LA PALPATA

Anche prima dell’attuale si temette una crisi di governo. Fortunatamente rientrata. La causa? Una palpata ad una signora in mezzo alla folla, vista da molti e documentata tramite i social media. Subito etichettata come violenza inaudita, novità assoluta della corrotta società moderna che mal interpreta il significato di democrazia. Grave che le leggi dello Stato non avessero ancora previsto il suo possibile accadimento e regolato la palpata secondo giustizia! Cosa fa il governo, ci si chiedeva e ci si chiede? Come non immaginare che in mezzo ad una ressa di persone di vario genere possa scapparci la palpata assassina? Ben inteso, è chiarito trattarsi di una palpata mordi e fuggi, senza lascito d’impronta o cicatrici a breve sul corpo del reato, ma pur sempre una violazione del diritto d’intangibilità. Noli me tangere: né avanti né… dietro. Dopo questo fatto delittuoso, insomma, cosa si aspetta a varare una nuova legge che prevenga la palpazione in pubblico? O almeno che preveda l’uso obbligatorio di idonei dispositivi di protezione individuale, come l’equipaggiamento anti sommossa delle forze dell’ordine, atti a proteggere gli ingenui, indifesi frequentatori della massa.

Ancora latitante il colpevole, un amico avvocato, un po’eccentrico per il suo accanimento nel cercare le nascoste motivazioni che spingono un soggetto a delinquere, senza cedere a mode o conformismi, ha deciso di trattare il caso in questione, analizzandone le modalità attraverso le quali si manifesta e le conseguenti attribuzioni di colpa. Ha immaginato una difesa ancor prima che sia stato riconosciuto il colpevole. Si potrebbe definire una difesa… pro-ignoti. L’ha immaginato alla maniera anglosassone, di fronte a giudici popolari in una aula di tribunale virtuale, dove, l’unico ad essere reale, era lui! E mi ha postato il suo intervento con preghiera di renderlo noto.

 “Signore e signori della giuria, occorre innanzi tutto precisare che esistono diversi tipi di palpazione cosiddetta sotto il sacro. Chiarisco subito che tale precisazione non ha nulla di religioso: serve a definire con pudico eufemismo, quello che volgarmente viene chiamata la “manata nel sedere”. Inutile precisare quindi, che “sacro” si riferisce all’osso che domina dall’alto questa importante parte del corpo umano. Con la vostra benevola attenzione, passerò in rassegna vari tipi di palpazione sotto il sacro che chiamerò per brevità PSIS, acronimo di per sé foneticamente consonante con il segreto bisbiglio della tentazione, con il riserbo di un moto di confidenza, con il sibilare del serpente tentatore. Mi spendo, in merito, all’unico scopo d’indagarne la reale natura del fatto e quindi le presunte intenzioni del mio futuro assistito. Mi preme far notare che le mie valutazioni sono il risultato di un attento esame della cronaca e di studi sul comportamento umano. Riguardano pertanto, ambo i sessi.

Il primo tipo di PSIS si configura come atto leggero e sfuggente, una palpazione così, data per caso, per distratta indisciplina della mano, una sfiorante carezza, atto inconscio come quando si attraversa un campo di papaveri: la mano aperta a sfiorare il rosso dei petali senza cedere alla tentazione di coglierli. Per questo carattere timido, quasi in trascendenza estetica dello spirito, chiedo di soprassedere nel richiedere una qualsivoglia condanna anche morale per il trasgressore. In fondo, non solo i signori uomini, ma anche le gentili signore sono esteticamente attratte da questa controversa parte dell’anatomia umana. Da parte femminile, alla base di questa preferenza per il lato “B”, pare vi siano richiami ancestrali a sentirvi una maggiore potenza di penetrazione del maschio. A nulla vale informare che la forma e volume dei glutei assolvono, più prosaicamente, all’importante funzione di equilibrare le masse nel corpo umano dal momento in cui la specie ha assunto la posizione eretta. Un po’ come le spropositate code nei dinosauri! Ma tant’è: la pygophilia colpisce ambo i sessi in barba alla prosaica realtà anatomica! Quindi, di questa prima tipologia di palpazione, si può addirittura parlare di lapsus, un apprezzamento estetico che sfugge al labbro e si manifesta inconsciamente nella palpata. 

