C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO

Informativa dell’autore al gentile visitatore. Nove capitoli del racconto “C’è un frate scultore in convento” sono stati rimossi in vista di un editing accurato, avente lo scopo di trasferire sul cartaceo l’intero lavoro. Nel libro che uscirà, forse a fine anno, ai già presentati undici capitoli revisionati, saranno aggiunti altri otto nuovi capitoli per completare l’opera. Restano solo il primo e il settimo capitolo, sotto riportati, per fornire un’idea del contenuto ai nuovi visitatori. Il libro uscirà con un diverso titolo da concordare con l’editore. 

1

Sul nascosto di un artista solitario 

Era un mezzogiorno di ottobre quando decisi di scovarlo il frate scultore di cui tutti parlavano. Non ho mai avuto molta simpatia per i preti, ma frati e monaci, fino alla condizione di eremita, mi hanno sempre affascinato. Attrazione crescente da quando non potevo più sopportare la vita “mondana”. Seducendomi ogni offerta d’isolamento, quello classico del monastero con le sue ombre silenti, si era subito fatto avanti come balsamo risanatore per ogni ferita dell’anima. Non meditavo di farmi frate, ma consideravo seriamente di lasciare la massa umana rumorosa e petulante al suo destino e migrare a vette, se non proprio d’aquila, almeno di passero solitario! Nelle prove di avvicinamento a questa difficile decisione, stimai necessario approfondire tutti gli aspetti che potessero riguardarla. Vagando sulle colline, non troppo lontano dalla mia residenza cittadina, avevo saputo dell’esistenza di un frate scultore molto stimato. Ne fui preso e confortato. Mi si offriva l’occasione di conoscere una modalità di solitudine creativa che avrebbe permesso di irrobustire anche la mia vacillante certezza sulla castità monastica, da sempre e da molti, oggetto di scetticismo e stimolo per sfrenate fantasie erotiche. Sentivo vicina l’opportunità di scoprire come si potesse sublimare questo duro aspetto della disciplina religiosa nella creazione artistica, la scultura, per altro considerata, da alcuni, suprema e blasfema pretesa di rifare uomo e natura. 

La giornata splendida invitava a una passeggiata. Lasciai l’auto e salii a piedi all’antico convento. Un lungo viale conduceva all’ingresso, ben alberato con conifere, querce e un paio di vecchi mandorli, lasciati a memoria di quando l’estetica si univa al bisogno. La fontanella che non manca mai, stava a metà via. Da un foro nella roccia, usciva un perenne filo d’acqua a far traboccare una grande conchiglia di cemento rivestito in cocciopesto. Suggeriva l’idea di un’acquasantiera o della ciotola per il viandante assetato. Il bel manufatto era sicuro indizio della presenza di un artista. 

Giunto al grande portone, vidi, poco lontano, un vecchio curvo che rimestava dentro un mastello pieno d’acqua. Lo zinale di cuoio gli riparava il davanti e sembrava aver fatto il suo dovere, lucido com’era dell’acqua gocciolante da tutte le parti. Pensai potesse darmi indicazioni sul frate scultore. Più da vicino, mi accorsi che stava maneggiando qualcosa sul fondo, le braccia immerse fino al gomito. Se fossimo stati sotto Natale avrei sospettato un norcino che ripuliva i suoi attrezzi dopo aver giustiziato il maiale, ma in ottobre questi animali sono ancora oggetto di cure, soprattutto… nel peso. Conclusi trattarsi di un giardiniere o uomo di pulizie, reclutato tra i fedeli più pii, infaticabili, candidi devoti, non eccessivamente svegli, soddisfatti solo di servire i “buoni frati” senza chiedere altro che il Paradiso. 

Con il tono di chi tratta con uno che… va capito, chiesi: «Dica, è qui che abita lo scultore?»

