C’è un frate scultore in convento ( seconda parte )

Da pochi giorni mi ero trasferito in una vecchia casa colonica che avevo acquistato dalla Curia con attorno un po’ di terreno agricolo coltivato a olivi e viti. Ero intenzionato a far rivivere quel luogo che dal giorno dell’abbandono dell’ultima famiglia contadina, sembrava la tomba dimenticata di un cimitero di campagna.  Disseppellire tutta la primitiva semplicità avrebbe richiesto tempo e fatica. Lo sapevo e l’accettavo. Il luogo non era lontano dal convento e il mio terreno confinava con le altre proprietà della Chiesa. Ci separava solo un lungo tratto di strada di verde alberato: vecchie querce e robinie ambo i lati. Dalla mia parte, il terreno sopravanzava folto di siepi d’alloro là dove le grandi querce avevano lasciato spazio per i più piccoli! L’edera, forma vegetale di una Kali spietata e insaziabile, abbracciava i grandi tronchi oscurandoli fin sull’alto da negargli il sole. E non risparmiava nemmeno le pianticelle vicine sebbene l’alloro non si facesse mettere i piedi in testa! In quanto a vitalità non è da meno. Dall’alto della scarpata potevo vedere, da pochi metri, il transito sulla strada senza essere visto. Traffico modesto, al limite del diritto di chiamarsi strada! Qualche pedone o ciclista nei giorni normali, carri agricoli al mattino presto o di sera. Nei festivi, specie d’estate, auto aureolate di polvere dirette al convento per le funzioni religiose.

Cominciavo a muovermi intorno alla casa già all’alba e fu proprio il terzo mattino che sentii provenire dalla strada un sommesso canticchiare in lento avvicinamento. La giornata era bella. Non avrei dovuto stupirmi se qualcuno, passeggiando, avesse voluto manifestare la gioia di viverla con un canto, pur confuso e sussurrato come quello. Pensai ad una contadina, ma le donne da molto ormai non cantavano più nei campi, figuriamoci in strada! «E comunque le donne non canticchiano così … e con quel tono!» mi dissi.

Incuriosito, deposi gli attrezzi e mi avvicinai alla siepe. Sporgendomi tra il verde, cercai il cantore mattutino. Ciò che vidi, senza essere visto, per poco non mi fece franare sulla strada! Lui, proprio lui, frate Anselmo, era l’autore del canto! Il viso e lo sguardo ai rami sopra di sé, ostacoli, forse, a obiettivi più celesti! Il volto emanava la serenità e il trasporto di un santo in estasi. La luce che filtrava dalle foglie ingiallite con quel colore di sole bambino, pennellava chiaroscuri sul volto come carezze. Sembrava ringiovanito. Sembrava… un altro! Debbo descriverlo quel volto ora che non vestiva più la maschera della tristezza. Un viso pieno, un po’ squadrato dal mento volitivo alla fronte alta, capelli neri, all’indietro, lunghi sulla nuca con numerosi fili bianchi, naso romano e labbra regolari. Il colore degli occhi- l’avevo già notato- verdognolo palude, ma ora, l’immaginavo più verde mare, da libeccio, il vento del cambiamento.

«Che sia un gemello?»  mi chiesi. E di seguito: «Che fatto straordinario sarebbe avere due gemelli frati nello stesso convento e, come spesso succede, così all’opposto come carattere e approccio alla vita. Ma sarebbe compatibile con quanto previsto dalle regole dell’Ordine? E semmai, quando sarebbe giunto in convento se nell’ultimo incontro serale, tutti i frati presenti, nessuno ne aveva accennato?»

Il desiderio di una pronta soddisfazione alla serie di domande non riuscì a vincere il riguardo dovuto all’uomo. Mi trattenni dal rivolgergli la parola. Se fosse stato un altro? Chi ero io per impicciarmi in fatti altrui, ancor più delicati trattandosi di religiosi?

Rinviai ogni proposito di chiarezza al prossimo incontro serale in convento: se gli Anselmo erano due, l’avrei visto e sarebbero certo seguite le spiegazioni!

Prima di lasciarlo andare col suo canto lo osservai ancora per un po’. La figura era imponente, l’andatura leggera, come una vela gonfiata da una brezza marina: insomma una visione decisamente impressionante, eccellente per un film medievale. Notai anche che al nuovo look, non era estranea la veste: pulita e ben stirata. Mi convinsi che se non era un gemello qualcosa di straordinario doveva essere accaduto!!

La sera entrai in convento prima della cena, dopo la preghiera del vespro. Erano tutti in tavola ad aspettare che la Gina servisse il solito: minestrina vegetale verde pisello con pane tostato. Era, la Gina, una piccola donna anziana che sbrigava tutto, dalla cucina alle pulizie delle camere, con una energia, un fervore meritevoli di quel Paradiso al quale anelava e senz’altro avrebbe meritato senza nemmeno passare per il Giudizio. I frati intorno alla tavola erano i soliti tre e con il solito aspetto. Forse con un che di attesa in più se quella che riconobbi nei visi, era delusione nel veder entrare dalla porta me e non la cuoca. Si era infatti in ritardo rispetto a solito.

«Vengo per la buonasera e con l’augurio di buon appetito» esordii con un elaborato, ruffianesco saluto che non mi piacque. Decisi di pareggiarlo con una domanda diretta e brutale al responsabile dei miei dubbi: «Lei, frate Anselmo, ha per caso un fratello?» Questi, compresso nel suo solito umore in gramaglie, alzò con fatica lo sguardo che aveva al piatto, gli occhi color minestra, scosse la testa in una negazione che in mancanza di parole non riuscii a interpretare: non l’aveva o non voleva rispondere? Come era diverso da colui che avevo visto al mattino! Lo scultore mi venne in aiuto. «Non ha fratelli. Perché lo chiedi?» intervenne con tono tranquillo.

