C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. XI – IL NANO

Risalii al convento, con fatica. Pesava il passo, per un senso d’incompiuto, non più giustificato dopo le rivelazioni di Alberto. Elisabetta, Alberto e Anselmo, vertici del triangolo umano fino a quel giorno confuso, apparivano ora ben collegati. Era più agevole valutare i fatti e le reciproche influenze. Invece di cercare di raffinare i dubbi rimasti sulla coppia, per portarli alla purezza di una verità assoluta, che mai si raggiunge, mi intestardii, nella ricerca del perché della mia scontentezza. Pensai, per primo, che fosse il bisogno di fare subito qualcosa. Ma non sapevo cosa. Un’azione riparatrice? Poteva ben essere approvata da tutti!! Ad esempio, far partecipe la Gina che Elisabetta era diversa da come l’immaginava! Ma forse – riflettei subito– sarebbe stato inutile, perché niente e nessuno avrebbero potuto, ormai, farle cambiare idea: Elisabetta era “Quella” e faceva tutt’uno con la bella Lilli che le aveva rapito il figlio. Una fusione simbolica irreversibile, una stessa figura, speculare, nella brutta carta da poker che la vita le aveva passato. Conclusi che non era questo che mi poteva soddisfare. Tornai di nuovo su Anselmo. Nonostante tutto, nel nuovo panorama di relazioni tra i protagonisti della storia che lo riguardava, sentivo mancare qualcosa, più di qualcosa. Il senso di vuoto mi inquietava. Una imprevista voragine, all’improvviso, sbarrava il passo al cammino delle certezze. Mi fermai col fiatone. “Cos’è?” mi chiesi “cosa manca ancora?” Presi ad analizzarmi, anche con l’intento di calmare un certo rimprovero, verso me stesso, nel ritrovarmi davanti a quel vuoto, senza sapere come ci fossi arrivato. “Rifletti per gradi e col buonsenso” mi dissi. E cominciai.

Presi atto, per primo, che la vicenda di Elisabetta non era conclusa, come aveva detto Alberto… Convenivo che prima o poi, ora che il peggio era passato, si sarebbe trovato un accordo… Ero certo che Anselmo avrebbe aiutato chi lo consigliava come arrivare ad una definitiva composizione, aprendosi anche a una critica su sé stesso… Però… E qui, arrivò la scoperta e la domanda: “Cosa ha provato e prova ancora lui per Elisabetta? Quali sono i veri sentimenti nei suoi confronti?” E di seguito, il dubbio: “E’ lui la parte debole e ingenua nella vicenda? O nasconde dentro di sé qualcosa di segreto e inconfessabile, che come fiamma nascosta, aveva alimentato il dramma, e lo consumava ancora?” A dubitare, mi portava la consapevolezza dello strapotere del sesso. Spesso disconosciuto, più spesso camuffato, rivestito di panni modesti da mostrarsi innocuo a sé e al sentire altrui e, se scoperto, persino perseguitato dalla coscienza per cancellarlo. Ma sempre senza successo. In poche parole, bisognava sapere se Anselmo avesse amato quella donna, desiderata, avvicinata col desiderio di possederla; oppure, avesse subìto tutto passivamente, da bambino ingenuo e sprovveduto, quasi un angelo asessuato come tutti affermavano. Questo dilemma ora spadroneggiava e giudicavo indispensabile risolverlo, se volevo contribuire all’esito di una vicenda, che ormai sentivo come mia. “Ma chi lo può risolvere senza la sua collaborazione?” mi chiesi avvilito. E poi, riprendendo il passo con dispetto, nella salita al convento, rincarai: “Io no di certo. Alberto nemmeno a pensarci, per l’età, il ruolo, e per i vincoli di parentela con Elisabetta!” Riflettendo, pensai che quell’analisi su di lui, avrebbe potuto farla solo una persona di consumata esperienza, di fiducia, disponibile a conoscere tutta la storia, un estraneo… insomma uno psicoterapeuta o un confessore. Il priore? Forse sì, essendo stato suo confessore, ma nessuno avrebbe potuto estorcergli qualcosa, in sospetto di avversare il suo granitico programma d’espiazione per il confratello! Già incrinato, dai miei colpi e quelli di Alberto!! Infine, il timore più grande: “E se l’accanimento, tanto caro al priore, nel tenerlo lontano dall’umanità pericolosa, fosse proprio dovuto a passioni segrete sapute in confessione? Una su tutte: la passione per Elisabetta che ancora viva, coverebbe sotto la cenere?”