L’uomo fermò il movimento delle braccia, piegò il capo verso di me quel tanto da intravedere un mezzo sorriso dispiaciuto e dopo un attimo, rispose: «Sì, ma adesso pranza.» 

«E non gli si può parlare?»

«E no, pranza!» ripose, tornando a mestare, col tono di voce riservato a una sacra incombenza che non ammetteva dispense.

«E quando finisce? Se fa presto aspetto» insisto.

«Sì, verso le due lo trova» precisò.

Dato che nei conventi il tempo è stabilito dalla regola, quell’orario suonava fuori misura; forse quadrava per un pranzo di nozze!

Non lo dissi, ma non potevo aspettare lì tutto quel tempo, né potevo autoinvitarmi per il pranzo che notoriamente, se non raffinato, certo genuino come in tutti conventi.

Proposi, un po’ deluso: «Allora torno verso le sette.»

«No, perché prega» rispose lui dispiaciuto, sollevando le braccia dal mastello a sottolineare l’incombenza sacra.

«Allora vengo alle otto.»

«No, cena» disse con lo stesso tono di voce esibito per il pranzo.

A questo punto pensai che l’ometto con quella sua indisponente, falsa disponibilità volesse rendere chiaro che lo scultore non amava le visite.

«Allora vengo alle dieci» conclusi col tono di chi spara là un’ora tanto assurda per visite a un convento da sembrare, come voleva essere, un segnale di rinuncia. 

«Alle dieci va bene» confermò invece l’ometto soddisfatto senza degnarmi di una sosta nel suo lavoro.

Quando alle dieci meno dieci, bussai al convento, venne ad aprire un uomo anziano che mi parve lo stesso del mastello conosciuto al mattino, in perfetta tenuta da frate. 

«Buona sera, lei non era quello che stamattina mi ha indicato quest’ora per…?» esordii con un po’ d’imbarazzo.

«Sì sono io …» rispose. 

«Stamattina era tutto… in abiti diversi… non credevo…» mi scusai.

«Oh, non importa, lavavo gli attrezzi dal gesso, prima che indurisse, sa come è il gesso…»

«Allora è lei il frate scultore» chiesi. 

«Scultore!… imito miseramente il creato con i miei pupazzi!!» esclamò con convincente modestia. Mi diede la mano che faticai a stringere. Erano enormi quelle mani! Da far paura ai bambini e rimproverare chi, già da quelle, non avesse subito intuito l’arte praticata. 

Cominciò la nostra amicizia. Lo incontravo quasi ogni sera dopo cena. Per circa mezz’ora, conversavamo seduti ad un tavolo adiacente al refettorio riservato agli incontri con i visitatori. Spesso, insieme ad altri due confratelli, di cui uno, Anselmo, ascoltava, annuiva e guardava a terra, non con l’aria di chi fosse d’accordo, ma con composta rassegnazione, come volesse dire: «Sì, sì… tanto bisogna morire». Il volto trascurato, gli occhi sfuggenti gli sguardi altrui, il portamento un po’ curvo e dimesso, la tonaca stropicciata, tutto in Anselmo chiedeva solo di essere ignorato. Al tavolo si univa saltuariamente anche l’altro frate, Francesco. Era il confratello più vecchio, da tempo malato. Essendo sordo, non partecipava mai alla conversazione. 

A volte l’incontro con lo scultore avveniva fuori il convento, un enorme edificio settecentesco ricostruito su un precedente medievale distrutto dal terremoto. Una sera, sempre dopocena, conobbi Alberto, un novizio giunto da poco. Il giovane, temporaneamente ospitato per alcune ricerche e studi, si muoveva nel territorio e non sempre era presente in convento. In questo primo incontro, al termine delle mie esternazioni ammirate sull’architettura dell’edificio, specie sull’uso sapiente del laterizio, di splendido colore rosato e magnificamente lavorato, Alberto dichiarò: «Il primo edificio distrutto dal terremoto, però, era molto più bello!!» Muto fino a quel momento, dopo questa prima uscita non proseguì, aspettando di essere incoraggiato nel suo apprezzamento. Invano. Forse perché l’architettura non era il tema del giorno, nessuno lo fece. Non sembrò mortificato, anzi rimase impassibile. Pareva se lo aspettasse. Mi soffermai un attimo sul suo aspetto. Mostrava avere vent’anni o poco più, ben curato, modi gentili. Ebbi l’impressione, già da questo primo incontro, che fosse timido o troppo rispettoso della gerarchia. Proprio quella sera seppi, infatti, che lo scultore ricopriva la carica di priore di quella esaurita rappresentanza religiosa e Alberto pareva preoccupato di ottenerne il consenso.