Il secondo tipo, nella modalità di attuazione, può partire dal precedente, con indugio della mano, non ancora di tipo conoscitivo, ma con fare decisamente triviale indicante, senza alcun dubbio, una personalità tendente all’aggressione. Non necessariamente ancora di tipo sessuale, più spesso con comprensibili connotati ironici al contatto con un “sotto il sacro” troppo esibito, sproporzionato, ingombrante. Atto dunque, tendente a sollecitare una presa di coscienza che quel volume impedisce il normale movimento ad altre persone. Un primo avviso che certi ingombri imbarazzanti potrebbero generare più rudi gesti di fastidio. Insomma, un: “fatti in là, se no, non passo!”. Simile alla gomitata nel costato, o una suonata di clacson. Anche qui, chiedo la vostra indulgenza per un atto che considero solo da maleducato, insofferente ai volumi altrui, specie a quel tipo di volume, accessorio non attrezzato, purtroppo, per essere lasciato a casa quando si dovrebbe. 

Il terzo caso, segnatamente a carico delle signore, è la PSIS cosiddetta con indugio: la mano staziona sulla superficie dei glutei con l’evidente tentativo di innescare una comunicazione, un “pronto chi parla” tattile, per sapere se, alla chiamata, vi sia risposta per farsi conoscere nelle forme. Se ondulate, piatte, a goccia, di consistenza “al dente” o di eccessiva maturazione. A volte può accadere -Dio non voglia- che un ditino della mano, sia così indisciplinato o curioso, da lasciare per un attimo gli altri fratelli, per una più penetrante conoscenza, scendendo quella valle che porta alle soglie del peccato. Non vi è alcun dubbio che, nella fattispecie, si possa veramente rischiare di cadere, oltre che nella proibizione divina, anche nel reato della “retro-palpazione con tentativo di scasso”. Un atto del genere, se provato, è condannabile. Nella maggior parte dei casi genera una reazione da parte della vittima che può essere di stupita tolleranza o di risentito rifiuto, l’uno o l’altro dopo aver lanciato, nei limiti del serraggio dei corpi, una occhiata al presunto colpevole. Non mi si accusi di partigianeria di genere, ma se il sospettato assomiglia al personaggio di grido, esibente un sorriso implorante perdono e indulgenza, o al contrario, abbia le sembianze cupide, maleodoranti e disadorne del clochard, la reazione della donna all’avance è molto diversa. Si capisce. L’attrazione estetica, che sempre condiziona di fronte al bello sognato, unito alla vanità di essere la prescelta tra tanti candidati alla PSIS, le fa sbuffare: “Non mi salvo… proprio non mi salvo… cosa avrò di speciale!!” E l’occhio al malandrino pretende una risposta proprio da lui!!

Ma a questo punto, come comanda Giustizia, della quale mi dichiaro fedele servitore, corre l’obbligo d’invitarvi a spostare l’attenzione sul contesto, sulla cosiddetta scena del crimine: la piazza, la massa. Quali sono le ragioni che spingono l’individuo a perdere la sua aurea unicità d’anima e di corpo per legarsi nel crogiuolo con vili metalli? È forse il richiamo del suo ancestrale stato di insetto? Un feromone creato ed emesso da ogni concentrato di individui che attrae irresistibilmente? Una sorta di legge Newtoniana per la quale tanto più cresce la massa umana tanto più cresce l’attrazione sul singolo? Non lo sappiamo, ma ne conosciamo però gli effetti: perdita dell’autocontrollo, liberazione di pulsioni represse, sensazione di aumentata potenza e scomparsa dell’io individuale per assumere quello della massa. Sono le componenti che hanno favorito le rivoluzioni, ma anche i linciaggi! Per non parlare dei fenomeni di panico, spesso innescati da banali incidenti, come l’accidentale bruciatura da mozzicone trascurato che, creando un primo sbandamento, inneschi un’onda travolgente. Non mi dilungo. Mi chiedo solo, se la scelta consapevole di una metamorfosi kafkiana in insetto tra insetti, non sia una rinuncia alla sacralità individuale dell’Homo sapiens. Nella fattispecie, quella della donna, proprio lei, da sempre ispiratrice di poeti, artisti; sacro simbolo primordiale delle origini umane in tante religioni, presente in ogni cultura. Una scelta barricadiera, in una rivoluzione come la francese, che elesse a suo simbolo la Marianne, sarebbe nobilitata e comprensibile. Nel nostro caso, come in molti altri, non risultano ideali tanto elevati nel motore che muove le masse. In un più ampio e serio respiro intellettuale che esamini lo stato attuale della società, vedo più spesso una inconsapevole, comune partecipazione consumistica. Ma per quest’ultima ipotesi, che aprirebbe un dibattito di ampia portata su responsabilità pubbliche e private, si dovrebbe partire da lontano, già dalle intuizioni profetiche di Huxley, Lorenz e altri grandi inascoltati. Non ne abbiamo il tempo. E concludo. Signore e signori della giuria, chiedo di assolvere il mio futuro assistito perché anche lui è una vittima! Anche lui risucchiato dal vortice regressivo che sta riportando l’uomo al suo primitivo stato d’insetto!» 

