C’È UN FRATE SCULTORE IN CONVENTO – cap. III – FANTASMI

L’attività di restauro per il ripristino della casetta colonica fu frenetica. Dopo un mese, con l’aiuto di un muratore, riuscii ad abitarla. La trovai accogliente sebbene un po’ spartana in fatto di servizi igienici ricavati da un angolo della stalla (fino ad allora erano all’esterno) e di riscaldamento affidato ad un unico caminetto in cucina. Appena allacciato alla rete elettrica, esultai perché potevo usufruire finalmente di acqua corrente senza attingerla dal pozzo con il secchio e di un’illuminazione in tutte le stanze, cantina compresa. Per la camera da letto poi, il miracolo! Un gran letto matrimoniale in lamiera dipinta a olio, impreziosita di madreperle con scene di caccia sulle formelle ai piedi e in testata, scovato, con sorpresa, nel vecchio fienile tra cumoli di paglia, secchi di legno, forconi e altro. Nel ripulirlo mi ero chiesto a chi fosse appartenuto dato che la famiglia contadina era assai povera. Pensai ereditato da parenti più benestanti, poi, chissà perché, nascosto e dimenticato. Doveva essere nel fienile da molto tempo. L’umidità aveva deteriorato i dipinti ma arricchito l’insieme di quella patina dolceamara del fugit irreparabile tempus virgiliano che stimolava alla meditazione, a far riapparire un mondo perduto, ad immaginare amplessi rurali contrastati da camicie notturne ampie e spesse, servite da sentinelle di bottoni sempre ribelli a dividersi dalle asole. E d’inverno, calzettoni e papaline di lana per conservare il calore nei corpi e cederlo poi a chi più ne aveva bisogno. Si dirà che film e romanzi sul passato contadino sono stati tanti, filologicamente ben curati e ancora accessibili per chi vuole stimolarsi nel far rivivere in sé quel mondo. È vero, ma pur non trascurandone l’efficacia, ben altra cosa è star sdraiato su di un letto di quel genere con materassi e cuscini di crine e lana grezza, lenzuoli di ruvido cotone antico, nelle notti silenziose della campagna (sempre più rare!) o al risveglio alle luci dell’alba che forzano le ante artritiche delle finestre (fessure sempre più larghe!). Quasi decisivo l’odore. Nei film e sulle pagine scritte non si sente. L’odore di stallatico misto ad un afrore di cantina, impregnando per anni le pareti della casa, per anni rimane. Ma rimane come tutti i fantasmi: si sentono solo in alcune ore del giorno o della notte, e trasparenti, amici di alcuni venti coi quali si accompagnano, timidi nel rivelarsi. E poi lui, il vento, appunto. Prepotente, impertinente, curioso, infaticabile nel trovare pertugi a becco da far cantare come organi, fili tesi da far risuonare come corde di violino scordato, canne da far fischiare come ocarine, ramaglia fitta di pino per la coralità del canto gregoriano. In tutto questo, pensai, il frate scultore, amante dell’antico solitario, dei silenzi, nemico di ogni rumore del moderno, ci sarebbe stato bene. Da qui la domanda: perché non invitarlo facendo intendere che la sua visita sarebbe stata gradita come una benedizione per la casa? Non mentivo a me stesso. Se lo scopo principale era quello di sollecitarlo a dire di più su Anselmo, fidando che un altro ambiente, meno severo, avrebbe potuto stimolarlo alle confidenze, averlo in visita lo consideravo indispensabile ormai. Un atto dovuto al mondo che cercavo di ricostruire, in armonia con le usanze antiche, quando la religione nelle campagne era benedizione, regola, compagnia, conforto e persino divertimento. Sollecitai la visita con una donazione in denaro al convento che in seguito fu ripagata dallo scultore con il bronzetto di un toro che mi aveva molto colpito per il suo realismo. Al termine della visita, durante la quale il frate apprezzò i lavori fatti, sedemmo in cucina davanti al caminetto. Quel giorno emanava più fumo che calore. Gli offrii del vino rosso dolce che sapevo di suo gusto. Ne bevve alcuni sorsi e già dal naso si davano segni di gradimento ammostandosi del colore del vino e si distendevano i tratti del volto che fino ai primi sorsi erano un po’ piegati in tristezza. Sembrava a disagio mentre si guardava attorno, più spesso alla porta come dovesse entrare qualcuno da un momento all’altro. Mentre ci accostavamo sempre più al fuoco, feci un resoconto delle vecchie cose che avevo trovato, quelle cose che, inevitabilmente, vengono lasciate quando si abbandona per sempre una casa: dimenticate o ripudiate al salvataggio. Fin dall’inizio pensavo che non dovessero essere tante: mi aspettavo solo i cocci della casa. Invece, a volte, qualcosa d’importante, di privato sfugge sempre… Gli mostrai una foto ingiallita e rovinatissima dal tempo trovata fuori, vicino al pozzo accanto ad un crocefisso in legno corroso