ATENA vs DIONISIO: LA SFIDA CONTINUA

Sto per presentare un raccontino di mitologia minore, nato sotto influssi ambientali e psicologici favorevoli alla sua creazione: nel distacco dalla realtà, quando il sovrannaturale si rivela, confida segreti, racconta storie antiche, ispira azioni future. Gli inventori di miti sono la specie più resistente e impudente degli scrittori: non si accontentano mai, hanno sempre qualcosa da aggiungere o togliere al mito classico greco-romano codificato dai grandi scrittori e poeti, da Esiodo a Ovidio. Tali operazioni di ritocchi e riscritture hanno però rinvigorito le antiche favole di nuova linfa immaginativa e rivelano, qualche volta, ciò che negli originali classici forse poteva essere detto ma è stato taciuto.

Come si sa ad Atena e Dionisio vanno attribuiti i due riferimenti al mondo vegetale, ormai simboli, che li caratterizzano: l’olivo e la vite. Due piante che hanno segnato da sempre la vita dell’uomo mediterraneo e con i loro frutti, insieme ai cereali, ne hanno permesso la sopravvivenza. Per merito del vino, nella “sopravvivenza” c’era già qualcosa in più perché, pur non essenziale al nutrimento del corpo, la bevanda alimentava la psiche.

Già nel Convivio di Platone, ci si rende conto del potere di Dionisio (alias Bacco) presso la società greca cosiddetta “bene”, della considerazione in cui era tenuto e delle avvertenze nell’uso raccomandate da Pausania. Non necessariamente il frequentare con la fantasia questa divinità antica ci deve sempre far cadere nell’affascinante ma truce binomio Dionisio-Baccanti. Restiamo al volto rubicondo e gioioso aureolato dal tralcio di vite, del primo Bacco conosciuto nei testi infantili, col gomito alzato, la coppa ricolma di rosso nettare gocciolante su un ventre orientale a mala pena coperto da una sudicia tunica color vinaccia.

Dunque, se il lettore mette in gioco un minimo di disponibilità alla favola, ecco come gli presento una storiella al modo antico che prende spunto da fenomeni casuali non rari in natura.

  In un bollente meriggio estivo quando “balla la vecchia” sulle stoppie e Vivaldi scriveva (nella poesiola di accompagno al suo concerto “L’estate”), che “langue l’uom, langue il gregge, arde il pino…” anch’io, sdraiato sotto un ulivo vicino al vigneto, languivo. Un languore che, meno poeticamente, poteva definirsi sonno o più propriamente, dormiveglia. Di quella brutta però, che si allea con abbassamenti di pressione da portare la coscienza in una specie di limbo dove ti senti senza forze, il presente ti sfugge e il passato, con le sensazioni più vive, perfino degli odori, ritornano come dissepolti tesori con l’afrore della terra smossa. In questo trasognato, deplorevole stato – non estranea una precedente libagione con un moscato fresco di pozzo- si rivelò al naso d’improvviso, non l’odore d’aceto provvidenziale alla mia rianimazione, ma ancora quello del vino e, agli occhi, la dea Minerva come la ricordavo ritratta da un amico pittore. Apparve così come la festeggiammo il giorno che lui la presentò sulla tela appena scesa dal cavalletto per una mostra: figura femminile imponente, grigio argento su fondo blu mare con tanto di elmo in testa, lancia in mano e civetta sulla spalla, composta nella sua regale bellezza. Apparve senza rumore, come un grande uccello quando si posa dopo un lungo volo. Ma il luogo scelto per questa apparizione non era il più adatto! Non lontano da me, su un angolo del vigneto vicino alla strada, avevo eretto un fallo priapeo in legno di fico, altezza uomo, infrascato da una vite spinta a coprirlo per pudore. Intagliato da un vecchio albero e posto al limitare del vigneto all’uso antico, il Priapo doveva vigilare e proteggere le coltivazioni dai ladri e dal malocchio.