«Perché stamattina è passato sotto casa un frate che gli assomiglia in modo impressionante… Mi sembrava potesse essere lui se non che…»

«Se non che…?» incalzò lo scultore, più interessato.

«Se non che -continuai- sorrideva e canticchiava e … insomma non poteva essere lui!» risposi deciso, in tono scherzoso, rivolgendomi sempre al mio interlocutore in mancanza di reazione da parte dell’interessato. Alberto, il novizio, che stava per dire qualcosa, come al solito, si trattenne.

Lo scultore diede l’impressione di voler chiudere l’argomento: «Perché non lui? Al mattino, Anselmo è di buon umore!» esclamò e si alzò per recitare la preghiera prima del pasto visto che già era entrata la Gina con la minestrina serale. La preghiera fu seguita da tutti eccetto dal sottoscritto che in piedi era già e che, sebbene fossi stato invitato a farlo, non avrei cenato. Partecipai alla breve, insoddisfatto, allertato in più, perché la vecchia cuoca aveva sentito e mostrato interesse per la mia osservazione sul frate. Si muoveva intorno al tavolo col suo pentolone con studiata lentezza e una prudenza eccessiva nel versare il contenuto nei piatti, manco fosse bollente!! Nei movimenti le sfuggivano, ogni tanto, brevi occhiate ansiose ad Anselmo che riprendeva a stento come bambini irrequieti in fuga dal braccio materno. Sembravano volersi accertare che il frate non avesse risentito di quella che valutavo una innocua domanda. O quasi. Anche questo particolare alimentava il mistero nascente. «Tutti -mi dissi- sanno qualcosa su questo frate che deve rimanere segreta. Cosa sarà? Lo voglio sapere anch’io!».

La mattina seguente raggiunsi lo scultore che lavorava in quello che poteva essere definito il suo studio: un’alta, grande stanza del convento intonacata di bianco, proprio vicino all’entrata, da non disturbare con le visite di estranei la quiete e regolarità della vita conventuale. Non l’avresti potuta immaginare diversa: zeppa di opere in creta o gesso alcune finite, altre cominciate e rimaste ad aspettare, tutte bianche o rosa pallido, in timido contrasto con lo scuro del legname di ogni tipo e misura. E poi: sacchi, cesti, barattoli, secchi, scale, chiodi, tenaglie, scalpelli, mazzette. Tutto immerso in una luce che entrando da un finestrone a nord, al di là del quale si vedeva solo il cielo, per il bianco che trovava, s’inceneriva tutta come pulviscolo. Mi chiesi se non si potesse definire il laboratorio di un fornaio che invece di pane formasse e cuocesse forme umane!

Sul bianco della parete a sud si stagliava un crocefisso di bronzo. Un Cristo così magro e teso, tirato all’alto da valicare la croce in un movimento di paura e di fuga dal mondo. Il volto esprimeva un non più controllato dolore intriso di rimprovero e delusione più che perdono e misericordia. Pensai che riflettesse un po’ il carattere dell’autore e lo facesse così apertamente da valere più di qualsiasi ammissione.

Girovagando per la stanza a curiosare in tutto ciò che incontravo come gatto nuovo all’ambiente, m’imbattei in un quadretto un po’ impolverato dietro la porta che raffigurava un’aula di lezione o uno studio di artista in cui un insegnante indicava ad un gruppetto di allievi, qualcosa relativo all’anatomia del corpo umano su di una lavagna. Lo osservai meglio e chiesi: «Mi dica priore, qui sembra che tra gli allievi ci sia anche lei… sembra una foto più che un dipinto… e… ma quello a destra, non è per caso frate Anselmo?» Non ero per niente sicuro che il bel giovane in camice bianco, accanto allo scultore, fosse lui ma per subdolo istinto mi venne da chiederlo.

Lo scultore non si avvicinò nemmeno. Mostrò di non gradire molto il ritrovamento e men che meno la domanda ma rispose con sincerità: «Sì è lui… insieme… un corso di anatomia per la conoscenza del corpo umano nell’arte.»

«Dunque anche Anselmo…»

«Sì, ma lui si dedicò alla pittura… quel quadretto è suo!» ammise.

«Ora non dipinge più?»

«No, non fa più nulla da quella volta che…»

«Che? … »

Il frate non rispose. Restò un po’ in silenzio, cupo, confuso. Poi si decise, dibattuto tra reticenza e confidenza. «Vi è stata una disgrazia che l’ha cambiato» mormorò «una grossa disgrazia che l’ha cambiato». Capii che era il momento di farsi dire tutto. Per vincerne la ritrosia decisi d’inventarmi lì per lì, una mia falsa tragedia familiare, per altro credibile dato i tempi. Gli raccontai di essere separato dalla moglie per mia colpa e che, pentito, cercavo di recuperare gli affetti familiari. Il tutto col tono di una confessione laica che essendo priva del vincolo religioso fidava nella discrezione di chi l’ascoltava.