Tutte queste domande mi avevano acceso un gran fuoco in testa. Mi diressi alla fontanella alla quale attingevano spesso alcuni devoti credendola miracolosa e, sebbene non fosse proprio caldo, ci tuffai il viso. Il freddo mi schiarì le idee. Ma non la vista, della quale dubitai quando, rialzando il capo, col baffo gocciolante, mi trovai davanti, comparso dal nulla, un curioso essere non più alto di un metro. Era rivestito fino ai piedi da una palandrana di lana blu a bottoni bianchi dalla quale usciva, all’altezza del collo, una sciarpa rossa. Sopra, era impiantata una testa di uomo adulto, gradevole nei lineamenti, capelli neri lisci ben curati, occhi scuri vivissimi, un curioso naso grosso, a palla, d’un rosso che sapeva di colore aggiunto e sbiadito. Portava un orecchino a cerchio sull’orecchio sinistro che gli dava l’aspetto del pirata. Gli mancava solo il pappagallo sulla spalla. Aprì la bocca in un largo sorriso e senza curarsi del mio viso bagnato, mi chiese infine, con una bella voce tenorile: “Lei sa, per caso, se nel convento abita ancora la signora Gina?” L’accento si poteva definire spagnolo o latino-americano. 

A volte la sorpresa ci fa ammutolire e il nano, perché tale era, visto che non rispondevo, ripeté la domanda senza impazienza, come si fosse aspettata la reazione. Intanto cercava di tirar fuori qualcosa dalla tasca interna della palandrana, lottando contro la sciarpa che pareva un boa tanto lo avvolgeva sotto. Io feci altrettanto con un fazzoletto per asciugarmi il viso. 

“Sì – risposi- la signora Gina è la donna di fiducia (non mi venne da dire la domestica), dei frati nel convento… Chi la cerca?”

Il nano cavò finalmente una carta che riconobbi essere una foto in bianco e nero e, senza lasciarla, me la mostrò dicendo: “Vengo per lui…” 

Nella foto vidi un uomo, sui quaranta, in divisa da cavallerizzo con livrea scura e con tanto di mantello, che teneva per mano…  non si sa chi, perché la persona vicina era stata tagliata via. Un taglio preciso con le forbici. L’unione tra i due finiva così all’altezza del gomito della figura mancante. Si poteva vedere solo una mano e un avambraccio nudi che, ad un esame più vicino, avrei giurato appartenere ad una donna. Per almeno due motivi: darsi la mano in quel modo, come una coppia danzante, presupponeva un partner femminile; la delicatezza del pezzo di braccio ancora visibile e della mano, in confronto al maschile, non lasciava dubbi. Infine, solo nell’esaltazione di un forte sentimento di tradimento e vendetta si usava tagliare una foto. L’immagine della persona amputata era certamente di una donna!

«Non lo conosco» confessai: “Chi è?” chiesi restituendo la foto e intascando il fazzoletto.

«Tu non lo conosci, ma la signora Gina dovrebbe conoscerlo perché è sua madre» disse con una punta d’ironia, con quello sguardo dal sotto in su che m’inquietava: d’abitudine, a quell’altezza, ci trovavo un bambino non un uomo! Ero ormai certo, da ricordi d’infanzia e senza bisogno di domande, che quel nano veniva, probabilmente, da un circo di passaggio e che, a giudicare dal colore rosso, ancora in tracce sul naso grosso e tondo, doveva essere il clown. 

