C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. IX – VERITA’

La storia di Carla mi colpì, soprattutto per la sua estraneità al moderno che vivevo, sebbene in parte ripudiato. “Roba da ottocento!!” pensai “allora, infanti esposti nel portone delle chiese, erano pretesto per ogni sorta di prodotto letterario e cinematografico destinato al pubblico femminile!”. Proprio per questa inattualità però la cosa mi turbava. E m’interrogavo. Come poteva ancora accadere un abbandono di neonati e quali le conseguenze nella loro vita? Che influenza avrebbero avuto gli inevitabili contorni romanzeschi costruiti nel tempo da parte di chi conosceva la storia delle loro origini? Si sarebbero potuti concentrare all’improvviso, rinfocolando il dramma originale? Pensavo alle parole di Carla. Quel “parente” usato all’indirizzo del priore, ad esempio, se non già fatto, avrebbe prima o poi generato sospetti nella mente della ragazza? Specie se servito con certi toni, sorrisini, ariette furbe da persone che, per incosciente malignità o esibizione di supremazia per cose che altri ignorano, della maldicenza ne fanno un mestiere. O, più semplicemente, allusioni da parte di alcuni compagni di scuola della ragazza, informati da parole sfuggite in famiglia, inconsapevoli del danno che avrebbero provocato. E il dichiarato desiderio della ragazza di frequentare Alberto non avrebbe potuto rinfocolare torbide fantasie? Che il priore fosse fuori di ogni sospetto di paternità sia per età che per carattere, era certo anche per un laico malpensante come me! E così doveva essere per tutti, a giudicare dalla stima che lo scultore godeva. Ma a volte l’incredibile, incontrando una menzogna vagabonda, possono, insieme, anche casualmente, generare veleni mortali, specie per una adolescente. Il desiderio di Carla, avvertito dal priore, di fuggire dalla sua attuale famiglia e dal paese, non era forse rivelatore del malessere di chi ha sentito aleggiare su di sé pensieri segreti dagli sguardi compatiti? Mentre me ne tornavo a piedi, a questa pioggia di considerazioni, per tormentarmi meglio, si unì una pioggerella subentrata alla neve. Giunto a casa cercai inutilmente il gatto, battezzato Socrate, che abitualmente mi aspettava sulla porta. Ogni ricerca e richiamo risultarono inutili. La preoccupazione sulla sua sorte allontanò ogni altro pensiero. Quella sera mi sentii solo.

Dormii male e nella notte mi parve di udire versi strani e lontani. Il mattino seguente feci visita al vicino contadino Fernando, mio abituale fornitore di uova e pollami. Uomo alto, rude, viso lungo e capelli incolti, capo di una famiglia all’antica fatta di due figli maschi aspri come lui e una femmina gentile d’aspetto, sui vent’anni di nome Nerina, tutti rubicondi e in salute. Mi accolse nella cucina enorme, antica di mattoni, buia, ricca di utensili, pulitissima, odorosa di latte bollito. Sul fondo, assiso come un re sul trono del camino, vegliava un fuoco vecchio da ore. La moglie, piccola, non parlava mai, il viso seminascosto da un fazzoletto nero come la veste, giovanile ancora per quello che si poteva vedere, precisa e veloce nelle faccende che sbrigava in mia presenza, quasi elegante. Mi fu difficile fin dall’inizio, immaginare tre figli usciti da un essere così fragile, e ancor più difficile come fosse rimasta apparentemente intatta ai parti, alle fatiche quotidiane, alla ruvidezza del marito. Acquistai ciò che il mio stomaco credeva necessario per una settimana e prima di uscire chiesi a Fernando se avesse per caso visto Socrate. Lui, zitto, mi fissò come se avessi chiesto chissà cosa. E io, dopo aver assaporato per un po’ la sua espressione smarrita, gli spiegai che Socrate era il mio gatto. Rise sollevato e mi disse: «Vanno in amore professore, adesso, i gattacci vanno in amore! Chissà dov’è! Ma vedrà che tornerà…»

«Anche lui!!» esclamai!

