto è come lui sperava, senza problemi.»

Mi guardò con una certa diffidenza poi promise: «Riferirò.»

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VI – CONCERTO

Dopo un paio di settimane circa, durante le quali non avevo più visto passare Anselmo sotto casa, domenica di buonora, stavo sistemando in cantina la mia piccola provvista di insaccati maialeschi appena acquistati da Fernando il contadino. Operazione rituale e sacra quella di attaccarli ai ganci del soffitto, piena di inconsci richiami all’antico, quando la messa in stagionatura del maiale assicurava per un anno l’unico alimento ricco di calorie oltre che di sapore. La cantina equivaleva alla cassaforte di oggi. Non era ammesso sbagliare. Cambi di clima improvvisi e topi erano subdoli nemici esterni contro i quali bisognava difendersi per primo. Guai a dimenticare poi quelli interni come i gatti, implacabili sornioni pronti all’incursione! Per quanto ricordavo dall’infanzia, da mio nonno contadino, mi pareva alla fine di aver sistemato tutto secondo la regola. Salami ben posizionati, lontano da aperture complici col garbino di guastarne l’anima per l’improvvisa asciugatura; la salsiccia, in luogo più umido per conservarla fresca a lungo. Per prosciutto, lonze e lardo non era ancora finita la loro stagione dei bagni… di sale grosso. Guardando l’opera mia, penzolante di giustiziati per la causa gastronomica, mi sentii soddisfatto, di quell’umore che unisce la compiutezza estetica a quella esistenziale. Stavo ancora agli ultimi ritocchi con le date sui cartigli quando sentii bussare al portone. «Già qualcuno me li insidia?!» pensai preoccupato. Salii le scale e aperta la porta mi trovai davanti una ragazzina sui quindici anni, più o meno. Mi diede subito l’impressione di conoscerla, di averla vista da poco. Sorrideva da dentro una specie di mantellina blu con cappuccio come nelle favole. Gonna al ginocchio, gambe nude, scarpe e calzettoni di lana grezza e il capo, subito scoperto nel vedermi, folto di capelli biondi ricadenti sulle spalle, il viso pallido, rosse le guance e il naso per il freddo, parlavano di semplicità di vita; gli occhi chiari, di vivacità mentale. 

«Cosa vuoi cappuccetto blu?» chiesi scherzando alludendo alla sua mantellina.

«Buongiorno professore, il frate giovane… mi ha detto di dirle che stasera per l’Avvento suonerà con l’organo… Se vuole venire…» 

«Sicuro che verrò. A che ora?» chiesi rassegnato al titolo di professore che da quelle parti pareva comune come dottore a Roma.

«Alle sette, al convento…»

«Bene, ma tu chi sei?»

Mi guardò con un po’ di diffidenza, poi rispose: «Una parente… mi chiamo Carla… Carla… e non voglio che mi chiamino Carlotta perché sono piccola!!!»

«Sei una signorina, si vede. Ma… parente di chi sei Carla?» chiesi.

«Del priore!» esclamò come se fosse ovvio.

Ed ecco di colpo il ricordo dell’ultima opera vista modellare dallo scultore: la bambina col cestello che coglie i fiori. «Ecco chi sei!» esclamai «Carla con i fiori: la statuetta che lui sta facendo. Ma perché non sei lì a posare?» 

«Non mi vuole. Gli basta la foto… ha detto. Non è come Alberto, il frate giovane che mi aiuta a fare i compiti in biblioteca. Lui sì che è bravo… E poi è anche carino!» disse e corse via ridendo.

«Carino!» ripetei sorpreso a bassa voce. E subito il dubbio: «Chi biasimare? Lo scultore che teme la vicinanza del prossimo specie femminile e, di più la teme dopo l’esperienza di Anselmo, o Alberto che pare invece affrontare quei rischi per rendere più umana l’esistenza, più utile e meritevole la missione religiosa?» Poi, dentro di me: «Questa novità del concerto non è casuale! Ci sento la mano del novizio. Scommetto che ci sarà anche Anselmo.» La considerai, insomma, un’altra iniziativa, frutto della strategia già messa in atto per portarlo a contatto col pubblico. A un concerto natalizio, sarebbe stato difficile da parte del priore negare il consenso. I due “A” mi parvero proprio in sintonia col prossimo Natale. Due statuette di un presepe: Alberto, un bue giovane, vigoroso e paziente che tenta di far uscire Anselmo, un pesante carro impantanato nella depressione. Ed il sottoscritto che cercava di dargli una spinta…

Giunsi alla chiesa del convento un po’ in ritardo. Al ricordo delle estenuanti funzioni religiose subite da bambino non avevo fretta di ritrovare quelle atmosfere! Entrai proprio alla fine del preambolo di presentazione del priore, sbrigato alla svelta come suo solito. Prima di tutto cercai l’organo. Lo vidi poco lontano su di un palchetto accanto alla parete. Era di moderna fattura, non tanto grande e in legno decorato, le canne nuove luccicavano alla luce dei ceri posti vicino al leggio. Raggiunsi Alberto che in piedi stava intrattenendo alcune persone. Prima di salire sul palco mi chiamò in disparte e mi disse: «La ringrazio per essere venuto… Ho trovato in biblioteca uno spartito di musica molto vecchio… mi sembra la sonata in fa per organo di Pergolesi della quale non ho mai trovato uno scritto. L’ascolti e mi dica cosa ne pensa. Non sono un bravo organista ma credo di essere in grado di non rovinarla.»

Volevo obiettare che la mia conoscenza in fatto di musica non era tanto ricca da apprezzare una esecuzione all’organo che non avevo mai sentito prima. Ma non volevo sminuirmi; dopo tutto, chi poteva saperne più di me in quell’ambiente! E del resto come negarsi? Lo rassicurai mentre saliva le scalette, spartito in mano, gli occhi non su di me, ma a frugare tra il pubblico. Aspettava qualcuno? 

Contagiato da quel frugare mi guardai intorno. La chiesetta annessa al convento era piccola ma graziosa, ben pulita e curata. Più una grande cappella che una chiesa. Una suggestiva illuminazione affidata solo alle fiamme di grossi ceri, eccetto piccole lampade di servizio, la rendevano accogliente e familiare. Pochi i fedeli per questo anticipo di cerimonie natalizie. Sufficienti però, perché il calore dei corpi si equilibrasse con l’aria fredda della chiesa creando una temperatura accettabile. Odori di gregge umano corretto di venature di messa in piega e stantio di vestiti in prima, libera uscita invernale; profumo di cera e residui d’incenso, appena individuati, tornavano subito a confondersi. Il programma, come da foglietto distribuito e scritto a mano, prevedeva l’esibizione di un coro di bambini su temi natalizi. Li vidi prendere posto guidati da una suora ben in carne e una giovane cantante dai modi timidi e nervosi che si sarebbe poi esibita nell’Ave Maria di Schubert. Insomma, un tradizionale, edificante programma con poche novità, tranne il finale in cui Alberto avrebbe presentato la sua scoperta. Tra i presenti, oltre ai tre frati, assente il vecchio Francesco, pochi uomini, molte pie donne, mamme giovani, tutte ravvolte in fazzoletti scuri da sembrare un collegio. Numerosi i bambini che a queste si accompagnavano e dei quali ne intuivo la sofferenza. Sul palchetto invece, accanto ad Alberto a girare i fogli di musica su suo invito, riconobbi Carla, la bambina del mattino col vestito della festa: un cappottino blu visibilmente fatto in casa. In ultimo, quasi all’ombra dell’unico, tetro confessionale, sperava confondersi la Gina in cappotto scuro e… col mio scialle. Ne fui contento, la salutai con un cenno e mi posizionai sul fondo vicino alla statua del patrono del paese già tornata nell’oblio. Giunto il momento, Alberto si esibì nel breve stacco per organo della sonata di Pergolesi. La trovai ben eseguita e sorprendente per un autore che ricordavo un po’ noioso. Anselmo, seduto sulla prima fila, in tonaca nera, scapolare bianco con cappuccio come gli altri, sembrava partecipare con interesse. Si voltava spesso a destra, a sinistra e persino dietro, verso l’organista, lo sguardo curioso come uno dei bambini che aveva intorno. I progressi nel miglioramento dell’umore erano evidenti anche nel dopo concerto quando i presenti si congratularono con gli esecutori del coro, i frati e l’organista. Anselmo rispondeva con poche parole, stile sicuro, volto sereno. Cominciava a diventare punto di riferimento al posto del priore e questo mi preoccupò. Non perché temessi gelosie da parte sua che schivo com’era, essere ignorato non poteva che piacergli, ma per quella sua idea di espiazione che aveva radicata. Avrebbe potuto intestardirsi sempre più nel credere che fosse sbagliato, contrario alla regola, riabituare Anselmo alla massa umana da lui temuta. E semmai non in quella banale immersione nel gregge, così inadatto ad accogliere quelli che chiamava i segni divini della Grazia salvatrice! Nonostante gli evidenti successi ottenuti, sentivo la sua disapprovazione per la strategia del contatto scelta dal novizio e da me inaugurata il giorno del patrono, sebbene non le mostrasse ancora totale avversione. Alberto aveva una forza di persuasione per imporre la sua volontà con dolce insistenza, alla quale era impossibile resistere. Queste mie congetture non erano nuove, ma, quella sera, le avvertivo rinforzate dal modo di congedarsi del priore, senza nemmeno salutare, come chi ha fretta di archiviare un episodio di vita pubblica e tornare al suo privato sicuro, alle sue sculture. Eppure, anche quel suo spazio, in fondo, era ben affollato di forme umane, quindi, di qualche contagio, come ebbi modo di fargli notare. Aveva condiviso questa mia insinuazione, ma mascherandosi dietro un’aria scherzosa, l’aveva corretta aggiungendovi un: «Non più… non più». Un contagio annullato -spiegò- perché i volti plasmati dalle sue mani, guidate da ispirata preghiera, erano stati ripuliti esteticamente dell’impronta del peccato originale. Con questa opera di “smacchiatura”, insomma, avrebbe ottenuto di recuperare per loro la disarmata innocenza dell’Eden. In mezzo a questi muti innocenti faceva capire di sentirsi a suo agio. Ovviamente – ci teneva a precisare- il make-up riguardava solo l’apparire del volto, una pura vernice, il resto era di competenza della Grazia divina che solo avrebbe giudicato e deciso sulla sorte dell’anima degli originali. Eppure, nei ritratti, della più svariata umanità, io non ci trovavo mai il sorriso, la gioia trasparente una serena vitalità come ci si sarebbe aspettato dalla “purificazione”. Tramava qualcosa di triste nelle espressioni delle sue creature, un vuoto, una speranza mancata. Volti riflettenti il dubbio pietrificato di un creatore insoddisfatto dell’opera sua perché previdente la ribellione e il peccato. Lui, in segreto, doveva sapere di questo insuccesso. Alla domanda perché tanti volti ritratti e spesso non finiti come per mancanza di forze se non di volontà, non aveva risposto. Pensai, allora, che si fosse inventato una sorta di cammino di espiazione per sé stesso che si attuava costringendosi a plasmare fisionomie sempre nuove, senza tregua, finché non avesse riconosciuto in una di quelle, il consenso divino alla sua pretesa capacità catartica del segno. Se fosse accaduto presto – conclusi al termine di queste riflessioni – nella realizzata primigenia innocenza avrebbe forse ravvisato somiglianza con il volto di Anselmo e rinunciato al triste cammino d’isolamento progettato per lui.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. V – BRIGANTI?

