C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO

Informativa dell’autore al gentile visitatore. Il racconto breve dal titolo “C’è un frate scultore in convento”, come spesso accade, è diventato romanzo di trenta capitoli. Per le dimensioni raggiunte e le modifiche apportate, occorrerà più tempo per un editing soddisfacente prima della stampa. Lascio sul blog solo il primo capitolo, poco ritoccato.
Il nuovo titolo dell’opera sarà: “La finzione della solitudine”.
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                                          Sul nascosto di un artista solitario
Era un mezzogiorno di inizio ottobre quando decisi di scovarlo il frate scultore di cui tutti parlavano. Non ho mai avuto molta simpatia per i preti, ma frati e monaci, fino alla condizione di eremita, mi hanno sempre affascinato. Attrazione crescente da quando non riuscivo più a sopportare le isterie della vita secolare e certe mie delusioni. Seducendomi ogni offerta d’isolamento, quella classica del monastero con le sue incorruttibili ombre, l’inimitabile silenzio, l’odore di pietra e di sacro, si era fatta avanti come balsamo risanatore per l’anima. Non meditavo farmi frate, ma consideravo seriamente di lasciare la massa umana rumorosa e petulante al suo destino: migrare a vette, se non proprio d’aquila, almeno di passero solitario! Iniziai ad approfondire gli aspetti che riguardavano questa difficile decisione con accurate indagini sul territorio. Vagando sulle colline, non troppo lontano dalla mia residenza cittadina, seppi dell’esistenza di un frate scultore molto stimato. Ne fui preso e confortato. Mi si offriva l’occasione di conoscere una modalità di solitudine creativa che avrebbe permesso di irrobustire anche la mia vacillante certezza sulla castità monastica, da sempre e da molti, oggetto di scetticismo e stimolo per fantasie erotiche in ogni epoca. Sentivo vicina l’opportunità di scoprire come sublimare l’astinenza sessuale, questo duro aspetto della disciplina religiosa, nella creazione artistica. E proprio con la scultura, da alcuni considerata blasfema pretesa di rifare uomo e natura.
La giornata splendida invitava a una passeggiata. Lasciai in strada l’auto, una vecchia Cinquecento Fiat allestita per i vagabondaggi nelle campagne, e salii a piedi all’antico convento. Era l’ora più calda. Nell’aria sentivo l’estate finita, spossata e languida, l’immaginavo figura femminile distesa sul divano della natura, ancora vestita di un verde sciupato, ma già prossima a spogliarsi. Profumi in contrasto di fieni marciti, di stalla lontana, di legna bruciata…
Un lungo viale conduceva all’ingresso, ben alberato con conifere, querce e un paio di vecchi mandorli, lasciati a memoria di quando l’estetica si univa al bisogno. La fontanella che non manca mai, stava a metà via. Da un foro nella roccia, un perenne filo d’acqua cadeva e faceva traboccare una grande conchiglia di cemento rivestito in cocciopesto. Suggeriva l’idea di un’acquasantiera o della ciotola per il pellegrino assetato. Il bel manufatto era sicuro indizio della presenza di un artista.
Giunto al portone, vidi, poco lontano, un vecchio curvo che rimestava dentro un mastello pieno d’acqua. Lo zinale di cuoio a ripararlo sul davanti, sembrava aver fatto il suo dovere, lucido com’era dell’acqua gocciolante da tutte le parti. Pensai potesse darmi indicazioni sul frate scultore. Più da vicino, mi accorsi che stava maneggiando qualcosa sul fondo, le braccia immerse fino al gomito. Se fossimo stati sotto Natale avrei sospettato un norcino che ripuliva i suoi attrezzi dopo aver giustiziato il maiale, ma si era in ottobre e questi animali sono ancora oggetto di cure, specie… nel peso. Conclusi trattarsi di un giardiniere o uomo di pulizie, reclutato tra i fedeli più pii, infaticabili, candidi devoti, non eccessivamente svegli, soddisfatti solo di servire i “buoni frati” senza chiedere altro che il Paradiso.
Con il tono di chi tratta con uno che va capito, chiesi: «Dica, è qui che abita lo scultore?»
