Cacciatori puniti dall’oblio

Il cacciatore nostrano degli anni ‘50 era ancora un personaggio. Un personaggio rispettabile. Non tanto perché spesso lo era di proprio ma perché era cacciatore. Nel descriverlo mi sembra opportuno catalogarlo a seconda del rango sociale di appartenenza. Per prestigio e tradizione, diamo precedenza ai nobili!

Non ne erano rimasti molti a rinnovare la tradizione venatoria con brache eleganti, giubbe colorate e pennuti cappelli come nelle scene di caccia dipinte in quadri famosi. Gli ultimi scampoli, ormai privati del diritto esclusivo di venagione sulle proprietà della casata (spesso svendute), si mortificavano a praticare in terreni altrui in panni borghesi. Questi, i nuovi borghesi, gli “arricchiti” nel dopoguerra (illecitamente per molti perché sospettati di aver avuto più iniziativa, coraggio e voglia di fare), contribuivano più di tutti al personaggio del cacciatore. Abbigliamento ultimo grido, più da passerella che da palude o maggese, armi pregiate, orari limitati, interesse prevalentemente culinario. Della vecchia borghesia, riconoscibile dal vestito appassito all’odore di naftalina, rimanevano sul campo pochi, incerti esemplari.

Per ultimi (ad esserlo sono abituati da sempre!), arriviamo ai contadini, ancora increduli di poter cacciare senza il permesso del padrone, e agli emarginati sociali che trovavano nella caccia un mezzo per metter insieme pranzo e cena. E i religiosi? Come poteva rimanere senza rappresentanti della Chiesa un settore così popolare? Sguarnita un’attività così pericolosamente a rischio di tentazioni pagane alle quali non sfuggirono nemmeno gli dei?

E non lo era infatti. Vari “don” di paese, deposta la veste e riesumati panni laici a volte utili per qualche scappatella a scapito del sesto comandamento, “venavano” e raramente da soli. Quasi sempre in compagnia di noti cacciatori, spesso tra i più irrequieti parrocchiani dei quali dicevano voler frenarne la bestemmia, nel caso, “bucato” il bersaglio, se la fossero presa con il Padreterno. Ahimè, anche dei pii moderatori, le cronache raccontano di grasse imprecazioni se, dopo i due fatidici colpi, la lepre se la svignava più vispa di prima! Ma tant’è: bisogna pur prendersela con il padrone quando ci vuole!

Erano personaggi nell’aspetto e nel racconto. La gente li accettava come una tradizione, a volte compatiti come posseduti d’insana passione che rubava tempo al lavoro, a volte pensati assunti in una specie d’attività paragricola nata dall’abbondanza della selvaggina. La stessa, quando non consumata in casa, si vendeva e si poteva acquistare dal macellaio o da alcuni rivenditori di frutta e verdura. Così nei periodi di passo era frequente che ogni famiglia si facesse un salmì o una spiedata, di quaglie, allodole, tordi, fringuelli e altre minuterie pennute cacciate, regalate o acquistate.  Per la selvaggina stanziale era diverso. Comandava il riguardo che si ha per la “roba nostrana” con una sorta di gelosia per un bene ereditato che la rendeva sacra. La lepre su tutto. Selvaggina nobile e rara andava consumata in casa, offerta in una cena, da chi l’aveva cacciata, ad amici e invitati degni di rispetto. Cena che stava a metà tra il banchetto e il rito di ringraziamento a Diana. Spettava sempre all’anfitrione cantare le gesta venatorie senza accompagnamento musicale che la propria voce. Era suo il tiro magistrale che aveva deviato la corsa della lepre dalla maggese al piatto! Di solito, i particolari venivano illustrati ai surriscaldati commensali a fine pasto, quando anche un miserrimo colpo di fortuna diventa epopea.