«Proprio lì doveva apparire!!» mi dissi constatando che la dea vi era atterrata di fronte. Allo stupore subentrò la vergogna. Avrei voluto attirare l’attenzione della dea per distrarla da quell’incontro, ma senza forze com’ero, non riuscivo né a muovermi né a parlare. E provai anche un po’ di paura per l’assoluto silenzio che mi circondava. 

«Proprio lì!» mi ripetei, come se il prodigio dell’apparizione divina, fosse già da mettere in secondo piano rispetto al luogo scelto per l’epifania. Stupore e sollievo subentrarono quando mi accorsi che, al contrario, lei non sembrava affatto scandalizzata. Anzi, sempre con la regale compostezza che ci si aspetta da chi è nata dal cervello del Capo o forse proprio per questa discendenza (abituata alle frequenti, a volte devastanti scappatelle extraconiugali paterne), mi parve volesse rivolgere la parola all’imbarazzante custode… E infatti, in modo bonario, velato di rimprovero, la sentii pronunciare queste parole: «Dionisio sai che non puoi sfuggire al mio sguardo!» (La civetta sulla spalla della dea, come chiamata al dovere, aprì gli occhi e li richiuse!) «Non trovo giusto – proseguì- che cerchi di nascondere tra i pampini della prediletta vite quel tuo ritratto di famiglia. Ti imbarazza l’antico ricordo? Vuoi dimenticare chi ti ha salvato quando i Titani ti fecero a pezzi? Chi ha sottratto loro e portato a Giove quella parte che alcuni hanno chiamato cuore, ma in realtà è proprio quella forma che stai celando e che ti ha fatto rinascere per la terza volta?»

Come risuonò piacevole la voce della dea al mio udito che credevo perduto! Mi parve un tintinnare di cristalli sul sussurro di un ruscello. 

«Salute a te divina salvatrice! La mia gratitudine nei tuoi confronti è eterna e mi dichiaro il primo tra i tuoi devoti» rispose Dionisio con voce profonda che proveniva dal fallo ligneo. E aggiunse: «Non è mia abitudine nascondere alcuna parte di me o da me creata. È l’incontrollata vitalità della mia vite che non ha risparmiato il nume tutelare qui posto a guardia! Io mi sforzo d’imitare la tua generosità: quando sono nei campi, mi identifico con mio figlio Priapo, ne potenzio la forza fecondante e protettrice. Mi rilasso con questo mestiere, dopo le danze e le orge che ogni tanto pretendono da me… Qui sto bene e sono libero di usare il mio potere come voglio… Col tuo permesso, posso mostrarti il miracolo della “vigna di un giorno”: far maturare di colpo i grappoli acerbi e offrirti subito un vino rosso, frizzante come il mio umore.»

«Lo sai che sono astemia. In quanto agli umori vitali suscitati sull’uomo, il frutto della pianta che ho creato, l’olivo, supera molto il frutto della tua vite!» E la dea sorrise appena, di compatimento. 

«Se permetti, vorrei dubitare di questo. Non vedi come gli uomini desiderano rinascere col vino proprio come feci io, da nuovo, per ben tre volte? Il tuo olio va bene per le lampade votive che, sempre in una quantità inferiore ai tuoi meriti, gli uomini ti accendono, ma la felicità la cercano nei frutti della mia vite.»

Così dicendo il fallo ligneo tremò con gran scuotimento dei pampini che pareva un grosso animale peloso dopo un bagno imprevisto e non gradito.

Atena non parve gradire la risposta. Batté nervosamente la sua lunga lancia sul terreno: la civetta che aveva appollaiata sulla spalla fu svegliata di soprassalto, svolazzò e riprese il suo appoggio. L’oro che aveva negli occhi lampeggiò. Nel punto colpito sul terreno, spuntò magicamente un piccolo olivo. L’atto fece pensare all’inizio di una sfida, un simbolico guanto vegetale lanciato a terra davanti all’avversario. Certamente una sfida molto minore di quella che nacque con Poseidone, ma pur sempre una sfida.