Immagine presa da internet (Corriere della sera- Reuters) 

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ATENA vs DIONISIO: LA SFIDA CONTINUA

Sto per presentare un raccontino di mitologia minore, nato sotto influssi ambientali e psicologici favorevoli alla sua creazione: nel distacco dalla realtà, quando il sovrannaturale si rivela, confida segreti, racconta storie antiche, ispira azioni future. Gli inventori di miti sono la specie più resistente e impudente degli scrittori: non si accontentano mai, hanno sempre qualcosa da aggiungere o togliere al mito classico greco-romano codificato dai grandi scrittori e poeti, da Esiodo a Ovidio. Tali operazioni di ritocchi e riscritture hanno però rinvigorito le antiche favole di nuova linfa immaginativa e rivelano, qualche volta, ciò che negli originali classici forse poteva essere detto ma è stato taciuto.

Come si sa ad Atena e Dionisio vanno attribuiti i due riferimenti al mondo vegetale, ormai simboli, che li caratterizzano: l’olivo e la vite. Due piante che hanno segnato da sempre la vita dell’uomo mediterraneo e con i loro frutti, insieme ai cereali, ne hanno permesso la sopravvivenza. Per merito del vino, nella “sopravvivenza” c’era già qualcosa in più perché, pur non essenziale al nutrimento del corpo, la bevanda alimentava la psiche.

Già nel Convivio di Platone, ci si rende conto del potere di Dionisio (alias Bacco) presso la società greca cosiddetta “bene”, della considerazione in cui era tenuto e delle avvertenze nell’uso raccomandate da Pausania. Non necessariamente il frequentare con la fantasia questa divinità antica ci deve sempre far cadere nell’affascinante ma truce binomio Dionisio-Baccanti. Restiamo al volto rubicondo e gioioso aureolato dal tralcio di vite, del primo Bacco conosciuto nei testi infantili, col gomito alzato, la coppa ricolma di rosso nettare gocciolante su un ventre orientale a mala pena coperto da una sudicia tunica color vinaccia.

Dunque, se il lettore mette in gioco un minimo di disponibilità alla favola, ecco come gli presento una storiella al modo antico che prende spunto da fenomeni casuali non rari in natura.

  In un bollente meriggio estivo quando “balla la vecchia” sulle stoppie e Vivaldi scriveva (nella poesiola di accompagno al suo concerto “L’estate”), che “langue l’uom, langue il gregge, arde il pino…” anch’io, sdraiato sotto un ulivo vicino al vigneto, languivo. Un languore che, meno poeticamente, poteva definirsi sonno o più propriamente, dormiveglia. Di quella brutta però, che si allea con abbassamenti di pressione da portare la coscienza in una specie di limbo dove ti senti senza forze, il presente ti sfugge e il passato, con le sensazioni più vive, perfino degli odori, ritornano come dissepolti tesori con l’afrore della terra smossa. In questo trasognato, deplorevole stato – non estranea una precedente libagione con un moscato fresco di pozzo- si rivelò al naso d’improvviso, non l’odore d’aceto provvidenziale alla mia rianimazione, ma ancora quello del vino e, agli occhi, la dea Minerva come la ricordavo ritratta da un amico pittore. Apparve così come la festeggiammo il giorno che lui la presentò sulla tela appena scesa dal cavalletto per una mostra: figura femminile imponente, grigio argento su fondo blu mare con tanto di elmo in testa, lancia in mano e civetta sulla spalla, composta nella sua regale bellezza. Apparve senza rumore, come un grande uccello quando si posa dopo un lungo volo. Ma il luogo scelto per questa apparizione non era il più adatto! Non lontano da me, su un angolo del vigneto vicino alla strada, avevo eretto un fallo priapeo in legno di fico, altezza uomo, infrascato da una vite spinta a coprirlo per pudore. Intagliato da un vecchio albero e posto al limitare del vigneto all’uso antico, il Priapo doveva vigilare e proteggere le coltivazioni dai ladri e dal malocchio.