In versione più proletaria, con prede meno nobili, la cacciagione veniva affidata alle mani d’oro di Maria, titolare dell’omonima osteria (ce n’è sempre una con questo nome!). Sapeva cucinare le starne in potacchio come neppure alla mensa del conte! Cottura vivace al rosmarino, vino ad ammorbidire la carne delicata, non stoppacciosa, sughetto roseo e piccantino nel quale annegare interi filoni di pane! I prezzi erano modici, comprensivi di spennamento della cacciagione, tortura riservata a personale di basso rango pagato a vino. Spesso si trattava dello stesso anziano che poi, nelle spiedate d’allodole e tordi, era adibito a pilottarle con penna d’oca o pennello. Qui però la paga raddoppiava, perché la metà veniva consumata subito per spegnere l’arsura davanti all’arola. Ma così si infiammava il viso. Allora il pittore ospite, che non mancava mai, additandolo, invitava i commensali a un erudito confronto tra il rosso delle guance e quello del fuoco. Confronto iniquo perché il primo andava ad alcool, il secondo a legna!

La selvaggina più nobile, come la lepre, era rara e più d’ambienti collinari o montani. Il fagiano: bestia quasi sconosciuta. Gli anatidi, invece, conosciuti, sì, ma difficili all’aucupio per chi, nelle nottate in bianco, sulla distesa gelata del fiume o del lago, non sopportava i gradi sottozero che ghiacciavano anche il lacrimare salino dell’occhio. Ma le palpebre erano serrande da non chiudere, se no, addio clienti! E guai a farsi sedurre dall’abbiocco, complice il tiepidume e il buon odore di paglia che foderava la buca di appostamento! Rischiavi qualche inizio di congelamento degli arti esposti. Specie le dita che, per essere pronte, s’inchiodavano lì, anchilosate sul grilletto e più d’una volta, quando finalmente capitava, non ce la facevi a premerlo!… Poveri nostri soldati in Russia! Quante volte nella notte il pensiero correva a loro!

Personaggi, nel senso pieno della parola, erano i più poveri o inabili a lavori stabili nei quali la passione si accompagnava alla necessità. L’abbigliamento li distingueva per primo: fondi del guardaroba, ammesso che ne avessero uno. Tutto ciò che tirava a scrupolo per buttare, ed era sempre poca cosa, veniva promosso a vestito di caccia. Pantaloni tutte toppe, giacche sfuggite con buchi ai gomiti, scarpe con le tomaie costrette a sposarsi alle suole col filo di ferro. Al sotto, all’intimo come si dice oggi, camicie comprese e al resto, non ci si arrischiava far entrare l’immaginazione. Questi, veri personaggi, erano da tutti riconosciuti anche come i veri cacciatori. A volte un po’ derisi ma sempre considerati col rispetto e la stima di chi ne riconosceva i meriti e lo stile, qualità non sempre figlie della necessità.

Bestie selvatiche, solitarie e sfuggenti, calcavano la scena naturale della vita e della morte come animali, temuti dagli altri animali ma, si diceva, con qualcosa di accettato da parte di questi, come col falco, l’aquila, il lupo. Erano ammessi al riconoscimento naturale della necessita che qualcuno dovesse morire per far vivere l’altro. Agli altri cacciatori, quelli per diletto, le prede riservavano sempre un grido di disprezzo negli ultimi istanti della loro vita che intuivano sacrificata solo per divertimento.

Bravi nell’arte dell’appostamento ma anche della cerca, con cani digiuni da giorni, sulle costole dei quali come su un vibrafono, certi calci, quando non ubbidivano, facevano echi d’accompagno ai guaiti. Se poi, Dio non voglia, la quaglia era raggiunta dal cane prima dello sparo e, dato il digiuno, degustata, la digestione per la povera bestia avveniva con l’amaro del piombo. Una dote riconosciuta e distintiva che li aumentava nella stima era il rispetto delle leggi naturali: moderazione nella quantità delle prede, armi semplici, massimo la classica doppietta a cani esterni, richiami fatti in casa, rispetto dei ritmi del giorno e della notte. Non c’era bisogno di leggere le norme venatorie: allo scomparire del sole all’orizzonte, per le attività della caccia che non fossero per gli aquatici, s’imponeva lo stop.

In quanto al risparmio, la cartuccia fatta in casa era un investimento: se col suo colpo guadagnava una preda, era da ripudiare, se due da rimproverare, se tre da tollerare. Se più di cinque, valeva, per il bossolo, un posto d’onore sopra il camino. Ma solo se era usurato, se no tornava in servizio con la ricarica.

