Si fa presto a dire Natura!

«Cosa ci posso fare! Oramai, sto mondo è tutto inclinato!!» Così il contadino quando, dopo avergli comperato le uova, ne misi in dubbio la genuinità vedendo le galline ruspare tra vecchie gomme di trattori e plastiche varie. L’“inclinare” stava al posto di inquinare, verbo ancora barbaro nelle campagne di trent’anni fa. Perdonato! Tanto il senso è lo stesso, anzi quel declinare dell’ambiente verso la rovina suonava già allora più appropriato! Allora… E Oggi?

Con la nuova (finta) sensibilità per l’ambiente, si rischia una denuncia se dichiari di non amare la natura! L’amano tutti e sono pronti a salvarla dalle antropotossine, organiche e tecnologiche. Lodevole! Ma prima di proporre rimedi, meglio fare chiarezza sull’idea che ciascuno ha della natura. Scoprire, nella molteplicità dei significati, quale dei tanti, abbia conquistato il proprio, personale convincimento. Insomma, per poter salvare è indispensabile sapere chi o cosa si salva! Dunque, che cosa intendiamo per natura? Com’è questa idea di natura, spesso confusa nel pensiero e decifrabile solo quando si richiede di esprimerla a parole? Per scoprirlo il mezzo migliore è chiederlo. È quello che ho fatto: un sondaggio su persone diverse per cultura, stato sociale, età. Condotto così, a caso, senza aggiungere raccomandazioni, lasciando libero l’intervistato di esprimersi senza alcuna forzatura esterna.

Ho dunque chiesto: «Per te cos’è la natura?» Buttata là, così, secca, sulle prime la domanda ha disorientato. Poi, dopo un certo lavorio mentale e il sorrisetto agrodolce sotto lo sguardo sospettoso, dagli interpellati sono venute le risposte. Al termine di un discreto lavoro di pulitura dal superfluo inevitabile, ho sommariamente sintetizzato le risposte in tre distinte visioni o convincimenti che chiamerò teorie:

  1. La natura è bellezza, armonia e bontà creata da Dio per l’uomo.
  2. La natura è il risultato di un seme vitale piovuto dallo spazio che ha fecondato il pianeta, trasformandolo in una creatura viva. Un meraviglioso super organismo capace di autoregolarsi.
  3. La natura è il casuale risultato di processi chimico-fisici da elementi inerti primordiali esistenti sul pianeta, che ha prodotto milioni di esseri, capaci di riprodursi e mutare. È quindi “naturale” che l’uomo, l’essere più intelligente, sfrutti ciò che lo circonda per la propria utilità. (Il concetto di bellezza è sacrificato).

(Non ho fatto notare agli intervistati che sono “naturali” anche fenomeni quali terremoti, inondazioni, diluvi e altri cataclismi! Ho lasciato che le riposte seguissero l’idea, quasi comune a tutti, che “natura” sia solo ciò che vive.) 

Sottolineo che il sondaggio è stato condotto con una curiosità frettolosa, impostato con metodi artigianali. Agli intervistati ho richiesto immediatezza e spontaneità nelle risposte, non ho dato seguito agli sporadici riferimenti eruditi, da parte di qualcuno, su correnti filosofiche o scientifiche consolidate nei secoli.  Impossibile invece, non far rilevare nelle teorie, il richiamo al dualismo che caratterizza ogni idea di Creazione: l’animismo magico-religioso contro il materialismo utilitaristico. Reso noto il risultato, sono stato invitato a dire la mia, anche in virtù dell’esperienza maturata nelle passate attività di risanamento ambientale. 