La conversazione tra me e il priore, all’inizio, aveva come argomento prevalente i lavori da lui realizzati e quelli in attuazione. La sua attività consisteva nel modellare le forme da realizzare, in creta o in miscele di cemento bianco. Alcune tali rimanevano, altre andavano a comporre le matrici entro le quali gettare il bronzo fuso per l’opera finita. Non solo soggetti religiosi e non escluse figure femminili anche poco vestite. La conversazione tra noi si muoveva su di un piano rigorosamente laico per un tacito patto contratto al primo incontro. Non furono necessarie spiegazioni: lui capì il mio mondo, io il suo senza bisogno di niente altro che guardarci negli occhi e stabilire lo spazio comune. Ci incontravamo solo sui temi dell’arte, della beata solitudo e dell’amore per la natura. Compresi, del resto, che lui non era molto coltivato in altri campi della conoscenza più astratti e perigliosi come, ad esempio, la filosofia. Me ne accorsi un dopocena con i tre, assente il vecchio Francesco. Tema di conversazione: la natura e l’arte, solo sfiorando il divino. Alla mia richiesta di un parere sul Deus sive natura spinoziano, lo scultore mi rispose con una espressione indecifrabile del viso. Quella di Anselmo, non mutò colore: più consona a un trappista con teschio sottobraccio! Solo Alberto sembrava felice di rispondere ma si fermò dopo un diplomatico quanto stimolante: «Spinoza, va capito!»  E più non disse, forse a causa di un consenso che non lesse nello sguardo del priore. Questo reiterato, muto ossequio all’autocensura su certi temi mi stupì un po’, ma poi pensai: ‘È giovane, sa stare al suo posto!’. 

Non speravo di scoprire nello scultore un Benvenuto Cellini ma un inquieto artista almeno sì. Se era un artista, e nessuno lo negava, non era inquieto. Ciò contrastava con l’idea che tutti, me compreso, si fanno sulla necessità che un umore burrascoso e un contestare ad ogni occasione siano obbligati nella personalità artistica. Del resto, il suo aspetto parlava da solo. Viso largo, guance pendenti come orecchie di cocker, poche rughe, colorito spento, naso nobilmente pronunciato, radi capelli bianchi sufficienti a coprire il cranio, un corpo massiccio di modesta statura, andatura da plantigrado. Dall’aspetto a distanza, saresti stato tentato di catalogarlo tra gli animali più miti. Più da vicino, scoprivi dettagli tutt’altro che domestici. Come in un quadro che a prima vista, dà un’impressione di serenità, ma esaminato naso alla tela, scopri certe audaci pennellate forti e inquietanti e ti chiedi come potevano sparire nel complesso, così nei suoi occhi, tra l’ambra e il marrone, un po’ socchiusi e prima spersi nel volto, da vicino scoprivi trattenute saette pronte a fulminarti. Accadeva nel commento ai fatti di cronaca, anche politica, più rilevanti: un lampo nello sguardo che valeva un girone infernale! 