Scrivere sulle memorie di un cacciatore l’hanno fatto già in tanti e con rara bravura dall’inizio dei tempi. Per respiro e visione sul contesto naturale e sociale ricorderò Turgenev, per simpatia Rigoni Stern, il nostro Tombari per i risvolti gastronomici. Nessuno di questi scritti eguaglia però l’emozione provata da ragazzo nell’ascoltare i vecchi cacciatori la sera davanti al camino. Allora la natura era ancora scontrosa, non sfregiata dalle strade, selvaggia spesso, gelosa dei suoi segreti, bellicosa come un’amazzone. E il clima le era alleato. I cacciatori nudi del superfluo, solo stracci, doppietta, richiami e cartucce fatte in casa al risparmio. La lotta per la vita tra uomo e animale era sostanzialmente equa, nobile, sapeva di grande e d’antico, di bisogno e di rispetto.

Tante ne ho sentite, tante ne ho vissute. Ma non riporterò una vera avventura di caccia: la lettura avrebbe bisogno di un sentire che non c’è più. Il clima di rispetto e tutela della natura da parte dell’uomo moderno esibite col sentimento di chi spera di farsi perdonare errori e violenze imperdonabili, il riconoscimento dell’identità biologica svelata dalla biologia molecolare per la quasi totalità degli esseri viventi, gli studi di etologia da Lorenz in poi, il maggior benessere alimentare, tutto ciò ha generato un comportamento verso gli animali da alcuni definito “fraterno”. Matura ormai il sospetto che la loro vita, per molti aspetti, sia più nobile di quella umana.

La caccia, intesa come nel passato, in questo mondo nuovo non esiste più. Sarebbe difficile ricreare il cacciatore così come era fin circa alla metà del secolo scorso perché tutto ciò che gli ruota attorno è cambiato. Il fatto stesso che la gran parte dei bambini non ha più un continuo contatto diretto (cioè sporcarsi e farsi male) con un ambiente naturale, condiziona per sempre certe emozioni ed esperienze. Nel momento in cui, animale tra animali, la natura ci investe del cavalierato di umani e ci dona le armi per difenderci e offendere, questo momento assoluto, avviene sempre nell’infanzia e in un contesto di antica e primitiva naturalezza. Lì ricevi il marchio di qualità del sentire la natura che ti porterai dietro tutta la vita. Per questo credo che il comune cacciatore moderno del quale capisco la passione, vive, sempre in generale, una esperienza artificiosa in un mondo che non lo ama più, eccetto quello dell’industria delle armi.

La peggior punizione per lui sarà non poter raccontare le proprie esperienze. Private ormai di un’autentica, forte atmosfera che le supporti, non appassioneranno più nessuno.

Non voglio ricordare, dunque, una avventura di caccia vera e propria ma una storia un po’ macabra e ancora misteriosa che le gira attorno.

Era settembre inoltrato e Nello, cacciatore verace a tempo pieno, mi propose di seguirlo in una caccia che non avevamo mai fatto: la caccia alla civetta. Cosa ci fa un uccello notturno legato anche a presagi di malaugurio in propositi d’aucupio, pretende una spiegazione immediata. Subito detto: la passione di molti cacciatori, specie di gamba stanca, per la caccia d’appostamento con lo zimbello. Per i meno informati si tratta di profittare della curiosità di alcune specie di uccelli (allodole su tutte) per gli oggetti luccicanti (specchietti), per le forme pelose in movimento (maremmano), per gli starnazzi della civetta uniti all’apri chiudi degli occhi: due veri poli aurei, ipnotizzanti. Tutto per far giungere i curiosi pennuti di passaggio a tiro del cacciatore appostato. Seguiva un tiro al volo non sempre facile.

Per catturare le civette, nell’uso nostrano, non occorreva né fucile, né reti solo… colla o meglio vischio. L’animale doveva rimanere vivo e in salute per stare poi ritto, appollaiato sull’alto trespolo d’appoggio e sopportare gli spaventi delle fucilate che gli sarebbero fioccate intorno nel tiro alle allodole più curiose. Lo vedevi dalle scrollate di penne dopo qualche pallino passato troppo vicino! La civetta veniva ben pagata specie da anziani cacciatori. La proposta dell’amico, dunque, era attraente ma l’esperienza pratica difettava. Notizie in merito solo da verbo altrui, molto reticente, tipico del mondo venatorio di quel tempo. Si amava raccontare ma non spiegare per il timore che l’ascoltatore imparasse il gioco.

