IL VECCHIO CHE SA TRAMONTARE

Un vecchio eccentrico sopravvive nascosto. Fuggito dal prossimo nel tempo (si muove solo nel primo mattino), e nello spazio (evita il bar e la folla), alla domanda come vivere il tramonto dell’esistenza, mi ha comunicato il suo pensiero. L’ho incontrato al porto nel molo più avanzato, detto dei “solitari”, sul tramonto, al fiaccare di un vento di levante nella prima sfuriata d’autunno. Quel vento, ancora gagliardo, faceva gemere il sartiame dei bilancioni e strapazzava ogni scalpo indifeso. Il vecchio mi apparve da lontano, attaccato a uno scoglio, impavido come cozza in bassa marea, un po’ appoggiato, un po’ seduto. Calato dentro un giaccone scuro, il capo coperto da un berretto di lana nero dal quale scappavano ciuffi di capelli bianchi, a far refoli come un’aureola impazzita.

Lo avvicinai sottovento e l’interrogai. Lui, di spalle, rispose senza nemmeno voltarsi, sicché non saprei nemmeno descriverne il volto. Che importa? In fondo tutti i vecchi di quel tipo sono uguali. Una volta si chiamavano saggi, oggi pazzi. Anche a lui, del resto, pareva non interessare affatto da chi provenissero le domande. Pareva parlare al mare… Il tono di voce era come l’onda quando si ritira… Così iniziò:

«Per tramontare bene, l’uomo deve avere in sé, ancora viva, quella scintilla che il sole ci lascia dentro dopo che levammo su di lui il primo sguardo. Tutti l’abbiamo, ma molti la lasciano spegnere. Se l’hai conservata, devi alimentarla, seguirla, e fare come il sole: cercar spazio, splendere in lontana solitudine… pensare. Sissignori: pensare. Cosa può pensare il sole non so, ma l’uomo cosa deve, mi è noto, e lo dico: a tutti i sogni irrealizzati della giovinezza, ai dubbi irrisolti della maturità, alle consolazioni della vecchiaia. Solo nella stanca delle tentazioni per l’età, nell’obitorio delle illusioni si possono scovare i veri volti della vita, prima invano cercati perché confusi nel rigurgito di passioni non ancora sopite. Ogni antico dubbio, sfociando nel mare grande delle esperienze accumulate, trova facile diluire le proprie torbide acque fino al chiaro di una deludente certezza. Ci si procura un sollievo che anticipa la buona morte, ci si sente placati, necessari alla vita che abbiamo trascorso con noi stessi e con gli altri.» 

«E se questa scintilla è spenta e non ci riusciamo?» chiesi.

«Allora fate qualsiasi altra cosa, anche il collezionista di farfalle, ma non tramontate nel bar, a litigare se qualcuno contesta che il campione di turno, come siete pronti a giurare, ha fatto il gol di tacco al venticinquesimo invece che al trentesimo della ripresa. Pensate: state litigando per un affare di piedi! Anzi di tallone, parte infima seppur nobilitata da un certo Achille qualche migliaio di anni fa. Ma almeno quello era il capriccio di un Dio! La promessa mantenuta per un destino da eroi. Qui vi sono solo palle che rimbalzano muovendo denari come foglie secche che andranno a depositarsi in portafogli altrui. Di quel cronista, ad esempio, che confuso il minuto del tacco fatale, ha astutamente provocato la discussione che accrescerà il suo reddito e la vostra indigenza spirituale. E sarà colui che ci guadagna di meno! Altri ben più ingordi burattinai, conducono il gioco!!»

 «Allora, per riaccendere questa scintilla bisognerebbe diventare tutti seri pensatori!!» esclamai indispettito.

«Macché! Basterebbe tornare bambini, irridenti a giochi imposti dai cosiddetti “grandi” d’interessi propri, reiterando il rapporto d’insubordinazione allora contratto con gli adulti. Tornare a noi stessi quando la vita iniziava: quando la si voleva scoprire e modellare a nostra misura, gelosi delle conquiste, insofferenti a ogni ingerenza. Riappropriarsi di ciò che la natura ha dato a tutti in dote alla nascita: curiosità e stupore per la vita, primi giocattoli dell’esistenza, sottrattici dall’artificiale umano col quale fummo svezzati. Una volta recuperati, ridisegneremo il mondo col pensiero e sarà bello rivedere tutto il passato illuminato dalla luce del nostro tramonto!»   

 «In pratica… come ci si riesce?» chiesi ancora, scettico.

«Con la fuga. Fuggire i luoghi che hanno confini, affollati… tornare al mare, chi può, perché da lui ha inizio ogni nuova vita ed è produttivo ogni fine!» 

Questo avrebbe detto il vecchio, se ben ricordo. Ma forse non l’ha detto e me lo sono immaginato. Non ho nemmeno più ritracciato lo scoglio sul quale sedeva. Ma forse non era uno scoglio. Nemmeno un vecchio. E chi allora?… Il vento di levante, che porta con sé, dall’antichissimo oriente, sermoni e visioni.