La festa pian piano si spense col calare della sera. Lasciato il convento, meta nel pomeriggio di numerose visite alle quali Anselmo fece fronte con crescente confidenza, raggiunsi casa rimuginando nel cammino le novità del giorno. Non ero più riuscito a parlare col novizio che si era ritirato in biblioteca. Cenai in fretta e mi preparai per la notte. Malgrado avessi piluccato solo formaggi per stare leggero, una volta a letto non riuscivo a prendere sonno. Il freddo nella stanza era pungente, così avevo rinforzato le coperte con imbottite e trapunte che sembravano aver aumentato di peso specifico da rivelarsi macigni. Caldi, ma macigni! Ogni movimento era un districarsi da dentro un bozzolo di lana che premeva da tutte le parti. In più, mi ero infilato semisvestito, con ancora la camicia addosso e m’imbrigliava le braccia quando cercavo di aggiustarmi per respirare meglio.Il sonno, con la sua promessa di quiete, tardava a venire. Tutte le domande che mi ero posto durante la movimentata visita al paese ora tornavano aumentate di potenza visto che Alberto non aveva dato spiegazioni sui due sconosciuti incontrati. Avevano a che fare con me o con Anselmo? O con tutti e due? Nel tormentato dormiveglia, ad un tratto, dall’orecchio rimasto libero, mi parve sentire un cigolio. Liberai dal cuscino anche l’altro e rimasi in ascolto. Niente per un po’, poi ancora un cigolio, da fuori, come se il vento muovesse la carrucola del pozzo. Ma quella notte non c’era vento! Pensai al pozzo e subito si aprì il ricordo. «Ci mancava questo rumore per far tornare la storia del ragazzo suicidato e del suo fantasma!» esclamai a voce alta. Mi rimpastai per dormire ma il rumore non cessò. Pareva proprio che qualcuno usasse la carrucola del pozzo per far salire o scendere qualcosa. Impressione da scartare, pensai, perché l’acqua ormai saliva con la pompa elettrica e il secchio era stato tolto dalla catena. Ma l’indomato dubitare obiettò: «La catena è ancora sulla carrucola, è funzionante e qualcuno la sta usando…» 

Sull’orologio che avevo al polso anche di notte, quadrante e lancette luminose segnavano la mezzanotte e la cosa cominciava ad inquietarmi. Mi figurai il ragazzo morto con l’aspetto del biondino con lo zucchero filato che aveva investito Anselmo. Saliva dal pozzo con la catena per prendere il suo posto, seduto sull’orlo e piangere, come aveva detto lo scultore in quei due certi giorni stabiliti. «Che giorno è?» mi chiesi pensando che fossi caduto proprio in uno di quei due nei quali sarebbe dovuto comparire. Poi mi rimproverai: «Cosa me lo chiedo a fare se non le conosco le due date!» 

Mi accorsi di sentire più freddo, mentre il cigolio era cambiato in un battere sordo come di un corpo che urtasse contro una parete. Non resistetti. Con tutte le forze buttai all’aria le coperte e incurante del freddo, a piedi nudi, mi avvicinai alla finestra dalla quale era più visibile il pozzo. Quello che intravidi nel chiarore notturno, non fu il bianco fantasma del ragazzo che piangeva, ma la figura scura di una persona china sull’orlo che pareva maneggiare qualcosa. Ne fui quasi sollevato. Ebbi voglia di scendere e affrontarlo subito, magari armato di doppietta, per chiedere ragione dell’intrusione. Ma subito calò un dubbio di prudenza: chi stava armeggiando intorno al pozzo che intenzioni aveva? In un ritorno a fantasie di prodigi medievali, avrebbe potuto allestire qualche rito di riparazione per allontanare i fantasmi o per richiamarli. In questo caso l’interesse per capire chi fosse e perché lo facesse mi avrebbe spinto senz’altro a parlarci con un minimo di buone maniere. Ma poteva anche essere un comune delinquente dalla reazione imprevedibile. Che fare? La soluzione venne spontanea. Con un linguaggio reminiscente il lontano servizio militare aprii la finestra e con la voce più dura possibile urlai: «Chi va là!!» E stavo per aggiungere: «Parola d’ordine!» ma mi trattenni. Il rumore della finestra nell’aprirsi (una intera orchestra di stridii e scricchiolii disperati) e il tuonare della mia voce nella notte, dovettero risultare terrificanti: l’ombra, con qualcosa in grembo, saltò su come un capriolo per sparire subito nel buio. Aspettai un po’. Il silenzio perfetto e il freddo ai piedi consigliarono di tornare al mio bozzolo. Una volta dentro mi addormentai subito.

Il mattino seguente, prima di finire di vestirmi, indossai un vecchio cappottone e mi recai al pozzo non resistendo alla curiosità di esaminare cosa fosse accaduto la notte. Giunto sul posto, notai l’erba pestata tutt’intorno e sul lato sinistro una pietra coperta di muschio con un anello di ferro al centro. Era stata sollevata scoprendo un pozzetto aderente al maggiore, grande in circonferenza quanto una ruota di scooter. La catena, rimasta attaccata alla carrucola, infilata nell’anello della pietra come ancora si vedeva, aveva agevolato l’operazione di sollevamento per l’apertura. Rimasi interdetto. Quando, poche settimane prima, avevo immerso nel pozzo il tubo con la pompa, eliminando l’uso del secchio, non avevo notato l’esistenza del pozzetto di servizio. Doveva essere stato costruito per misurare il livello dell’acqua nel grande senza scoperchiarne la lamiera posata per sicurezza. Un provvedimento apportato, forse, solo dopo la tragica fine del ragazzo. Cosa fosse stato nascosto dentro il pozzetto era un mistero. Cominciai a girare intorno finché, tra l’erba bassa, vidi luccicare qualcosa. Ricordava la stagnola della cioccolata. Mi chinai e grande fu la meraviglia nello scoprire una moneta che pareva d’oro. La pulii con le dita e presto riconobbi un ducato d’oro o zecchino veneziano col suo bravo san Marco su una faccia come quello che avevo nella mia raccolta di monete antiche. Chi l’aveva perduta e come?  Mi si presentò una possibile soluzione: era stata cercata nel pozzo a seguito di qualche informazione e tentato un recupero prima che la scoprisse il nuovo proprietario. Che poi ero io! Riflettei sul fatto che una sola moneta da pescare il quel pozzetto profondo sarebbe stata un’impresa impossibile. Più probabile che fosse in compagnia di altre monete, chiuse in un involucro e ripescato intero perché trattenuto con una corda. Nel verificare il contenuto lo sconosciuto cercatore ne avrebbe fatto cadere una parte, ripresa poi da terra, ma per la fretta, il buio, la paura di essere scoperto, avrebbe perduto un pezzo. Mi sembrava possibile. Ma mi chiesi: «Perché proprio quell’undici novembre, giorno del patrono e non un altro?» Perché aveva aspettato tanto da quando mi ero insediato nella casa? Intascai il ducato e tornai dentro per finire di vestirmi. Decisi di chiedere spiegazioni al priore. In fondo la storia del ragazzo me l’aveva raccontata lui! 

Lo trovai che modellava una figura femminile alta un mezzo metro circa. Una fanciulla nell’atto di raccogliere fiori per posarli in un cestello al fianco. Lo informai sommariamente di quanto era accaduto e gli rivolsi la stessa domanda: «Perché proprio ieri è accaduto e non prima?»

Fu molto stupito dal racconto e rispose: «Forse perché il giorno del patrono è anche il giorno del ritrovamento di Luigi, il ragazzo morto. Il misterioso cercatore, se notato, sarebbe stato certo di essere scambiato per il fantasma e quindi avrebbe potuto lavorare tranquillamente» concluse sorridendo. Trovai la risposta plausibile. «Ma perché monete antiche?» incalzai. Lui rispose: «Forse perché frutto delle predazioni che un tempo venivano portate dalle bande di briganti, specie nel periodo in cui i mercanti veneziani venivano qui ad acquistare olio e pagavano in oro. Chi lo sa figlio!!» Capii che più non ne sapeva e meno lo interessava. Lo salutai dopo gli auguri per il lavoro che stava iniziando. Maturai nel frattempo una decisione che avrebbe dovuto far luce sul fatto. Acquistai una potente lampada che posai vicino al pozzo da accendere alla bisogna. E allestii accanto, un capannello fatto a regola d’arte venatoria. Ero sicuro che il merlo che volevo prendere sarebbe tornato. Verificato che mancava una moneta, per il valore che aveva, non l’avrebbe abbandonata ma ricercata nel punto dove aveva verificato il contenuto del sacchetto. E sarebbe tornato presto per paura che altri la trovassero. La sera dopo le dieci, mi appostai ben equipaggiato e armato della mia vecchia cockerill calibro dodici a cani esterni. Fu un’attesa lunga, piena di freddo. Quando, dopo mezzanotte, stavo per levarmi e andare a letto udii come un fruscio provenire da dietro il pozzo e subito vidi spuntare una figura curva con una piccola pila tascabile che frugava tra l’erba proprio nel punto del ritrovamento. Accesi la lampada che l’investì in pieno e gridai «Fermati e non fuggire se no, ti sparo! Voglio solo sapere chi sei e dopo puoi andare!!» Nello stesso tempo uscii dal capanno armato entrando nel cono di luce che ormai investiva tutti e due. L’uomo parve pietrificato. Era curvo e non si mosse. Poi pian piano si alzò e lo vidi alla luce. Tra i quaranta e cinquant’anni, cappellaccio in testa, magro nel corpo vestito poveramente, il volto gradevole, senza barba, lineamenti regolari, quasi femminei. Con tono di voce un po’ acuto mi disse: «Mi scusi professore… buona sera… non sono un ladro… solo un amico del povero Luigi. Gli vengo a mettere un fiore nell’anniversario della sua morte. Ormai da trent’anni…»

«E ci vieni a quest’ora?» chiesi addolcito. «Il giorno lavoro lontano…» rispose. «Che tipo di lavoro?» chiesi mettendomi il fucile a tracolla notando che, effettivamente, nella mano libera aveva un fiore, un crisantemo. «Lavoro nel mulino per la farina… quello grande… vicino al fiume e in questo periodo lavoro fino a tardi…» chiarì.

«E non sei tornato anche per questo?» dissi mostrando la moneta alla luce. L’uomo tacque, spense la torcia ormai inutile e assunse un aspetto rassegnato… d’attesa. Dissi: «Dimmi tutto quello che sai su queste monete e io ti do la mia parola che non lo rivelerò a nessuno e potrai andare. A meno che non ci sia sotto un delitto.»

«No, professore!! Delitto… io? Nel passato non lo so, ma non certo per colpa mia!!…» E sedendo in terra come per una confessione in prigionia raccontò. «Le dirò tutto perché mi hanno detto che lei è una persona onesta, ben visto dai buoni frati… e non ha certo bisogno dei miei soldi! Se non ci si fida di persone come lei allora è veramente finita!!»

«Bontà tua!» esclamai. «Prosegui adesso!» E lui: «Mio padre ereditò da suo nonno una borsa di monete d’oro che dicevano strappata ai briganti che avevano derubato due mercanti veneziani. Venti zecchini d’oro… oh! mica poco!! Dentro una borsa di cuoio legata e poi dentro un sacchetto di tela cerata spessa. Questo tesoro restò nascosto nella nostra vecchia casa che stava vicino il vecchio mulino ad acqua per le farine che ci dava il lavoro col quale la mia famiglia aveva sempre campato.  Una volta gli affari andavo bene e il tesoro lo si teneva nascosto nel mulino per far fronte a qualche disgrazia… per un bisogno… di fame. Anche perché si conosceva la provenienza, che poteva portare sfortuna!» 

«Capisco» dissi «non avevate torto!»

«Poi venne la corrente elettrica… le nuove leggi… Insomma, mio padre dovette vendere tutto e andare ad abitare nel paese in una casetta modesta. Io fui assunto dai nuovi padroni che s’ingrandirono anche con un pastificio.» 

«Una triste storia molto comune» commentai. Lui proseguì: «Dove nascondere il tesoro nella nuova casa, piccola e moderna? Le vecchie storie sugli zecchini nascosti continuavano a circolare, anzi pareva di moda in un certo periodo difficile… Decisi così che bisognava trovare un posto sicuro.  Dopo la morte di Luigi, del mio amico migliore, affogato in questo pozzo, mi venne in sogno dicendo: “Portali nel mio pozzo io te li custodirò”. E fu quello che feci appena la sua famiglia lasciò disabitata la casa…» Mi sentii a questo punto di concludere la storia: «E ora che sono venuto io, nuovo proprietario, per paura che li trovassi te li sei venuti a prendere! E nella notte nella quale ricorreva la sua morte, un po’ per invocarne l’aiuto un po’ perché eri sicuro che per paura del fantasma nessuno ti avrebbe disturbato! È così?»

«Un avvocato non avrebbe potuto dirlo meglio!» esclamò con tono adulatorio.