Come strumento di cattura si studiò così un trespolo con una specie di ruota in alto su un palo come da certi quadri di Bosh i cui raggi erano costituiti dalle bacchette di vischio sulle quali, una volta posato, l’uccello rimaneva impaniato. Con benzina lo si puliva delicatamente per riporlo poi in un capiente sacchetto di juta. Tutto l’armentario non era leggero né bilanciato. Ma dove trovarle le civette? Si seppe che il luogo più indicato erano vecchi ruderi abbandonati o meglio ancora, i cimiteri. E di notte ovviamente. L’entusiasmo cominciava a venir meno, dubbi ancora molti. Soprattutto: come convincere la civetta ad accomodarsi sulla ruota invischiata? Ma qui la genialità artigianale di Nello si rivelò in pieno: un richiamo ricavato da un osso bovino che opportunamente ripulito, modellato con l’esperienza di quel bravo clarinettista che era, riuscì soffiandoci dentro, ad imitare il caratteristico huu… huu del maschio di civetta. Per ultimo, in mancanza di una civetta di richiamo viva, riuscimmo ad averne una impagliata da Giulio l’armaiolo. Cauzione per il noleggio: cinquanta lire.

Tutto sembrava in ordine. Iniziammo alla grande: il cimitero cittadino, nella parte vecchia, ancora semiabbandonata per i danni della guerra, in progetto di restauro, non lontano dal sotterraneo di recente costruzione che ospitava i loculi. Si poteva accedere all’interno da un punto diroccato delle mura di recinzione. Accesso già utilizzato per l’approvvigionamento dei rami sempreverdi dei cipressi indispensabili ad infrascare (a lungo) l’appostamento di caccia che avevamo in un campo poco lontano. Vestiti di scuro, armati di una piccola torcia elettrica e una bottiglietta di benzina erano passate le undici di sera quando partimmo per il battesimo del fuoco.

Era una sera di fine settembre e il tempo si era guastato. Da scirocco, nubi base nere, sfrangiate di bianco, montavano dal mare spinte da un vento di salsedine, di pesce ed alghe marcite. Una volta giunte sopra il cimitero, le nubi sembravano impigliarsi, trattenute dalle cime dei cipressi come per una pietosa incombenza di saluto dovuta ai defunti senza la quale non sarebbero state liberate. Un tempo inquietante che rendeva l’aria sonora più del dovuto e il canto delle piante più lamentoso.

L’ora tarda non fu sufficiente ad evitare, in strada, l’incontro casuale con alcuni ciclisti che al vedere quel nostro misterioso andare notturno con bastone e ruota, specie di croce di Odino portata a spalla, si fermava, si accertava di aver visto giusto, ripedalava impaurita.

Varcato il muro non senza difficoltà per il trespolo, ci appostammo dietro una grande cappella mortuaria abbandonata e in rovina. Posto ideale, sembrava. Da incoscienti giovinastri non ancora ventenni iniziammo, per farci coraggio, con due sorsi a testa di un moscatello che, in una bottiglietta, faceva il paio con la benzina. Invischiate le bacchette, posizionata al centro della ruota la civetta impagliata, piazzato il trespolo col fermo delle mie spalle, già lubrificata la gola, il fischiatore iniziò. Hu…huuu… Niente. Solo verso mezzanotte, una civetta rispose con uno squittio molto vicino. Emozionati, ci facemmo più piccoli possibili, quasi raso terra. L’amico incoraggiato continuò. Ad un tratto, invece del solito verso di ritorno che speravamo più vicino, sentimmo ben altro: una specie di lungo lamento che finì in un urlo strozzato!