«Proprio lì doveva apparire!!» mi dissi constatando che la dea vi era atterrata di fronte. Allo stupore subentrò la vergogna. Avrei voluto attirare l’attenzione della dea per distrarla da quell’incontro, ma senza forze com’ero, non riuscivo né a muovermi né a parlare. E provai anche un po’ di paura per l’assoluto silenzio che mi circondava. 

«Proprio lì!» mi ripetei, come se il prodigio dell’apparizione divina, fosse già da mettere in secondo piano rispetto al luogo scelto per l’epifania. Stupore e sollievo subentrarono quando mi accorsi che, al contrario, lei non sembrava affatto scandalizzata. Anzi, sempre con la regale compostezza che ci si aspetta da chi è nata dal cervello del Capo o forse proprio per questa discendenza (abituata alle frequenti, a volte devastanti scappatelle extraconiugali paterne), mi parve volesse rivolgere la parola all’imbarazzante custode… E infatti, in modo bonario, velato di rimprovero, la sentii pronunciare queste parole: «Dionisio sai che non puoi sfuggire al mio sguardo!» (La civetta sulla spalla della dea, come chiamata al dovere, aprì gli occhi e li richiuse!) «Non trovo giusto – proseguì- che cerchi di nascondere tra i pampini della prediletta vite quel tuo ritratto di famiglia. Ti imbarazza l’antico ricordo? Vuoi dimenticare chi ti ha salvato quando i Titani ti fecero a pezzi? Chi ha sottratto loro e portato a Giove quella parte che alcuni hanno chiamato cuore, ma in realtà è proprio quella forma che stai celando e che ti ha fatto rinascere per la terza volta?»

Come risuonò piacevole la voce della dea al mio udito che credevo perduto! Mi parve un tintinnare di cristalli sul sussurro di un ruscello. 

«Salute a te divina salvatrice! La mia gratitudine nei tuoi confronti è eterna e mi dichiaro il primo tra i tuoi devoti» rispose Dionisio con voce profonda che proveniva dal fallo ligneo. E aggiunse: «Non è mia abitudine nascondere alcuna parte di me o da me creata. È l’incontrollata vitalità della mia vite che non ha risparmiato il nume tutelare qui posto a guardia! Io mi sforzo d’imitare la tua generosità: quando sono nei campi, mi identifico con mio figlio Priapo, ne potenzio la forza fecondante e protettrice. Mi rilasso con questo mestiere, dopo le danze e le orge che ogni tanto pretendono da me… Qui sto bene e sono libero di usare il mio potere come voglio… Col tuo permesso, posso mostrarti il miracolo della “vigna di un giorno”: far maturare di colpo i grappoli acerbi e offrirti subito un vino rosso, frizzante come il mio umore.»

«Lo sai che sono astemia. In quanto agli umori vitali suscitati sull’uomo, il frutto della pianta che ho creato, l’olivo, supera molto il frutto della tua vite!» E la dea sorrise appena, di compatimento. 

«Se permetti, vorrei dubitare di questo. Non vedi come gli uomini desiderano rinascere col vino proprio come feci io, da nuovo, per ben tre volte? Il tuo olio va bene per le lampade votive che, sempre in una quantità inferiore ai tuoi meriti, gli uomini ti accendono, ma la felicità la cercano nei frutti della mia vite.»

Così dicendo il fallo ligneo tremò con gran scuotimento dei pampini che pareva un grosso animale peloso dopo un bagno imprevisto e non gradito.