Critica alla prima teoria. Osservo che questa visione “francescana” è diffusa soprattutto tra gli amanti delle scampagnate, passeggiate romantiche nei boschi, montagne o spiagge, in solitudine o in gruppo, con l’indispensabile supporto tecnico per ogni genere di foto con didascalia da inviare col cellulare. Scopo: suscitare meraviglia e invidia da parte di chi, in quel momento, si sa alle prese col disperante quotidiano: pressato al supermercato dai tossicomani del consumo, intruppato nel traffico stradale per lavori in corso, oppresso dalla sindrome Kafkiana negli uffici pubblici. O altre prigionie… Il senso del messaggio inviato dai “francescani” suona più o meno così: “Solo nella natura esiste pace e bellezza perché pervasa dalla bontà divina”. A ciascuno di questi, preso in disparte, pur condividendo il giudizio estetico, vorrei avanzare alcune obiezioni. «Sei certo che la natura sia proprio così bella e amica? Hai provato a guardare nel terreno, sotto il fiore che hai colto, dentro una siepe, o nel piccolo stagno che fa tanto acquarello naif alla vista? Non ti sei accorto della spietata lotta per la sopravvivenza tra le varie specie e all’interno della stessa specie? Dal minuscolo insetto alla mastodontica quercia: quanta offesa e difesa per affermarsi nella vita! Quanta cieca violenza nel colpire, per attrarre, mangiare, fecondare! Quanta, di quella che l’uomo chiama crudeltà spesso incomprensibile, se mai crudeltà ammetta comprensione! Se tu fossi nella bocca di quella mantide, la bellezza la vedresti ancora? L’ape non ronza sul fiore perché e bello ma perché ha sentito segnale di cibo. E non s’avvede del pur bellissimo gruccione che sta per mangiarsela!! E Il panorama, dalla sommità della montagna che hai scalato salendo il piccolo sentiero nel bosco, ti sembra di tale bellezza che non può essere se non il volto buono e fraterno della natura che si rivela. E la lodi! Ma ti chiedo: sei mai stato sorpreso lassù dalla notte? Quando privo di sostituti del sole cerchi inutilmente di ritrovare il sentiero che ti riporta a valle dove brillano lumi di case lontane? Perché alberi e cespugli che prima accarezzavano, ora graffiano, feriscono? La natura è ancora la stessa amica? Ora non sembra ostile? Per concludere, quindi, la domanda: “La bellezza della natura è in te o fuori di te?» Se sei certo che è fuori, starei attento. La natura non si specchia, non gode della sua bellezza, non gli basta. È trappola tesa a renderti preda o predatore per arricchire sé stessa e celebrare l’orgia della competizione per la supremazia del più forte. E se ti senti il più forte, un consiglio: non scoprirti, c’è sempre, nell’ombra, uno più forte di te! Se invece senti che la bellezza è in te, e ne informi il creato col tuo sguardo che ti ritorna dalla natura, grata di tanta generosità, allora riconosci il miraggio, ne godi ma non azzardarti a crederlo vero!

   Alla seconda teoria mi sento più vicino. Sebbene mi sia imposto di non cedere a riferimenti filosofici o scientifici, non riesco a liberarmi dal fascino di una originale supposizione: l’ipotesi Gaia di Lovelock. Non mi risulta che gli intervistati la conoscessero. Gaia era il nome della dea Terra in mitologia. In Lovelock è il nome dato alla Terra pensata come unico, gigantesco organismo vitale del quale ogni vivente sarebbe parte costituente e interagente al fine di assicurarne la vita. Ipotesi scientifica molto discussa che ha avuto derive letterarie e persino musicali. Di questa intuizione, ammessa l’identità tra Terra e Natura, mi piace pensare Gaia a modo mio, influenzato da alcune teorie che vogliono la vita provenire dalla costellazione del Cane Maggiore. Non come dea, quindi, vedo la Terra, ma come un azzurro cagnone cosmico tra le stelle che si alimenta di energia, al guinzaglio del sole. Natura è tutto ciò che lo fa vivere: dalla terra ricoperta di piante, ai mari, ai deserti, agli animali che lo popolano. Tra i vari elementi interni si stabilisce una interazione che mantiene vivo questo super organismo, continuamente rinnovato. Ma ci sono anche gli uomini. Gli uomini sono le pulci. Pulci non solo naturali, ma tecnologiche. Sistematicamente tese a pungere il buon cagnone per sostituire il naturale con l’artificiale. Lo tormentano, sempre più numerose e lui, ogni tanto… si gratta: terremoti, qualche bella eruzione, sfuriate cicloniche. In questa visione Disneyana, immagino che l’insieme degli organismi consorziati, nella grandiosa scenografia delle stagioni, tenti di convincere le pulci a tornare allo stato primigenio, segnalando continuamente, coi suoi mezzi, una perdita di equilibrio: il depauperamento delle specie nei mari, nei cieli, l’inaridimento dei suoli. Avverte che il bel volto con la quale si mostra potrebbe soffocare dentro una lattea nuvola di plastica… (Recentemente, sembra che nel comitato degli organismi viventi, una fazione bastarda tra l’organico e non, definita Virus, sia sfuggita alla politica della persuasione: per convincere le pulci, ha deciso di passare alle maniere forti!) 

La terza teoria mi è estranea: squisitamente utilitaristica, ripudia le seduzioni estetiche e misteriche. Il mondo naturale, tradizionalmente inteso, da scoprire con lo stupore del bambino, è superato. L’uomo ha deciso di rifarlo con metavisioni più comode e più redditizie. Sta elaborando una nuova natura, trasfigurata da fantasie oniriche, allucinate. Mondi artificiali come sanno produrre solo le droghe. Da tempo, del resto, ci sono segni del ripudio umano nell’avvicinare come semplice animale curioso il fuori di sé. Lo si può osservare nelle persone quando si accostano al mondo naturale. Raro vedere qualcuno che si chini sotto una siepe per esplorarla, si stenda sul prato per annusarne i profumi, si faccia bagnare volontariamente da una pioggia primaverile, salga sull’albero per vedere dentro come è fatto, si sporchi le mani con un pugno di terra per scoprirne la vita nascosta e gli odori. Meglio mantenere le distanze! Meglio fotografare! Particolarmente nei giovani, abituati dalla nascita all’artificiale, nel prato ci vedono solo un campo di calcio; nell’albero, un sistema per ripararsi dal sole; nel mare, bagno e abbronzatura da esibire; nei fiumi, solo ponti per oltrepassarli. 