La confidenza lo convinse a dire qualcosa di più. Raccontò allora che Anselmo era stato un artista di grande fascino molto seguito fin quasi ai quarant’anni quando nel convento di ***** dove allora risiedeva, non capitò una certa signora: bella, ricca, amante dell’arte e del lusso, sposata ad un influente uomo politico molto più anziano di lei. Per lui era la seconda moglie. Da come lo disse, sospettai che il frate nutrisse per la donna un certo disprezzo. Lei cominciò a frequentare il convento che, per iniziativa di Anselmo, era diventato, oltre che luogo di preghiera e meditazione, anche un punto d’incontro per artisti e intellettuali credenti e non. «A quel tempo Anselmo era conosciuto e invidiato da molti!» ribadì il frate. «E poi?» chiesi con un filo di voce per incoraggiarlo a continuare. Continuò con difficoltà: «Quella lo volle conoscere e pretese che fosse a sua disposizione per essere “consigliata, istruita, confortata” – queste le sue parole- quando lo stimasse necessario. La pressione esercitata sul priore del convento fu forte. Le donazioni importanti e certe parentele influenti furono decisive affinché la signora ricevesse da Anselmo l’aiuto richiesto…»

A questo punto del racconto, accorgendomi che la voglia di proseguire si affievoliva sempre più quasi che ogni parola detta lo rimproverasse, lo provocai: «Beh, non ci vedo niente di strano in tutto questo, men che meno roba da perderci l’umore!»

La provocazione funzionò solo in parte: «Figlio – disse guardandomi fisso- sai come inizia la quarta regola dell’Ordine?»

«No», confessai.

«Dice chiaramente: “Gli occhi, anche se cadono su qualche donna, non si fissino su alcuna”. Come sarebbe possibile in una frequentazione continua non fissarsi su alcuna?»

«Capisco… però è finita lì, quindi…»

«Purtroppo, non poteva finire lì. Anselmo sempre disarmato al Male, sottovalutò le provocazioni della donna. Lei voleva intrattenerlo a lungo in pretestuose dispute sulla pittura. In ultimo volle che lui cercasse di imitare un certo stile definito primitivo, come nei Nazareni, verso i quali lei diceva di nutrire una vera e propria passione.»

«Beeh! L’arte non si accompagna necessariamente al peccato se trattata come tale e non sia pretesto» osservai.

«Quanto dell’una e quanto dell’altro?» obiettò lui quasi risentito. «Anche le letture, come insegna Dante, possono essere molto pericolose. Se poi la volontà si spinge oltre… Il primitivismo da lei desiderato, verso il quale spronava Anselmo, era diretto in realtà non a soggetti religiosi come nei Nazareni dai quali era partito, ma a ritrarre una natura libera, primitiva nelle forme e nei contenuti, nudi e sessualità evidenti; insomma, alla Gauguin. Il demonio, lui sì che ha l’arte più raffinata!» concluse.

«E Via!! -esclamai- perché chiamare in causa il demonio quando sarebbe più semplice e vero riconoscere che la natura è sessualità. Non crede che abbia un potere immenso al quale non si può sfuggire? Sta lì tra la vita e la morte e fa muovere entrambi come ruota d’ingranaggio. Guai a fermarla! Non è ammessa nemmeno la manutenzione! Non è tentazione mortale, è la stessa esistenza degli esseri che lo pretende, quella vita che lei fa provenire da Dio; quindi, mi pare che i conti dovrebbero tornare anche per i credenti!»

«Per chi significa solo strumento per la riproduzione forse sì, non per chi concepisce l‘amore nella pienezza del termine come unione di tutte le anime in Lui…» e alzò gli occhi al cielo.

«E cosa vieta di praticare l’uno e l’altro se non assurde leggi religiose, inventate dall’uomo, dettate dalla paura della morte, smaniose nella loro assolutezza di imitare la perfezione della divinità?»

Lo scultore non rispose. Capii che, nella conversazione, mi ero addentrato su di un terreno che doveva, per tacito accordo, essere zona smilitarizzata.

Cercai di rimediare con un po’ di spiccioli filosofici: «Comunque, capisco e intuisco anche come è finita. Non mi rendo conto però del seguito, delle conseguenze di un episodio che come è spesso accaduto, si risolve quando il capriccio femminile muta oggetto delle sue voglie e tutto rifluisce nell’eterno fiume dell’esistenza.»

«Purtroppo, non è stato come dici. Molto peggio… Ma era predestinato…» concluse cupo il frate e si mise a modellare nella creta una testa di angelo bambino. Sapevo che non avrebbe più parlato.

«Cosa voleva dire con quel “peggio”?» mi chiesi… Cos’altro poteva essergli accaduto ad Anselmo se non essere coinvolto in una relazione proibita non rara nella vita dei religiosi? Forse alludeva al rimorso che ancora l’imprigionava e ne aveva prosciugato la voglia di vivere? Riflettendoci sopra mi sembrava troppo. In fondo era rimasto nell’Ordine: dunque perdonato. Avrebbe potuto riprendersi. Non si era più nel Medioevo!

Visto il suo mutismo lo lasciai, deciso di battere un’altra strada: la Gina. Quella vecchietta energica dava l’impressione di saperne forse persino di più dello scultore. Dal modo con cui guardava Anselmo e le continue piccole premure a tavola, doveva provare per lui un affetto particolare. Che tipo di affetto? Certo nasceva dal passato, quindi decisi di portargli un regalo come espressione di stima e simpatia e, più, come lubrificante della memoria.

«Buongiorno alla bella signora Gina!» La donna stava spennando un pollo per la festa del patrono. Salito da una pentola che aveva sul pavimento, lo teneva nel grembo e biascicava lentamente il rosario di cui ogni grano era un ciuffo di penne tolto all’animale. «Ben strano modo di pregare- pensai- forse è per evitare le imprecazioni che tirava giù mio nonno nel fare lo stesso lavoro con il fagiano!»