dal tempo e dagli insetti. Gli chiesi: «Lo conosce per caso questo bambino della foto? A me sembra più un ragazzo, vero? Chi era?» Lui la guardò e sul viso tornò il grigio tristezza. Si fece un segno di croce. Poi, a me che lo guardavo stupito, chiese: «La conosci la storia della famiglia che abitava questa casa?» Ribattei sorpreso: «Perché c’è una storia anche qui!!» «Figlio, il mondo è pieno di storie…» disse accostandosi ancora un po’ al camino come facevano i nonni quando venivano chiamati a raccontare. «Tristi, suppongo» aggiunsi. «Non sempre ma spesso-rispose- e non bisogna dimenticarle perché siano d’insegnamento, per capire come anche senza volere, l’uomo può far del male al suo prossimo…» «E quindi è bene starci lontano» avrei voluto aggiungere, conoscendo il suo timore per il prossimo, ma invece chiesi: «Cosa successe? Visto che ora l’abito io questa casa, spero non ci siano stati omicidi!!» Lui, unendo le mani come in preghiera, precisò: «Involontario, ma forse proprio di omicidio si trattò.» E cominciò a raccontare: «La famiglia **** che abitava la casa era povera. I terreni sono avari specie con chi ha poche forze. Avevano un unico figlio gracile di costituzione ma sensibile e intelligente. Non era adatto a lavorare nel campo ma prometteva negli studi. Vittorio, così si chiamava era ben visto da tutti e molto amato dai compagni che riamava più di fratelli. I genitori, constata la sua totale incapacità ai lavori manuali, decisero di mandarlo a studiare in un collegio laico a Torino nel quale insegnava un certo loro parente che aveva fama di essere severo e insensibile. Quando Vittorio seppe della decisione, pianse e cadde in una depressione che avrebbe dovuto allarmare anche il più distratto dei padri. Solo la madre voleva che rimanesse per farlo prete nel nostro seminario in città. Il giovane, nella stretta tra due soluzioni che temeva sopra ogni altra cosa perché doveva lasciare i suoi amati compagni, una sera non fece più ritorno a casa…» Seguì un silenzio pieno d’interrogativi che ruppi commentando: «Fuggito e mai più ritrovato? Sembra una costante da queste parti». Ripensavo al figlio della Gina e speravo che quella parola “omicidio” fosse stata un’esagerazione per indicare solo un esito forte che si poteva evitare. «No, purtroppo ritrovato, ma morto» ripose il frate cupo. «Ucciso? Perché?» chiesi incredulo. «Si è gettato nel pozzo. L’hanno ritrovato lì due giorni dopo» precisò il frate passandosi una manona sulla fronte come per scacciare il ricordo. «Pozzo?» chiesi «quale pozzo, il mio? cioè il loro… allora…» Ero colpito dall’esito della storia che, lì per lì, pareva coinvolgermi come se avessi ereditato un ritaglio di colpa. E insieme, portò una sorta di istintivo senso di contaminazione pensando all’acqua che avevo bevuto, ai bagni che mi ero fatto con quel liquido. Soprattutto, pur a distanza di trent’anni dal fatto, una voce pareva rimproverami la mancanza di rispetto, di noncuranza della sacralità che aveva assunto il pozzo che conteneva quelle acque. Acque continuate a scorrere quasi in un battesimo perenne per purificare quell’anticipato sepolcro dell’involontario peccato di aver soppresso la giovane vita. E mi sentivo in bocca un sapore di sale, come da bambino, dopo aver immerso le dita nella acquasantiera per poi portarle alla bocca. Allora credevo che l’acqua benedetta dovesse avere sempre quel sapore! Dunque ormai dovevano essere purificate. Invece, non pensai subito, minimamente, alla torbida creatività popolare che avrebbe dato seguito a quel fatto. Ci pensò il priore. Avvicinando ancor più le gambe al camino, ormai sull’arola vicino alla brace da incendiarsi la tonaca, aggiunse: «Un atto così drammatico e la pietà per una giovane vita della cui morte venivano incolpati i genitori, nel popolo fece nascere inevitabilmente la visione di un prodigio.» «Quale?» chiesi con un filo di voce. «Dicerie, superstizioni…» «Quali?» insistetti con una certa apprensione. «Lo spirito… lo spirito» sussurrò con aria misteriosa e gli occhi alla fiamma come ad invocarlo. «Nel giorno della sua morte e in quello che viene celebrato in ricordo della strage degli innocenti di Erode, molti giurano di aver visto il ragazzo seduto sul pozzo a mezzanotte.» «Sul mio?