«Perché -mi chiese- in amore ci va qualcun’altro?» chiese serio guardando verso la stalla.

«Tutti, Fernando, tutti !!» ribattei.

E lui: «Beh, sia ringraziato Dio, se no finisce il mondo!!» e rise mostrando due vistose fallanze nella fila di quei suoi denti equini, per altro bianchi, da invidia.

«Già, hai ragione» convenni «hai proprio ragione!!»

Ormai in convento ci passavo di rado. I vari lavoretti quotidiani mi stancavano, era freddo e la salita di sera pesava. Anselmo aveva continuato a dipingere prendendo spunto dalle persone che capitavano al convento per i più vari motivi, compreso quello di consultazione della biblioteca alla quale, assente Alberto, si era offerto per l’assistenza. Una stanzetta adiacente il grande archivio era ormai il suo studiolo nel quale assolveva anche alle funzioni di bibliotecario. Piccola e con una grande finestra a sud, durante l’estate veniva evitata per il gran calore che vi si immagazzinava, come una serra quale doveva essere stata nel passato.

Nell’ultimo incontro, il frate mi chiese di acquistargli, in paese, alcuni tubetti di colore e altro materiale per dipingere. Trovai ciò che serviva e glielo regalai. Mi fu molto grato, ma ad alcune mie domande tese a chiarire, discretamente, qualche lato oscuro della sua antica vicenda non rispondeva. Con estrema lucidità e diplomazia dribblava l’argomento, ritornando sempre sui temi dell’arte. Negli ultimi giorni sembrava aver riacquistato quelle che erano state le sue doti come dai racconti sentiti. Dovetti ammettere che l’uomo, prima della “caduta”, doveva aver esercitato un grande fascino, specie sul pubblico femminile. Non avrei giurato che lo avesse ripreso totalmente ma anche così ce n’era abbastanza. Univa alla bellezza della persona matura, modi eleganti e misurati al suo ruolo di religioso, ma lontani da ogni stereotipo di santità. Il già conosciuto tono di voce, da ragazzo più che da adulto, invece di scontrarsi con l’aspetto si armonizzava, donando freschezza alla parola e a tutto il suo agire. Anche un rinnovato se pur debole sorriso si univa all’eloquio ricco e appropriato. 

Argomentava con un porgere ingenuo che trovava eco nella serenità del volto, non da sempliciotto ma da chi crede nella semplicità delle cose. Solo ogni tanto si abbuiava quasi all’improvviso, forse al passaggio di nubi residue di quel gran temporale passato che non voleva lasciarlo del tutto. E faceva temere che qualcosa di irrisolto, sempre vivo alla sua coscienza, impedisse una definitiva riappacificazione col mondo. 

Quando finalmente Alberto tornò da Roma, si era ormai in febbraio e già qualche mandorlo osava fiorire. Il giorno dopo il suo ritorno, fui avvisato dalla Gina che ero invitato a cena.