Lì per lì, aspettandoci il solito, non si realizzò la totale estraneità di quel suono a un canto di uccelli come quando si prende una botta talmente forte che subito non la senti. Poi pian piano la paura cominciò il suo lavoro. Intorno nulla di umano si muoveva. Il buio era rotto solo dai piccoli lumini sparsi, piccole fiammelle a contrastare il blu cupo del cielo e il pallore delle pietre tombali. Ci guardammo senza vederci, quindi, l’interrogativo sul volto non fu subito contagioso. Il mio compagno cessò di soffiare sull’osso e rimanemmo muti. Quando si decise a riprendere, un po’ incerto temendo che il richiamo sembrasse una provocazione, in risposta, più forte e angosciante, il verso si rifece sentire. Pareva un urlo di bestia morente o ferita.

«Cosa cazzo è?» chiesi impaurito.

«Un civettone…» cercò di metterla in burla Nello.

«Secondo me stanno ammazzando qualcuno» dissi serio.

«Ma dove!! Nel cimitero i cristiani si seppelliscono, mica si ammazzano!» osservò tentando ancora la battuta.

«E se i seppelliti fossero ancora vivi?» replicai senza aggiungere altro per paura.

«Vuoi dire che…»

«Sepolti vivi!» sentenziai con gravità prendendo coraggio dalla paura di lui.

Non fece in tempo a rispondermi. Da non troppo lontano, ora con un che di tellurico che prendeva anche il naso, venne un altro verso così lugubre e straziante che dovetti fermare l’amico intenzionato alla fuga. La mossa me lo portò vicino, quasi viso a viso, dove ora la paura si vedeva tutta.

Rimanemmo gelati, il trespolo a terra, schiacciati al ricordo delle storie di sepolti vivi che si risvegliano nella tomba e urlano la loro disperazione. Venne alla memoria un caso recente di donna riesumata con le dita rosicchiate dal terrore per il risveglio nella bara dopo la morte apparente. A questo si unirono altre storie paurose di morti di ritorno tra i vivi, apparizioni, certo meno credibili, ma si sa che in certi momenti tutto lo diventa. Più credibile invece mi parevano i vivi che disseppellivano i morti. Profanatori di tombe fresche per rubare gioielli ai defunti, persino denti d’oro. Alcuni cadaveri erano tornati prodigiosamente in vita per trascinare nella tomba gli avidi profanatori!

«Viene da sotto!» balbettò Nello indicando i sotterranei.

«Per me viene da fuori» cercai di rassicurarlo poco convinto.

Quando, portato dal vento si sentì più vicino un nuovo verso straziante allora lasciammo trespolo e sacco e volammo letteralmente sopra il muro di cinta. Ognuno corse a casa, per suo conto, come se non ci si conoscesse nemmeno, mentre qualche goccia cominciava a cadere.

Dopo una notte agitatissima nella quale donne sconosciute, visi smunti e capelli bianchi ritti per la paura erano entrate in corteo nei miei incubi mi svegliai deciso a scoprire il mistero.

Conoscevo il custode del cimitero. Era un uomo anziano, strano, un po’ misterioso nelle sue abitudini, ma mi doveva qualcosa. Ero riuscito a fargli duplicare una vecchia chiave spezzata a metà da un fabbro amico. Mi fu grato senza dirmi quale porta o quale cassa quella chiave dovesse aprire. Spiegandogli tutto l’accaduto non mi avrebbe tradito e forse avrei recuperato il materiale.

Lo trovai chino a ripulire una tomba nella sua divisa grigia come un pezzetto di nuvola caduta e dimenticata dal temporale. Il cimitero a quell’ora del mattino e dopo la pioggia notturna era vuoto. L’aria fragrante sapeva di cipresso e terra bagnata.

«Oscar ti chiedo un favore».

Mi guardò con sospetto. L’uomo mostrava di essere vicino la sessantina, capelli ancora folti bianchicci sopra un viso lungo, scavato nelle guance come calanchi. Barba malfatta e occhi chiari con un che di nero nella pupilla che ti pungeva.

Gli raccontai con una bella combinazione di parole e atteggiamento pentito dell’incursione notturna. Al termine, quando lo vidi ben disposto al perdono gli piazzai il colpo che più mi premeva e avrebbe dovuto coinvolgerlo nel fatto.

«Siamo dovuti scappare perché dal sotterraneo abbiamo sentito venire urla… ma urla… come di sepolto vivo!»