… Sì, voglio dire sul loro che ora è mio?» mi scappò. «Sì, figlio e su quale!!» esclamò. «Lì, dove hai trovato la foto si è consumata questa tragedia che ha consigliato poi i genitori, anche per altre ragioni, di trasferirsi in città. E ora il prodigio è tuo, compreso il pozzo» concluse con un certo sadico compiacimento. «Ma lei l’ha visto il…. fantasma, quelle notti?» «Io no- rispose – ma dicono sia tutto bianco e…. piange piano, sempre… Non potrebbe esser diverso, anche perché per lui fu un suicidio e potrebbe essere obbligato a comparire per espiare pure una sua colpa. Ma credo- e qui riprese il suo tono abituale – che non ci sia niente di vero. La Chiesa condanna queste invenzioni sovrannaturali, più magia che religione… Però…» «Però?» incalzai. «Niente… ora che tu abiti la casa potrai renderti conto come la fantasia popolare sia accesa, pronta a vedere fantasmi, a creare divinità oscure, persino forze demoniache senza controllo. Per questo va guidata.» «E già – ripetei- guidata…» Pensando alla severità di quella guida, colpito dal tono delle sue parole nel pronunciare il solito verbo “espiare”, mi trattenni dal proseguire. Avrei voluto rimproverarlo di pensare possibile una colpa da imputare a quel povero ragazzo. Ma sapendo ormai che l’espiazione era costante unica del suo pensiero, inutile sarebbe stato discuterne. Presi però lo spunto per affrontare l’argomento che mi premeva: «Ci sono somiglianze, per fortuna non così tragiche nell’epilogo, con la storia di Anselmo, anche lui, non aveva colpe. Eppure, fu persino accusato di simonia» osservai. Il priore allontanò le gambe istintivamente non seppi se per il calore della fiamma o per difendersi dalla domanda. Aspetto un po’ poi confessò: «Sì, e fu scagionato ma la sua leggerezza aveva i sintomi del peccato. Fu accusato di aver donato un suo san Sebastiano, molto bello e benedetto dal vescovo, già oggetto di devozione, alla signora in cambio di promesse di allestimento mostre in prestigiose gallerie d’arte. Poi si scoprì che in realtà lei lo comperò e il ricavato andò al convento.» Dovetti insistere: «E per il resto… dico, la questione della seduzione con violenza?» Lo scultore rispose con un certo disprezzo nel tono: «Lei, pentita, ritrattò prima presso i superiori in privato poi in sede penale. Quando si rese conto del male che aveva fatto, infangando un religioso e distruggendo un uomo e un artista inscenò un ridicolo suicidio con un farmaco. Per le basse dosi fallì, ma le menomò la vista, e questo lo sento come la severa risposta di Dio. Ora, quasi cinquantenne, so che vorrebbe riavvicinarsi ad Anselmo per essere perdonata ma io l’ho sempre ostacolato. Temo ancora quella donna, non la ritengo capace di pentimento. Un nuovo colpo di testa potrebbe nuocere al recupero di Anselmo, interrompere il suo cammino di espiazione lontano da tutti.»  «Ma Anselmo è ancora giovane!» protestai «così isolato potrebbe anche non accorgersi del tempo che passa e trovarsi vecchio. Anni e anni ad espiare un peccato quasi involontario, simbolico come… il peccato originale!» Lo sguardo del priore lasciò il fuoco per fissarmi brutto. Negli occhi quel saettare lontano tra nubi che parlava più delle parole: «Perché? Ti sembra poco essere redenti dal peccato originale per la Grazia di Dio?» Non seppi e non volli rispondere. Tra di nuovo si ergevano visioni dell’uomo contrapposte. Era come se di fronte ad un castello apparentemente sguarnito di difese, porte aperte, bandiere multicolori al vento, atmosfera serena, invitante ad immaginare eleganti signori e splendide dame pronte ad accoglierti, all’improvviso, dagli spalti, una sentinella gridasse: «Lo straniero, il nemico!» E immediatamente le porte, con gran rumore di ferraglie, si chiudessero e tutto assumesse l’aspetto di un assedio. Vi era qualcosa di insormontabile tra noi due che si opponeva sempre ad una convergenza di idee e di sentimenti laddove si poneva il dubbio della scelta: legge di uomini saggi o quella di un Dio così severo? Pietà e perdono senza regola e misura per esseri umani deboli e consapevoli dei loro errori, desiderosi di rialzarsi dalle loro miserie ma pronti, ahimè, a ricaderci; o soldati di Dio, ai quali è concesso disertare davanti ad un pericolo ma chiamati poi espiare la loro colpa fino alla morte? Si era fatto freddo e la legna era finita. Bisognava uscire per andare in legnaia e ciò avrebbe significato interrompere il colloquio. Prima di farlo notare, lanciai un’ultima sfida: «Alberto mi sembra molto attaccato ad Anselmo. Mi pare voglia aiutarlo, sollevarlo un po’. Ho notato che ad Anselmo le sue attenzioni sono molto gradite. E‘ il solo che sa strappargli quello che si può definire un sorriso, qualche volta.» 

«Sì, ma la cosa mi preoccupa» rispose. «E perché?» chiesi. E subito, dentro di me, proseguii: «Forse perché i suoi metodi d’espiazione sono più umani?» Il priore non rispose. E lo fece con quel suo modo definitivo e irrevocabile che avevo imparato a riconoscere. Quindi non insistetti ma mostrai che ritenevo quel silenzio una risposta da me non condivisa.  

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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