La sera entrai e lui mi venne incontro. Ci abbracciammo con sincerità d’affetto. Lo trovai cambiato nell’aspetto e nei modi. Appena salutato, il priore mi pregò di sedere al tavolo; un invito non più alla buona come era solito fare, ma con la freddezza protocollare di chi debba esibire il suo ruolo in presenza di un nuovo promosso di grado. A tavola mentre aspettavamo la solita minestrina della Gina, esaminai Alberto con calma. Vestiva la tradizionale tonaca degli agostiniani con una cintura nera ai fianchi e scapolare bianco. Faceva una certa impressione quell’abito austero su di un viso così giovane. Ci informò subito sui dettagli della cerimonia della presa dei voti e dell’onore riservatogli dal priore generale nel presenziare e congratularsi in privato con lui. Al termine, scherzando, gli chiesi se dovessi ora dargli del lei. Mi rispose che l’avrei dovuto fare solo se lui si fosse rivolto a me nello stesso modo. Dopo cena, Anselmo, visibilmente contento del ritorno del giovane, diventò protagonista e brillante oratore nel dialogo che seguì sulla forma e il colore nell’arte, quale dei due fosse più importante e i limiti che un artista si deve imporre. Alberto lo approvava con entusiasmo. Dopo i voti, la parola del giovane aveva assunto un nuovo peso che giudicai aumentato più per come li sentiva quei voti che per il vestito. Mai con arroganza, ma dolcezza di toni e capacità di persuasione. Una luce nuova emanava dalle parole e dal gesto. Insomma, ebbi l’impressione che se mai Alberto avesse avuto incertezze prima dell’ordinamento, ora la sua mente era totalmente sgombra da dubbi. Sapeva ed era deciso nel suo destino, confortato – come ripeté- dall’amore divino. Non fui saziato al finire di queste riflessioni. Sentivo nascere dentro di me una protesta e un malessere intriso di senso di colpa che disperava di essere ascoltato. L’atmosfera che si era creata con tanta profusione di amore divino, pareva vietasse ogni concessione alla potenza dell’amore naturale, umano. Un tema delicato lo riconoscevo, capace di avvelenare il clima festoso con tristi ricordi personali e con interlocutori forzati ad affrontarli. Eppure, lo sentivo un diritto di presenza, un diritto di natura che reclamava giustizia: doveva essere ascoltato. E avevo voglia di urlarlo a quel tavolo ma sapevo che non potevo farlo. Pensai che fosse tutta colpa di ciò che avevo visto nel pomeriggio dal vicino boschetto, tra la mia proprietà e il convento, mentre cercavo funghi. Assistetti, in anteprima, da lontano, all’incontro forse casuale tra Alberto appena giunto e Carla. Lui stava salendo il viale che portava all’ingresso del convento e lei ne discendeva. S’incontrarono nell’ampio spiazzo alberato proprio sotto un mandorlo ad inizio fioritura. Alberto, nella sua nuova tunica nera ben stirata e il passo sicuro, lei con la solita mantellina blu saltellando appena. Un vero quadro impressionista col bianco dei fiori, il nero e il blu. Entrambi giovani, biondi i capelli, visi puliti della prima età. Si avvicinarono l’uno all’altro con cenni diversi ma rivelatori di qualcosa di forte, di soffocato, che specie dai piccoli gesti di lei si sentiva doloroso da trattenere. Parve, per un attimo, che la ragazza volesse abbracciarlo e lui accoglierla, entrambi come sollevati da un vento improvviso e pietoso. Ma subito tutto precipitò. Non potevo da lontano né sentirli né leggere le espressioni dei volti ma li immaginai dai gesti di lei. Dicevano quanto già conoscevo: amore non dichiarato, domande senza risposta, speranze e sogni delusi, abbandono… E pianto, corsa, una fuga di lei giù, giù in fondo al viale, lontano da quell’albero che sapeva ormai non sarebbe più rifiorito. Alberto aveva cercato di fermarla, rincorrendola un po’ e chiamandola per nome. Poi si era fermato. Si era guardato intorno smarrito ravviandosi i capelli scomposti nella breve corsa e aggiustandosi la tonaca. Infine, aveva ripreso a salire verso il convento con un passo lento che, a me, parlava come di un antico dubbio tornato a tormentare la sua coscienza. Questo ricordo, quella sera a tavola, mi bruciava dentro, come un fuoco intollerabile. Avrei voluto urlare davanti ai frati, alzandomi in piedi e con parole accese con quel fuoco, quanto di mostruoso c’era nel supposto impedimento di Dio, a che le due giovani vite potessero amarsi ed unirsi. Che ascoltassero, fatta un attimo tacere la voce del divino, come tutto, all’intorno, dall’aria alle piante, persino alle antiche mura, avrebbe cantato lodi per una unione che invece, strappata al suo spontaneo compimento, faceva gridare al peccato contro natura! Non riuscii ad emettere che un mugugno incomprensibile. E me ne andai mogio dopo aver preso appuntamento con Alberto per salutarlo l’indomani prima della sua partenza verso il convento di Castellalto, sua nuova sede.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. VIII – NOMEN HABERE VENUS