Fermato il movimento delle braccia, l’uomo piegò il capo verso di me quel tanto da scoprire un mezzo sorriso dispiaciuto. Dopo un attimo, rispose: «Sì, ma adesso pranza.»
«E non gli si può parlare?»
«E no, pranza!» ripose, tornando a mestare, col tono perentorio del rito che non ammette dispense.
«E quando finisce? Se fa presto aspetto» insisto.
«Sì, verso le due lo trova» precisò.
Dato che nei conventi il tempo è stabilito dalla regola, quell’orario suonava fuori misura; forse quadrava per un pranzo di nozze!
Non lo dissi, ma non potevo aspettare tutto quel tempo. Resistetti alla tentazione di auto invitarmi per il pranzo che notoriamente, se non raffinato, certo genuino era, come in tutti conventi.
Proposi, un po’ deluso: «Allora torno verso le sette.»
«No, perché prega» rispose lui dispiaciuto, sollevando le braccia dal mastello a sottolineare l’incombenza, questa sì sacra!
«Allora vengo alle otto.»
«No, cena» disse con lo stesso tono di voce esibito per il pranzo.
A questo punto, pensai che l’ometto con quella sua falsa disponibilità volesse rendere chiaro che lo scultore non amava le visite.
«Allora vengo alle nove» conclusi col tono di chi spara là un’ora tanto assurda per visite a un convento da sembrare, come voleva essere, un segnale di rinuncia.
«Alle nove va bene» confermò invece l’ometto, soddisfatto e senza degnarmi di una nuova sosta nel lavaggio che aveva ripreso.
Quando alle nove meno dieci, bussai al convento, venne ad aprire un uomo anziano che mi parve lo stesso del mastello conosciuto al mattino, ma in perfetta tenuta da frate.
«Buona sera, lei non era quello che stamattina mi ha indicato quest’ora per…» esordii con un po’ d’imbarazzo.
«Sì, sono io …» rispose.
«Stamattina era tutto… in abiti diversi… non credevo…» mi scusai.
«Oh, non importa, lavavo gli attrezzi dal gesso, prima che indurisse, sa come è il gesso…»
«Allora è lei il frate scultore» chiesi.
«Scultore!… Imito miseramente il creato con i miei pupazzi!!» esclamò con convincente modestia. Mi diede la mano che faticai a stringere. Erano enormi quelle mani! Da far paura ai bambini e rimproverare chi, già da quelle, non avesse subito intuito l’arte praticata.
Cominciò la nostra amicizia. Lo incontravo quasi ogni sera dopo cena. Per circa mezz’ora, conversavamo seduti ad un tavolo adiacente al refettorio riservato agli incontri con i visitatori. Spesso, insieme ad altri due confratelli, di cui uno, Anselmo, ascoltava, annuiva e taceva, guardando a terra, mai con l’aria di chi fosse d’accordo, ma con composta rassegnazione, come volesse dire: «Sì, sì… tanto bisogna morire.» Il volto trascurato, gli occhi sfuggenti gli sguardi altrui, alta statura ma di portamento un po’ curvo e dimesso, la tonaca stropicciata…Tutto in Anselmo chiedeva solo di essere ignorato.
Alla tavola si univa, saltuariamente, il confratello più vecchio che dissero da tempo malato. Si chiamava fratel Davide. Al contrario degli altri, ai quali tutti si rivolgevano col titolo reverenziale di padre, a lui ci si rivolgeva col più anglosassone “fratel”. Piccolo di statura, curvo e lento al passo, capelli bianchi come le mani, lunghe e belle che parevano d’avorio. Fin dal primo momento ne fui impressionato perché apparivano intatte dal tempo. Due mani pronte per l’eternità! Fratel Davide non si toglieva mai i piccoli occhiali azzurrini. Ne arrotondavano un po’ il volto magro e mascheravano il colore degli occhi. Il naso forte, camuso, spiombava dall’alto sulle labbra sottili. Mai partecipava alla conversazione perché dichiarato sordo, sebbene mi sembrasse non perdere una parola di quello che si diceva. Annuiva o dissentiva, spesso a sproposito, ma il sorriso non mancava mai. Un sorriso rassegnato, rasserenante per chi l’osservava. Viveva appartato, non usciva, non diceva messa. Non chiesi il perché, immaginando la mancanza di forze per un ufficio comunque faticoso a quell’età. La sua camera era al piano superiore come le altre, nel lato esposto a sud, l’unica da quella parte. Vi si ritirava dopo gli uffici religiosi, si rivedeva per pranzo. Raramente a cena. Salutava per primo solo con un cenno del capo. Non ne avevo mai sentito la voce.