Spero che queste riflessioni contribuiscano a comprendere meglio quanto sia difficile “salvare la natura”!

Le immagini provengono da Internet, dove è possibile ritracciarne autori e dettagli. 

I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

Cacciatori puniti dall’oblio

Il cacciatore nostrano degli anni ‘50 era ancora un personaggio. Un personaggio rispettabile. Non tanto perché spesso lo era di proprio, ma perché era cacciatore. Nel descriverlo, è opportuno catalogarlo a seconda del rango sociale. Per prestigio e tradizione, diamo la precedenza ai nobili! Non ne erano rimasti molti a rinnovare l’antico privilegio della caccia, del rito festaiolo che esigeva brache eleganti, giubbe colorate e pennuti cappelli come nelle scene di caccia in quadri famosi. Gli ultimi scampoli di nobiltà, ormai privati del diritto esclusivo di venagione sulle proprietà della casata (spesso svendute), si mortificavano a praticare in terreni altrui in panni borghesi. Questi, e parliamo dei nuovi borghesi, gli “arricchiti” del dopoguerra (illecitamente per molti, perché sospettati di aver avuto più iniziativa, coraggio e voglia di fare), contribuivano più di tutti al personaggio del cacciatore. Abbigliamento ultimo grido, più da passerella che da palude o maggese, armi pregiate, orari limitati, interesse prevalentemente culinario. Della vecchia borghesia, riconoscibile dal vestito appassito all’odore di naftalina, rimanevano sul campo pochi, incerti esemplari. Per ultimi (ad esserlo sono abituati da sempre!), arriviamo ai contadini, ancora increduli di poter cacciare senza il permesso del signor padrone, e agli emarginati sociali, che trovavano nella caccia un mezzo per metter insieme pranzo e cena. E i religiosi? Come poteva rimanere senza rappresentanti della Chiesa un settore così popolare? Sguarnita un’attività così a rischio di tentazioni pagane, alle quali non sfuggirono nemmeno gli dei? E non lo era infatti. Vale la pena di parlarne subito. I vari “don” di paese, deposta la veste e riesumati panni laici a volte utili per qualche scappatella a scapito del sesto comandamento, “venavano”, e raramente da soli. Quasi sempre si accompagnavano con noti cacciatori, irrequieti parrocchiani dei quali dicevano voler frenarne la bestemmia, nel caso, “bucato” il bersaglio, se la fossero presa con il Padreterno. Ahimè, anche di loro, pii moderatori, le cronache raccontano di grasse imprecazioni se, dopo i due fatidici colpi, la lepre se la svignava più vispa di prima! Ma tant’è: bisogna pur prendersela con il padrone quando ci vuole! Erano personaggi nell’aspetto e nel racconto. La gente li accettava come una tradizione, a volte compatiti perché si pensava posseduti d’insana passione dato che rubava tempo al lavoro. La selvaggina, quando non consumata in casa, si vendeva e si poteva acquistare dal macellaio o da alcuni rivenditori di frutta e verdura. Così nei periodi di passo era frequente che ogni famiglia si facesse un salmì o una spiedata, di quaglie, allodole, tordi, fringuelli e altre minuterie pennute cacciate, regalate o acquistate.  Per la selvaggina stanziale era diverso. Comandava il riguardo che si ha per la “roba nostrana” con una sorta di gelosia per un bene ereditato che la rendeva sacra. La lepre su tutto. Selvaggina nobile e rara andava consumata in casa, offerta in una cena, da chi l’aveva cacciata, ad amici e invitati degni di rispetto. Cena che stava a metà tra il banchetto e il rito di ringraziamento a Diana. Spettava sempre all’anfitrione cantare le gesta venatorie senza accompagnamento musicale che la propria voce. Era suo il tiro magistrale che aveva deviato la corsa della lepre dalla maggese al piatto! Di solito, i particolari venivano illustrati ai surriscaldati commensali a fine pasto, quando anche un miserrimo colpo di fortuna diventa epopea. In versione più proletaria, con prede meno nobili, la cacciagione veniva affidata alle mani d’oro di Maria, titolare dell’omonima osteria (ce n’è sempre una con questo nome!). Sapeva cucinare le starne in potacchio come neppure alla mensa del conte! Cottura vivace al rosmarino, vino ad ammorbidire la carne delicata, non stoppacciosa, sughetto roseo e piccantino nel quale annegare interi filoni di pane! I prezzi erano modici, comprensivi di spennamento della cacciagione, mansione riservata a personale di basso rango pagato a vino. Spesso si trattava dello stesso anziano che poi, nelle spiedate d’allodole e tordi, era adibito a pilottarle con penna d’oca. Nella doppia mansione però, la paga in vino raddoppiava, perché la metà veniva da lui consumata subito, per spegnere l’arsura davanti all’arola. Ma così si infiammava il viso e il pittore ospite, che non mancava mai, additandolo, invitava i commensali a un erudito confronto tra colori: il rosso delle guance e quello del fuoco. Confronto iniquo perché il primo andava ad alcool, il secondo a legna! La selvaggina più nobile, come la lepre, era rara e più d’ambienti collinari o montani. Il fagiano: bestia quasi sconosciuta. Gli anatidi, invece, conosciuti, sì, ma difficili all’aucupio per chi, nelle nottate in bianco, sulla distesa gelata del fiume o del lago, non sopportava i gradi sottozero che ghiacciavano anche il lacrimare salino dell’occhio. Ma le palpebre erano serrande da non chiudere, se no, addio clienti! E guai a farsi sedurre dall’abbiocco, complice il tiepidume e il buon odore di paglia che foderava la buca di appostamento sul fiume! Rischiavi qualche inizio di congelamento degli arti esposti. Specie le dita che, per essere pronte, s’inchiodavano lì, anchilosate sul grilletto e più d’una volta, quando finalmente capitava, non ce la facevi a premerlo! Poveri nostri soldati in Russia! Quante volte nella notte il pensiero correva a loro! Personaggi, nel senso più umano della parola, erano i poveri o inabili a lavori stabili, nei quali la passione si accompagnava alla necessità del mangiare quotidiano. L’abbigliamento li distingueva per primo: fondi del guardaroba, ammesso che ne avessero uno. Tutto ciò che tirava a scrupolo per buttare, ed era sempre poca cosa, veniva promosso a vestito di caccia. Pantaloni tutte toppe, giacche sfuggite con buchi ai gomiti, scarpe con le tomaie costrette a sposarsi alle suole col filo di ferro. Al sotto, all’intimo, come si dice oggi, camicie comprese e al resto, non ci si arrischiava far entrare l’immaginazione. Questi campioni della vita naturale per necessità erano da tutti riconosciuti anche come i veri cacciatori. A volte un po’ derisi, ma sempre considerati col rispetto e la stima di chi ne riconosceva l’abilità e lo stile, qualità non sempre figlie della necessità. Bestie selvatiche, solitarie e sfuggenti, calcavano la scena naturale della vita e della morte come animali, temuti dagli altri animali, ma con qualcosa di accettato da parte di questi, come il falco, l’aquila, il lupo. Erano ammessi al riconoscimento naturale della necessità che qualcuno dovesse morire per far vivere l’altro. Agli altri cacciatori, quelli per diletto, le prede riservavano sempre un grido di disprezzo negli ultimi istanti della loro vita che intuivano sacrificata solo per divertimento. Bravi nell’arte dell’appostamento ma anche della cerca, con cani digiuni da giorni, sulle costole dei quali certi calci, quando non ubbidivano, facevano suoni come su un vibrafono che s’accompagnavano ai guaiti. Se poi, Dio non voglia, la quaglia era raggiunta dal cane prima dello sparo e, dato il digiuno, degustata, la digestione per la povera bestia, avveniva con l’amaro del piombo. Una dote riconosciuta e distintiva che li aumentava nella stima era il rispetto delle leggi naturali: moderazione nella quantità delle prede, armi semplici, massimo la classica doppietta a cani esterni; richiami fatti in casa, rispetto dei ritmi del giorno e della notte. Non c’era bisogno di leggere le norme venatorie: allo scomparire del sole all’orizzonte, per le attività della caccia che non fossero per gli aquatici, s’imponeva lo stop. In quanto al risparmio, la cartuccia fatta in casa era un investimento: se col suo colpo guadagnava una sola preda, era una perdita, se due un pareggio, se tre un successo. Se più di cinque, valeva, per il bossolo, un posto d’onore sopra il camino. Ma solo se era usurato, se no, tornava in servizio con la ricarica.