Nella notte dell’Epifania la befana portò un regalo: la prima debole nevicata. Il freddo intenso mi convinse a rinforzare il riscaldamento. Acquistai e allestii in fretta e furia, nel vano scale al pianterreno, una enorme stufa a legna per un riscaldamento generale con particolare indirizzo: la camera da letto al piano superiore. Avrebbe supplito, in parte, alla funzione della stalla nei tempi in cui almeno sei bestie erano ospitate. Solo in parte – e lo sperimentai- perché di notte la stufa si spegneva mentre le bestie avrebbero continuato a mandare calore, insieme a quell’aroma, del quale abbiamo perso memoria, sostituito dal più gradevole odore di legna bruciata. E il letto restava gelato. Imparai così a riutilizzare “prete (e monaca)”, abbandonati dai vecchi proprietari. Fui soddisfatto dell’allegorico conforto religioso e mi sforzai d’immaginare che dovesse essere tutto come un tempo. Non ci riuscii. Sebbene il “prete”, nel letto, svolgesse il suo ufficio egregiamente immagazzinando molto calore nella lana prima di essere tolto, avvertivo ancora forte un’assenza. Quella animale. Avrei voluto sentirli vicini, buoi e mucche, nel loro più antico manifestarsi sacro e profano insieme. E una sera giocherellando nel dormiveglia con tali pensieri, mi ritrovai in piena atmosfera biblica. Alla cacciata dall’Eden – ricordai- per ripensamento divino, toccò a loro essere donati all’uomo per alleviarne il sudore, nella lotta per l’esistenza: lui forte nel lavoro, lei generosa nel primo alimento, preziosi entrambi coi loro scarti provveditori di crescita per piante e sementi. Con quale ricompensa? Sacrificati sull’altare di riti propiziatori e destinati allo stomaco dei sacerdoti! E dopo questa riflessione, conclusi ad alta voce: «Ecco perché gli ebrei, impazienti, avevano eletto a divinità un vitello d’oro, devoti al possente simbolo di un animale provvidenziale nell’esodo!» E subito dopo, per pareggiare la digressione religiosa sul Vecchio Testamento aggiunsi: «Ma non è stato trascurato nemmeno dal cristianesimo, visto che il bue è stato usato nella mangiatoia per riscaldare Cristo bambino!» La notte sognai addirittura che nella stalla ci fossero le bestie! Nel sonno mi parve persino di sentirle muggire… E invece mi trovai sul letto il gatto che, ormai imborghesito, avanzava pretese: dormire al caldo della casa!! Gli concessi lo scendiletto di lana.

Il mattino seguente dormii fino a tardi favorito dall’ovattato silenzio che solo una nevicata può creare. Sceso in basso, accesi stufa e camino. Dal cielo cadeva ancora qualche fiocco che accarezzava il vetro della finestra come saluto mattutino. Uscendo per andare alla legnaia, scoprii alcune orme intorno a casa e soprattutto nell’atrio davanti all’ingresso. Erano orme di scarpe di piccola taglia. “Mi è venuto a cercare uno gnomo come nelle favole o è di nuovo il cercatore di monete?” mi chiesi. 

Appena vestito mi diressi al convento con l’intenzione di verificare i progressi fatti da Anselmo. La strada era appena innevata. Si camminava bene. Mi aprì la Gina informandomi che il priore era in paese e che Anselmo si trovava…. in cucina. «Toh!» esclamai «E cosa ci fa in cucina!?» Lei mi fissò con sospetto, incerta se rispondere o no. Si guardò intorno per accertarsi che nessuno ci spiasse, poi sottovoce, con un mezzo sorriso che sapeva di confidenza, rispose: «Mi vuol fare il ritratto… Io non voglio… se lo sa il priore mi sgrida.» «Sgrida? E perché?» chiesi io stupito. «Non lo so… ma non vuole…» «Posso vedere Anselmo?»  chiesi. «Venga…» e mi fece cenno di seguirla. 