Saltò in piedi facendo cadere una lampada che aveva in mano. Disse tra sé ma non tanto da non farsi capire: «Quello ha sempre fretta di sotterrare…»

«Chi ha fretta?»

Si riprese subito e negò: «Fretta? Non ho detto fretta ho detto stretta… La stretta del corridoio nel sotterraneo quando tira il vento… fa un brutto lamento… colpa del vento da sud est… Lo fa solo con lui…»

«Ma era un verso umano acuto o di una bestia grossa, ferita!!» protestai.

Stette zitto per un po’, poi alzò verso di me un sorriso un po’ forzato: «Allora ho capito!! Hai sentito giusto. E il somaro di Gigi il contadino laggiù alla curva – e indicò fuori verso mare- che va in amore e quando lo fa, la bestiaccia fa un verso che non si può sentire!» Rise pieno ora mentre ripeteva: «E’ il somaro, il somaro!»

Se mi avessero tirato addosso un secchio di acqua gelata non avrebbe prodotto lo stesso effetto di freddo e delusione. Mi sentii stupido, ridicolo, svuotato del mistero che mi ero costruito e che pur nell’inquietudine mi faceva grande.

«Ah, il somaro… Mi pareva…»

«Già, succede ogni stagione…Va a riprendere la tua roba e cercati un altro posto per le tue civette!» disse il custode tornato serio, troppo serio.

Tornato nel luogo della notte precedente, raccolsi trespolo, civetta impagliata, sacco, m’invischiai un po’. Nell’uscire, mi accorsi che l’ingresso ai loculi sotterranei, rispetto al nostro appostamento, era più vicino di quanto pensassimo la sera prima. E ritornò il dubbio, le prime parole del custode…

Un mese dopo, conoscemmo il figlio di Gigi il contadino, nella fiera di Ognissanti. Nel parlare gli chiesi se per caso lui e suo padre avessero un asino da vendere. Mi guardò e disse: «Bestie ne abbiamo tante ma gli asini non li abbiamo mai tenuti!»

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Il Dio si sta innervosendo

Con licenza, definirei il Clima, dio della biosfera. Immaginaria divinità seduta su di un immaginario Meteolimpo, premuto dall’alto dai voleri del Cosmo e dal basso dai capricci dell’uomo (più rari gli inferi vulcani), regola temperatura e dinamiche associate al fine di conservare la vita avuta in gestione. Da un po’, si sa, mostra segni di squilibrio. Dicono che sia afflitto da un eccesso di deiezioni gassose dell’animale uomo che sta influendo sul suo agire. Chi ne ha la possibilità e la voglia può trovare nel mondo attorno a sé prove dirette molto convincenti che questo turbamento è tangibile, porta adattamenti e mutazioni nell’antico equilibrio naturale. 

La mia esperienza.

In mezzo secolo di osservazione dell’ambiente in una piccola azienda agricola biologica, ho registrato gli effetti dei mutamenti climatici su alcune specie di vegetazione e sulla fauna. Sono constatazioni personali dirette che per assurgere al rango di verità, dovrebbero essere scientificamente provate. Vale la pena, però, di segnalarle. Anzi, non farebbe male creare una comune banca dati nella quale ogni persona anziana ed attenta all’ambiente, possa segnalare i mutamenti a cui ha assistito nella sua vita. Più lunga fosse questa vita meglio sarebbe per le testimonianze (e per lui!). Tali segnalazioni avrebbero, a mio giudizio, un valore complementare agli studi specifici di organismi specializzati, perché apportatori dell’impatto psicologico prodotto sul rilevatore umano dal fenomeno osservato. Chiamerei questa banca: CCCC (Cambiamenti Climatici Comunemente Certificati).

Per quanto possibile, ho cercato di assecondare la natura nel suo adattarsi ai nuovi umori di questo  dio disturbato. Ho ascoltato ciò che piante, erbe e arbusti avevano da dire. Modesti esempi ma chiari, rilevati nel tempo sul territorio.

Siamo in collina sui 300m, non lontano dal mare: un cucuzzolo calvo, seminato e poi incolto, un piccolo vigneto dalla parte del levar del sole, una valletta a proteggere 250 olivi plurisecolari. Proteggerli, ma non abbastanza da impedire che nel tempo la Bora, lentamente li piegasse verso sud. Anche questo la dice lunga come e quanto spesso, nei secoli passati, dovevano tirare i venti del Nord.