Cominciavo a sospettare di cosa si trattasse. Non volendo lasciare che le cose seguissero una strada che il fare del nano minacciava essere troppo decisa alla meta, restia alla prudenza, per l’affetto che portavo ormai alla vecchia e…. per mia colpevole curiosità, proposi: «Venga l’accompagno io». 

Mancava poco al portone del convento, solo una ventina di metri; nel tempo necessario a percorrerli, seguito dal nano, dovevo a tutti costi sapere se i mei sospetti erano giusti. Chiesi rallentando volutamente l’andatura: «La persona della foto… il figlio della signora Gina, sta bene, vero?»

Il nano, intascata la foto, mi girò attorno come una trottola e si fermò davanti impedendomi di proseguire. «Caro signore, ora sta bene, ma di quel bene che non teme, poi, più di stare male… E quello che si può definire, senza che qualcuno mi dia una pedata per dire che sbaglio: un bene eterno. Sì, perché chi lo raggiunge non si è mai visto tornare per restituirlo.» Non pronunciò queste parole col tono ironico che le sarebbero state di naturale accompagno, ma con una tristezza che stupiva in quell’insieme umano, forzato ad essere buffo e gioioso per mestiere. «In una parola è morto?» chiesi cupo. «Così l’hanno definito, sebbene fosse superfluo, visto che chi cade da cavallo sopra quattro lance vere, messe ad ostacolo, e rimane trapassato, non abbia bisogno di essere visitato per sapere come sta».  Feci una smorfia di orrore e chiesi: «Ma perché?» Il nano mi si mise di fianco e senza muover un passo, con la stessa aria triste, levando la sua piccola mano destra alla bocca per una confidenza che nessun altro doveva sentire, dichiarò: «Per amore, signore… per amore.» Feci un passo indietro. «Per amore?!» chiesi stupito. «Sì, così chiamano quella follia che ti fa sembrare tutto possibile pur di far felice chi ha preso la tua anima!»

“E chi gliel’aveva presa?” chiesi intuendo ormai quale fosse la risposta “Chi… Lei, Lilli, la padrona del circo che volle fare di un giovane semplice, un temerario cavallerizzo in grado di affrontare un numero che facesse tremare gli spettatori, che ogni volta tenesse col fiato sospeso anche noi poveri buffoni, destinati, poi, a rovesciare quello stato d’animo nell’euforia dello scampato pericolo.”

C’era risentimento nella voce del nano, una espressione dura nel viso. «E lei?» chiesi. «Lei è la mia padrona e io posso solo dire che ne ha sofferto… per qualche giorno.» E così dicendo riprese a salire. Io lo rincorsi e chiesi con tono amichevole ma deciso: «Cosa vuoi fare con la foto?» 

«Quello che ho giurato a lui di fare» 

«E cioè?» incalzai.

 «Portarla alla madre come mi disse, nel caso fosse successa una disgrazia, che avrei dovuto dirla incidente nel lavoro, raccomandandomi di tagliare la foto per non mostrare la Lilli che gli dava la mano. Quella mano che era l’invito della morte stessa…» 

E di nuovo la mia coscienza tornò a ribellarsi. «Perché dirglielo?» pensai. «Perché non lasciare la Gina nella speranza che il figlio fosse ancora vivo? A cosa sarebbe servito spegnere anche l’ultimo lume di speranza?»

Giunti al portone feci chiamare il priore da Lorenzo, un nuovo novizio appena giunto al convento.

Spiegai al nano: «Dobbiamo chiedere al priore il permesso di entrare».

E lui: «Priore? Dal nome sembra un prete!»  E io: «Per forza siamo in un convento non è mica il municipio!» Lui fece un passo indietro contrariato.