La dea con un tono ancora un po’irritato disse: «Concordo sul fatto che con i tuoi frutti puoi recare agli uomini passeggere illusioni di felicità, ma il mio albero dà nutrimento, bellezza, risana e aiuta a conservare il corpo, illumina le notti buie ed è gradito agli dei. Tutto ciò perché ha in sé più vita da cedere della tua vite che col vino riesce a dare solo una breve e illusoria sensazione di forza, per lasciarti poi fiacco e stordito!»

«Sono ancora d’accordo sugli effetti, divina, ma cosa sarebbe una vita senza amore e senza vino?  Non è forse il vino il più grande ruffiano d’amore? Non è quindi lui che aiuta la rinascita, restituendo a tutti gli uomini parte dei misteriosi poteri che con il tuo aiuto ha permesso la mia di rinascita? Non è vitalità questa?»

«Bene-concluse Atena- lasciamo allora che si affrontino i nostri due campioni. Propongo di piantare vicino a questo giovane olivo, una tua piantina di vite e vedere col tempo chi dei due la vince. Se prevale l’olivo vincerò io e tu servirai vino personalmente al banchetto annuale degli dei nel quale avrai permesso di accedere. Ebe la coppiera, sarà contenta di questo aiuto ma non tentare di sedurla! Lo sai di chi è sposa!! Se vince la vite sul mio ulivo ti procurerò, ad un tuo semplice cenno, tutto l’olio che vorrai per le offerte dei tuoi devoti e… per ungerti la pelle di legno perché mi sembri assai rinsecchito ed opaco!»

«Accetto!» disse Dionisio.

Così dicendo, dal mucchio di vegetazione che lo circondava, si allungò un tralcio come un verde braccio che mise a dimora accanto all’olivo una piccola vite.

Fu a questo punto che lo stato di incantamento in cui ero caduto perse di forza. L’immagine della dea sbiadì e pian piano scomparve. Tornai alla realtà in un bagno di sudore con una sete bruciante. Mi alzai con difficoltà.  Della visione nulla rimaneva se non il vecchio fallo di legno semicoperto dai tralci.

Più tardi, col fresco, tornarono vive le immagini del sogno (che altro non era) e le domande. «Quale il senso?» mi chiesi «deve pur esserci un minimo di riscontro nella realtà! Un invito soprannaturale a scoprire ciò che normalmente è celato alla vista.» Era già accaduto che un olivo e una vite crescessero insieme? Una consociazione, nel passato, era stata realizzata, ma le piante erano lontane l’una dall’atra, non in diretta competizione sulla stessa zolla. Una fratellanza non una guerra! La mitica apparizione era stata uno sconclusionato messaggio dovuto al caldo e al vino o poteva essere un invito a scoprire… a conoscere ciò che spesso viene trascurato? 

A un certo punto mi balenò un’immagine recente e un dubbio. Corsi nel campo per controllare un vecchio olivo isolato. Era ormai il tramonto. Gli ultimi raggi di sole stavano lasciando le cime degli alberi che s’inchinavano appena alla brezza. Calma e silenzio da riportare l’atmosfera magica del sogno. Scoprii subito quello che mi era tornato alla mente: una vite cresciuta nell’interno cavo al piede dell’olivo, che ogni primavera tagliavo insieme alle erbacce. Era ricresciuta anche quell’anno, ma risparmiata per la fretta, già puntava al sostegno. Con il suo tralcetto, come un dito accusatore puntato verso di me, sembrava mi rimproverasse con queste parole: «Come i tuoi predecessori, tagliandomi ogni prima stagione alla stregua di una erbaccia, mi hai sempre impedito di gareggiare alla pari con l’olivo di Atena. Dionisio è deluso e vuole giustizia. Fammi crescere e che la gara continui!»

«Che la gara continui!!» esclamai sorridendo.

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