Scrivere sulle memorie di un cacciatore l’hanno fatto già in tanti e con rara bravura dall’inizio dei tempi. Per respiro e visione sul contesto naturale e sociale ricorderò Turgenev, per simpatia Rigoni Stern, il nostro Tombari per i risvolti gastronomici. Nessuno di questi scritti eguaglia però l’emozione provata da ragazzo nell’ascoltare i vecchi cacciatori, la sera, davanti al camino. Allora la natura era ancora scontrosa, non sfregiata dalle strade, selvaggia spesso, gelosa dei suoi segreti, bellicosa come un’amazzone. E il clima le era alleato. I cacciatori nudi del superfluo, solo stracci, doppietta, richiami e cartucce fatte in casa al risparmio. La lotta per la vita tra uomo e animale era sostanzialmente equa, nobile, sapeva di grande e d’antico, di bisogno e di rispetto.

Tante ne ho sentite, tante ne ho vissute. Ma non riporterò una vera avventura di caccia: la lettura avrebbe bisogno di un sentire che non c’è più. Il clima di rispetto e tutela della natura da parte dell’uomo moderno, esibite col sentimento di chi spera di farsi perdonare errori e violenze imperdonabili, il riconoscimento dell’identità biologica svelata dalla biologia molecolare per la totalità degli esseri viventi, gli studi di etologia da Lorenz in poi, il maggior benessere alimentare, tutto ciò ha generato un comportamento verso gli animali da alcuni definito “fraterno”. Matura ormai il sospetto che la loro vita, per molti aspetti, sia più nobile di quella umana. La caccia, intesa come nel passato, in questo mondo nuovo non esiste più. Sarebbe difficile ricreare il cacciatore così come era fin circa alla metà del secolo scorso, perché tutto ciò che gli ruota attorno è cambiato. Il fatto stesso che la gran parte dei bambini non ha più un continuo contatto diretto (cioè sporcarsi e farsi male) con un ambiente naturale, condiziona per sempre certe emozioni ed esperienze. Nel momento in cui, animale tra animali, la natura ci dona le armi per difenderci e offendere, questo momento assoluto, avviene sempre nell’infanzia e in un contesto di antica e primitiva naturalezza. Lì ricevi il marchio di qualità del sentire la natura che ti porterai dietro tutta la vita. Per questo credo che il comune cacciatore moderno, del quale capisco la passione, vive, sempre in generale, una esperienza artificiosa in un mondo che non lo ama più, eccetto quello dell’industria delle armi. La peggior punizione per lui è non poter raccontare le proprie esperienze. Private ormai di un’autentica, forte atmosfera che le supporti, non appassioneranno più nessuno. Non voglio ricordare, dunque, una avventura di caccia vera e propria, ma una storia un po’ macabra e ancora misteriosa. Era settembre inoltrato e Nello, cacciatore verace a tempo pieno, mi propose di seguirlo in una caccia che non avevamo mai fatto: la caccia alla civetta. Cosa ci fa un uccello notturno legato anche a presagi di malaugurio in propositi d’aucupio, pretende una spiegazione immediata. Subito detto: la passione di molti cacciatori, specie di gamba stanca, per la caccia d’appostamento con lo zimbello. Per i meno informati si tratta di profittare della curiosità di alcune specie di uccelli (allodole su tutte) per gli oggetti luccicanti (specchietti), per le forme pelose in movimento (maremmano), per gli starnazzi della civetta uniti all’apri chiudi degli occhi: due veri poli aurei, ipnotizzanti. Tutto per far giungere i curiosi pennuti di passaggio, a tiro del cacciatore appostato. Seguiva un tiro al volo non sempre facile. Per catturare le civette vive, all’uso nostrano, non occorreva ovviamente il fucile, nemmeno le reti, solo… colla o meglio vischio. L’animale doveva rimanere vivo e in salute per stare poi ritto, appollaiato sull’alto trespolo d’appoggio e sopportare gli spaventi per le fucilate che gli sarebbero fioccate intorno. Lo vedevi dalle scrollate di penne dopo qualche pallino passato troppo vicino! La civetta veniva ben pagata specie da anziani cacciatori. La proposta dell’amico, dunque, era attraente ma l’esperienza pratica di entrambi, sul come cacciarla, difettava. Notizie in merito, solo da verbo altrui, molto reticente, tipico del mondo venatorio di quel tempo. Si amava raccontare, ma non spiegare per il timore che l’ascoltatore imparasse il gioco. Come strumento di cattura, si studiò così un trespolo con una specie di ruota in alto su un palo, come da certi quadri di Bosh, i cui raggi erano costituiti dalle bacchette di vischio sulle quali, una