«I preti mi guardano sempre storto!!» esclamò. Poi declamò contorcendosi tutto: «E io mi storco, poi resto fermo come un mandorlo o un vecchio olivo, così li faccio contenti.» E, dopo buffi contorcimenti del corpo, prese alla fine, la posa di un albero. Mi fece sorridere. Sebbene non avessi voglia di scherzare, ribattei: «Ma così spaventi!!» E lui: «Lo so… sa cosa mi disse una volta una signora, una bella signora che era col prete?»

 «No, cosa disse?»

«Che ero brutto e indimenticabile come il peccato originale. E io risposi: “Indimenticabile, signora… dice bene, perché una volta assaggiata la mia mela non se ne può fare più a meno!”» Non potei che sorridere ancora. E lui con me. Poi chiesi: «Non mi hai detto come ti chiami». 

«Non me lo ha mai chiesto!» rispose.

«Lo chiedo ora»  

«Pablo, el clown mas hermoso» e prese a canticchiare un’arietta sconosciuta.

 «Ho capito… ho capito Pablo, dimmi, conoscevi bene Fausto?»  Tornò molto serio, quasi calò una maschera tragica sul volto, come solo i clown sanno fare. Rispose: «Era l’unico amico. Un uomo sincero, leale e generoso. Mille volte gli dissi di lasciare lei e il circo. Non era fatto per quella vita. E in che mani era! Lui, ai miei consigli, chinava il capo come pentito, poi continuava a lavorare per farla contenta, in un numero che lei voleva sempre più emozionante! Il resto lo sa.» 

«Dov’è il tuo circo ora?»

«Ha la tenda a ****. Ma solo per carnevale».

«E lui dov’è sepolto?»

«A Nizza, dove ci fermiamo per l’inverno.»

In quel mentre comparve il priore, tutto intabarrato e con uno scialle nero fino al naso. Si scusò: aveva l’influenza e non poteva stare al freddo.

Gli presentai il nano che lo guardava con diffidenza e a distanza. Gli esposi in poche parole sia il motivo della visita, sia le mie perplessità sulla necessità di far sapere alla Gina la morte del figlio. Condivise in parte all’inizio, poi concluse: «Sapendo la verità, però, potrà meglio e più meritoriamente pregare per lui, agevolando la sua espiazione in Purgatorio.»

Avrei dovuto aspettarmelo. Mi pentii di non aver convinto prima lui, il nano, che un giuramento può essere disatteso a fin di bene. Me ne andai indispettito, lasciando i due che non vedevano l’ora di separarsi.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. X – RIVELAZIONI

«Contento della rinascita di Anselmo?» chiesi ad Alberto, già pronto a partire verso la sua nuova sede, con una semplice borsa come bagaglio. In attesa del taxi, sedevamo su una panchina del viale, sotto quel mandorlo già testimone di una triste separazione. 

«Sì, ma, purtroppo, la storia non è finita!» 

«Non capisco.» 

«Tu, professore, non conosci la storia tutta intera!» mi disse con aria misteriosa. 

«E già» riconobbi con rammarico. Con un tono tra stuzzico e rassegnazione, aggiunsi: «Sebbene abbia fatto di tutto per conoscerla a fondo, non ci sono riuscito, ma spero sempre che, prima di partire, tu mi racconti le parti mancanti. Questa vicenda di Anselmo così tardoromantica, non nuova ma vicina, reale, mi ha preso; mi sembra di viverla con il protagonista e, come nei bei film, voglio stare con lui fino alla fine.» Lo dissi guardandolo dritto negli occhi perché vedesse nei miei che non vi era curiosità, solo sincera volontà di capire.