 «Dunque, tu non credi ai fantasmi» domandai.

«Sissignore che ci credo ma non vengono per spaventare, vengono per aiutare quelli che ancora stanno di qua e che si sono comportati bene!»

«Hai ragione» convenni e chiesi: «Qual è il tuo nome?» Lui esitava timoroso. Lo rassicurai porgendogli la moneta d’oro con queste parole: «Ti prometto che non lo dirò a nessuno, ma solo per ricordarmi di te.» Lui prese la moneta, ringraziò e rispose: «Stefano, mi chiamo Stefano, il miglior amico del povero Luigi!» 

«Addio Stefano» e lo lasciai andare. 

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. IV – FESTA

Che fosse il giorno del patrono del vicino paese lo si capiva anche da lassù. Un sordo trambusto raggiungeva il convento cavalcando una brezza mattutina odorosa di cucina e di chiesa. Era quella che può definirsi una bella giornata di fine autunno con un sole infiacchito ma generoso nel mostrarsi. Prima di giungere al convento avevo fatto una breve puntata in paese. In ogni angolo: vicolo, largo, piazza, fiorivano iniziative nelle quali il sentimento religioso cedeva, come sempre, a pagane prepotenze gastronomiche. Sebbene fossero ormai passati i brutti tempi in fatto di fame quando ogni ricorrenza era occasione per concedere allo stomaco un po’ di soddisfazione, finiva ancora per essere lui, in fondo, il festeggiato. E persino senza la cautela di una volta, quando si curava di non offendere l’abitudine al digiuno che, prendendosela a male, passata la festa, si sarebbe poi vendicato per il resto dell’anno avanzando pretese impossibili. Si avvertiva ovunque la voglia di abbondare, soprattutto nella piazza centrale, stracolma e addobbata in vivace contrasto di colori con le foglie degli alberi che la circondavano decimate e sbiadite dall’autunno. E anche voglia di stupire nei soliti personaggi che vagabondavano tra la folla e si fermavano solo per esibirsi in imprese da ingordi e insaziabili bevitori. Vociare confuso, risa e grida isolate di saluto, fischi, spari dei mortaretti, musiche diverse da bancarelle d’ambulanti e da finestre aperte, gracchiare dell’altoparlante per le indicazioni delle autorità, voce dall’alto appena sotto lo scampanare della chiesa addobbata come una sposa di campagna il giorno delle nozze. Odori dalla massa umana e dai fumi dei fornelli all’aperto si mescolavano in maniera tale che non riuscivi a goderne uno che l’altro ti aggrediva geloso. Arrosti di maiale contro quello di castagne, noccioline abbrustolite contro l’odore di pane tostato e dello zucchero filato, uova e cipolla in fritture contro quello di patate.

Sull’ingresso del convento raggiunsi il priore, Alberto e Anselmo che avevano appena finito di sistemare, a fianco del portone, l’immagine del santo patrono raffigurato nel compiere un imprecisato miracolo. Modellato dallo scultore con una miscela a base di cemento bianco, costituiva doveroso omaggio al santo locale da esporre nel giorno a lui dedicato. Appena giunto scrutai le espressioni sui visi dei tre. Più delle parole, rivelavano il sentimento nei confronti della festa. Lo scultore, nella sua tenuta da lavoro che il primo giorno l’aveva fatto scambiare per un domestico, pareva infastidito, quasi impaurito; Alberto che sopra la semplice tenuta da novizio indossava una sciarpa di lana nera, si mostrava sereno, fresco nella sua giovinezza coinvolta dal clima festaiolo. Anselmo – cosa da stupire! – del suo solito aveva solo la tonaca d’ordinanza perché, se non proprio con l’espressione estatica e rapita delle sue passeggiate, mi accolse con un cenno di gradimento come facessi parte della festa e ne recassi notizie, senza però rivolgermi parola. Si lasciava sfuggire ogni tanto occhiate verso la piazza del paese appena visibile dal convento ma non così lontana da impedire ai suoni, da poco arricchiti delle note della banda cittadina, di far giungere il loro richiamo. Rimasi così colpito dal mutamento del frate che d’istinto avanzai una proposta audace, spinto dal segreto desiderio di far breccia nel progetto di segregazione o di libertà vigilata del priore su di lui: farmi accompagnare dai due “A” (come ormai chiamavo Alberto e Anselmo) per una visita in paese. Sapevo che tentare di coinvolgerlo ad unirsi a noi avrebbe significato un rifiuto nota la sua avversione per la folla. Ma dal priore, i due “A”, dovevano ottenere il permesso e allora, spudoratamente, finsi un invito. Rivolgendomi a lui, dissi: «Il sindaco, che conosco da tempo, mi incarica di dirle che gradirebbe vedere una rappresentanza del convento come naturale, pio ingrediente per la festa e di confortante vicinanza del vostro ordine ai tradizionali riti religiosi cittadini. Rinnova, cioè, l’invito fatto gli anni passati ma disatteso per le ragioni di salute che avevate portato (lo ignoravo, ma è la scusa classica sulla quale si può sempre contare!). Oggi, approfittando anche della mia buona introduzione presso di voi, rinnova l’invito… E ne terrebbe gran conto per certe vostre richieste…» Azzardai quest’ultimo passo non sapendo se effettivamente ci fossero richieste del convento al Comune ma l’esperienza mi diceva che non potevano non esserci! Infatti, il priore parve ammorbidirsi e rispose: «Non è mai stata vietata una breve visita da parte nostra alla festa del patrono… solo la salute di Anselmo nel passato…. La mia poi… soffro d’asma in mezzo ai fumi… Alberto non era ancora qui l’anno passato… Non vedo, se ne hanno voglia, di negare una visita breve… naturalmente breve…»

Frenai la gioia per il successo. Alberto mi guardò con una sorta di compiaciuta sorpresa, Anselmo parve accentuarsi in serenità. «Tu però, figlio» disse lo scultore rivolgendosi a me «dovrai far in modo che il signor sindaco prenda atto che lo abbiamo assecondato…» «Non dubiti priore» assicurai «non dubiti!!» Non sapevo nemmeno come si chiamasse il sindaco! Ma intuivo che per Anselmo quell’uscita dal convento, avrebbe potuto essere l’avvio di un recupero. Una millanteria, la mia, a fin di bene! 

Anselmo, alla proposta di fare un giro in paese, non rispose né sì né no ma percepimmo una timida disponibilità che si rafforzò nello sguardo incoraggiante di Alberto. Per la prima volta sospettai che tra i due dovesse esserci una intesa sconosciuta e nascosta a tutti. 

Entrammo in mezzo alla folla, agevolati nel farci largo, dal nostro aspetto. Un terzetto che faceva novità tra molti paesani e gente dei paraggi che non avevano spesso visto i frati fuori del convento e nemmeno quel signore sconosciuto che li accompagnava. Quel giorno indossavo una cacciatora di velluto verde che unita ai baffi ormai incolti e un cappello scuro a tesa larga, mi dava un aspetto brigantesco d’altri tempi! Alberto seguiva da vicino Anselmo che camminava con passo sicuro e indicando or qui or là, cercava di stimolarne la curiosità più che la gola che rimaneva abbastanza indifferente al cibo. L’interesse di Anselmo si accentuava davanti a personaggi pittoreschi, ai colori dei vestiti delle donne, ai rossi e dorati paramenti sulle divise delle ragazze della banda musicale o forse, al suo insieme. Non riuscii a pensare che il biancore delle gambe nude lo attirasse come faceva con me!! Guardava intorno a sé e ogni tanto si stringeva le mani, dita contrapposte in un gesto a legare. Lo sguardo era vivo come nelle sue passeggiate mattutine ma l’espressione dubbiosa, un po’ intimorita. Si rivolgeva ogni tanto verso Alberto come ad un punto d’ancoraggio. Ad un tratto si fermò estasiato davanti ad un enorme, nero paiolo di polenta fumante sul quale si accaniva a mestare una robusta, giovane donna in gonna e camicia come d’agosto, rossa di capelli, sudata, le braccia nude e muscolose, il seno ansante e ribelle al suo nido. Non capii se fosse attratto da lei, dal corpo di lei, dal colpo d’occhio complessivo come soggetto ideale per un dipinto o soffrisse reminiscenze di favole antiche, o di magici riti che turbassero la sua coscienza di religioso. Poi venne la volta di un ragazzetto biondo che nel correre, accecato da un gran cilindro di zucchero filato che addentava avidamente senza guardare dove andasse, centrò Anselmo in pieno. Lui l’aiutò a risollevarsi da terra dove era finito, con un sorriso che mi parve simile a certe rappresentazioni edificanti di santi nelle lezioni di catechismo.

Alberto seguiva, almeno quanto me, con grande attenzione le sue reazioni. Dopo un po’ mi convinsi che entrambi avevamo lo stesso fine ma ebbi l’impressione che lui fosse molto più avanti in questo tentativo di resurrezione. «Perché?» mi chiesi. Per me era stato un incontro casuale con un mondo molto lontano dal mio, ricercato per fuggire proprio trame e passioni umane. “E invece eccomi di nuovo dentro!” pensai. Mi ci appassionavo perché ritenevo ingiusto, sbagliato e crudele non dare ad Anselmo la possibilità di uscire dal mondo di espiazione forzata a cui il priore sembrava averlo condannato. In ciò giocava anche una certa ipersensibilità del mio pensiero ai soprusi che la Chiesa aveva esercitato per secoli sui credenti. Per non parlare della sorte riservata agli eretici o uomini di scienza che ne avevano messo in discussione secolari principi. «Ma Alberto?» continuai a chiedermi «perché un novizio molto raccomandato dai superiori, molto obbediente alla regola, nel suo momentaneo passaggio al convento riserva tante attenzioni ad Anselmo? Perché non le rivolge al vecchio frate Francesco che più ne avrebbe bisogno? Cosa può collegare due uomini così diversi per età e per esperienze di vita?»

Una spallata a questi pensieri la diede un fatto improvviso. Alberto, appena alzato lo sguardo da una bancarella che esponeva immagini sacre, guardando verso il fondo della piazza proprio sotto il piccolo campanile lo vidi turbarsi nel volto, quasi impallidire. Continuai a guardarlo mentre lui andava e veniva con lo sguardo da Anselmo a quel punto come fosse tentato di fare o dire qualcosa che lo riguardasse. Cercai di individuare tra la folla cosa avesse potuto turbarlo ma non vedevo nulla di strano. Eravamo in posizione leggermente sopraelevata e la vista delle persone lontane più facile. Laggiù, dove guardava, molta gente si fermava, curiosava, riprendeva il cammino, gente per lo più modesta ma anche qualche coppia o singoli di più alto stato sociale desiderosi di mescolarsi in mezzo a una umanità così eterogenea. Come, ad esempio, due persone, uomo e donna ben vestiti, verso i quali sospettai che lo sguardo di Alberto fosse diretto. Anzi, mi pareva che ad un tratto, proprio la coppia, rispondesse con una accentuata attenzione verso di lui come ne avesse avvertito il richiamo. La donna, alta, magra ed elegantemente vestita di scuro, indefinibile nell’età per la lontananza, con un foulard chiaro sul capo e vistosi occhiali da sole, stringeva il braccio al suo compagno, giovane con un trench chiaro, nel modo che fanno coloro che temono di scivolare. Accennò a volersi muovere verso di noi. Alberto in crescendo di agitazione, mi si avvicinò e disse: «Distragga lei Anselmo… non lo faccia muovere… debbo correre a salutare una persona». Così dicendo mi lasciò per raggiungere in gran fretta la coppia. Anselmo stava osservando delle ceramiche dipinte e, cosa insolita, chiedeva qualcosa alla vecchina che gestiva la bancarella. Era ben occupato, così potei osservare le intenzioni del novizio che si stava avvicinando ai due. Appena sul posto, ponendosi di fronte con le braccia un po’ alzate, fermò educatamente la coppia che sotto la spinta della donna stava muovendosi con l’evidente intenzione di raggiungerci. Gli riuscì con difficoltà, perché il giovane accompagnatore era deciso a guidare la donna molto ben determinata sebbene per camminare, chiedesse aiuto al suo braccio. Iniziò un colloquio nel quale il novizio cercava di spiegare con gesti qualcosa che dava l’impressione ci riguardasse. Lei, da parte sua, sembrava aver riconosciuto in Alberto una persona amica, perché appena giunto vicino, lo toccò sulla guancia. Lui, subì la carezza – che altro non poteva essere – con un certo distacco mentre le parlava accennando ogni tanto al punto dove io e Anselmo ci trovavamo… Non ci capivo niente. Perché se erano parenti o amici non ce li presentava ma preferiva tenerli lontano da noi? Si vergognava di mostrarsi accompagnato a me e a quel frate che avevo vicino? Queste le due prime domande senza risposta. Il colloquio tra i due, disturbato nel suo svolgersi dalle intromissioni della folla, fu breve e raggiunse lo scopo di impedire alla donna di raggiungerci. Parve una rinuncia sofferta. Lei abbassò il capo e insieme al giovane che la guidava tornò sui suoi passi volgendosi indietro ogni tanto verso il novizio, fermo come una boa in mezzo alla marea umana, e anche più su, verso di me… Fui richiamato dalla voce di Anselmo. Per la prima volta, si rivolgeva a me direttamente: «Dov’è Alberto?» chiese senza apprensione. «Torna subito. È andato a salutare degli amici…» risposi distrattamente. Anselmo ritornò a curiosare tra le bancarelle. La novità della domanda diretta alla mia persona annunciava che ero stato ammesso nel suo mondo. Non volevo darlo a vedere ma la sorpresa per questo risultato inaspettato mi entusiasmò tanto da dimenticare le domande su ciò che avevo visto.