Entrai nella cucina, unico posto caldo del convento. Salutai il frate che accanto al tavolo aveva posto un piccolo cavalletto e stava tratteggiando qualcosa sulla tela. Quando entrai sembrò felice di vedermi. Lo trovai sereno, ben pettinato nei lunghi capelli, occhi limpidi, tutto ravvolto in un maglione nero e con un grembiule sul davanti da sembrare un cuoco. Rivolto a lui esclamai: «Sono proprio contento di vederla all’opera di nuovo e stavolta, mi ha detto la Gina, alle prese con immagini umane!» 

 Si rabbuiò per un attimo come lo ricordavo i primi tempi poi rispose con sicurezza: «Sì, vorrei tornare alle forme umane. Devo provare se la mano ubbidisce a questo mio desiderio.» 

Capii cosa volesse dire e con enfasi declamai: «Lo deve fare Anselmo, anche Alberto mi ha detto che questo ritorno alla forma umana è decisivo per riprendere ispirazione, è il superamento del buio, la riconciliazione con l’umanità, la cancellazione di un brutto periodo e la migliore richiesta a Dio per essere aiutato!» L’invito accorato in cui avevo cercato di mettere insieme due fedi, arte e religione, sebbene un po’ troppo carico, sembrò funzionare perché mi guardò con un sorriso di gratitudine. La Gina non aveva capito gran che ma, contagiata dall’approvazione di lui, annuì, poi abbassò il capo e mormorò: «Però il priore non è contento…» Sul volto di Anselmo tornò di nuovo una nuvola scura. Cercai di rimediare rivolgendo alla donna una spiegazione non brillante ma credibile: «Perché teme per la sua salute e non vuole che si rimetta subito al lavoro dopo quel bel quadro del chiostro che ha destato l’ammirazione dei confratelli e dei visitatori venuti dalla città. Ma qui, riparato e al caldo, sono certo che il priore cambierà idea. Gliene parlerò io…»

Sembrarono sollevati entrambi da questa mia intercessione che sospettai sopravvalutata negli effetti. Lasciai il frate al lavoro, con la Gina tutta in posa, seduta sulla sedia. 

La mattina del giorno successivo, decisi di scoprire il visitatore sconosciuto che aveva lasciato le impronte, nel caso fosse tornato a gironzolare intorno casa. Indossato il vestaglione di lana grezza, dopo aver acceso il camino, mi appostai dietro la finestra. Aspettai con pazienza. Dopo un po’, l’acqua che aveva iniziato a bollire nel paiolo, mi ricordò che serviva per farmi la barba. Dovevo alzarmi. Indugiai per fare un buchino col dito nell’appannatura del vetro attraverso il quale potevo scorgere meglio l’atrio esterno. Avevo appena terminato che sentii dei passi scricchiolare sulla neve gelata. Due o tre passi poi silenzio. Prima in allontanamento poi di nuovo in avvicinamento verso la finestra dietro la quale ero appostato. Mi aspettavo qualche mendicante, un venditore di legna, invece comparve, come dal nulla, il viso di una ragazzina bionda che tentava di vedere all’interno. Mi avvicinai di più e quando i due volti, nel reciproco intento di vedere al di là, si scontrarono nel vetro riconobbi Carla, la ragazza che mi recapitava i messaggi di Alberto. Udii un gridolino di paura e il viso di lei si ritrasse spaventato. Certo non doveva sembrare attraente il mio faccione, barba lunga e capello arruffato di primo mattino, ma scappare così!! Uscii dal portone e gridai: «Fermati, Carla sono io…. Il professore… Non aver paura. Cerchi me?»  Lei, sempre con la mantellina blu, aveva preso a correre verso il viale. Si fermò e rispose: «No, sì, volevo vedere se c’era lui… Il frate giovane… Alberto…» Rimasi perplesso. Intuii qualcosa di strano e dissi: «No, non c’è, perché lo cerchi? Vieni qui a scaldarti che ne parliamo.»