Con lo scultore m’incontravo spesso fuori del convento, enorme edificio settecentesco ricostruito su un precedente medievale distrutto dal terremoto. Una sera, sempre dopocena, conobbi Alberto, novizio giunto da poco. Il giovane era temporaneamente ospitato per alcune ricerche e studi. Si muoveva nel territorio e non sempre era presente in convento. In questo primo incontro, al termine delle mie esternazioni ammirate sull’architettura dell’edificio, specie sull’uso sapiente del laterizio, di splendido colore rosato e magnificamente lavorato, Alberto dichiarò: «Il primo edificio, quello distrutto dal terremoto, però, era molto più bello!!» Muto fino a quel momento, dopo questa prima uscita non proseguì, aspettando di essere incoraggiato nel suo apprezzamento. Invano. Forse perché l’architettura non era il tema del giorno, nessuno lo fece. Lui non sembrò mortificato, rimase impassibile. Pareva se lo aspettasse. Indugiai un attimo sul suo aspetto. Mostrava avere vent’anni o poco più, ben curato, modi gentili. Ebbi l’impressione, già da questo primo approccio, che fosse timido o troppo rispettoso della gerarchia. Proprio quella sera seppi che lo scultore ricopriva la carica di priore di quella esaurita rappresentanza religiosa e Alberto pareva preoccupato di ottenerne il consenso.
 L’attività artistica dello scultore-priore consisteva nel modellare forme con la creta o miscele di cemento bianco. Alcune rimanevano come statue o bassorilievi, altre andavano a comporre le matrici entro le quali gettare il bronzo fuso per l’opera finita. Non solo soggetti religiosi e non escluse figure femminili anche poco vestite. La conversazione tra noi si muoveva su di un piano rigorosamente laico per un tacito patto contratto al primo incontro. Non furono necessarie spiegazioni: lui capì il mio mondo, io il suo senza bisogno di niente altro che guardarci negli occhi e stabilire lo spazio comune. Ci incontravamo solo sui temi dell’arte, della beata solitudo e dell’amore per la natura. Compresi, del resto, che non era molto coltivato in altri campi della conoscenza più astratti e perigliosi come, ad esempio, la filosofia. Me ne accorsi un dopocena con i tre, assente il vecchio Davide. Tema di conversazione: la natura e l’arte. Nel dibattito mi fu concesso, ma solo di sfiorare, il divino. Alla mia richiesta di un parere sul Deus sive natura spinoziano, lo scultore rispose con una espressione indecifrabile del viso. Quella di Anselmo, non mutò colore: più consona a un trappista con teschio sottobraccio! Solo Alberto sembrava felice di rispondere ma si fermò dopo un diplomatico quanto stimolante: «Spinoza, va capito!» E più non disse, forse a causa di un consenso che non lesse nello sguardo del priore. Questo reiterato, muto ossequio all’autocensura su certi temi mi stupì un po’, ma poi pensai: ‘È giovane, sa stare al suo posto!’