 N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. III – FANTASMI

L’attività di restauro per il ripristino della casetta colonica fu frenetica. Dopo un mese, con l’aiuto di un muratore, riuscii ad abitarla. La trovai accogliente sebbene un po’ spartana in fatto di servizi igienici ricavati da un angolo della stalla (fino ad allora erano all’esterno) e di riscaldamento affidato ad un unico caminetto in cucina. Appena allacciato alla rete elettrica, esultai perché potevo usufruire finalmente di acqua corrente senza attingerla dal pozzo con il secchio e di un’illuminazione in tutte le stanze, cantina compresa. Per la camera da letto poi, il miracolo! Un gran letto matrimoniale in lamiera dipinta a olio, impreziosita di madreperle con scene di caccia sulle formelle ai piedi e in testata, scovato, con sorpresa, nel vecchio fienile tra cumoli di paglia, secchi di legno, forconi e altro. Nel ripulirlo mi ero chiesto a chi fosse appartenuto dato che la famiglia contadina era assai povera. Pensai ereditato da parenti più benestanti, poi, chissà perché, nascosto e dimenticato. Doveva essere nel fienile da molto tempo. L’umidità aveva deteriorato i dipinti ma arricchito l’insieme di quella patina dolceamara del fugit irreparabile tempus virgiliano che stimolava alla meditazione, a far riapparire un mondo perduto, ad immaginare amplessi rurali contrastati da camicie notturne ampie e spesse, servite da sentinelle di bottoni sempre ribelli a dividersi dalle asole. E d’inverno, calzettoni e papaline di lana per conservare il calore nei corpi e cederlo poi a chi più ne aveva bisogno. Si dirà che film e romanzi sul passato contadino sono stati tanti, filologicamente ben curati e ancora accessibili per chi vuole stimolarsi nel far rivivere in sé quel mondo. È vero, ma pur non trascurandone l’efficacia, ben altra cosa è star sdraiato su di un letto di quel genere con materassi e cuscini di crine e lana grezza, lenzuoli di ruvido cotone antico, nelle notti silenziose della campagna (sempre più rare!) o al risveglio alle luci dell’alba che forzano le ante artritiche delle finestre (fessure sempre più larghe!). Quasi decisivo l’odore. Nei film e sulle pagine scritte non si sente. L’odore di stallatico misto ad un afrore di cantina, impregnando per anni le pareti della casa, per anni rimane. Ma rimane come tutti i fantasmi: si sentono solo in alcune ore del giorno o della notte, e trasparenti, amici di alcuni venti coi quali si accompagnano, timidi nel rivelarsi. E poi lui, il vento, appunto. Prepotente, impertinente, curioso, infaticabile nel trovare pertugi a becco da far cantare come organi, fili tesi da far risuonare come corde di violino scordato, canne da far fischiare come ocarine, ramaglia fitta di pino per la coralità del canto gregoriano. In tutto questo, pensai, il frate scultore, amante dell’antico solitario, dei silenzi, nemico di ogni rumore del moderno, ci sarebbe stato bene. Da qui la domanda: perché non invitarlo facendo intendere che la sua visita sarebbe stata gradita come una benedizione per la casa? Non mentivo a me stesso. Se lo scopo principale era quello di sollecitarlo a dire di più su Anselmo, fidando che un altro ambiente, meno severo, avrebbe potuto stimolarlo alle confidenze, averlo in visita lo consideravo indispensabile ormai. Un atto dovuto al mondo che cercavo di ricostruire, in armonia con le usanze antiche, quando la religione nelle campagne era benedizione, regola, compagnia, conforto e persino divertimento. Sollecitai la visita con una donazione in denaro al convento che in seguito fu ripagata dallo scultore con il bronzetto di un toro che mi aveva molto colpito per il suo realismo. Al termine della visita, durante la quale il frate apprezzò i lavori fatti, sedemmo in cucina davanti al caminetto. Quel giorno emanava più fumo che calore. Gli offrii del vino rosso dolce che sapevo di suo gusto. Ne bevve alcuni sorsi e già dal naso si davano segni di gradimento ammostandosi del colore del vino e si distendevano i tratti del volto che fino ai primi sorsi erano un po’ piegati in tristezza. Sembrava a disagio mentre si guardava attorno, più spesso alla porta come dovesse entrare qualcuno da un momento all’altro. Mentre ci accostavamo sempre più al fuoco, feci un resoconto delle vecchie cose che avevo trovato, quelle cose che, inevitabilmente, vengono lasciate quando si abbandona per sempre una casa: dimenticate o ripudiate al salvataggio. Fin dall’inizio pensavo che non dovessero essere tante: mi aspettavo solo i cocci della casa. Invece, a volte, qualcosa d’importante, di privato sfugge sempre… Gli mostrai una foto ingiallita e rovinatissima dal tempo trovata fuori, vicino al pozzo accanto ad un crocefisso in legno corroso dal tempo e dagli insetti. Gli chiesi: «Lo conosce per caso questo bambino della foto? A me sembra più un ragazzo, vero? Chi era?» Lui la guardò e sul viso tornò il grigio tristezza. Si fece un segno di croce. Poi, a me che lo guardavo stupito, chiese: «La conosci la storia della famiglia che abitava questa casa?» Ribattei sorpreso: «Perché c’è una storia anche qui!!» «Figlio, il mondo è pieno di storie…» disse accostandosi ancora un po’ al camino come facevano i nonni quando venivano chiamati a raccontare. «Tristi, suppongo» aggiunsi. «Non sempre ma spesso-rispose- e non bisogna dimenticarle perché siano d’insegnamento, per capire come anche senza volere, l’uomo può far del male al suo prossimo…» «E quindi è bene starci lontano» avrei voluto aggiungere, conoscendo il suo timore per il prossimo, ma invece chiesi: «Cosa successe? Visto che ora l’abito io questa casa, spero non ci siano stati omicidi!!» Lui, unendo le mani come in preghiera, precisò: «Involontario, ma forse proprio di omicidio si trattò.» E cominciò a raccontare: «La famiglia **** che abitava la casa era povera. I terreni sono avari specie con chi ha poche forze. Avevano un unico figlio gracile di costituzione ma sensibile e intelligente. Non era adatto a lavorare nel campo ma prometteva negli studi. Vittorio, così si chiamava era ben visto da tutti e molto amato dai compagni che riamava più di fratelli. I genitori, constata la sua totale incapacità ai lavori manuali, decisero di mandarlo a studiare in un collegio laico a Torino nel quale insegnava un certo loro parente che aveva fama di essere severo e insensibile. Quando Vittorio seppe della decisione, pianse e cadde in una depressione che avrebbe dovuto allarmare anche il più distratto dei padri. Solo la madre voleva che rimanesse per farlo prete nel nostro seminario in città. Il giovane, nella stretta tra due soluzioni che temeva sopra ogni altra cosa perché doveva lasciare i suoi amati compagni, una sera non fece più ritorno a casa…» Seguì un silenzio pieno d’interrogativi che ruppi commentando: «Fuggito e mai più ritrovato? Sembra una costante da queste parti». Ripensavo al figlio della Gina e speravo che quella parola “omicidio” fosse stata un’esagerazione per indicare solo un esito forte che si poteva evitare. «No, purtroppo ritrovato, ma morto» ripose il frate cupo. «Ucciso? Perché?» chiesi incredulo. «Si è gettato nel pozzo. L’hanno ritrovato lì due giorni dopo» precisò il frate passandosi una manona sulla fronte come per scacciare il ricordo. «Pozzo?» chiesi «quale pozzo, il mio? cioè il loro… allora…» Ero colpito dall’esito della storia che, lì per lì, pareva coinvolgermi come se avessi ereditato un ritaglio di colpa. E insieme, portò una sorta di istintivo senso di contaminazione pensando all’acqua che avevo bevuto, ai bagni che mi ero fatto con quel liquido. Soprattutto, pur a distanza di trent’anni dal fatto, una voce pareva rimproverami la mancanza di rispetto, di noncuranza della sacralità che aveva assunto il pozzo che conteneva quelle acque. Acque continuate a scorrere quasi in un battesimo perenne per purificare quell’anticipato sepolcro dell’involontario peccato di aver soppresso la giovane vita. E mi sentivo in bocca un sapore di sale, come da bambino, dopo aver immerso le dita nella acquasantiera per poi portarle alla bocca. Allora credevo che l’acqua benedetta dovesse avere sempre quel sapore! Dunque ormai dovevano essere purificate. Invece, non pensai subito, minimamente, alla torbida creatività popolare che avrebbe dato seguito a quel fatto. Ci pensò il priore. Avvicinando ancor più le gambe al camino, ormai sull’arola vicino alla brace da incendiarsi la tonaca, aggiunse: «Un atto così drammatico e la pietà per una giovane vita della cui morte venivano incolpati i genitori, nel popolo fece nascere inevitabilmente la visione di un prodigio.» «Quale?» chiesi con un filo di voce. «Dicerie, superstizioni…» «Quali?» insistetti con una certa apprensione. «Lo spirito… lo spirito» sussurrò con aria misteriosa e gli occhi alla fiamma come ad invocarlo. «Nel giorno della sua morte e in quello che viene celebrato in ricordo della strage degli innocenti di Erode, molti giurano di aver visto il ragazzo seduto sul pozzo a mezzanotte.» «Sul mio?… Sì, voglio dire sul loro che ora è mio?» mi scappò. «Sì, figlio e su quale!!» esclamò. «Lì, dove hai trovato la foto si è consumata questa tragedia che ha consigliato poi i genitori, anche per altre ragioni, di trasferirsi in città. E ora il prodigio è tuo, compreso il pozzo» concluse con un certo sadico compiacimento. «Ma lei l’ha visto il…. fantasma, quelle notti?» «Io no- rispose – ma dicono sia tutto bianco e…. piange piano, sempre… Non potrebbe esser diverso, anche perché per lui fu un suicidio e potrebbe essere obbligato a comparire per espiare pure una sua colpa. Ma credo- e qui riprese il suo tono abituale – che non ci sia niente di vero. La Chiesa condanna queste invenzioni sovrannaturali, più magia che religione… Però…» «Però?» incalzai. «Niente… ora che tu abiti la casa potrai renderti conto come la fantasia popolare sia accesa, pronta a vedere fantasmi, a creare divinità oscure, persino forze demoniache senza controllo. Per questo va guidata.» «E già – ripetei- guidata…» Pensando alla severità di quella guida, colpito dal tono delle sue parole nel pronunciare il solito verbo “espiare”, mi trattenni dal proseguire. Avrei voluto rimproverarlo di pensare possibile una colpa da imputare a quel povero ragazzo. Ma sapendo ormai che l’espiazione era costante unica del suo pensiero, inutile sarebbe stato discuterne. Presi però lo spunto per affrontare l’argomento che mi premeva: «Ci sono somiglianze, per fortuna non così tragiche nell’epilogo, con la storia di Anselmo, anche lui, non aveva colpe. Eppure, fu persino accusato di simonia» osservai. Il priore allontanò le gambe istintivamente non seppi se per il calore della fiamma o per difendersi dalla domanda. Aspetto un po’ poi confessò: «Sì, e fu scagionato ma la sua leggerezza aveva i sintomi del peccato. Fu accusato di aver donato un suo san Sebastiano, molto bello e benedetto dal vescovo, già oggetto di devozione, alla signora in cambio di promesse di allestimento mostre in prestigiose gallerie d’arte. Poi si scoprì che in realtà lei lo comperò e il ricavato andò al convento.» Dovetti insistere: «E per il resto… dico, la questione della seduzione con violenza?» Lo scultore rispose con un certo disprezzo nel tono: «Lei, pentita, ritrattò prima presso i superiori in privato poi in sede penale. Quando si rese conto del male che aveva fatto, infangando un religioso e distruggendo un uomo e un artista inscenò un ridicolo suicidio con un farmaco. Per le basse dosi fallì, ma le menomò la vista, e questo lo sento come la severa risposta di Dio. Ora, quasi cinquantenne, so che vorrebbe riavvicinarsi ad Anselmo per essere perdonata ma io l’ho sempre ostacolato. Temo ancora quella donna, non la ritengo capace di pentimento. Un nuovo colpo di testa potrebbe nuocere al recupero di Anselmo, interrompere il suo cammino di espiazione lontano da tutti.»  «Ma Anselmo è ancora giovane!» protestai «così isolato potrebbe anche non accorgersi del tempo che passa e trovarsi vecchio. Anni e anni ad espiare un peccato quasi involontario, simbolico come… il peccato originale!» Lo sguardo del priore lasciò il fuoco per fissarmi brutto. Negli occhi quel saettare lontano tra nubi che parlava più delle parole: «Perché? Ti sembra poco essere redenti dal peccato originale per la Grazia di Dio?» Non seppi e non volli rispondere. Tra di nuovo si ergevano visioni dell’uomo contrapposte. Era come se di fronte ad un castello apparentemente sguarnito di difese, porte aperte, bandiere multicolori al vento, atmosfera serena, invitante ad immaginare eleganti signori e splendide dame pronte ad accoglierti, all’improvviso, dagli spalti, una sentinella gridasse: «Lo straniero, il nemico!» E immediatamente le porte, con gran rumore di ferraglie, si chiudessero e tutto assumesse l’aspetto di un assedio. Vi era qualcosa di insormontabile tra noi due che si opponeva sempre ad una convergenza di idee e di sentimenti laddove si poneva il dubbio della scelta: legge di uomini saggi o quella di un Dio così severo? Pietà e perdono senza regola e misura per esseri umani deboli e consapevoli dei loro errori, desiderosi di rialzarsi dalle loro miserie ma pronti, ahimè, a ricaderci; o soldati di Dio, ai quali è concesso disertare davanti ad un pericolo ma chiamati poi espiare la loro colpa fino alla morte? Si era fatto freddo e la legna era finita. Bisognava uscire per andare in legnaia e ciò avrebbe significato interrompere il colloquio. Prima di farlo notare, lanciai un’ultima sfida: «Alberto mi sembra molto attaccato ad Anselmo. Mi pare voglia aiutarlo, sollevarlo un po’. Ho notato che ad Anselmo le sue attenzioni sono molto gradite. E‘ il solo che sa strappargli quello che si può definire un sorriso, qualche volta.» 