Non alzò subito gli occhi. Quando lo fece e rispose al saluto, notai che era guercia dell’occhio destro, il che, su quel viso affilato dalle fatiche e dall’età, non incoraggiava un tono scherzoso. Mutai atteggiamento: assunsi quello che la donna ispirava: mesto e rassegnato nel sopportare qualunque scherzo malvagio facesse la vita. Mi aiutò l’immedesimarmi nel pollo…

«Ho pensato che in questa esistenza così difficile per tutti dovremmo aiutarci… magari interpretando i piccoli bisogni insoddisfatti che ciascuno di noi ha… Ecco le ho portato uno scialle di lana… è scuro ma non nero… porta male. Lana calda per l’inverno che, mi pare, le mura del convento non dovrebbero ostacolare di molto… E le stanze così alte senza riscaldamento…» Così dicendo le porsi il regalo che avevo portato ancora ben impacchettato.

Fu così confusa della mia offerta che fece cadere il pennuto, ormai svestito, nella pentola sul pavimento per prendere, più per cortesia, che per convinzione, ciò che le porgevo. Non sapeva cosa dire: guardava me e il pacco tra le mani ancora un po’ impiumate. All’improvviso realizzò il tutto e corse a pulirsi dopo aver posato il regalo sul tavolo ed essersi accertata che non si era sporcato.

«Perché?» mi chiese con un tono di apprensione come ad un ennesimo compito che le fosse affidato. «Perché no?» replicai sedendomi in una sedia accanto al tavolo mentre lei tornava alla sua.

«Magari lei ne ha altri di scialli -continuai- ma uno in più non fa male! Scommetto che il marito, i figli le hanno già fatto un regalo simile!»

«Ho settantadue anni, mio marito è morto giovane e non ne ho mai avuti di regali» rispose cupa, togliendosi di tasca un fazzoletto per asciugarsi l’occhio offeso da un umidore improvviso. «E le mancano queste attenzioni, vero?» chiesi sinceramente stupito e interessato.

«Dagli altri no… ma da un figlio mi sarebbe piaciuto…» Trascurai di chiederle dei figli, se ne avessi avuti, dove si trovavano, tutto contento di essere entrato subito nell’argomento che mi interessava: sapere se Anselmo avesse avuto figli da quella donna.

«Beh, in fondo, anche i frati qui in convento non hanno figli e non hanno regali… non mi pare che ne soffrano» dissi.

«Loro sono uomini… Che ne sanno! Per loro, tutti sono figli ma… di Dio» ribatté quasi con disprezzo.

Dovevo insistere: «Frate Anselmo potrebbe capirla perché mi pare sempre molto sensibile e preoccupato… eccetto al mattino quando gironzola libero per le strade.»

«Anselmo… povero Anselmo!  Lui ha già sofferto la sua passione che non avrebbe più lacrime da versare…» ammise scuotendo la testa.

«Sì, ho saputo di quella donna… forse il dolore per un figlio che non può riconoscere?» chiesi gettando sul piatto tutta la mia sfrontatezza.

«Oh, no!… no! il Signore sarebbe stato troppo crudele con lui …» e si fece il segno della croce come a chieder perdono.

Alla fine, non mi trattenni ed esclamai: «Ma, insomma, cosa altro gli è successo allora?»

La donna mi guardò, guardò il pacco sul tavolo, unì un sorriso di compatimento.

«Lei vuol sapere cosa è successo. Non le basta quello che ha saputo su di lui? E di lei? Di quella…  perché non hanno voluto dire cosa ha fatto quella?»

E qui rividi calare sul volto della donna quella durezza femminile che nella Gina mi sembrava impossibile: deforma anche i tratti più dolci dei visi quando odiano, figuriamoci i suoi! La descriverei, per certi aspetti, come l’espressione dell’animale vittorioso che dopo avere rischiato di soccombere contro un nemico più forte, gode dell’insperato successo e assapora il gusto d’infierire sul vinto. E non gli sembra mai abbastanza. Al ricordo lo ritrovavo, attenuato, anche all’interno delle mie esperienze infantili dalle quali proveniva la prima scoperta, specie con chi era preposto alla sorveglianza dalla quale con fantasiosi espedienti cercavo di fuggire e poi venivo ripreso. Allora, erano parenti, persino suore… Più avanti donne tradite, immeritatamente tradite e non solo sotto il profilo affettivo. Nelle sue forme più estreme, sospettai che il sentimento che lo generava fosse risvolto aggressivo della potenza generatrice della femmina. Lei crea e forma la vita, concede sé stessa a fronte di una alleanza, se tradita non stupisce se prova persino la tentazione di riprendersi ciò che ha dato.

Ma come entrava la Gina in questo mio improvvisato parto filosofico?

«Anselmo è suo parente?» chiesi.

«No… no. Potrebbe quasi essere mio figlio per l’età, ha quarantacinque anni, ma non lo è» assicurò.

«Ma figli suoi ne ha avuti?» chiesi finalmente avvertito che qualcosa d’importante mancava.

«Sì, un maschio…  non ne so più niente.»

«Come mai, se non sono indiscreto?»

La donna si alzò dalla sedia e avviandosi verso i fornelli mi lanciò un: «Sempre per colpa di quella!»

«Come di quella?… della stessa donna?» chiesi stupito.

«No… no, ma sono tutte uguali quelle! Grazie dello scialle… Pregherò per lei!» Constatai con rammarico che il mio regalo, come tutti gli scialli che si rispettano, invece di scoprire, copriva ancora di più. Salutandola, conclusi, non domato: «Mi racconterà almeno la storia di suo figlio, un giorno!»

Non rispose.

La mattina seguente mi appostai in un punto del pendio libero da piante dal quale potevo vedere la strada ed essere visto. Proprio lì, un tronco secco era stato abbattuto dal vento e andava rimosso.