Presso gli abitanti del vicino paese, godeva di stima e di affetto. Nel conversare con alcuni fedeli fuori del convento, mi capitò però presto, di avvertire un velato scontento. Mi proposi di scoprirne le ragioni. Quando riceveva e ascoltava, seduto sotto un abete del parco che circondava il convento, presi ad osservarlo da lontano. Era molto sobrio, avaro nel tempo e nelle parole. Congedava tutti in fretta.  Mi consolai pensando che quando nelle nostre conversazioni, si alzava all’improvviso, con quella figura di piccolo orso irrequieto, lasciandomi sulla panca come un cappello dimenticato, non lo faceva per noia o punizione ma solo perché era fatto così. 

Col passare dei giorni cominciai a farmi un’idea più precisa sulla sua personalità. Sospettai fosse molto intimorito dal prossimo: doveva amarlo, ma pareva temerlo e non nascondeva il desiderio di evitarlo il più possibile. Non avrei dovuto meravigliarmi, anzi riconoscere la coerenza: uno che si fa frate ha per disposizione interiore un certo ripudio del mondo e dei suoi inquilini! Eppure, in un religioso e artista, così innamorato della figura umana da stilizzarla in tanti modi e non raramente nella sua nudità fisica anche femminile, mi sarei aspettato una partecipazione più sentita, cercata e approfondita per le sofferenze umane. Sicuramente le pativa come proprie e però mostrava più di fuggirle che condividerne il peso. Era forse consapevole che per che porvi rimedio occorresse innanzi tutto affrontarle con le parole e non si sentisse di possedere la necessaria dialettica calma e confortante di confessori famosi? Tale dubbio nacque osservando il suo comportamento quando passeggiando insieme nel parco, incontravamo un fedele che chiedeva di ascoltarlo. Mi lasciava subito per accompagnarsi a lui, e solo lontani il giusto, concedeva parola al visitatore. Nel farlo, le donne si guardavano attorno, gli uomini, spesso anziani, fissavano il terreno. Lui taceva, capo chino come sotto un rimprovero. Indovinavo la sua sofferenza di fronte ad un ripetersi monotono delle miserie umane: scivoloni matrimoniali, furti meschini, pettegolezzi, calunnie. E indovinavo il suo pensiero: ‘Roba vecchia quanto il mondo e infestante come la gramigna! Cosa c’è da dire di non già detto?’ A questo presunto sfogo, immaginabile dal suo comportamento, dopo aver assistito all’ultimo incontro con una donna anziana, avrei voluto rispondere: «Eppure, per quel fedele come per altri, maschio, femmina, giovane o vecchio depresso, le solite buone raccomandazioni non sarebbero ugualmente utili, appropriate per far battere all’unisono le anime e sollevarlo dalla dolorosa esperienza?» Fu allora che guardandolo mi sembrò, in risposta, di sentire la battuta: «È una parola!» 

Ebbi così rinvigorito il mio sospetto: proprio le parole! Questo era il difficile per lui: tante parole sarebbero state necessarie! Come quando – mi raccontò- un’anziana vedova voleva a tutti i costi un discorso sulla prova concreta dell’esistenza di Dio pena il ripudio della Chiesa. La pregò di recarsi al priorato di provincia! L’ammissione che non avrebbe mai pronunciato, ma gli sarebbe stato gradito io indovinassi, era dunque: «Dove trovare le parole giuste?» Con l’implicito invito a capirlo e a fare confronti! Non era mica come la creta che, morbida e plastica, bastava l’idea e un tocco leggero del pollice per vederne gli effetti! Anche il Creatore l’aveva preferita! Per le parole era più come in un dipinto: scegli i colori e li fondi in tante sfumature per creare altrettanti stati d’animo. Bisogna però averne di colori, cioè di parole nel vocabolario! Molto più difficile, data la sterminata varietà e possibilità di combinazione! Scegliere quelle giuste, dargli un tono convincente… Il tono… Quello poi, non gli riusciva proprio: uniforme, rassegnato, stessa tonalità minore, scuotimenti di testa e sorrisi amari con la pretesa di dare conforto. Spesso l’effetto consolatorio sul fedele risultava palesemente insufficiente. Per rinvigorirlo, nei casi più evidenti da lui avvertiti, ricorreva alla fine ad un espediente, una invenzione quasi clownesca: una robusta sfregatina alle manone e un incipit di risata, scoppiettante come un diesel all’avvio. Sicuro l’effetto: comunicava un buonumore improvviso e contagioso. L’uomo che si accomiatava, accompagnato da quel suono squillante e vitaminico, aveva nel volto la ritrovata espressione dei vent’anni quando l’amico, fischiando sotto casa, prometteva novità e avventura. La donna pareva aver risentito l’incoraggiamento paterno, il tono di voce si rallegrava nel saluto, lo sguardo si fermava sicuro. 