«Sì, ma la cosa mi preoccupa» rispose. «E perché?» chiesi. E subito, dentro di me, proseguii: «Forse perché i suoi metodi d’espiazione sono più umani?» Il priore non rispose. E lo fece con quel suo modo definitivo e irrevocabile che avevo imparato a riconoscere. Quindi non insistetti ma mostrai che ritenevo quel silenzio una risposta da me non condivisa.  

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. II – SCOPERTE

Da pochi giorni mi ero trasferito dalla città a una vecchia casa colonica acquistata dalla Curia con un po’ di terreno agricolo coltivato a olivi e viti. Più che un trasferimento era una fuga da tutti quei problemi che nascono quando si è troppo “prossimi” con gli altri. Ero intenzionato a far rivivere quel luogo che dal giorno dell’abbandono dell’ultima famiglia contadina, sembrava la tomba dimenticata di un cimitero di campagna. Disseppellire tutta la primitiva semplicità avrebbe richiesto tempo e fatica. Lo sapevo e l’accettavo. Il luogo non era lontano dal convento e il mio terreno confinava con le altre proprietà della Chiesa. Ci separava solo un lungo tratto di strada di verde alberato: vecchie querce e robinie ambo i lati. Dalla mia parte, il terreno sopravanzava folto di siepi d’alloro là dove le grandi querce avevano lasciato spazio per i più piccoli! L’edera, forma vegetale di una Kali spietata e insaziabile, abbracciava i grandi tronchi oscurandoli fin sull’alto da negargli il sole. E non risparmiava nemmeno le pianticelle vicine sebbene l’alloro non si facesse mettere i piedi in testa! In quanto a vitalità non è da meno. Dall’alto della scarpata potevo vedere, da pochi metri, il transito sulla strada senza essere visto. Traffico modesto, al limite del diritto di chiamarsi strada! Qualche pedone o ciclista nei giorni normali, carri agricoli al mattino presto o di sera. Nei festivi, specie d’estate, auto aureolate di polvere dirette al convento per le funzioni religiose.

Cominciavo a muovermi intorno alla casa già all’alba e fu proprio il terzo mattino che sentii provenire dalla strada un sommesso canticchiare in lento avvicinamento. La giornata era bella. Non avrei dovuto stupirmi se qualcuno, passeggiando, avesse voluto manifestare la gioia di viverla con un canto, pur confuso e sussurrato come quello. Pensai ad una contadina, ma ormai da molto le donne non cantavano più nei campi, figuriamoci in strada! «E comunque le donne non canticchiano così … e con quel tono!» mi dissi.

Incuriosito, deposi gli attrezzi e mi avvicinai alla siepe. Sporgendomi tra il verde, cercai il cantore mattutino. Ciò che vidi, senza essere visto, per poco non mi fece franare sulla strada! Lui, proprio lui, frate Anselmo, era l’autore del canto! Il viso e lo sguardo ai rami sopra di sé, ostacoli, forse, a obiettivi più celesti! Il volto emanava la serenità e il trasporto di un santo in estasi. La luce che filtrava dalle foglie ingiallite con quel colore di sole bambino, pennellava chiaroscuri sul volto come carezze. Sembrava ringiovanito. Sembrava… un altro! Debbo descriverlo quel volto ora che non vestiva più la maschera della tristezza. Un viso pieno, un po’ squadrato dal mento volitivo alla fronte alta, capelli neri, all’indietro, lunghi sulla nuca con numerosi fili bianchi, naso romano e labbra regolari. Il colore degli occhi- l’avevo già notato- verdognolo palude, ma ora, l’immaginavo più verde mare, da libeccio, il vento del cambiamento. 

“Che sia un gemello?”  mi chiesi. E di seguito: “Che fatto straordinario sarebbe avere due gemelli frati nello stesso convento e, come spesso succede, così all’opposto come carattere e approccio alla vita. Ma sarebbe compatibile con quanto previsto dalle regole dell’Ordine? E semmai, quando sarebbe giunto in convento se nell’ultimo incontro serale, tutti i frati presenti, nessuno ne aveva accennato?” 

Il desiderio di una pronta soddisfazione alla serie di domande non riuscì a vincere il riguardo dovuto all’uomo. Mi trattenni dal rivolgergli la parola. Se fosse stato un altro? Chi ero io per impicciarmi in fatti altrui, ancor più delicati trattandosi di religiosi?

Rinviai ogni proposito di chiarezza all’incontro serale in convento: se gli Anselmo erano due, l’avrei visto e sarebbero certo seguite le spiegazioni!

Prima di lasciarlo andare col suo canto lo osservai ancora per un po’. Figura imponente, l’andatura leggera come una vela gonfiata da una brezza marina: una visione decisamente impressionante, eccellente per un film medievale. Notai che al nuovo look, non era estranea la tonaca: pulita e ben stirata. Mi convinsi che se non era un gemello, era accaduto qualcosa di straordinario!!

La sera entrai in convento prima di cena, dopo la preghiera del vespro. L’aula refettorio mi accolse come sempre con una atmosfera pacatamente festosa. Nella vastità della stanza che aveva due grandi colonne al centro tra le quali troneggiava un lungo tavolo nero con una tovaglia bianca solo ad una estremità, mi parve udire un sommesso, echeggiare di voci perdute, dai toni diversi, gioiosi, ma senza eccessi, quando il convento ospitava circa cinquanta frati. Ad un capo, invece, erano solo in tre ad aspettare che la Gina servisse, come di consueto, minestrina vegetale verde pisello con pane tostato. Era, la Gina, una piccola donna anziana che sbrigava tutto, dalla cucina alle pulizie delle camere, con una energia, un fervore meritevoli di quel Paradiso al quale anelava e senz’altro avrebbe meritato senza nemmeno passare per il Giudizio. Lo scultore era a capo tavola e gli altri due ai lati. Mi accolsero col solito aspetto. Forse con un che di attesa in più se quella che riconobbi nei visi, era delusione, nel veder entrare dalla porta me e non la cuoca. La Gina quella sera serviva in ritardo.

«Vengo per la buonasera e con l’augurio di buon appetito» esordii con un elaborato, ruffianesco saluto che non mi piacque. Decisi di pareggiarlo con una domanda diretta e brutale al responsabile dei miei dubbi: «Lei, frate Anselmo, ha per caso un fratello?» Questi, compresso nel suo solito umore in gramaglie, alzò con fatica lo sguardo che aveva al piatto, gli occhi color minestra, scosse la testa in una negazione che in mancanza di parole, non riuscii a interpretare: non l’aveva o non voleva rispondere? Era decisamente diverso dalla persona vista al mattino! Lo scultore mi venne in aiuto. «Non ha fratelli. Perché lo chiedi?» intervenne con tono tranquillo.

«Perché stamattina è passato sotto casa un frate che gli assomiglia in modo impressionante… Mi sembrava potesse essere lui se non che…»

«Se non che…?» incalzò lo scultore, interessato. 

«Se non che -continuai- sorrideva, canticchiava e … insomma non poteva essere lui!» risposi deciso, in tono scherzoso, rivolgendomi sempre al mio interlocutore in mancanza di reazione da parte dell’interessato. Alberto, il novizio, che stava per dire qualcosa, come al solito, si trattenne.

Lo scultore diede l’impressione di voler chiudere l’argomento: «Perché non lui? Al mattino, Anselmo è di buon umore!» esclamò, e si alzò per recitare la preghiera prima del pasto visto che stava entrando in sala la Gina con il pentolone. La breve preghiera fu seguita da tutti eccetto dal sottoscritto che in piedi era già e che, sebbene fossi stato invitato, non avrei cenato. Partecipai alla breve, insoddisfatto, allertato in più, perché la vecchia cuoca aveva sentito e mostrato interesse per la mia osservazione sul frate. Si muoveva intorno al tavolo col suo pentolone con studiata lentezza e una prudenza eccessiva nel versare il contenuto nei piatti, manco fosse bollente!! Nei movimenti, ogni tanto, le sfuggivano verso Anselmo brevi occhiate ansiose che riprendeva a stento come bambini irrequieti in fuga dal braccio materno. Sembravano volersi accertare che il frate non avesse risentito di quella che valutavo una innocua domanda. O quasi. Anche questo particolare alimentava il mistero nascente. “Tutti -pensai- sanno qualcosa su questo frate che deve rimanere segreta. Cosa sarà? Lo voglio sapere anch’io!”.  