Puntuale, padre Anselmo, preceduto dal suo umano cinguettio, comparve dalla curva e si avvicinò alla mia postazione. Giunto a pochi metri lo salutai. Non rispose. Speravo almeno mi rivolgesse lo sguardo. Niente. Riprovai. Nessun segno di ricevuta: pareva in trance. Lui continuò e io risalii con la coda tra le gambe. «Come fare per destare la sua attenzione?» mi chiesi.  Se fossi riuscito a parlarci durante la sua passeggiata, lontano dalla pur discreta ma occhiuta presenza dei confratelli, avevo la presunzione di credere che avrei gettato un ponte oltre l’abisso che lo separava dal mondo e forse sarebbe stato possibile recuperarlo alla vita normale. Il tardo pomeriggio mi proposi di chiederlo allo scultore. Lo trovai nello studio. «È difficile tirarlo fuori da quel suo mondo» mi rispose proseguendo con un linguaggio che in lui mi stupì tanto era elaborato, come se fosse una diagnosi imparata a memoria: «Quelle evasioni lo compensano dello scontroso isolamento. Abbiamo tentato in molti d’aiutarlo senza risultato. Sono fughe mistiche verso un mondo naturale primigenio, semplice, puro, senza peccato… una specie di Eden senza la presenza umana. Potrei definirle preghiere per invocare la Grazia divina. Una vicinanza con altri lo riporterebbe alla sua depressione abituale della quale è cosciente ma che non riesce ad evitare. Questo il senso delle sue solitarie evasioni mattutine!»

«Eppure, bisognerebbe fare qualcosa!» esclamai.

«Io cerco di farlo sempre per l’affetto che gli porto da tanto tempo. Non a caso è stato trasferito qui. Devo vigilare su di lui. Molti non sanno la sua storia e, anzi, sarebbe bene non rivelarla a nessuno. Non abbiamo Il diritto di forzarlo a mutare questo suo cammino d’espiazione. Deve essere percorso finché Dio vorrà concedergli la sua Grazia salvatrice.»

«Sarà!» commentai con sospetto a quest’ultima riflessione. Mi passò per un attimo alla mente l’idea di una prigionia. Contagiato dall’idea aggiunsi con presunzione: «Credo d’intuire cosa lo farebbe evadere… forse l’arte.»

«Forse…» Sentii un calo nel raccontare come un giradischi che pian piano tenda a fermarsi. Dovevo passare ad alimentarlo con un altro argomento di diversa tensione.

«Ma mi dica: cosa è accaduto al figlio della Gina?»

Il frate alzò il capo dalla creta che stava ammorbidendo e fissò la finestra dalla quale entrava la solita luce fredda e lontana. Rispose: «Non si sa più dove sia. Una volta passavano in città dei circhi equestri. Uno di questi… non ricordo il nome, restava l’intero inverno per ripartire in primavera. Poneva la tenda non lontano da qui a ****. Era famoso tra i giovani perché la figlia del proprietario, ballerina nel circo, era molto bella. “Lilli la bella libellula” la chiamavano. Bella sì, ma anche molto… libera di costumi.»

«Esistevano anche nel passato donne così?» chiesi con ironia.

«Dai tempi di Erodiade e Salomè, sono sempre esistite. Da sempre, come il Male. E questa giovane qualcosa di diabolico l’aveva. Alcuni raccontavano usasse filtri e aromi come una maga per sedurre i corteggiatori giovani ai quali carpiva volontà e denaro. Le sostanze proibite le forniva un orientale incantatore di serpenti che lavorava nel circo.»

«E cosa accadde?»

«Non conosco i dettagli ma Fausto, si chiama così il figlio della Gina, la frequentava. Era come stregato, posseduto. Cominciò a non tornare a casa, a non frequentare più le amicizie solite, a non farsi più vedere in chiesa, a non confessarsi più nemmeno da me. A quel tempo lavorava in Comune. Anche nel lavoro cominciarono le assenze. Un giorno sparì. E l’anno successivo il circo non tornò più…»

«Cosa successe?» insistei con un’ansia non frenata. Lo scultore come sua abitudine, secondo meccanismi imprevedibili, decise di non rispondere. Abbassò il capo canuto come in pentimento. Non c’era più niente da fare. Avevo però, ottenuto qualcosa. Il resto sentii che dovevo tirarlo fuori dalla Gina.

Alla sera la trovai in cucina che tagliuzzava le verdure per la cena. La salutai e chiesi se lo scialle era di suo gusto. Mi rivolse un sorriso di gratitudine e un cenno di assenso. Ne approfittai per attaccare subito: «Visto che il figlio non ci ha pensato, i frati le avranno regalato qualcosa ogni tanto. Anselmo nonostante il suo cattivo umore mi sembra buono e generoso, no?». Rispose con una punta di sarcasmo: «Dopo quel regalo che hanno fatto a lui… a queste cose non ci pensa. Però è buono, lo è sempre stato.»

«Lei allude alla storia con quella donna? Ma come è successo!» finsi ignoranza e meraviglia.

«È successo come con Giuseppe, ecco…. Quando quella, la moglie ‘di Putifarre… che lo voleva… donnaccia…. Disse lei di essere stata presa con la forza… La sa la Bibbia, no?»  chiese con sospetto.

«Veramente, non a memoria. Però sì, questa storia me la ricordo perché il nome del marito, quel nome, Putifar o Putifarre, era così buffo che, specie da ragazzo quando lo sentii per la prima volta, faceva ridere e alcuni se lo immaginavano come il solito grasso corn….» Mi trattenni dal dirla tutta quella parola ma lei capì, frenò lo sguardo tagliente dall’occhio strabico come soddisfatta.

