Léon Augustin Lhermitte

Léon Augustin Lhermitte nella “Paga di mietitori” (1882).

Chi, in questo capolavoro, non è subito colpito dalla figura del mietitore seduto… non ha mai preso in mano una falce fienaia! Se ne trovano ancora ma di moderne, con manico di plastica e lama più piccola e leggera. Lo strumento tradizionale, gran lama triangolare, massiccio manico e impugnature in legno originali, ha ormai il suo angolino in qualche museo della storia contadina o in fienili abbandonati. Oggetto artigianale per definizione, il contadino l’assemblava da sé, lama e manico, calibrati alla propria forza e statura. La cote poi, nell’usura, portava i segni della personalità del padrone: sparagnina (i più) consumo attento forma a coltello; sprecona, nel consumo irregolare che ne avrebbe impedito l’utilizzo fino in fondo. L’affilatura era il sorriso cattivo della falce. Ampio e lucente: taglio inesorabile e potente. Nulla sfuggiva al suo passo e i papaveri scolorivano dalla paura al suo avvicinarsi.

La falce fienaia è uno dei simboli della fatica nei campi come la zappa e la vanga. Rispetto a questi esprime molto di più. Significati di vita e di morte legati al sacrificio della vita vegetale per il nutrimento della vita animale. Il suo calare lento, regolare, spietato non poteva non legarsi allo scorrere del tempo. La sua sagoma alla morte stessa. L’uomo riusciva però a renderlo simbolo gioioso quando il taglio ritmava i canti delle donne nei campi, alla mietitura. È anche per merito suo se sono nate quelle melodie popolari poi riprese dai compositori per grandi capolavori (Beethoven, Brahms, Liszt…)

Ma la fatica del mietitore era tanta, crudele, crescente fino a quando, sangue in bollore e muscoli stressati, il gesto si ripeteva senza volontà come in un automa impazzito e allora non sentiva più alcuna pena che si accumulava in segreto, nascosta. E temeva fermarsi perché allora sapeva che le sarebbe piombata addosso come una bestia affamata. Ma il riposo doveva arrivare: cedeva, crollava seduto, spalle al muro della cui fresca ruvidezza ne faceva conforto. Lo vedi nel volto il gran bisogno di aria e di ascolto: sussurri di donna intorno a sé e, dentro, un mormorato rifluire del sangue come ruscello limpido e fresco. Gli occhi bruciati da polvere e sole non cercano per rinfrescarsi il lontano, azzurrino dei monti al tramonto ma i sogni.

Questa riflessione che il dipinto suscita a chi come me ha provato un tempo la falce fienaia forse non sarà condivisa nelle impressioni. Meglio così.

Ricordo, a pratico finale, che l’uso di questo attrezzo insegna e fortifica. Insegna a coordinare i movimenti del corpo col ritmo più adatto al risultato da ottenere, quasi una danza. Fortifica naturalmente i muscoli senza bisogno di palestra!

F.B.R. luglio 2020.