volta posato, l’uccello rimaneva impaniato. Con benzina lo si puliva delicatamente per riporlo poi in un capiente sacchetto di juta. Tutto l’armamentario non era leggero né bilanciato. Ma dove trovarle le civette? Si seppe che il luogo più indicato erano vecchi ruderi abbandonati o meglio ancora, i cimiteri. E di notte ovviamente. L’entusiasmo cominciava a venir meno, dubbi ancora molti. Soprattutto: come convincere la civetta ad accomodarsi sulla ruota invischiata? Ma qui la genialità artigianale di Nello si rivelò in pieno: un richiamo ricavato da un osso bovino. Opportunamente ripulito, modellato con l’esperienza di quel bravo clarinettista che era, soffiandoci dentro, riusciva ad imitare il caratteristico huu… huu del maschio di civetta. Per ultimo, in mancanza di una civetta di richiamo viva, riuscimmo ad averne una impagliata da Giulio l’armaiolo. Cauzione per il noleggio: cinquanta lire. Tutto sembrava in ordine. Iniziammo alla grande: il cimitero cittadino, nella parte vecchia, ancora semiabbandonata per i danni della guerra, in progetto di restauro, non lontano dal sotterraneo di recente costruzione che ospitava i loculi. Si poteva accedere all’interno da un punto diroccato delle mura di recinzione. Accesso già utilizzato per l’approvvigionamento dei rami sempreverdi dei cipressi indispensabili ad infrascare (a lungo) l’appostamento di caccia che avevamo in un campo poco lontano. Vestiti di scuro, armati di una piccola torcia elettrica e una bottiglietta di benzina, erano passate le undici di sera, quando partimmo per il battesimo del fuoco. Era una sera di fine settembre e il tempo si era guastato. Da scirocco, nubi basse, nere, sfrangiate di bianco, montavano dal mare spinte da un vento che sapeva di salsedine, di pesce ed alghe marcite. Una volta giunte sopra il cimitero, le nubi sembravano impigliarsi, trattenute dalle cime dei cipressi come per una pietosa incombenza di saluto dovuta ai defunti, senza la quale non sarebbero state liberate. Un tempo inquietante che rendeva l’aria sonora più del dovuto e il canto delle piante più lamentoso. L’ora tarda non fu sufficiente ad evitare, in strada, l’incontro casuale con alcuni ciclisti che al vedere quel nostro misterioso andare notturno con bastone e ruota, specie di croce di Odino portata a spalla, si fermavano, si accertavano di aver visto giusto, ripedalavano impauriti. Varcato il muro non senza difficoltà per il trespolo, ci appostammo dietro una grande cappella mortuaria abbandonata e in rovina. Posto ideale, sembrava. Da incoscienti giovinastri non ancora ventenni iniziammo, per farci coraggio, con due sorsi a testa di un moscatello che, in una bottiglietta, faceva il paio con la benzina. Invischiate le bacchette, posizionata al centro della ruota la civetta impagliata, piazzato il trespolo col fermo delle mie spalle, già lubrificata la gola, Nello il fischiatore iniziò. Hu…huuu… Niente. Solo verso mezzanotte, una civetta rispose con uno squittio molto vicino. Emozionati, ci facemmo più piccoli possibili, quasi raso terra. L’amico, incoraggiato dal successo, continuò. Ad un tratto, invece del solito verso di ritorno che speravamo più vicino, sentimmo ben altro: una specie di lungo lamento che finì in un urlo strozzato! Lì per lì, non si realizzò la totale estraneità di quel suono a un canto di uccelli, come quando si prende una botta talmente forte che subito non la senti. Poi pian piano ci si rese conto e la paura cominciò il suo lavoro. Intorno a noi nulla di umano si muoveva. Il buio era rotto solo dai lumini sparsi: piccole, rosse fiammelle a contrastare il blu cupo del cielo e il pallore delle pietre tombali. Ci guardammo senza vederci, quindi, l’interrogativo sul volto non fu subito contagioso. Il mio compagno cessò di soffiare sull’osso e rimanemmo muti. Quando lui si decise a riprendere, un po’ incerto, forse temendo che il richiamo sembrasse una provocazione, in risposta, più forte e angosciante, il verso si rifece sentire. Pareva un urlo di bestia morente o ferita. «Cosa cazzo è?» chiesi impaurito. «Un civettone…» cercò di metterla in burla Nello. «Secondo me stanno ammazzando qualcuno» dissi serio. «Ma dove!! Nel cimitero i cristiani si seppelliscono, mica si ammazzano!» osservò tentando ancora la battuta. «E se i sepolti fossero ancora vivi?» replicai senza aggiungere altro per paura. «Vuoi dire che…» «Sepolti vivi!» sentenziai con gravità prendendo coraggio dalla paura di lui. Non fece in tempo a rispondermi. Da