Mi ripresi subito e conclusi le memorie bibliche in gran spolvero religioso: «Però, non era come pensavamo perché, con l’aiuto di Dio, Putifar scoprì la verità, riabilitando Giuseppe» e, pensai senza dirlo: «Anche perché gli faceva comodo, bravo amministratore com’era dove lo trovava un altro!» Lei stette un attimo in silenzio poi concluse: «Su per giù è la storia di Anselmo»

A questo punto era imperativo scendere nei dettagli di questo revival biblico. «Come fare? -mi chiesi- come richiedere particolari di una storia cosi scabrosa ad una pia donna?» L’imprevisto mi venne in aiuto! Da lei proruppe improvviso un flusso verbale inaspettato, irruento come avviene negli sfoghi femminili. Con rabbia malcelata sfogata in parte su una carota che puliva per la minestrina serale, la Gina esclamò: «Ma quella puttana che lo voleva nel letto non ci riuscì, perché Anselmo fuggì sempre da quella cagna in calore!» La guardai e notai la solita smorfia di compiaciuta cattiveria. Fui molto incoraggiato da quella discesa nel parlare da strada; in fondo-pensai- anche quella timorata di Dio, in cose di sesso, razzolava in letamai gergali come tutti. «E cosa successe?» chiesi. «È scritto nella Bibbia. Per vendicarsi… quella disse che era stata…. capisce? Montata con la forza e bastonata. Il Putifarre, cioè suo marito, si sentì disonorato, un’offesa alla famiglia, al nome… Come se non avesse saputo che questa seconda moglie non era come la prima! Sembrava la fine del mondo… un via vai di offese contro i frati, il monastero e, soprattutto, a lui, Anselmo che invece era innocente come un bambino!» Alla Gina pareva come se tutto fosse successo a lei… Come se il bambino innocente fosse stato il suo. «Perché? – mi chiesi- c’è poco in comune con la storia accaduta al figlio!  Perché di lui non ne vuol parlare mentre su Anselmo corre a perdifiato!»

Stupiva il riferimento non a un nome ma a… “Quella”, un pronome caricato nel suono di tutte le sfaccettature di una condanna: dal disprezzo, al rifiuto nel pronunciare il nome originale della persona; risonante di tutte le aggettivazioni innominabili, di tutta l’indeterminazione e la lontananza necessarie a non farsi contaminare. Una parola strutturalmente e foneticamente consonante alla smorfia nel volto, con l’iniziale “que”, a imitare il verso dell’animale da cortile e il finale ad accentuarsi sulla “l” di “lingua”, lascivo suggerimento al peccato. Una quasi metafora del Male da individuarsi nell’innominabile Lilith biblica che la Gina forse non conosceva ma, se descritta, l’avrebbe riconosciuta, vicina anche nel nome, alla “Lilli, la bella libellula” che le aveva rapito il figlio.

La donna era così alterata che decisi di smetterla. Ruppi con un: «M’inviterete per il patrono? Mi hanno detto che il pollo alla cacciatora della Gina fa… risuscitare i morti!»

Lei si rabbonì, se era un cenno di assenso compiaciuto quello che vedevo sul volto. Non parlò più e continuò a preparare la cena. Uscii dal convento con una nuova visione della storia e più precise domande. Anselmo sembrava essere stato solo una vittima: ingenuo, imprevidente, distratto ai consigli, non sollecitato al pericolo per la sua natura bonaria e refrattaria alle tentazioni. Quanto aveva infierito “Quella” su di lui? Come si era giunti a proscioglierlo da ogni accusa? Perché lo scultore parlava di espiazione per un soggetto la cui unica colpa era stata la leggerezza? Semmai la mancanza doveva cercarsi nei superiori incapaci di porre un freno alla sua libertà nei rapporti con l’esterno!  «A quale altra fonte attingere per capirne di più?» mi chiesi.

Mancavano altre possibilità. All’interno c’era rimasto solo Alberto, il novizio che passava gran parte del suo tempo in biblioteca. Essendo molto giovane, della storia non ne poteva sapere gran che ma quello che sapeva, ero certo, l’avrebbe confidato. Mi incoraggiava la sua voglia sempre repressa dallo scultore, di prendere la parola ed esprimere compiutamente la sua opinione che già dall’incipit, s’intuiva di critica contro la tradizione e tendente a scavare. «Certo un giovane sveglio da assicurare alla Chiesa!» pensai. I Padri Superiori infatti, una volta intuitane la caratura intellettuale e verificata la fede, gli avevano concesso licenza per elaborare una ricerca per la relazione finale del suo corso di teologia. Seppi dallo scultore che si proponeva di approfondire il tema del male: da Sant’Agostino a Lutero. Lo cercai nella biblioteca del convento dove, ben conservati, si trovavano migliaia di preziosi testi antichi pervenuti anche da privati per salvarli da requisizioni e bombardamenti. Oltre ai testi donati c’erano quelli in deposito e mai più reclamati per motivi diversi: dalla scomparsa dei proprietari al disinteresse degli eredi inclini al nuovo. Di fatto le librerie in casa già andavano scomparendo. Radio, giornali e negozi di libri, attiravano di più e facilitavano la ricerca. Per non parlare dello spazio preteso in case sempre più piccole. Una grande e antica libreria come quella del convento era ormai rara. Arduo compito il mantenerla!  Far fronte alla necessità di una catalogazione aggiornata, di un esame periodico contro tarli e altri animaletti che trovavano dello stesso gusto e digeribilità le pagine ingiallite di una Summa dell’Aquinate quanto il biancore dell’ultimo breviario per giovinette alla prima comunione. Nelle donazioni si annidava anche il peccato perché molti testi, nel mucchio, si erano scoperti di contenuto a dir poco licenzioso. Discriminare la semenza divina da quella diabolica e infestante era imperativo. Tale opera fu portata avanti nel passato da un tale frate Procopio che essendo ultranovantenne, ancora vivace di mente ma ininfiammabile nei sensi, era riuscito a dividere tutta la massa dei volumi in sacra e profana. Quanto di rigoroso ci fosse in tale operazione è facile immaginare solo guardando il rapporto volumetrico dopo l’intervento del censore: dieci a uno a favore dei profani. Questi ultimi sulla parte di destra dell’enorme stanzone, i sacri a sinistra. Bastava dunque un’occhiata alla mole delle due librerie per capire come andava (e come va) il mondo!! Due cartelli segnaletici all’ingresso, di dimensioni inversamente proporzionali al volume dei testi a cui si riferivano, indirizzavano il visitatore: la prima, grande, con titolo “Scienza sacra”, la seconda più piccola “Scienze filosofiche”. Questa distinzione manichea di frate Procopio forse non sarebbe stata approvata da sant’Agostino che pure con quella dottrina aveva praticato. Per impedire che il Maligno, nascosto tra le pagine di qualche testo antico, saltasse fuori a turbare le fantasie dei lettori, alla biblioteca profana, nella quale erano confinati anche testi di letteratura e storia, potevano accedere solo persone autorizzate dal priore.