‘Solo a frate Anselmo, la risatina non riesce a smuovere la savonaroliana cupezza!’ conclusi. 

E su questa stranezza cominciai a impuntarmi. Sempre più spesso mi ponevo una domanda: “Perché il priore nei confronti del confratello Anselmo, malgrado la pochezza dei suoi mezzi verbali, non sembra affatto aiutarlo a uscire dal suo stato? Lo considera, psicologicamente parlando, un malato terminale ormai senza speranza? Che mistero si cela dietro quella maschera da attore tragico all’atto finale?”

Una sera, prima di lasciare il priore sul portone del convento per tornarmene in città, provai ad interrogarlo con molta discrezione, quasi distrattamente.  

«Anselmo… sempre di quell’umore triste… ha forse paura della morte?» gli chiesi. Lui tacque incerto, poi gli scappò: «Sarebbe forse benvenuta per lui!» 

Trattenni la sorpresa piegando sul generico: «Beh, per voi religiosi lo capisco… L’altra vita è promessa che non vi aspettate sia tradita. Una vita migliore…»

«Specie per lui…» continuò a cedere in confidenza lo scultore. 

La curiosità spingeva irresistibile. Mi feci più vicino per stimolarlo, un piede sulla soglia del portone, come fanno i rappresentanti per non essere respinti. Dissi: «Peccato, in fondo, nonostante la sua età, sarebbe ancora un uomo attraente, potrebbe ben figurare ed essere gradito a molti fedeli se smettesse di giocherellare col teschio come Amleto!»  Lo dissi con tono leggero, scherzoso, da non fargli sospettare che avessi intuito qualcosa di grosso.

«Hai detto bene figlio… dì pure bello! È quello che l’ha rovinato!» (Da un po’ il priore usava anche con me l’appellativo “figlio”!!) 

«Rovinato!?» ripetei con una foga che lo mise sulla difensiva. Si affrettò a chiudere l’argomento e spingermi il portone in faccia esclamando: «Eh!! I casi della vita!!» Stavolta senza risatina di commiato.

«Già i casi! Quali?» ripetei io, rincorrendolo con la voce sperando di trattenerlo. Niente. Silenzio della notte come un sigillo. 

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Capitoli 2-6 omessi

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VII

Torna l’arte

Fui avvisato da un amico di passaggio che, per il prossimo Natale, sarei stato onorato di una visita da parte di vecchie conoscenze che, complici le buone previsioni meteo, avevano deciso di verificare se facessi quella “buona vita” che si diceva. Cinque in tutto me compreso. Non potevo rifiutami, pena chissà quali sospetti! Dall’unico bar del paese telefonai a Gianni, vecchia conoscenza che immaginavo promotore dell’iniziativa, informandolo che accettavo con piacere l’autoinvito fissato per Santo Stefano. Sapendo che, in fondo, quello che muoveva tanta premura era l’aspetto culinario, chiesi alla Gina di prepararmi, a crudo, una serie di arrosti che avrei poi cotto nel forno di casa. Volevo convincerli che oltre al buon cibo, altro non avrebbero trovato per invidiarmi il soggiorno. Il freddo nella casa, mai sconfitto dall’unico, fumoso camino, li avrebbe dissuasi dal trattenersi a lungo. L’ordinazione fu accettata dietro compenso per la cuoca e sotto forma di dono natalizio per il convento. Qui, nella tipica frenesia festaiola che precede il Natale, niente d’insolito saltava agli occhi, tranne un discreto accumularsi, in cucina, di donazioni dei fedeli, soprattutto in natura. Con un presepe striminzito, la cucina grassa e odorosa pareva lei la grotta di Betlemme! Era meta di continui pellegrinaggi anche da parte di tre nuovi frati che, per le feste, come i Magi, si erano trasferiti dalle loro sedi nel convento per …. “dare una mano”.