non troppo lontano, ora con un che di profondo, tellurico che prendeva anche il naso, venne un altro verso così lugubre e straziante che dovetti fermare l’amico intenzionato alla fuga. La mossa me lo portò vicino, quasi viso a viso, dove, ora, la paura si vedeva tutta. Restammo così, gelati, il trespolo a terra, schiacciati al ricordo delle storie di sepolti vivi che si risvegliano nella tomba e urlano la loro disperazione. Venne alla memoria di entrambi un caso recente di donna, riesumata con le dita rosicchiate dal terrore per il risveglio nella bara dopo la morte apparente. A questa si unirono altre storie paurose di morti di ritorno tra i vivi, apparizioni, certo meno credibili, ma -si sa- che in certi momenti tutto lo diventa. Per me poi, si aggiunsero racconti di vivi trovati di notte a disseppellire i morti. Profanatori di tombe fresche per rubare gioielli ai defunti, persino denti d’oro. E mi parve risentire la frase di chiusura in molti di questi racconti: “Alcuni cadaveri sono tornati prodigiosamente in vita per trascinare nella tomba gli avidi profanatori!” Nello riprese la parola: «Viene da sotto!» balbettò indicando i sotterranei. «Per me viene da fuori» cercai di rassicurarlo poco convinto. Quando, portato dal vento si sentì più vicino un nuovo verso straziante, allora lasciammo trespolo e sacco e volammo letteralmente sopra il muro di cinta. Ognuno corse a casa, per suo conto, come se non ci si conoscesse nemmeno, mentre qualche goccia cominciava a cadere. Dopo una notte agitatissima nella quale donne sconosciute, visi smunti sotto capelli bianchi ritti per la paura erano entrate in corteo nei miei incubi, mi svegliai deciso a scoprire il mistero. Conoscevo il custode del cimitero. Era un uomo anziano, strano, un po’ misterioso nelle sue abitudini, che mi doveva qualcosa. Ero riuscito a fargli duplicare una vecchia chiave spezzata a metà da un fabbro amico. Mi fu grato senza dirmi quale porta o quale cassa quella chiave dovesse aprire. Spiegandogli tutto l’accaduto non mi avrebbe tradito e forse avrei recuperato il materiale. Lo trovai chino a ripulire una tomba nella sua divisa grigia come un pezzetto di nuvola caduta e dimenticata dal temporale. Il cimitero a quell’ora del mattino e dopo la pioggia notturna era vuoto. L’aria fragrante sapeva di cipresso e terra bagnata. «Oscar ti chiedo un favore». Mi guardò con sospetto. L’uomo mostrava di essere vicino la sessantina, capelli ancora folti bianchicci sopra un viso lungo, scavato nelle guance come calanchi. Barba malfatta e occhi chiari con un che di nero nella pupilla che ti pungeva. Gli raccontai con una bella combinazione di parole e atteggiamento pentito, dell’incursione notturna. Al termine, quando lo vidi ben disposto al perdono, gli piazzai il colpo che più mi premeva e avrebbe dovuto coinvolgerlo nel fatto. «Siamo dovuti scappare perché dal sotterraneo abbiamo sentito venire urla… ma urla… come di sepolto vivo!» Saltò in piedi facendo cadere una lampada che aveva in mano. Disse tra sé ma non tanto da non farsi capire: «Quello ha sempre fretta di sotterrare…» «Chi ha fretta?» chiesi allarmato. Si riprese subito e negò: «Fretta? Non ho detto fretta ho detto stretta… La stretta del corridoio nel sotterraneo quando tira il vento… fa un brutto lamento… colpa del vento da sud est… Lo fa solo con lui…» «Ma era un verso umano acuto o di una bestia grossa, ferita!!» protestai. Stette zitto per un po’, poi alzò verso di me un sorriso un po’ forzato: «Allora ho capito!! Hai sentito giusto. E il somaro di Gigi il contadino laggiù alla curva – e indicò fuori verso mare- che va in amore e quando lo fa, la bestiaccia fa un verso che non si può sentire!» Rise pieno ora mentre ripeteva: «E’ il somaro, il somaro!» Se mi avessero tirato addosso un secchio di acqua gelata non avrebbe prodotto lo stesso effetto di freddo e delusione. Mi sentii stupido, ridicolo, svuotato del mistero che mi ero costruito e che pur nell’inquietudine mi faceva grande. «Ah, il somaro… Mi pareva…» «Già, succede ogni stagione…Va a riprendere la tua roba e cercati un altro posto per le tue civette!» disse il custode tornato serio, troppo serio. Tornato nel luogo della notte precedente, raccolsi trespolo, civetta impagliata, sacco, m’invischiai un po’. Nell’uscire, mi accorsi che l’ingresso ai loculi sotterranei, rispetto al nostro appostamento, era più vicino di quanto pensassimo la sera prima. E ritornò il dubbio, le prime parole del custode…