Alberto poteva farlo e quindi lo trovai sul fondo, seduto al tavolo, che prendeva appunti da un gran libro aperto alla luce dell’unico, ampio finestrone. Se fossi entrato senza conoscere il luogo e ad occhi bendati, avrei subito riconosciuto l’odore di una biblioteca antica. Era per me come per un ghiottone entrare in una cucina. Annusavo, analizzavo, riconoscevo. Mi lasciavo trasportare ora qui ora là, da quel confitto di odori tra il mondo animale delle rilegature in cuoio o pergamena a quello vegetale della semplice carta di cellulosa o di riso; venivo stuzzicato dal piccantino stanco degli inchiostri antichi e dagli aromi delle misture segrete nelle colle di rilegatura. Come basso continuo in quel concerto di odori, percepivo il tipico gusto bocca-naso della polvere sollevata dalla movimentazione dei libri. Mi entrava in bocca ad ogni respiro come polline di sapere, come tabacco dolce all’olfatto. Mi avvicinai silenziosamente e mi piantai di fronte con la finestra alle spalle. Pensai fosse il modo per distrarre il novizio dal suo lavoro con la dovuta delicatezza. Infatti, alzò subito lo sguardo verso chi gli toglieva la luce e si allungò indietro sulla sedia per avermi tutto nel campo visivo ma lasciando la destra a sigillo sopra la pagina appena esaminata. Si offrì così, intero alla vista, e per la prima volta lo guardai con l’intento di scoprirlo. Vestiva ancora in borghese con pantaloni e maglione nero, apertura a V sul davanti, generosa nel far uscire una camicia bianca, ben stirata. Alcuni tratti del viso, non fatti segno di attenzione negli incontri passati, si rivelavano in quel momento per l’interesse che ora assumeva la sua persona. Lineamenti gradevoli, occhi grandi e scuri in contrasto di colore con i capelli biondicci, corti e ordinati, colorito chiaro della pelle, ben rasato. Le dita lunghe, bianchissime. Le vidi bene perché la mano era ancora là aperta, ferma sulla pagina in un atteggiamento di possesso nobile e geloso, a metà tra lo studente modello e il ricercatore di professione. Lo sguardo, privo di sorpresa, aspettava la mia parola. Che venne improvvisata: «Filosofia?» chiesi alludendo al testo. «Sì, in parte» rispose.

«Non ci capisco un gran che» confessai «ma “capire”, come dicevi per Spinoza qualche sera fa, è sempre un bel lavoro. E per capire, bisogna scavare nelle conoscenze passate, spesso volutamente sepolte per servire questa o quella volontà.» Mi sembrava un discreto ragionamento che avrebbe dovuto dissipare sospetti e guidarlo nel “sepolto” di mio interesse. Il giovane sembrò condividerlo e ribadì: «Sì, scavare e capire, ma non è facile. C’è terra dura sopra e spesso qualcuno riempie di nascosto lo scavo, sicché non riesci mai a raggiungere ciò che cerchi finché non ti stanchi.» Sembrava un po’ quello che capitava a me con Anselmo e quindi mi misi… allo scavo, dopo essermi seduto di fronte. E diedi il primo colpo di vanga: «Come, ad esempio, in dimensioni certo infinitesime rispetto alla tua ricerca ma sempre con lo stesso modo di nascondere, è il caso di Anselmo…»

Alberto chiuse il libro che aveva davanti con un gesto lento, studiato, paziente, l’espressione rassegnata come chi è chiamato a rispondere su un argomento che avrebbe voluto restasse ignorato.

Esordì con prudenza per saggiare la mia reazione: «Cosa c’è da capire su frate Anselmo?» Temetti lì per lì che non sapesse nulla.

«Beh, lo stato in cui è caduto in conseguenza di una brutta vicenda, sembra, con una certa signora…»

«Perché dice “certa”?» mi chiese con sospetto.

«Per non usare aggettivi più definiti e non lusinghieri usati da altri, non so se meritati o no dato che non conosco con sufficienza la storia.» «E una volta conosciuta?» chiese.