Alberto era improvvisamente partito lasciando solo un biglietto di auguri consegnatomi in casa da Carla, la bambina aiutante all’organo, quella che lo aveva definito “carino”. Prima degli auguri raccomandava, in due righe, di far visita ogni tanto ad Anselmo che mostrava di gradire la mia presenza, e stimolarlo, se possibile, nella ritrovata voglia di dipingere. «Toh!» mi dissi «il novizio è persino riuscito a risuscitarlo nell’arte!»   

Così, il mattino di Natale, limpido e freddo, cercai Anselmo. Lo trovai nel chiostro, in un angolo, in piedi davanti a un cavalletto con su una tela e un acquerello appena iniziato. Tema del lavoro: uno scorcio del colonnato col pozzo in primo piano. Lo salutai e gli chiesi se non sentisse freddo. Rispose, con quella sua voce limpida da ragazzo, che da poco avevo imparato a conoscere: «Non ho freddo al corpo ma alle dita. Per il fondo che intendo realizzare ora, non importa essere precisi, riesco a farlo anche con le dita dure… sì, senza problemi. Poi oggi c’è il sole professore, so che anche lei ama il sole!» lo disse sorridendo e ne provai gioia. Risposi: «Chi non lo ama Anselmo? È come la verità, splende su tutto sebbene gli uomini spesso la vogliano nascondere! Forse perché è troppo luminosa e l’uomo con la sua vista debole non la sopporta!» Mi pentii subito di questa considerazione che sembrava voler rammentare le sue disgrazie. Non gli diedi tempo di rispondere. Mutando tema e tono aggiunsi subito: «Ma oggi è Natale e so che la Gina ha fatto miracoli in cucina! Non ho visto il priore ma ho lasciato per voi un piccolo peccato di gola da consumare alla fine del pranzo. Buon Natale!» Lui mi guardò e rispose al saluto senza dire altro.

Nella tarda mattinata, la temperatura era salita grazie a venti da sud, ma con un presentimento nell’aria di mutamento imminente. Pranzai in compagnia di un gatto randagio che attirato dal profumo di un pollastrello arrosto, anticipato in prova per l’indomani, restava sulla porta, aperta per il fumo, indeciso tra la paura e la fame. Via via che spolpavo il pollo, gliene lanciavo pezzetti che afferrava al volo con un’energia inimmaginabile vista la magrezza. Insaziabile, macinava le ossa da far invidia a un cane! Non mi trattenni da alcune riflessioni sulla fame che approdarono alla conclusione: «Presente lei, ogni altro problema diventa insignificante, ogni timore, che non sia la fame stessa, svalutato. Sola la sessualità può stargli alla pari!». Pensiero certo non profondo, lo riconobbi, ma non inutile come promemoria! 

Nel pomeriggio preparai per la visita programmata l’indomani. Speravo che gli ospiti arrivassero solo per l’ora di pranzo e fu così. Alla mezza erano lì sulla porta a protestare per le scarse indicazioni che avevo dato. Per trovarmi era stato necessario sentire due contadini della zona.

«Ti fai chiamare professore adesso?» esclamò Ottavio, bancario in pensione entrando con un pacchetto sottobraccio che rivelava un panettone. 