Non speravo di scoprire nello scultore un Benvenuto Cellini ma un inquieto artista almeno sì. Se era un artista, e nessuno lo negava, non era inquieto. Ciò contrastava con l’idea che tutti, me compreso, si fanno sulla necessità che un umore burrascoso e un contestare ad ogni occasione siano obbligati nella personalità artistica. Del resto, il suo aspetto parlava da solo. Sui sessanta, viso largo, guance pendenti come orecchie di cocker, poche rughe, colorito spento, naso nobilmente pronunciato, radi capelli bianchi sufficienti appena a velare il cranio, un corpo massiccio di modesta statura, andatura da plantigrado. Dall’aspetto a distanza, saresti stato tentato di catalogarlo tra gli animali più miti. Più da vicino, scoprivi dettagli tutt’altro che domestici. Come in un quadro che a prima vista, dà un’impressione di serenità, ma esaminato naso alla tela, scopri certe audaci pennellate forti e inquietanti e ti chiedi come potevano sparire nel complesso, così nei suoi occhi, tra l’ambra e il marrone, un po’ socchiusi e prima spersi nel volto, da vicino scoprivi trattenute saette pronte a fulminarti. Accadeva nel commento ai fatti di cronaca, anche politica, più rilevanti: un lampo nello sguardo che valeva un girone infernale!
Presso gli abitanti del vicino paese, godeva di stima e di affetto. Tuttavia, nel conversare con alcuni fedeli fuori del convento, mi capitò presto di avvertire un velato scontento. Mi proposi di scoprirne le ragioni. Quando riceveva e ascoltava il fedele seduto presso un abete del parco che circondava il convento, presi ad osservarlo da lontano. Era molto sobrio, avaro nel tempo e nelle parole. Congedava tutti in fretta. Mi consolai pensando che quando nelle nostre conversazioni, si alzava all’improvviso, con quella figura di piccolo orso irrequieto, lasciandomi sulla panca come un cappello dimenticato, non lo faceva per noia o punizione ma solo perché… era fatto così.
Col passare dei giorni cominciai a farmi un’idea più precisa sulla sua personalità. Sospettai fosse molto intimorito dal prossimo: doveva amarlo, ma pareva temerlo e non nascondeva il desiderio di evitarlo il più possibile. Non avrei dovuto meravigliarmi, anzi riconoscerne la coerenza: uno che si fa frate, ha per disposizione interiore un certo ripudio del mondo e dei suoi inquilini! Eppure, in un religioso e artista, così innamorato della figura umana da stilizzarla in tanti modi e non raramente nella sua nudità fisica anche femminile, mi sarei aspettato una partecipazione più sentita, cercata e approfondita per le sofferenze umane. Sicuramente le pativa come proprie, e però mostrava più di fuggirle che condividerne il peso. Era forse consapevole che, per porvi rimedio, occorresse innanzi tutto affrontare con le parole quelle sofferenze? E per questo non si sentisse di possedere la necessaria dialettica calma e confortante di confessori famosi?
Tale dubbio nacque osservando il suo comportamento quando, passeggiando insieme nel parco, incontravamo un fedele che chiedeva di ascoltarlo. Mi lasciava subito per accompagnarsi a lui, e solo se lontani il giusto, gli concedeva la parola. Nel farlo le donne si guardavano attorno sospettose, gli uomini, spesso anziani, fissavano il terreno.
Lui taceva, capo chino come sotto un rimprovero. Indovinavo la sua sofferenza di fronte al ripetersi monotono delle miserie umane confessate: scivoloni matrimoniali, furti meschini, pettegolezzi, calunnie. E indovinavo il suo pensiero: “Roba vecchia quanto il mondo e infestante come la gramigna! Cosa c’è da dire di non già detto?”
A questo presunto sfogo, immaginabile dal suo comportamento, dopo aver assistito all’ultimo incontro con una anziana donna, avrei voluto ribattere: “Eppure, per quel fedele come per altri, maschio, femmina, giovane o vecchio depresso, le solite edificanti parole, non sarebbero ugualmente utili per far battere all’unisono le anime e sollevare il sofferente dalla sua dolorosa esperienza?” Fu allora che, guardandolo, mi sembrò, in risposta, di sentire la battuta secca: «È una parola!»
Ebbi così rinvigorito il mio sospetto: proprio le parole! Questo era il difficile per lui: tante parole sarebbero state necessarie! Come quando – mi raccontò- un’anziana vedova voleva a tutti i costi un discorso sulla prova concreta dell’esistenza di Dio pena il ripudio della Chiesa. La pregò di recarsi al priorato di provincia!