Lui sorrise e si guardò le mani, come faceva prima di iniziare un discorso serio: le apriva a libretto e pareva leggervi qualcosa. I ragazzi, a scuola, fanno così nel compito in classe, quando scrivono nomi e date da ricordare. Poi, segnando sulla panchina col dito indice, lentamente, il numero uno, disse: «Come in molte storie, anche qui non c’è un solo protagonista…» Un attimo di silenzio e continuò: «Intendo il numero uno assoluto. I personaggi intorno ad Anselmo, che ne hanno favorito il dramma tanto da innalzarlo al ruolo principale, sono essi stessi comprimari importanti. Senza di loro non vi sarebbe stata la storia, e senza di loro, la storia non si concluderà.»

«Sono confuso e un po’ deluso…» confessai, cercando di assumerne il tono.

«Lo capisco, ma, per parlare chiaro, senza Elisabetta non ci sarebbe stata storia e non vi sarebbe stato Anselmo come l’hai conosciuto.» 

«E chi è Elisabetta?» chiesi stupito. 

«La famosa signora di cui hai sentito parlare come la causa di tutti i suoi guai» rispose.

«Ah! – esclamai- “quella”!! La Gina la chiama così… l’innominata! Tu l’hai conosciuta Alberto?»

Il giovane si alzò, fece un giro intorno alla panca su cui eravamo e tornò a sedersi con precauzione, attento a non sporcare la tonaca. Tornò a guardarsi i palmi delle mani e poi chiuse subito i pugni dicendo: «Conosco molto bene Elisabetta… Molto bene… Tutto nacque da una tempesta nella sua personalità. Una drammatica caduta nel peccato. Persino i santi ne sono stati vittime. Leggi le “Confessioni” di Sant’Agostino e capirai. Un momento della vita, nel quale chi crede di aver trovato l’amore a lungo sognato, non riesce a dominare la rabbia contro tutto il mondo che vorrebbe portarglielo via. In un’anima per natura estroversa, passionale, come quella di Elisabetta, si scatenò una forza autodistruttiva tesa a colpire proprio il simbolo di quell’amore, confidando in una vendetta che trascinasse tutti nel fango. Nel peccare ha attinto all’elenco di tutti i peccati capitali salvando solo l’avarizia e la gola. Ora, come meta della sua vita, dopo la ritrattazione e gli sconsiderati atti di disperazione su sé stessa, vuole essere perdonata da Anselmo, essere liberata dal suo perdono solenne…»

«Beh, credo che Anselmo l’abbia fatto, anzi non ne dubito minimamente!» notai con convinzione.

«Certamente l’ha fatto, ne sono testimone, perché proprio io sono stato portatore del suo perdono presso di lei!»

«E allora cos’altro vuole?» dissi con l’aria di parteggiare per lui.

Alberto si alzò di nuovo e, braccia dietro la schiena, fece alcuni passi tradendo un nervosismo che contagiava. Da seduto mi trovai quell’irrequietezza nelle gambe che prende chi è in ansia. Quando lui tornò a sedersi, anch’io mi calmai. Con una espressione molto seria, disse: «Il fatto è che il perdono che ho portato io non le basta, lo vuole da lui direttamente, “dalla sua bocca e dalle sue mani”, come mi ha detto.»

«Beh, forse che Anselmo non sarebbe d’accordo?» obiettai candidamente.

«Lui vorrebbe, ma la teme, e il priore non fa altro che alimentare questo sentimento. Ritrovarsela davanti con l’angoscia di assistere a scomposte reazioni di lei!! Ma lo vorrebbe, lo so.»

«Perché, tu credi ancora a qualche colpo di testa?» chiesi incredulo.

Mi guardò in modo strano, pareva scrutare se ci fossero rassicuranti segni di sincerità sul mio volto, segni che lo convincessero a rivelarmi confidenze molto delicate.