«Che clinica dirigi? O sei solo professore di scuola campestre!» commentò ironico Antonio ex maestro didattico, con altro pacchetto dall’aria di un torrone. Gianni e sua moglie, unica donna, molto più giovane di lui, nudi di regali, salutarono e nulla dissero, rapiti dal profumo d’arrosto che proveniva dalla cucina commentato con sonore sniffate ed esclamazioni compiaciute. 

Dopo il pranzo, molto apprezzato, tutti si congratularono con me e lodarono la mia vita da “eremita gaudente”. Gianni, famoso pettegolo della compagnia, mi chiese: «A proposito di conventi ed eremiti. È vero che qui, al vicino convento, c’è quel famoso frate… di quella storia con la signora**** che ora, da noi a Castellalto, si vede raramente in giro. Il marito è morto da poco, lo sai? Anche il figlio della prima moglie di lui, morta giovane, non si vede più in paese… Lei è rimasta sola: vive con una gran quantità di domestici come una contessa… Beh! i soldi non gli mancano! Però la salute… Soffre nella vista, mi disse Leo il farmacista… una malattia agli occhi… È ancora bella e frequentata da artisti famosi… Come fece a confondersi con un frate!!! Come le era saltato in mente di… con tanti ca…» e qui si trattenne dopo uno sguardo alla moglie che sembrava invece delusa dalla castrazione verbale. E subito concluse: «Sì, insomma, con tanti uomini a disposizione che sarebbero stati contenti di far becco quel ricco sbruffone del marito, pace all’anima sua, è finita in un melodramma settecentesco alla Diderot, con accuse, finto suicidio… E poi tutto…  in una bolla di sapone! Dì, lo sai se lui, il frate, è vivo ed è qui?»

Fino a quel momento avevo dimenticato che lui, Gianni, da anni, dopo l’insegnamento, si era trasferito proprio nella cittadina di Castellalto poco lontano dal famoso convento nel quale Anselmo aveva vissuto il suo dramma. Mi sentii, d’improvviso, defraudato di una storia che credevo essermi conquistata da solo e che mi dava il diritto di possederla come una scoperta archeologica di valore che si vorrebbe tutta per sé, gelosi anche di mostrarla ad altri. E anche infastidito. Quello spettegolare sul dramma dei due, apriva alla sensazione, nuova e sgradevole di una delicata umanità insidiata, imbrattata; trascinata nella polvere delle strade, nel tanfo delle osterie o tra il vociare dei mercati dove ogni confidenza viene ripetuta per improvvisate, false sordità, inventate solo per arricchire la menzogna. Moltiplicata poi, sempre, nel contagio di bocca in bocca. Provavo rabbia nel sentire quanta superficialità, quale disprezzo nel trattare la storia dei due! Si coglieva solo l’aspetto teso a impressionare, suscitare stupore, morboso interesse motivato a soddisfare aggressività e narcisismo. 

«Non so niente-mentii- frequento raramente chiese e conventi come sai! Di eremi ho il mio privato, mi soddisfa e soprattutto mi tiene lontano dalla gente…»

Ottavio aggiunse: «E t’invidio, non per l’eremo ma per la tua resistenza alla solitudine. Sarà che io ho passato una vita in banca ma non ce la farei a non sentirmi vicino qualcuno, ogni tanto…»

«Se per questo» replicai, «ce l’ho anch’io qualcuno… ogni tanto.»

«Sììì?» incuriosì subito la moglie di Gianni in gran calore «e chi è?… una donna suppongo. Magari tutta natura come piace a te!!»

«No» riposi asciutto con aria mesta… «un fantasma!»

Allo stupore che seguì, lei, ripeté «Un fantasma? Stai scherzando!»

«Purtroppo no…» E raccontai, in sintesi, la storia del pozzo e del ragazzo morto.

Dovetti farlo in maniera convincente perché da quel momento l’atmosfera mutò. Tutti parvero non credere alla storia, ma l’invito fatto alla morte e ormai seduta al tavolo della conversazione, fece il suo effetto. Il freddo fece il resto. Dopo mezz’ora se n’erano andati tutti.