Un mese dopo, conoscemmo il figlio di Gigi il contadino, nella fiera di Ognissanti. Nel parlare gli chiesi se per caso lui e suo padre avessero un asino da vendere. Mi guardò e disse: «Bestie ne abbiamo tante, ma gli asini non li abbiamo mai tenuti!»

I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

Il Dio si sta innervosendo

Con licenza, definirei il Clima, dio della biosfera. Immaginaria divinità seduta su di un immaginario Meteolimpo, premuto dall’alto dai voleri del Cosmo e dal basso dai capricci dell’uomo (più rari gli inferi vulcani), regola temperatura e dinamiche associate al fine di conservare la vita avuta in gestione. Da un po’, si sa, mostra segni di squilibrio. Dicono che sia afflitto da un eccesso di deiezioni gassose dell’animale uomo che sta influendo sul suo agire. Chi ne ha la possibilità e la voglia può trovare nel mondo attorno a sé prove dirette molto convincenti che questo turbamento è tangibile, porta adattamenti e mutazioni nell’antico equilibrio naturale. 

La mia esperienza.

In mezzo secolo di osservazione dell’ambiente in una piccola azienda agricola biologica, ho registrato gli effetti dei mutamenti climatici su alcune specie di vegetazione e sulla fauna. Sono constatazioni personali dirette che per assurgere al rango di verità, dovrebbero essere scientificamente provate. Vale la pena, però, di segnalarle. Anzi, non farebbe male creare una comune banca dati nella quale ogni persona anziana ed attenta all’ambiente, possa segnalare i mutamenti a cui ha assistito nella sua vita. Più lunga fosse questa vita meglio sarebbe per le testimonianze (e per lui!). Tali segnalazioni avrebbero, a mio giudizio, un valore complementare agli studi specifici di organismi specializzati, perché apportatori dell’impatto psicologico prodotto sul rilevatore umano dal fenomeno osservato. Chiamerei questa banca: CCCC (Cambiamenti Climatici Comunemente Certificati).

