Questo luogo non ha nome

Mi ci ha portato Nando. Il nome del luogo lo conosce bene ma non vuole che si sappia in giro. Dice che meno gente lo scopre più la bellezza si conserva. Anche se i visitatori da un po’ sono più educati e discreti, la folla consuma i luoghi con la sua sola presenza. Condivido e gli cito Cioran: “Il paradiso è assenza dell’uomo”.

Man mano che mi avvicino, scopro i tentativi per conservarlo semplice e selvaggio come un tempo. Una natura forte: dirupi, rocce, vegetazione aggressiva su ruderi di pietra e murature antiche. A vedersele davanti all’improvviso tornano visioni infantili e con quelle, stupore e un po’ di paura perché si rianimano certi episodi di fiabe truci, di streghe e pentoloni con carni umane per consommé o per saponi fatti in casa col grasso delle stesse. E rospi che si gonfiano quando li scopri sotto buche nascoste fino a diventare grandi come ippogrifi che s’involano con nitriti d’argento. Poi i serpenti, di quel verde splendente e contagioso che incontravi nei bagni al fiume. Senza paura li prendevi con le mani. Quel verde sembrava colorare le mani e la notte facevano di smeraldo i tuoi sogni notturni. Per ultimo, le murature di una costruzione, cariate dai licheni e incanutite da bianche muffe filacciose nelle parti più buie. Lottano contro l’invadenza del verde, spietato nel suo espandersi a vendetta ora che l’uomo non c’è più, per riprendersi con gli interessi il maltolto.

Ti chiedi come si entra in quel poco che ancora assomiglia a un edificio. Non rispondi. Sai che è impossibile varcare i portali dalle occhiaie vuote o velate da cataratte di edera perché temi che dentro vi siano cose che una volta viste non le puoi più raccontare.

Quando all’improvviso arrivi alla cascatella d’acqua, di colpo l’immaginazione diventa adulta. Non sono ninfe nude che si bagnano e t’invitano a seguirle sotto lo scrosciare della cascata? Lo faresti nonostante non sia ancora proprio caldo. T’avverte il fresco che prende quando ti avvicini. Eppure, i piedi, che bagnandosi per primi fanno le spese di quel fascino magico, non sembrano impaurirsi. E giri intorno al laghetto, cauto come un gatto ma impaziente nell’inconscia pretesa di trovare un passaggio asciutto almeno per riempirti le mani d’acqua se non delle forme delle ninfe.

Una volta stabilizzati gli umori della fantasia drogata dai ricordi, l’interesse si riequilibra per fermarsi stabilmente nella funzione a cui l’uomo aveva costretto quel luogo: un antico mulino ad acqua. Dei più famosi nella zona che, per altro, ne vanta tanti altri di grande fascino. Ora sei trascinato nell’umano. Quanti dolori, speranze e sogni sono nati ed evaporati qui nel sole o disciolti nel buio delle notti di un tempo andato!

Te lo immagini quel luogo di sera, senza corrente elettrica o fari di auto nella notte! Il rumore dei carri tirati dai buoi traballanti al pendolare del lume a petrolio, carichi di grano da molire, avanti tra cigolii, sbuffi, muggiti e grida. Quanti sudori impastati con la polvere di grano non ancora farina che sarebbe stato uno spreco! E lacera la coscienza il confronto col nuovo. Il mio bel vestito di velluto, le scarpe “ergonomiche per escursioni” che, sebbene bagnate e usurate non lasciano uscire l’alluce, i miei modi decentemente civili, il mio stomaco che tutto si sogna meno un pane, se pur genuino, privo di una grassa imbottitura. Quelle imbottiture che come coi materassi erano magre e non sempre di caldi prodotti animali come la lana ma vegetali di foglie di granturco o di crine. “Stai più fresco e non sudi” diceva la madre. Come riuscire a sudare con fuori un metro di neve!! Meno male che c’era la stalla!

Eppure, mi sembrava sentire un canto quando lasciammo il luogo innominato. Un canto di donne limpido e lontano non triste, non disperato. Un canto di speranza che da tempo non riuscivo più a sentire.

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