L’ammissione che non avrebbe mai pronunciata, ma gli sarebbe stato gradito indovinassi, era  nell’interrogativo: «Dove trovare le parole giuste?» E l’avrebbe confessato umilmente con l’implicito invito a capirlo, guardandosi le mani come per dire: «Non è mica come la creta che, morbida e plastica, basta l’idea e un tocco leggero del pollice per vederne gli effetti!» Potevo dargli torto? Anche il Creatore l’aveva preferita! Con le parole non ci si trovava. Fare un lungo, ricco discorso sarebbe stato più mestiere da pittore abituato a scegliere i colori e fonderli in tante sfumature per creare altrettanti stati d’animo! Ma lui era scultore…Trovare le parole giuste, dargli un tono convincente… è una parola!
Questo avrebbe voluto dirmi: lo sentivo. In quanto poi al tono di voce, non gli riusciva proprio: uniforme, rassegnato, stessa tonalità minore, a braccetto con scuotimenti di testa e sorrisi amari di accompagno con la pretesa di dare conforto. Spesso l’effetto consolatorio sul fedele risultava palesemente insufficiente. Per rinvigorirlo, nei casi più evidenti da lui avvertiti, ricorreva alla fine ad un espediente, una invenzione quasi clownesca: una robusta sfregatina alle manone e un incipit di risata, scoppiettante come un diesel all’avvio. Sicuro l’effetto: comunicava un buonumore improvviso e contagioso. Se fosse stato un uomo che si accomiatava, accompagnato da quel suono squillante e vitaminico, avresti veduto nel suo volto la ritrovata espressione dei vent’anni quando l’amico, fischiando sotto casa, prometteva novità e avventura. Se donna, pareva avesse risentito l’incoraggiamento paterno, il tono di voce si rallegrava nel saluto, lo sguardo si fermava sicuro.
“Solo a padre Anselmo, la risatina non riesce a smuovere la savonaroliana cupezza!!” conclusi.
E su questa stranezza cominciai a impuntarmi. Sempre più spesso mi ponevo una domanda: “Perché il priore, nei confronti del confratello Anselmo, malgrado la pochezza dei suoi mezzi verbali, non l’aiuta a uscire dal suo stato? Lo considera, psicologicamente parlando, un malato terminale ormai senza speranza? Che mistero si cela dietro quella maschera d’attore tragico all’atto finale?”
Una sera, prima di lasciare il priore sul portone del convento per tornarmene in città, provai ad interrogarlo con molta discrezione, quasi distrattamente.
«Anselmo… sempre di quell’umore triste… ha forse paura della morte?» gli chiesi. Tacque incerto, poi gli scappò: «Sarebbe forse benvenuta, per lui!»
Trattenni la sorpresa piegando sul generico: «Beh, per voi religiosi lo capisco… L’altra vita è promessa che non vi aspettate sia tradita. Una vita migliore…»
«Specie per lui…» continuò a cedere in confidenza lo scultore.
La curiosità spingeva irresistibile. Riuscì a farmi dimenticare l’impegno di non interessarmi più dei fatti altrui. Mi feci più vicino per stimolarlo, un piede sulla soglia del portone, come fanno i rappresentanti per non essere respinti. Dissi: «Peccato, in fondo, nonostante la sua età, sarebbe ancora un uomo attraente, potrebbe ben figurare, ed essere gradito a molti fedeli, se smettesse di giocherellare col teschio come Amleto!»  Lo dissi con tono leggero, scherzoso, da non fargli sospettare che avessi intuito qualcosa di grosso.
«Hai detto bene figlio… dì pure bello! È quello che l’ha rovinato!» (Da un po’ il priore usava anche con me l’appellativo “figlio”!)
«Rovinato!?» ripetei con una foga che lo mise sulla difensiva. Si affrettò a chiudere l’argomento e spingermi il portone in faccia esclamando: «Eh!! I casi della vita!!»
Stavolta senza risatina di commiato.
«Già i casi! Quali?» ripetei io, rincorrendolo con la voce sperando di trattenerlo. Niente. Silenzio della notte come un sigillo.