Dovetti superare l’esame perché, con tono sicuro, disse: «In questa sua ostinazione, anche io ci sento una minaccia. Prima di venire qui ero a Castellalto. Mi ha cercato e l’ho incontrata. È sempre più decisa. Ha minacciato un’altra azione delle sue… Sembra ancora convinta che Anselmo le appartenga, come uomo e anche come religioso. Suo, anche nella nuova veste di strumento di perdono. E ossessivamente al centro dei suoi pensieri. Ne segue persino i movimenti nelle rare uscite di Anselmo fuori convento…»

«Cas… pita, ora capisco chi fosse la donna, il giorno del patrono, quella che hai stoppato nella piazza!!» esclamai, battendomi una mano sulla fronte.

«Sì, proprio lei!! Voleva raggiungerlo a tutti i costi. L’ho dissuasa promettendole, infine, un incontro in luogo adatto.»

«Beh, ma cosa può fare se non riesce ad avere questo perdono… dalle sue mani, come dice?» 

«Mi vergogno a dirlo, ma ormai… Ha minacciato di spogliarsi nuda in chiesa, durante una funzione religiosa, nella quale lui sia presente e di restarlo fino ad ottenere il perdono come lei desidera, lì davanti a tutti…»

«Questa poi!!» esclamai «non si rende conto che così finirebbe al manicomio!!»

«Non lei, ma io ci finirò se non risolvo questo dilemma!» esclamò Alberto a sua volta, saltando su con un piglio di giovanile ribellione che mi piacque molto.

E venne spontanea una domanda: «Ma scusa Alberto, come mai tu sei così dentro questa storia?» 

Si allontanò un po’ dalla panchina, fino a raggiungere un rametto fiorito del mandorlo e senza romperlo, prese ad esaminarlo. Pareva vi leggesse sopra. Il tono di voce si fece debole e triste: «La prima moglie dell’uomo che ha sposato Elisabetta in seconde nozze era mia madre. Morì quando avevo dieci anni. L’anno dopo, Elisabetta entrò in casa pendendo il suo posto. Non credere che mi trattò male, anzi mostrò nei miei confronti una benevolenza… non oso dire amore. Dopo i fatti clamorosi che seguirono, non credetti possibile fosse la stessa donna. L’atmosfera familiare con questa seconda madre, ben diversa dalla prima, presto diventò un inferno. Ma non per colpa sua. Mio padre era uomo incapace di amare, di comprendere il mondo femminile e la famiglia. Violento e sregolato, fu causa indiretta della morte di mia madre, quella vera… così docile… sempre a subire! Non voglio descriverti come ci trattava, io bambino, quando raramente rincasava. Urla e persino minacce…  Lo temevo. Elisabetta invece, non fu così remissiva. Si rese presto indipendente e diede sfogo alla sua personalità artistica e alla sua gioventù così disprezzata. Con la bellezza e il fascino che ancora possiede, non ti sarà difficile capire che allora si attorniò di innumerevoli amicizie. Lei cercava di non trascurare nulla per la mia educazione, ma presto non ne potei più di stare in una casa dove ogni incontro, tra lei e mio padre, era litigio. Mi sentivo un estraneo. Chiesi e ottenni di frequentare un collegio a Roma… Vissi il mio quattordicesimo anno nel pieno dello scandalo. I giornali, specie politici, servirono al pubblico piatti speciali sulle accuse portate ad Anselmo e al convento, condendole con spezie piccanti: medievali, surrealiste, decadenti. Insomma, un’orgia, per godere della quale anche gli analfabeti impararono a leggere! Ero nell’età in cui si sceglie il proprio futuro. Stavo entrando in una adolescenza piena di dubbi, dai quali un onest’uomo, non prete ma un filosofo, insegnante al liceo, si adoperò per farmi uscire. Intuita la mia propensione per l’analisi interiore, assicuratosi che il nascente concetto d’amore era in me concepito come ideale assoluto, mi consigliò la lettura dei testi filosofici di sant’Agostino. Diceva che non avendo resistito alle tante delusioni e dolori di una esistenza da filosofo, Agostino aveva scelto di lasciarla per rifugiarsi nella teologia. Insomma, un’esperienza vissuta e scritta da una mente analitica fine, che mi avrebbe aiutato a fare chiarezza su quale strada scegliere: la filosofia o la religione. La lettura delle “Confessioni” mi prese totalmente con il fascino di un percorso di luce. Sentivo che l’episodio di Elisabetta, mia seconda madre, poteva essere occasione per chiarire i due grandi enigmi che sempre si presentano nell’adolescenza: la Verità e l’Amore. M’informai su tutto quanto scrivevano i giornali, visto che lei non si fece viva se non con una lettera in cui era scritta una sola parola: “perdonami”.» Alberto tacque per nascondere la commozione. Io attesi muto che riprendesse il controllo. Dopo un po’, sempre col suo rametto fiorito tra le mani, che pareva ne contasse i fiori, proseguì con tono di voce più decisa e serena. 