Carla indugiò un attimo poi tornò sui suoi passi e si avvicinò. La feci entrare e sedere vicino al camino. Si accomodò, tirò su i calzettoni di lana un po’ scesi, il viso e le mani arrossate. Mi disse: «Al convento lui non c’è più…. Credevo fosse qui… So che lei è suo amico.»

«Sì, ma non c’è… è fuori! A Roma credo, perché lo cerchi?» 

«Per aiutarmi nei compiti… Domani torno a scuola e volevo farli vedere…»

«Solo per questo?» chiesi con tutta la dolcezza che mi era possibile.

«Il Latino mi piace… mi preparo prima perché voglio un bel voto…» disse prendendo l’attizzatoio dal camino e cominciando a frugare tra le braci.

La luce rossastra della fiamma ravvivata di colpo, le colorì le gambe nude e aperte per scaldarsi fin sopra le ginocchia.

«Quanti anni hai?» le chiesi. «Quindici ma tra un po’ sedici…» rispose decisa.

Così dicendo, aprì la mantellina simulando improvviso calore ma forse per mostrarsi. Indossava un maglione bianco che metteva in rilievo i seni già di bella forma e ingranditi dallo spessore della lana. La gonna era nera, spessa e corta. Le gambe bianche, snelle, inquietanti nel contrasto col nero della gonna. Il viso, tornato al colorito normale, era dolce come lo ricordavo il primo giorno, ma lo sguardo diverso: inquieto, sfuggente, alla cerca di qualcosa.

«Inutile che guardi intorno Alberto non c’è. Non so se tornerà. Tu sai che lui è un religioso quindi la sua vita è segnata e anche il suo luogo di residenza può cambiare da un momento all’altro.»

Pronunciai le parole come una sentenza, quasi con cattiveria anche per scacciare da me la seduzione di quella forma femminile estranea al mio eremo. Persino il gatto stava allerta vicino al camino! 

«Non può lasciarmi qui da sola…» gemette all’improvviso portandosi le mani alle guance.

«Ma Carla, tu hai una famiglia… non sei sola!» replicai con comprensione.

«Con lui mi sentivo di più… di più…»

«Amata, forse?» azzardai con prudenza.

Lei non rispose. Mise su un broncetto che pareva un inizio di pianto. Ebbi paura nel ricordo del ragazzo suicida nel pozzo. Allora dissi: «Comunque, so che tornerà presto e potrai riprendere le tue lezioni…» 

«Dice davvero?» esclamò rasserenandosi.

«Certo, te lo prometto!»

Si alzò in piedi e mi stampò un bacio sulla guancia. Lo presi come uno schiaffo. Tutto confuso l’accompagnai alla porta e la salutai mentre già correva sulla neve. E avrei voluto fuggire anch’io una voce appena nata che ripeteva: «Ci risiamo, Venere ritesse la sua tela è il disegno è lo stesso!» Per un’improvvisa suggestione pagana, scoprivo che ovunque e comunque, quella dea dominava sempre. Prepotente, infaticabile. E per quanto mi riguardava, sembrava pretendere la mia presenza se non più come protagonista, come testimone. “E pensare che volevo imitare gli eremiti per stare lontano dal mondo! Ma dove riparare, se anche nei monasteri lei, sempre lei, compare all’improvviso?” mi chiesi deluso.

Queste riflessioni segnavano un punto di avvicinamento alla misantropia dello scultore. Che visitai nella tarda mattinata. Avendo trovato la porta aperta entrai nel suo studio senza preavviso. Stava ancora ritoccando la forma in creta della “bambina che coglie i fiori” come l’avevo battezzata. «Proprio lei!!» mi scappò di esclamare all’indirizzo della statua. Lui sobbalzò appena, senza guardarmi e io mi affrettai alla correzione: «Mi riferivo alla scultura, pensavo che l’avesse finita. Mi hanno detto che la modella è una sua parente, si chiama Carla, vero?»