Nella settimana che precedette il Capodanno, a giorni alterni, visitai Anselmo. Complice il perdurare delle temperature miti, aveva finito di dipingere il chiostro. Il quadro mi pareva ben fatto, l’atmosfera di silenzio e religiosità del luogo si sentiva tutta nel colore e nei volumi dell’inanimato. Pozzo, pilastri, volte, in una rappresentazione prospettica un po’ obliqua, davano l’impressione di volersi ribellare alla fredda staticità della pietra e, anche per uno sfumare del rosso mattone verso l’alto, suggerivano fiammate. Le linee curve delle volte mi parvero gonne svolazzanti di invisibili creature femminili colte in un attimo di danza. Non sembrava soddisfatto Anselmo nonostante gli elogi di tutti tranne del priore che sottolineò l’esame del quadro con il silenzio. Nell’avvicinarmi all’opera finita, vidi sotto il colonnato un frate, dei tre nuovi venuti da fuori, che si muoveva verso di me. Ci incontrammo davanti al quadro.  Fu il primo a presentarsi. Si chiamava Marco e veniva dal convento di Roma. Era uno storico della religione nato in Francia ormai sui sessanta, più calvo che stempiato, terreo il volto rallegrato da un occhiale tondo dorato, occhi piccoli, barbone bianco che pareva tutto l’autoritratto del Bronzino. Mi chiese se fossi il professore. Risposi sorridendo che così mi chiamavano ma non lo ero. «Il giovane Alberto mi ha parlato di lei e raccomandato di salutarla» disse. Rimasi stupito. «Quando?» chiesi. «Prima di lasciare Roma» rispose. 

«Perché lui, ora, è la?» 

«Sì, presso l’Istituto Teologico Agostiniano per finire il suo lavoro» rispose con quel suo accento un po’ trascinato e la “r” francese. 

«Sulla… come si chiama… predestinazione e Lutero mi dicevano, vero?» chiesi per mostrare di essere stato messo a parte dei suoi progetti.

«Come tema generale, ma sono gli aspetti secondari che più interessano il padre provinciale: le sue ricerche fatte sulle infiltrazioni della dottrina del tedesco nell’ambiente agostiniano. Quella della predestinazione luterana è estremizzazione del pensiero di Agostino che produsse in alcuni religiosi del nostro ordine, tentazioni radicalizzanti in contrasto con la visione ufficiale della Chiesa. Quanto ci fu di vero in questi focolai di luteranesimo nel popolo, specie in questo territorio, in che misura e come avvenne… a questi interrogativi Alberto ha tentato di rispondere.» 

«Padre Marco, sono temi molto difficili dei quali non sono pratico, ma mi dica se il lavoro di Alberto è terminato.» 

«Sembra di sì e il padre generale che lo conosce già in gran parte, è molto soddisfatto. È la sua tesi per il dottorato di Teologia. Alberto, come sa, si sta preparando per prendere i voti» disse incrociando le braccia.

«Un giovane promettente per voi, dunque…»  insinuai.

«Non più promessa ma realtà. Gode ormai di molta fiducia. Sentirete parlare di lui… Intanto si raccomanda di proseguire nel vostro comune impegno di redenzione a favore… di chi sa lei!»

 Nel pronunciare le ultime parole, il frate assunse un tono e un’aria leggermente irritata come se non fosse stato messo a parte di quella redenzione e subisse il fastidio di riferire senza conoscere almeno il nome dell’interessato.

Capii l’imbarazzo e ne minimizzai l’importanza dicendo: «Ah, sì, sì, le riferisca che tutto è come lui sperava, senza problemi.»

Mi guardò con una certa diffidenza, poi promise: «Riferirò.» 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………Capitoli 8-11 omessi 

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Capitoli 12- 18 in elaborazione.