«Quando vidi la foto di Anselmo sul giornale che riportava la vicenda, mi ricordai di una visita con la scuola, per una mostra di pittura, al convento di Castellalto, dove lo vidi per la prima volta. Ebbi la stessa impressione di allora: un uomo che tutto poteva aver fatto, meno quello di cui era imputato. In quel periodo, lessi le epistole di Agostino. Una mi colpì perché diceva più o meno così: “Se correggi fallo per amore, se perdoni, perdona per amore”. Da allora sentii profondo il desiderio di servire Dio. Questo precetto non lo dimentico. È al centro della mia volontà. Il resto della storia lo conosci.»

Stavolta fui io che mi alzai per raggiungerlo. Tutto si era chiarito di colpo e volevo anch’io la mia parte nella conclusione. Dissi: «Non mi stupisce… non mi stupisce più nulla adesso… Dopo l’epilogo della relazione con tanto scandalo e dolore per tutti, hai sentito come un dovere portare premure e attenzioni ad Anselmo, un impegno riparatore per il male che Elisabetta gli ha fatto. La missione era di recuperarlo, sia per lui, sia per alleviare la colpa di una donna che per sangue, non ti è niente, ma per fascino… Perché, Alberto, Elisabetta anche tu l’ami, vero?»  E prima che replicasse lo fermai: «Aspetta!!… un amore fatto di riconoscenza per essere stata una buona seconda madre, che ha rispettato e difeso la memoria della prima, ma in più, come vecchio peccatore, ci sento anche un pizzico di attrazione fisica nei confronti di una donna affascinante, dalla personalità demoniaca e angelica allo stesso tempo. Tutti i tuoi tentativi per far prevalere la seconda, sono anche per scacciare la tentazione di pensarla come la prima. Vuoi redimerla, portarla alla normalità di una vita illuminata dalla Grazia divina, in modo che tu possa sentirti autorizzato dalla coscienza a frequentarla ancora nei tuoi pensieri. Mi sbaglio?»

Alberto tacque, tornò a sedersi fissando, impassibile, il fondo dello stradone dal quale doveva salire il taxi. Non l’imitai ma mi piantai davanti a lui con decisione, quasi di prepotenza e continuai: «Alberto, hai fatto più del dovuto. C’è un limite credo, anche alla carità verso il prossimo. Anselmo è tornato ad essere lui, lascia che le cose seguano le volontà di due esseri umani, che debbono essere lasciati liberi di scegliere. Si chiama, se non sbaglio, libero arbitrio, no?»

In quel mentre, arrivò il taxi e lui si alzò per raggiungerlo. Mi guardò, sorrise e prima di scomparire nell’auto disse: «Vorrei poter rinunciare al mio libero arbitrio se questo mi darà la certezza di non commettere il male!» 

Mentre me ne tornavo al convento per salutare la Gina, notai un movimento dietro il basso muretto di cinta: un blu svolazzante verso il fitto del bosco. La piccola Carla non aveva potuto resistere a vederlo, forse, per l’ultima volta.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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