Lo scultore alzò gli occhi dal suo lavoro, solo gli occhi, che si accompagnavano bene alle parole pronunciate con durezza: «Ma tu figlio, non sarai per caso della polizia? O, meglio, un qualche giornalista che vuole inventarsi misteri per scandalizzare e soddisfare questo mondo pettegolo e cattivo?»

Feci un passo indietro per la sorpresa. Con tutta l’aria offesa di cui ero capace, risposi: «Non mi sono sembrati misteri le storie che ho scoperto dato che tutti le conoscono e non le reputano tali. Poi odio i giornalisti, certi giornalisti, almeno quanto lei e non leggo più nemmeno i giornali. Sono solo coinvolto dalle vicende umane che via via, mio malgrado, mi stanno avvicinando alla sua visione cristiana dell’umanità. Poliziotto poi!!» e lasciai intendere che mi guardasse addosso, e giudicasse dall’aspetto. 

Se ne stette zitto per un po’ e temetti, come suo solito, il silenzio ad oltranza, invece: «Questa ragazza è una trovatella che sedici anni fa lasciarono in fasce sulla porta del convento e che proprio io raccolsi. Dopo qualche settimana, fatte le ricerche e sentiti i parrocchiani, si trovò di accasarla presso una coppia di contadini benestanti senza figli. Non fu facile, ma ci riuscimmo con l’aiuto di Dio. Da allora tra il popolo, non sono certo se per malizia o riconoscenza, la dicono mia parente. Carla la battezzammo, col nome del santo del giorno in cui la trovai. La ragazza, credo che ancora non sappia nulla della sua origine ma sospetti da mezze parole, allusioni… Si sa come è la gente… Forse a lei ha chiesto qualcosa?» 

«No… no!» mi affrettai a negare «ho saputo della parentela, diciamo così, quando l’ho incontrata per gli auguri di Natale con Alberto.» 

«Sì, Alberto l’aiuta qualche volta nei compiti» ammise «è molto intelligente e volenterosa. Sembra voglia a tutti i costi imparare per emergere, ma lontano da qui… Credo che senta qualcosa dentro di sé che l’attira lontano. Io cerco di assecondarla e per questo che ho concesso ad Alberto di seguirla e magari indovinare se ha la vocazione per il convento…»

Rimasi interdetto da quest’ultima trovata. Volevo rispondere che a me non pareva proprio che ci fosse il convento nei sogni di Carla! Tacqui, pensando che avrebbe scatenato chissà quali conseguenze e quindi sostenni l’idea: «Saggia decisione. Nessuno come Alberto può essere d’insegnamento nella scelta della via migliore per i giovani!» Poi, forte dell’attestato di riconoscimento appena pronunciato nei suoi riguardi, ricordando la promessa fatta in cucina, bleffai dicendo: «Saggia, come del resto quella che lei ha preso per incoraggiare Anselmo a ritrovare il suo talento ritrattistico da anni trascurato. Una mossa lungimirante, certo intesa, se non a diminuirlo nel tempo, almeno ad alleviare il cammino d’espiazione che ancora l’aspetta.» Volevo far intendere che approvavo la sua tutela nei confronti del confratello senza cedimenti e limiti di tempo, ma che davo per scontato il ritorno di lui a dipingere forme umane come conseguenza di una sua decisione. 

Non so se indovinò il trucco dialettico ma sembrò soddisfatto. Nella manona, il piccolo cucchiaio riprese a cesellare sulla creta la figura della bambina che come le altre figure, e questa ancor di più, era molto felice nelle forme ma inespressa nel volto.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita in quanto non sottoposte ancora a editing editoriale definitivo. Le revisioni non saranno numerate. I contenuti presenti sul blog “I racconti del Burcardo” sono di proprietà di Franco Rossi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi modo e forma. È altresì vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. Copyright 2020-2030. “I racconti del Burcardo”. Tutti i diritti riservati.

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