La mattina seguente raggiunsi lo scultore che lavorava in quello che poteva essere definito il suo studio: un’alta, grande stanza del convento intonacata di bianco, proprio vicino all’entrata, da non disturbare con le visite di estranei la quiete e regolarità della vita conventuale. Non l’avresti potuta immaginare diversa: zeppa di opere in creta o gesso alcune finite, altre cominciate e rimaste ad aspettare, tutte bianche o rosa pallido, in timido contrasto con lo scuro del legname di ogni tipo e misura. Pochi i bronzi rimasti: figure di piccole dimensioni e di animali. E poi: sacchi, cesti, barattoli, secchi, scale, chiodi, tenaglie, scalpelli, mazzette. Tutto immerso in una luce che entrando da un finestrone a nord, al di là del quale si vedeva solo il cielo, per il bianco che trovava, s’inceneriva tutta come pulviscolo. Mi chiesi se non si potesse definire il laboratorio di un fornaio che invece di pane formasse e cuocesse forme umane! 

Sul bianco della parete a sud si stagliava un crocefisso di bronzo. Un Cristo così magro e teso, tirato all’alto da valicare la croce in un movimento di paura e di fuga dal mondo. Il volto esprimeva un non più controllato dolore intriso di rimprovero e delusione più che perdono e misericordia. Pensai che riflettesse un po’ il carattere dell’autore e lo facesse così apertamente da valere più di qualsiasi sua ammissione. 

Girovagando per la stanza a curiosare in tutto ciò che incontravo come gatto nuovo all’ambiente, m’imbattei in un quadretto un po’ impolverato dietro la porta che raffigurava un’aula di lezione o uno studio di artista in cui un insegnante indicava, su di una lavagna, ad un gruppetto di allievi, qualcosa relativo all’anatomia del corpo umano. Lo osservai meglio e chiesi: «Mi dica priore, qui sembra che tra gli allievi ci sia anche lei… sembra una foto più che un dipinto… e… ma quello a destra, non è per caso frate Anselmo?» Non ero per niente sicuro che il bel giovane in camice bianco, accanto allo scultore, fosse lui ma per istinto mi venne da chiederlo. 

Lo scultore non si avvicinò nemmeno. Mostrò di non gradire molto il ritrovamento e men che meno la domanda ma rispose con sincerità: «Sì è lui… insieme… un corso di anatomia per la conoscenza del corpo umano nell’arte.»

«Dunque anche Anselmo…» 

«Sì, ma lui si dedicò alla pittura… quel quadretto è suo!» ammise.

«Ora non dipinge più?»

«No, non fa più nulla da quella volta che…»

«Che? … » 

Il frate non rispose. Restò un po’ in silenzio, cupo, confuso. Poi si decise, dibattuto tra reticenza e confidenza. «Vi è stata una disgrazia che l’ha cambiato» mormorò «una grossa disgrazia che l’ha cambiato». Capii che era il momento di farsi dire tutto. Per vincerne la ritrosia decisi d’inventarmi lì per lì, una mia falsa tragedia familiare, per altro credibile dato i tempi. Gli raccontai di essere separato dalla moglie per mia colpa e che, pentito, cercavo di recuperare gli affetti familiari. Il tutto col tono di una confessione laica che essendo priva del vincolo religioso fidava nella discrezione di chi l’ascoltava. 

La confidenza lo convinse a dire qualcosa di più. Raccontò allora che Anselmo era stato un artista di grande fascino molto seguito fino a quando, nel convento di Castellalto, vicino all’omonima cittadina famosa per arte e cultura, dove allora risiedeva, non capitò una certa signora: bella, ricca, amante dell’arte e del lusso, sposata ad un ricco imprenditore, influente nella politica locale molto più anziano di lei. Per lui era la seconda moglie. Da come lo disse, sospettai che il frate nutrisse per la donna un certo disprezzo. Lei cominciò a frequentare il convento che, per iniziativa di Anselmo, era diventato, oltre che luogo di preghiera e meditazione, anche un punto d’incontro per artisti e intellettuali credenti e non. «A quel tempo Anselmo era conosciuto e invidiato da molti!» ribadì il frate. «E poi?» chiesi con un filo di voce per incoraggiarlo a continuare. Continuò con difficoltà: «Quella lo volle conoscere e pretese che fosse a sua disposizione per essere ‘consigliata, istruita, confortata’ – queste le sue parole- quando lo stimasse necessario. La pressione esercitata sul priore del convento fu forte. Certe parentele…»

«E cospicue donazioni…» aggiunsi con malignità. 

Lui tacque poi continuò: «Sia come sia, tutto congiurò affinché la signora ricevesse da Anselmo l’aiuto richiesto…»

A questo punto del racconto, accorgendomi che la voglia di proseguire si affievoliva sempre più quasi che ogni parola detta lo rimproverasse, lo provocai: «Beh, non ci vedo niente di strano in tutto questo, men che meno roba da perderci l’umore!»

La provocazione funzionò solo in parte: «Figlio – disse guardandomi fisso- sai come inizia la quarta regola dell’Ordine?»

«No», confessai.

«Dice chiaramente: “Gli occhi, anche se cadono su qualche donna, non si fissino su alcuna”. Come sarebbe possibile in una frequentazione continua non fissarsi su alcuna?»

 «Capisco… però è finita lì, quindi…»

«Purtroppo, non poteva finire lì. Anselmo sempre disarmato al Male, sottovalutò le provocazioni della donna. Lei voleva intrattenerlo a lungo in pretestuose dispute sulla pittura. In ultimo volle che lui cercasse di imitare un certo stile definito primitivo, come nei Nazareni, verso i quali lei diceva di nutrire una vera e propria passione.»

«Beeh! L’arte non si accompagna necessariamente al peccato se trattata come tale e non sia pretesto» osservai.

«Quanto dell’una e quanto dell’altro?» obiettò lui quasi risentito. «Anche le letture, come insegna Dante, possono essere molto pericolose. Se poi la volontà si spinge oltre… Il primitivismo da lei desiderato, verso il quale spronava Anselmo, era diretto in realtà non a soggetti religiosi come nei Nazareni dai quali era partito, ma a ritrarre una natura libera, primitiva nelle forme e nei contenuti, nudi e sessualità evidenti; insomma, alla Gauguin. Il demonio, lui sì che ha l’arte più raffinata!» concluse.

«E Via!! -esclamai- perché chiamare in causa il demonio quando sarebbe più semplice e vero riconoscere che la natura è sessualità. Non crede che abbia un potere immenso al quale non si può sfuggire? Sta lì tra la vita e la morte e fa muovere entrambi come ruota d’ingranaggio. Guai a fermarla! Non è ammessa nemmeno la manutenzione! Non è tentazione mortale, è la stessa esistenza degli esseri che lo pretende, quella vita che lei fa provenire da Dio; quindi, mi pare che i conti dovrebbero tornare anche per i credenti!»

«Per chi significa solo strumento per la riproduzione forse sì, non per chi concepisce l‘amore nella pienezza del termine come unione di tutte le anime in Lui…» e alzò gli occhi al cielo.

«E cosa vieta di praticare l’uno e l’altro se non assurde leggi religiose, inventate dall’uomo, dettate dalla paura della morte, smaniose nella loro assolutezza di imitare la perfezione della divinità?»

Lo scultore non rispose. Capii che, nella conversazione, mi ero addentrato su di un terreno che doveva, per tacito accordo, essere zona smilitarizzata. 

Cercai di rimediare con un po’ di spiccioli filosofici: «Comunque, capisco e intuisco anche come è finita. Non mi rendo conto però del seguito, delle conseguenze di un episodio che come è spesso accaduto, si risolve quando il capriccio femminile muta oggetto delle sue voglie e tutto rifluisce nell’eterno fiume dell’esistenza.»

«Purtroppo, non è stato come dici. Molto peggio… Ma era predestinato…» concluse cupo il frate e si mise a modellare nella creta una testa di angelo bambino. Sapevo che non avrebbe più parlato.

«Cosa voleva dire con quel “peggio”?» mi chiesi… Cos’altro poteva essergli accaduto ad Anselmo se non essere coinvolto in una relazione proibita non rara nella vita dei religiosi? Forse alludeva al rimorso che ancora l’imprigionava e ne aveva prosciugato la voglia di vivere? Riflettendoci sopra mi sembrava troppo. In fondo era rimasto nell’Ordine: dunque perdonato. Avrebbe potuto riprendersi. Non si era più nel Medioevo!  

Visto il suo mutismo lo lasciai, deciso di battere un’altra strada: la Gina. Quella vecchietta energica dava l’impressione di saperne forse persino di più dello scultore. Dal modo con cui guardava Anselmo e le continue piccole premure a tavola, doveva provare per lui un affetto particolare. Che tipo di affetto? Certo nasceva dal passato, quindi decisi di portargli un regalo come espressione di stima e simpatia e, più, come lubrificante della memoria.  

«Buongiorno alla bella signora Gina!» La donna stava spennando un pollo per la festa del patrono. Salito da una pentola che aveva sul pavimento, lo teneva nel grembo e biascicava lentamente il rosario di cui ogni grano era un ciuffo di penne tolto all’animale. «Ben strano modo di pregare- pensai- forse è per evitare le imprecazioni che tirava giù mio nonno nel fare lo stesso lavoro con il fagiano!»  

Non alzò subito gli occhi. Quando lo fece e rispose al saluto, notai che era guercia dell’occhio destro, il che, su quel viso affilato dalle fatiche e dall’età, non incoraggiava un tono scherzoso. Mutai atteggiamento: assunsi quello che la donna ispirava: mesto e rassegnato nel sopportare qualunque scherzo malvagio facesse la vita. Mi aiutò l’immedesimarmi nel pollo… 

«Ho pensato che in questa esistenza così difficile per tutti, dovremmo aiutarci… magari interpretando i piccoli bisogni insoddisfatti che ciascuno di noi ha… Ecco le ho portato uno scialle di lana… è scuro ma non nero… porta male. Lana calda per l’inverno che, mi pare, le mura del convento non dovrebbero ostacolare di molto… E le stanze così alte senza riscaldamento…» Così dicendo le porsi il regalo che avevo portato ancora ben impacchettato.

Fu così confusa della mia offerta che fece cadere il pennuto, ormai svestito, nella pentola sul pavimento per prendere, più per cortesia, che per convinzione, ciò che le porgevo. Non sapeva cosa dire: guardava me e il pacco tra le mani ancora un po’ impiumate. All’improvviso realizzò il tutto e corse a pulirsi dopo aver posato il regalo sul tavolo ed essersi accertata che non si era sporcato. 

«Perché?» mi chiese con un tono di apprensione come ad un ennesimo compito che le fosse affidato. «Perché no?» replicai sedendomi in una sedia accanto al tavolo mentre lei tornava alla sua. 

«Magari lei ne ha altri di scialli -continuai- ma uno in più non fa male! Scommetto che il marito, i figli le hanno già fatto un regalo simile!» 

«Ho settantadue anni, mio marito è morto giovane e non ne ho mai avuti di regali» rispose cupa, togliendosi di tasca un fazzoletto per asciugarsi l’occhio offeso da un umidore improvviso. «E le mancano queste attenzioni, vero?» chiesi sinceramente stupito e interessato.

«Dagli altri no… ma da un figlio mi sarebbe piaciuto…» Trascurai di chiederle dei figli, se ne avessi avuti, dove si trovavano, tutto contento di essere entrato subito nell’argomento che mi interessava: sapere se Anselmo avesse avuto figli da quella donna. 

«Beh, in fondo, anche i frati qui in convento non hanno figli e non hanno regali… non mi pare che ne soffrano» dissi.

«Loro sono uomini… Che ne sanno! Per loro, tutti sono figli ma… di Dio» ribatté quasi con disprezzo.

Dovevo insistere: «Frate Anselmo potrebbe capirla perché mi pare sempre molto sensibile e preoccupato… eccetto al mattino quando gironzola libero per le strade.» 

«Anselmo… povero Anselmo!  Lui ha già sofferto la sua passione che non avrebbe più lacrime da versare…» ammise scuotendo la testa.

«Sì, ho saputo di quella donna… forse il dolore per un figlio che non può riconoscere?» chiesi gettando sul piatto tutta la mia sfrontatezza.

«Oh, no!… no! il Signore sarebbe stato troppo crudele con lui …» e si fece il segno della croce come a chieder perdono. 

Alla fine, non mi trattenni ed esclamai: «Ma, insomma, cosa altro gli è successo allora?»