Atena non parve gradire la risposta. Batté nervosamente la sua lunga lancia sul terreno: la civetta che aveva appollaiata sulla spalla fu svegliata di soprassalto, svolazzò e riprese il suo appoggio. L’oro che aveva negli occhi lampeggiò. Nel punto colpito sul terreno, spuntò magicamente un piccolo olivo. L’atto fece pensare all’inizio di una sfida, un simbolico guanto vegetale lanciato a terra davanti all’avversario. Certamente una sfida molto minore di quella che nacque con Poseidone, ma pur sempre una sfida.

La dea con un tono ancora un po’irritato disse: «Concordo sul fatto che con i tuoi frutti puoi recare agli uomini passeggere illusioni di felicità, ma il mio albero dà nutrimento, bellezza, risana e aiuta a conservare il corpo, illumina le notti buie ed è gradito agli dei. Tutto ciò perché ha in sé più vita da cedere della tua vite che col vino riesce a dare solo una breve e illusoria sensazione di forza, per lasciarti poi fiacco e stordito!»

«Sono ancora d’accordo sugli effetti, divina, ma cosa sarebbe una vita senza amore e senza vino?  Non è forse il vino il più grande ruffiano d’amore? Non è quindi lui che aiuta la rinascita, restituendo a tutti gli uomini parte dei misteriosi poteri che con il tuo aiuto ha permesso la mia di rinascita? Non è vitalità questa?»

«Bene-concluse Atena- lasciamo allora che si affrontino i nostri due campioni. Propongo di piantare vicino a questo giovane olivo, una tua piantina di vite e vedere col tempo chi dei due la vince. Se prevale l’olivo vincerò io e tu servirai vino personalmente al banchetto annuale degli dei nel quale avrai permesso di accedere. Ebe la coppiera, sarà contenta di questo aiuto ma non tentare di sedurla! Lo sai di chi è sposa!! Se vince la vite sul mio ulivo ti procurerò, ad un tuo semplice cenno, tutto l’olio che vorrai per le offerte dei tuoi devoti e… per ungerti la pelle di legno perché mi sembri assai rinsecchito ed opaco!»

«Accetto!» disse Dionisio.

Così dicendo, dal mucchio di vegetazione che lo circondava, si allungò un tralcio come un verde braccio che mise a dimora accanto all’olivo una piccola vite.

Fu a questo punto che lo stato di incantamento in cui ero caduto perse di forza. L’immagine della dea sbiadì e pian piano scomparve. Tornai alla realtà in un bagno di sudore con una sete bruciante. Mi alzai con difficoltà.  Della visione nulla rimaneva se non il vecchio fallo di legno semicoperto dai tralci.

Più tardi, col fresco, tornarono vive le immagini del sogno (che altro non era) e le domande. «Quale il senso?» mi chiesi «deve pur esserci un minimo di riscontro nella realtà! Un invito soprannaturale a scoprire ciò che normalmente è celato alla vista.» Era già accaduto che un olivo e una vite crescessero insieme? Una consociazione, nel passato, era stata realizzata, ma le piante erano lontane l’una dall’atra, non in diretta competizione sulla stessa zolla. Una fratellanza non una guerra! La mitica apparizione era stata uno sconclusionato messaggio dovuto al caldo e al vino o poteva essere un invito a scoprire… a conoscere ciò che spesso viene trascurato? 

A un certo punto mi balenò un’immagine recente e un dubbio. Corsi nel campo per controllare un vecchio olivo isolato. Era ormai il tramonto. Gli ultimi raggi di sole stavano lasciando le cime degli alberi che s’inchinavano appena alla brezza. Calma e silenzio da riportare l’atmosfera magica del sogno. Scoprii subito quello che mi era tornato alla mente: una vite cresciuta nell’interno cavo al piede dell’olivo, che ogni primavera tagliavo insieme alle erbacce. Era ricresciuta anche quell’anno, ma risparmiata per la fretta, già puntava al sostegno. Con il suo tralcetto, come un dito accusatore puntato verso di me, sembrava mi rimproverasse con queste parole: «Come i tuoi predecessori, tagliandomi ogni prima stagione alla stregua di una erbaccia, mi hai sempre impedito di gareggiare alla pari con l’olivo di Atena. Dionisio è deluso e vuole giustizia. Fammi crescere e che la gara continui!»

«Che la gara continui!!» esclamai sorridendo.

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