Fino a trent’anni fa, i prati invernali intorno alla casa agricola erano biondi dopo la messa in piega del gelo, cioè secchi. Riprendevano colore a marzo inoltrato. Oggi sono verdi tutto l’anno. Il seccume compare solo a fine luglio.

Gli oleandri, pianta prima rara da queste parti, posti scelleratamente a dimora sull’alto negli anni Sessanta, li scoprivo bruciati dal gelo fino alla radice durante l‘inverno. Solo una timida ripresa in estate per essere di nuovo decapitati in inverno. Da una decina d’anni, i superstiti, sono rigogliosi tutto l‘anno.

All’inizio del 2000, per mettere alla prova il cambiamento, piantai un cespuglio di mirto proprio sul colmo della collina dove prima, d’inverno, non resisteva nemmeno un lichene. Oggi è una selva. Anni fa ho trapiantato due cactus, prelevati dalle terre del sud. Oggi due monumenti, in parte abbattuti dalle irritate reazioni del dio: forti venti che ormai ciclicamente spianano tutto (negli ultimi anni ho assistito impotente ad una strage di Arizonica e alla mutilazione di querce secolari).

Potrei continuare con esempi minori ma dai precedenti emerge già una realtà della quale tener conto per nuovi progetti. Meno alberi d’alto fusto, più cespugli flessibili al vento, parchi nel bere per la poca disponibilità idrica che ci aspetta.

Solo olivi e viti sono coltivazioni che dei mutamenti non hanno molto sofferto. Almeno direttamente per danni meccanici o variazioni di temperatura. Per ora.

Diverso è il quadro riguardante crittogame e insetti. Sono nati problemi per tutti i tipi di piante: dall’olmo alla vite. Per chi ha adottato un regime biologico da venticinque anni, controllare il microcosmo dei parassiti è pressoché impossibile se non si adottano sofisticati sistemi di monitoraggio. Si suppone che la proliferazione di nuove varietà di frutta operate dall’uomo alla ricerca di prodotti più appetibili per gusti esauriti, abbia portato ad un indebolimento delle piante che, come ogni cosa che nasce “in laboratorio”, immessa nella natura, si trova impreparata alla lotta. Occorre tempo perché si fortifichi e sviluppi difese. In attesa la si protegge con prodotti chimici che diventano col tempo insostituibili e richiedono dosi maggiori. C’è qualche affinità con l’uomo e l’uso smodato dei farmaci?

Il fenomeno della migrazione, da anni, ha interessato anche gli insetti. Nuovi, aggressivi, sbarcati non si sa come né perché, sono andati ad arricchire come truppe di colore l’esercito dei nemici nostrani. Ne sanno qualcosa, da anni ormai, gli ippocastani.

Un fenomeno di contagio forse conseguenza di quanto detto sopra ha interessato alcune varietà di pesche e mele antiche che vivevano sull’appezzamento da un secolo. Con l’avvento delle nuove varietà messe a dimora vicino, non hanno sopportato di condividere lo stesso habitat preferendo scomparire.

Sulla fauna invece rallegra la presenza, nuova in questi luoghi, del gruccione, un uccello di straordinaria bellezza e di affascinante comportamento gregario. Anche se ha nella sua dieta un alimento che non possiamo concedergli: le api.

Api e vespe, abituali compagne delle vendemmie passate, sono ridotte a simboliche rappresentanze. La vespa media è scomparsa per lasciare campo libero ai calabroni e a una vespina di piccola taglia, forse preludio ad una sua ulteriore miniaturizzazione.

Quale dunque la conclusione a cui giungere? Non mi si giudichi pessimista ma temo che la freccia degli eventi indichi una direzione di cambiamento irreversibile.

Cosa fare?

Adoperarsi per rallentare il più possibile le modiche ambientali allo scopo di assimilare il cambiamento. Si eviterà all’uomo di rendersi conto di ciò che via via sta perdendo. Cosa ci aspetta? Una natura meno bella, varia, saporita. Ma quando si è dimenticato il meglio, si soffre di meno.