La donna mi guardò, guardò il pacco sul tavolo, unì un sorriso di compatimento. 

«Lei vuol sapere cosa è successo. Non le basta quello che ha saputo su di lui? E di lei? Di quella…  perché non hanno voluto dire cosa ha fatto quella?»

E qui rividi calare sul volto della donna quella durezza femminile che nella Gina mi sembrava impossibile: deforma anche i tratti più dolci dei visi quando odiano, figuriamoci i suoi! La descriverei, per certi aspetti, come l’espressione dell’animale vittorioso che dopo avere rischiato di soccombere contro un nemico più forte, gode dell’insperato successo e assapora il gusto d’infierire sul vinto. E non gli sembra mai abbastanza. Al ricordo lo ritrovavo, attenuato, anche all’interno delle mie esperienze infantili dalle quali proveniva la prima scoperta, specie con chi era preposto alla sorveglianza dalla quale con fantasiosi espedienti cercavo sfuggire poi venivo ripreso. Allora, erano parenti, persino suore… Più avanti donne tradite, immeritatamente tradite e non solo sotto il profilo affettivo. Nelle sue forme più estreme, sospettai che il sentimento che lo generava fosse risvolto aggressivo della potenza generatrice della femmina. Lei crea e forma la vita, concede sé stessa a fronte di una alleanza, se tradita non stupisce se prova persino la tentazione di riprendersi ciò che ha dato.

Ma come entrava la Gina in questo mio improvvisato parto filosofico?

«Anselmo è suo parente?» chiesi.

«No… no. Potrebbe quasi essere mio figlio per l’età, è sui quarantacinque anni, ma non lo è» assicurò.

«Ma figli suoi ne ha avuti?» chiesi finalmente avvertito che qualcosa d’importante mancava. 

«Sì, un maschio…  non ne so più niente.»

«Come mai, se non sono indiscreto?»

La donna si alzò dalla sedia e avviandosi verso i fornelli mi lanciò un: «Sempre per colpa di quella!»

«Come di quella?… della stessa donna?» chiesi stupito.

«No… no, ma sono tutte uguali quelle! Grazie dello scialle… Pregherò per lei!» Constatai con rammarico che il mio regalo, come tutti gli scialli che si rispettano, invece di scoprire, copriva ancora di più. Salutandola, conclusi, non domato: «Mi racconterà almeno la storia di suo figlio, un giorno!»

Non rispose.

La mattina seguente mi appostai in un punto del pendio libero da piante dal quale potevo vedere la strada ed essere visto. Proprio lì, un tronco secco era stato abbattuto dal vento e andava rimosso.  

Puntuale, padre Anselmo, preceduto dal suo umano cinguettio, comparve dalla curva e si avvicinò alla mia postazione. Giunto a pochi metri lo salutai. Non rispose. Speravo almeno mi rivolgesse lo sguardo. Niente. Riprovai. Nessun segno di ricevuta: pareva in trance. Lui continuò e io risalii con la coda tra le gambe. «Come fare per destare la sua attenzione?» mi chiesi.  Se fossi riuscito a parlarci durante la passeggiata, lontano dalla pur discreta ma occhiuta presenza dei confratelli, avevo la presunzione di credere che avrei gettato un ponte oltre l’abisso che lo separava dal mondo e forse sarebbe stato possibile recuperarlo alla vita normale. Il tardo pomeriggio mi proposi di chiederlo allo scultore. Lo trovai nello studio. «È difficile tirarlo fuori da quel suo mondo» mi rispose proseguendo con un linguaggio che in lui mi stupì tanto era elaborato, come se fosse una diagnosi imparata a memoria: «Quelle evasioni lo compensano dello scontroso isolamento. Abbiamo tentato in molti d’aiutarlo senza risultato. Sono fughe mistiche verso un mondo naturale primigenio, semplice, puro, senza peccato… una specie di Eden senza presenza umana. Potrei definirle preghiere per invocare la Grazia divina. Una vicinanza con altri lo riporterebbe alla sua depressione abituale della quale è cosciente ma che non riesce ad evitare. Questo il senso delle sue solitarie evasioni mattutine!»

«Eppure, bisognerebbe fare qualcosa!» esclamai.

«Io cerco di farlo sempre per l’affetto che gli porto da tanto tempo. Non a caso è stato trasferito qui. Devo vigilare su di lui. Molti non sanno la sua storia e, anzi, sarebbe bene non rivelarla a nessuno. Non abbiamo Il diritto di forzarlo a mutare questo suo cammino d’espiazione. Deve essere percorso finché Dio vorrà concedergli la sua Grazia salvatrice.»

«Sarà!» commentai con sospetto a quest’ultima riflessione. Mi passò per un attimo alla mente l’idea di una prigionia. Contagiato dall’idea aggiunsi con presunzione: «Credo d’intuire cosa lo farebbe evadere… forse l’arte.» 

«Forse…» Sentii un calo nel raccontare come un giradischi che pian piano tenda a fermarsi. Dovevo passare ad alimentarlo con un altro argomento di diversa tensione. 

«Ma mi dica: cosa è accaduto al figlio della Gina?»

Il frate alzò il capo dalla creta che stava ammorbidendo e fissò la finestra dalla quale entrava la solita luce fredda e lontana. Rispose: «Non si sa più dove sia. Una volta passavano in città dei circhi equestri. Uno di questi… non ricordo il nome, restava l’intero inverno per ripartire in primavera. Poneva la tenda non lontano da qui a ****. Era famoso tra i giovani perché la figlia del proprietario, ballerina nel circo, era molto bella. “Lilli la bella libellula” la chiamavano. Bella sì, ma anche molto… libera di costumi.»

«Esistevano anche nel passato donne così?» chiesi con ironia.

«Dai tempi di Erodiade e Salomè, sono sempre esistite. Da sempre, come il Male. E questa giovane qualcosa di diabolico l’aveva. Alcuni raccontavano usasse filtri e aromi come una maga per sedurre i corteggiatori giovani ai quali carpiva volontà e denaro. Le sostanze proibite le forniva un orientale incantatore di serpenti che lavorava nel circo.»

«E cosa accadde?»

«Non conosco i dettagli ma Fausto, si chiama così il figlio della Gina, la frequentava. Era come stregato, posseduto. Cominciò a non tornare a casa, a non frequentare più le amicizie solite, a non farsi più vedere in chiesa, a non confessarsi più nemmeno da me. A quel tempo lavorava in Comune. Anche nel lavoro cominciarono le assenze. Un giorno sparì. E l’anno successivo il circo non tornò più…»

«Cosa successe?» insistei con un’ansia non frenata. Lo scultore come sua abitudine, secondo meccanismi imprevedibili, negando col capo sconsolato non rispose. Abbassò il capo canuto come in pentimento. Non c’era più niente da fare. Avevo però, ottenuto qualcosa. Il resto sentii che dovevo tirarlo fuori dalla Gina.

Alla sera la trovai in cucina che tagliuzzava le verdure per la cena. La salutai e chiesi se lo scialle era di suo gusto. Mi rivolse un sorriso di gratitudine e un cenno di assenso. Ne approfittai per attaccare subito: «Visto che il figlio non ci ha pensato, i frati le avranno regalato qualcosa ogni tanto. Anselmo nonostante il suo cattivo umore mi sembra buono e generoso, no?». Rispose con una punta di sarcasmo: «Dopo quel regalo che hanno fatto a lui… a queste cose non ci pensa. Però è buono, lo è sempre stato.»

«Lei allude alla storia con quella donna? Ma come è successo!» finsi ignoranza e meraviglia.

«È successo come con Giuseppe, ecco…. Quando quella, la moglie ‘di Putifarre… che lo voleva… donnaccia…. Disse lei di essere stata presa con la forza… La sa la Bibbia, no?»  chiese con sospetto.

«Veramente, non a memoria. Però sì, questa storia me la ricordo perché il nome del marito, quel nome, Putifar o Putifarre, era così buffo che, specie da ragazzo quando lo sentii per la prima volta, faceva ridere e alcuni se lo immaginavano come il solito grasso corn….» Mi trattenni dal dirla tutta quella parola ma lei capì, frenò lo sguardo tagliente dall’occhio strabico come soddisfatta.

Mi ripresi subito e conclusi le memorie bibliche in gran spolvero religioso: «Però, non era come pensavamo perché, con l’aiuto di Dio, Putifar scoprì la verità, riabilitando Giuseppe» e, pensai senza dirlo: «Anche perché gli faceva comodo, bravo amministratore com’era dove lo trovava un altro!» Lei stette un attimo in silenzio poi concluse: «Su per giù è la storia di Anselmo»

A questo punto era imperativo scendere nei dettagli di questo revival biblico. «Come fare? -mi chiesi- come richiedere particolari di una storia cosi scabrosa ad una pia donna?» L’imprevisto mi venne in aiuto! Da lei proruppe improvviso un flusso verbale inaspettato, irruento come avviene negli sfoghi femminili. Con rabbia malcelata sfogata in parte su una carota che puliva per la minestrina serale, la Gina esclamò: «Ma quella puttana che lo voleva nel letto non ci riuscì, perché Anselmo fuggì sempre da quella cagna in calore!» La guardai e notai la solita smorfia di compiaciuta cattiveria. Fui molto incoraggiato da quella discesa nel parlare da strada; in fondo-pensai- anche quella timorata di Dio, in cose di sesso, razzolava in letamai gergali come tutti. «E cosa successe?» chiesi. «È scritto nella Bibbia. Per vendicarsi… quella disse che era stata…. capisce? Montata con la forza e bastonata. Il Putifarre, cioè suo marito, si sentì disonorato, un’offesa alla famiglia, al nome… Come se non avesse saputo che questa seconda moglie non era come la prima! Sembrava la fine del mondo… un via vai di offese contro i frati, il monastero di Castellalto, soprattutto, a lui, Anselmo che invece era innocente come un bambino!» Alla Gina pareva come se tutto fosse successo a lei… Come se il bambino innocente fosse stato il suo. «Perché? – mi chiesi- c’è poco in comune con la storia accaduta al figlio!  Perché di lui non ne vuol parlare mentre su Anselmo corre a perdifiato!»

Stupiva il riferimento non a un nome ma a… “quella”, un pronome caricato nel suono di tutte le sfaccettature di una condanna: dal disprezzo, al rifiuto nel pronunciare il nome originale della persona; risonante di tutte le aggettivazioni innominabili, di tutta l’indeterminazione e la lontananza necessarie a non farsi contaminare. Una parola strutturalmente e foneticamente consonante alla smorfia nel volto, con l’iniziale “que”, a imitare il verso dell’animale da cortile e il finale ad accentuarsi sulla “l” di “lingua”, lascivo suggerimento al peccato. Una quasi metafora del Male da individuarsi nell’innominabile Lilith biblica che la Gina forse non conosceva ma, se descritta, l’avrebbe riconosciuta, vicina anche nel nome, alla “Lilli, la bella libellula” che le aveva rapito il figlio. 

La donna era così alterata che decisi di smetterla. Ruppi con un: «M’inviterete per il patrono? Mi hanno detto che il pollo alla cacciatora della Gina fa… risuscitare i morti!» 

Lei si rabbonì, se era un cenno di assenso compiaciuto quello che vedevo sul volto. Non parlò più e continuò a preparare la cena. Uscii dal convento con una nuova visione della storia e più precise domande. Anselmo sembrava essere stato solo una vittima: ingenuo, imprevidente, distratto ai consigli, non sollecitato al pericolo per la sua natura bonaria e refrattaria alle tentazioni. Quanto aveva infierito “quella” su di lui? Come si era giunti a proscioglierlo da ogni accusa? Perché lo scultore parlava di espiazione per un soggetto la cui unica colpa era stata la leggerezza? Semmai la mancanza doveva cercarsi nei superiori incapaci di porre un freno alla sua libertà nei rapporti con l’esterno!  “A quale altra fonte attingere per capirne di più?” mi chiesi.