Per quanto possibile, ho cercato di assecondare la natura nel suo adattarsi ai nuovi umori di questo  dio disturbato. Ho ascoltato ciò che piante, erbe e arbusti avevano da dire. Modesti esempi ma chiari, rilevati nel tempo sul territorio.

Siamo in collina sui 300m, non lontano dal mare: un cucuzzolo calvo, seminato e poi incolto, un piccolo vigneto dalla parte del levar del sole, una valletta a proteggere 250 olivi plurisecolari. Proteggerli, ma non abbastanza da impedire che nel tempo la Bora, lentamente li piegasse verso sud. Anche questo la dice lunga come e quanto spesso, nei secoli passati, dovevano tirare i venti del Nord.

Fino a trent’anni fa, i prati invernali intorno alla casa agricola erano biondi dopo la messa in piega del gelo, cioè secchi. Riprendevano colore a marzo inoltrato. Oggi sono verdi tutto l’anno. Il seccume compare solo a fine luglio.

Gli oleandri, pianta prima rara da queste parti, posti scelleratamente a dimora sull’alto negli anni Sessanta, li scoprivo bruciati dal gelo fino alla radice durante l‘inverno. Solo una timida ripresa in estate per essere di nuovo decapitati in inverno. Da una decina d’anni, i superstiti, sono rigogliosi tutto l‘anno.

All’inizio del 2000, per mettere alla prova il cambiamento, piantai un cespuglio di mirto proprio sul colmo della collina dove prima, d’inverno, non resisteva nemmeno un lichene. Oggi è una selva. Anni fa ho trapiantato due cactus, prelevati dalle terre del sud. Oggi due monumenti, in parte abbattuti dalle irritate reazioni del dio: forti venti che ormai ciclicamente spianano tutto (negli ultimi anni ho assistito impotente ad una strage di Arizonica e alla mutilazione di querce secolari).

Potrei continuare con esempi minori ma dai precedenti emerge già una realtà della quale tener conto per nuovi progetti. Meno alberi d’alto fusto, più cespugli flessibili al vento, parchi nel bere per la poca disponibilità idrica che ci aspetta.

Solo olivi e viti sono coltivazioni che dei mutamenti non hanno molto sofferto. Almeno direttamente per danni meccanici o variazioni di temperatura. Per ora.

Diverso è il quadro riguardante crittogame e insetti. Sono nati problemi per tutti i tipi di piante: dall’olmo alla vite. Per chi ha adottato un regime biologico da venticinque anni, controllare il microcosmo dei parassiti è pressoché impossibile se non si adottano sofisticati sistemi di monitoraggio. Si suppone che la proliferazione di nuove varietà di frutta operate dall’uomo alla ricerca di prodotti più appetibili per gusti esauriti, abbia portato ad un indebolimento delle piante che, come ogni cosa che nasce “in laboratorio”, immessa nella natura, si trova impreparata alla lotta. Occorre tempo perché si fortifichi e sviluppi difese. In attesa la si protegge con prodotti chimici che diventano col tempo insostituibili e richiedono dosi maggiori. C’è qualche affinità con l’uomo e l’uso smodato dei farmaci?

Il fenomeno della migrazione, da anni, ha interessato anche gli insetti. Nuovi, aggressivi, sbarcati non si sa come né perché, sono andati ad arricchire come truppe di colore l’esercito dei nemici nostrani. Ne sanno qualcosa, da anni ormai, gli ippocastani.

Un fenomeno di contagio forse conseguenza di quanto detto sopra ha interessato alcune varietà di pesche e mele antiche che vivevano sull’appezzamento da un secolo. Con l’avvento delle nuove varietà messe a dimora vicino, non hanno sopportato di condividere lo stesso habitat preferendo scomparire.

Sulla fauna invece rallegra la presenza, nuova in questi luoghi, del gruccione, un uccello di straordinaria bellezza e di affascinante comportamento gregario. Anche se ha nella sua dieta un alimento che non possiamo concedergli: le api.

Api e vespe, abituali compagne delle vendemmie passate, sono ridotte a simboliche rappresentanze. La vespa media è scomparsa per lasciare campo libero ai calabroni e a una vespina di piccola taglia, forse preludio ad una sua ulteriore miniaturizzazione.

Quale dunque la conclusione a cui giungere? Non mi si giudichi pessimista ma temo che la freccia degli eventi indichi una direzione di cambiamento irreversibile.

Cosa fare?

Adoperarsi per rallentare il più possibile le modiche ambientali allo scopo di assimilare il cambiamento. Si eviterà all’uomo di rendersi conto di ciò che via via sta perdendo. Cosa ci aspetta? Una natura meno bella, varia, saporita. Ma quando si è dimenticato il meglio, si soffre di meno.