Mancavano altre possibilità. All’interno c’era rimasto solo Alberto, il novizio che passava gran parte del suo tempo in biblioteca. Essendo molto giovane, della storia non ne poteva sapere gran che ma quello che sapeva, ero certo, l’avrebbe confidato. Mi incoraggiava la sua voglia, sempre repressa dallo scultore, di prendere la parola ed esprimere compiutamente la sua opinione che già dall’incipit, s’intuiva di critica contro la tradizione e tendente a scavare. “Certo un giovane sveglio da assicurare alla Chiesa!” pensai. I Padri Superiori, infatti, una volta intuitane la caratura intellettuale e verificata la fede, gli avevano concesso licenza per elaborare una ricerca per il dottorato in teologia. Seppi dallo scultore che si proponeva di approfondire il tema del male: da Sant’Agostino a Lutero. Lo cercai nella biblioteca del convento dove, ben conservati, si trovavano migliaia di preziosi testi antichi pervenuti anche da privati per salvarli da requisizioni e bombardamenti. Oltre ai testi donati c’erano quelli in deposito e mai più reclamati per motivi diversi: dalla scomparsa dei proprietari al disinteresse degli eredi inclini al nuovo. Di fatto le librerie in casa già andavano scomparendo. Radio, giornali e negozi di libri, attiravano di più e facilitavano la ricerca. Per non parlare dello spazio preteso in case sempre più piccole. Una grande e antica libreria come quella del convento era ormai rara. Arduo compito il mantenerla!  Far fronte alla necessità di una catalogazione aggiornata, di un esame periodico contro tarli e altri animaletti che trovavano dello stesso gusto e digeribilità le pagine ingiallite di una Summa dell’Aquinate quanto il biancore dell’ultimo breviario per giovinette alla prima comunione. Nelle donazioni si annidava anche il peccato perché molti testi, nel mucchio, si erano scoperti di contenuto a dir poco licenzioso. Discriminare la semenza divina da quella diabolica e infestante era imperativo. Tale opera fu portata avanti nel passato da un tale frate Procopio che essendo ultranovantenne, ancora vivace di mente ma ininfiammabile nei sensi, era riuscito a dividere tutta la massa dei volumi in sacra e profana. Quanto di rigoroso ci fosse in tale operazione è facile immaginare solo guardando il rapporto volumetrico dopo l’intervento del censore: dieci a uno a favore dei profani. Questi ultimi sulla parte di destra dell’enorme stanzone, i sacri a sinistra. Bastava dunque un’occhiata alla mole delle due librerie per capire come andava (e come va) il mondo!! Due cartelli segnaletici all’ingresso, di dimensioni inversamente proporzionali al volume dei testi a cui si riferivano, indirizzavano il visitatore: la prima, grande, con titolo “Scienza sacra”, la seconda più piccola “Scienze filosofiche”. Questa distinzione manichea di frate Procopio forse non sarebbe stata approvata da sant’Agostino che pure con quella dottrina aveva praticato. Per impedire che il Maligno, nascosto tra le pagine di qualche testo antico, saltasse fuori a turbare le fantasie dei lettori, alla biblioteca profana, nella quale erano confinati anche testi di letteratura e storia, potevano accedere solo persone autorizzate dal priore. 

Alberto poteva farlo e quindi lo trovai sul fondo, seduto al tavolo, che prendeva appunti da un gran libro aperto alla luce dell’unico, ampio finestrone. Se fossi entrato senza conoscere il luogo e ad occhi bendati, avrei subito riconosciuto l’odore di una biblioteca antica. Era per me come per un ghiottone, entrare in una cucina. Annusavo, analizzavo, riconoscevo. Mi lasciavo trasportare ora qui ora là, da quel confitto di odori tra il mondo animale delle rilegature in cuoio o pergamena a quello vegetale della semplice carta di cellulosa o di riso; venivo stuzzicato dal piccantino stanco degli inchiostri antichi e dagli aromi delle misture segrete nelle colle di rilegatura. Come basso continuo in quel concerto di odori, percepivo il tipico gusto bocca-naso della polvere sollevata dalla movimentazione dei libri. Mi entrava in bocca ad ogni respiro come polline di sapere, come tabacco dolce all’olfatto. Mi avvicinai in silenzio e mi piantai di fronte al tavolo con la finestra alle spalle. Pensai fosse il modo per distrarre il novizio dal suo lavoro con la dovuta delicatezza. Infatti, alzò subito lo sguardo verso chi gli toglieva la luce e si allungò indietro sulla sedia per avermi tutto nel campo visivo ma lasciando la destra a sigillo sopra la pagina appena esaminata. Si offrì così, intero alla vista, e per la prima volta lo guardai con l’intento di scoprirlo. Vestiva ancora in borghese con pantaloni e maglione nero, apertura a V sul davanti, generosa nel far uscire una camicia bianca, ben stirata. Alcuni tratti del viso, non fatti segno di attenzione negli incontri passati, si rivelavano in quel momento per l’interesse che ora assumeva la sua persona. Lineamenti gradevoli, occhi grandi e scuri in contrasto di colore con i capelli biondicci, corti e ordinati, colorito chiaro della pelle, ben rasato. Le dita lunghe, bianchissime. Le vidi bene perché la mano era ancora là aperta, ferma sulla pagina in un atteggiamento di possesso nobile e geloso, a metà tra lo studente modello e il ricercatore di professione. Lo sguardo, privo di sorpresa, aspettava la mia parola. Che venne improvvisata: «Filosofia?» chiesi alludendo al testo. «Sì, in parte» rispose. 

«Non ci capisco un gran che» confessai «ma “capire”, come dicevi per Spinoza qualche sera fa, è sempre un bel lavoro. E per capire, bisogna scavare nelle conoscenze passate, spesso volutamente sepolte per servire questa o quella volontà.» Mi sembrava un discreto ragionamento che avrebbe dovuto dissipare sospetti e guidarlo nel “sepolto” di mio interesse. Il giovane sembrò condividerlo e ribadì: «Sì, scavare e capire, ma non è facile. C’è terra dura sopra e spesso qualcuno riempie di nascosto lo scavo, sicché non riesci mai a raggiungere ciò che cerchi finché non ti stanchi.» Sembrava un po’ quello che capitava a me con Anselmo e quindi mi misi… allo scavo, dopo essermi seduto di fronte. E diedi il primo colpo di vanga: «Come, ad esempio, in dimensioni certo infinitesime rispetto alla tua ricerca ma sempre con lo stesso modo di nascondere, è il caso di Anselmo…»

Alberto chiuse il libro che aveva davanti con un gesto lento, studiato, paziente, l’espressione rassegnata come chi è chiamato a rispondere su un argomento che avrebbe voluto restasse ignorato.

Esordì con prudenza per saggiare la mia reazione: «Cosa c’è da capire su frate Anselmo?» Temetti lì per lì che non sapesse nulla. 

«Beh, lo stato in cui è caduto in conseguenza di una brutta vicenda, sembra, con una certa signora…» 

«Perché dice “certa”?» mi chiese con sospetto.

«Per non usare aggettivi più definiti e non lusinghieri usati da altri, non so se meritati o no dato che non conosco con sufficienza la storia.» «E una volta conosciuta?» chiese.

«Beh… cercherei comunque di aiutarlo. Forse io, un estraneo all’ambiente…»

«È certo che non sia per soddisfare una curiosità, cosa molto meno nobile di questa sua presunta offerta di aiuto?» insinuò con pacatezza. «Non so, credo di no…» risposi sedendomi al tavolo di fianco al giovane che, gli occhi fissi su di me, proseguì: «Le chiedo scusa per queste mie obiezioni. Sento sempre il dovere di mettere in guardia chi offre aiuto credendolo una moneta da donare, da far uscire dalle tasche con un semplice gesto, piuttosto che come un bene di carità da prelevare dalla propria anima per metterlo in gioco. Perché, si sa, aiutare significa entrare in un altro mondo umano sconosciuto, drammatico, doloroso, difficile, disperato, spesso contagioso, condividere le pene dell’altro per conoscerle a fondo, misurale per calibrare la cifra del nostro aiuto che altrimenti, se sproporzionato o inadeguato, potrebbe recare danno ad entrambi.»

«Io… non ci avevo pensato» balbettai. Ero intimorito e confuso da quel giovane, poco più che ventenne, che all’improvviso scoprivo diverso dal timido che conoscevo: parlava come un vescovo, e di quelli bravi! Autorevole, sereno, quasi cattedratico, mai aggressivo. La parola calma, domata delle intemperanze verbali giovanili, pur ne serbava nel tono un’eco che la vivificava.

 “Adesso capisco perché non lo fanno parlare -pensai- non vogliono che si scopra: un gioiellino da tenere nascosto e difendere finché non sia incastonato stabilmente nella santa corona della Chiesa!”

«Ecco, pensare- proseguì- meglio usare “analizzarsi”, chiedere alla propria coscienza quale sia il fine delle nostre intenzioni e soprattutto interrogarsi sul quel dopo eventualmente raggiunto… Il dopo… Si chiede spesso perdono a Dio dopo aver compiuto una azione pericolosa, imboccato un percorso seducente senza prima aver chiesto a sé stesso e a poi a Lui: dove mi porta? Quale sarà la conclusione? Come mi troverò quando le luci dell’illusione si saranno spente?»

Si alzò per sfuggire ad un colloquio che sembrava non voler gradire assomigliasse ad una confessione. Io restai seduto e lui cominciò a passeggiarmi davanti. 

Ora lo trovavo un po’ troppo preso nel suo ruolo ma era un atteggiamento trascurabile rispetto alle cose che diceva e a quelle che avrei voluto sentire.

«E lui, Anselmo, non se l’era poste quelle domande?» chiesi.

«Certo non abbastanza; ingenuità e mitezza di carattere…  sono qualità care a Dio, ma in lui sono diventate colpe. Assecondare una donna, frequentarla pur in ambienti non sospetti, condividere con lei l’amore per un’arte, la pittura, che insieme alla scultura, tra tutte le forme estetiche inventate dall’uomo sono mezzane del peccato, tutti questi sono comportamenti non privi di pericolo. Entrano nella forma idealizzata, la condividono, si fondono con essa per dar vita ad un ideale estetico comune che si pensa sovrumano e invece, non illuminato da Dio, rischia di rovinare nella umanità più abietta. E dove poi nasca la proibizione improvvisa e assoluta, questa diventa innesco per l’incendio. Chi nasce predestinato non sfugge al suo destino. Ma il male che fa e che subisce può mutarsi in bene se viene aiutato dalla Grazia divina.»

Il discorso stava prendendo una piega dottrinale troppo difficile alla quale non sarei stato in grado di far fronte. M’impressionò quel termine “predestinato” già usato dal priore: suonava troppo forte, quasi imposto da una visione religiosa scolastica, poco umana. Decisi di sterzare verso una cauta provocazione sul concreto: «Dunque, la pittura o la scultura sono strumenti del demonio. Il priore che è scultore, cosa ne pensa?» Il giovane mi guardò per scoprire dove volessi arrivare. Sorrise con sufficienza e disse: «Sono le circostanze e gli attori che determinano il pericolo. Comunque, se capisco cosa vuol dire, dietro molti dipinti a carattere sacro si celano retroscena spesso non proprio in armonia religiosa con la raffigurazione sacra.» Sorrise con un che d’impertinenza giovanile che lo rese più simpatico. «Sì, conosco anch’io la fama delle modelle del Caravaggio, per esempio, se alludi a questo» confermai per non essere inferiore come cultura.

«Il male usa tanti travestimenti. Ma è la nostra volontà che deve svelarlo. E una volta rivelato presentarlo come esso è: un amore deviato dal Sommo Bene. La signora di cui lei parla è un caso in cui l’orgoglio smisurato, una presunta identificazione di anime nell’arte, una passionalità repressa, una vita coniugale fallita, possono portare a violenze inaudite, insopportabili per anime disarmate. La Bibbia riporta esempi simili.»

«Queste analogie bibliche l’ho già sentite» – dissi- «ma in questo caso, sembra che ad entrambi gli attori sia stato risparmiato un epilogo tragico che…»

In quel momento entrò nella biblioteca lo scultore. Nel vederci così presi nel dialogo sembrò contrariato, persino ingelosito. Senza far uscire le mani dalle maniche della tonaca, come sempre quando cominciava a sentir freddo, disse sottovoce: «È l’ora della preghiera Alberto, te lo sei dimenticato?»

Il novizio salutò e rispose col suo solito tono sottomesso: «Chiedo perdono priore, sono pronto.»

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