«Beh… cercherei comunque di aiutarlo. Forse io, un estraneo all’ambiente…»

«È certo che non sia per soddisfare una curiosità, cosa molto meno nobile di questa sua presunta offerta di aiuto?» insinuò con pacatezza. «Non so, credo di no…» risposi sedendomi al tavolo di fianco al giovane che, gli occhi fissi su di me, proseguì: «Le chiedo scusa per queste mie obiezioni. Sento sempre il dovere di mettere in guardia chi offre aiuto credendolo una moneta da donare, da far uscire dalle tasche con un semplice gesto, piuttosto che come un bene di carità da prelevare dalla propria anima per metterlo in gioco. Perché, si sa, aiutare significa entrare in un altro mondo umano sconosciuto, drammatico, doloroso, difficile, disperato, spesso contagioso, condividere le pene dell’altro per conoscerle a fondo, misurale per calibrare la cifra del nostro aiuto che altrimenti, se sproporzionato o inadeguato, potrebbe recare danno ad entrambi.»

«Io… non ci avevo pensato» balbettai. Ero intimorito e confuso da quel giovane, poco più che ventenne, che all’improvviso scoprivo diverso dal timido che conoscevo: parlava come un vescovo, e di quelli bravi! Autorevole, sereno, quasi cattedratico, mai aggressivo. La parola calma, domata delle intemperanze verbali giovanili, pur ne serbava nel tono un’eco che la vivificava.

«Adesso capisco perché non lo fanno parlare-pensai- non vogliono che si scopra: un gioiellino da tenere nascosto e difendere finché non sia incastonato stabilmente nella santa corona della Chiesa!»

«Ecco, pensare- proseguì- meglio usare “analizzarsi”, chiedere alla propria coscienza quale sia il fine delle nostre intenzioni e soprattutto interrogarsi sul quel dopo eventualmente raggiunto… Il dopo… Si chiede spesso perdono a Dio dopo aver compiuto una azione pericolosa, imboccato un percorso seducente senza prima aver chiesto a sé stesso e a poi a Lui: dove mi porta? Quale sarà la conclusione? Come mi troverò quando le luci dell’illusione si saranno spente?»

Si alzò per sfuggire ad un colloquio che sembrava non voler gradire fosse simile ad una confessione. Io restai seduto e lui cominciò a passeggiarmi davanti.

Ora lo trovavo un po’ troppo preso nel suo ruolo ma era un atteggiamento trascurabile rispetto alle cose che diceva e a quelle che avrei voluto sentire.

«E lui, Anselmo, non se l’era poste quelle domande?» chiesi.

«Certo non abbastanza; ingenuità e mitezza di carattere…  sono qualità care a Dio, ma in lui sono diventate colpe. Assecondare una donna, frequentarla pur in ambienti non sospetti, condividere con lei l’amore per un’arte, la pittura, che insieme alla scultura, tra tutte le forme estetiche inventate dall’uomo sono mezzane del peccato, tutti questi sono comportamenti non privi di pericolo. Entrano nella forma idealizzata, la condividono, si fondono con essa per dar vita ad un ideale estetico comune che si pensa sovrumano e invece, non illuminato da Dio, rischia di rovinare nella umanità più abietta. E dove poi nasca la proibizione improvvisa e assoluta, questa diventa innesco per l’incendio. Chi nasce predestinato non sfugge al suo destino. Ma il male che fa e che subisce può mutarsi in bene se viene aiutato dalla Grazia divina.»

Il discorso stava prendendo una piega dottrinale troppo difficile alla quale non sarei stato in grado di far fronte. M’impressionò quel termine “predestinato” già usato dal priore: suonava troppo forte, quasi imposto da una visione religiosa scolastica, poco umana. Decisi di sterzare verso una cauta provocazione sul concreto: «Dunque, la pittura o la scultura sono strumenti del demonio. Il priore che è scultore, cosa ne pensa?» Il giovane mi guardò per scoprire dove volessi arrivare. Sorrise con sufficienza e disse: «Sono le circostanze e gli attori che determinano il pericolo. Comunque, se capisco cosa vuol dire, dietro molti dipinti a carattere sacro si celano retroscena spesso non proprio in armonia religiosa con la raffigurazione sacra.» Sorrise con un che d’impertinenza giovanile che lo rese più simpatico. «Sì, conosco anch’io la fama delle modelle del Caravaggio, per esempio, se alludi a questo» confermai per non essere inferiore come cultura.

«Il male usa tanti travestimenti. Ma è la nostra volontà che deve svelarlo. E una volta rivelato presentarlo come esso è: un amore deviato dal Sommo Bene. La signora di cui lei parla è un caso in cui l’orgoglio smisurato, una presunta identificazione di anime nell’arte, unite ad una passionalità a lungo repressa, possono portare a violenze inaudite, insopportabili per anime disarmate oggetto del loro traviamento. La Bibbia riporta esempi simili.»

«Queste analogie bibliche l’ho già sentite» – dissi- «ma in questo caso, sembra che ad entrambi gli attori sia stato risparmiato un epilogo tragico che…»

In quel momento entrò nella biblioteca lo scultore. Nel vederci così presi nel dialogo sembrò contrariato, persino ingelosito. Senza far uscire le mani dalle maniche della tonaca, come sempre quando cominciava a sentir freddo, disse sottovoce: «È l’ora della preghiera Alberto, te lo sei dimenticato?»

Il novizio salutò e rispose col suo solito tono sottomesso: «Chiedo perdono priore, sono pronto.»

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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Cacciatori puniti dall’oblio

Il cacciatore nostrano degli anni ‘50 era ancora un personaggio. Un personaggio rispettabile. Non tanto perché spesso lo era di proprio ma perché era cacciatore. Nel descriverlo mi sembra opportuno catalogarlo a seconda del rango sociale di appartenenza. Per prestigio e tradizione, diamo precedenza ai nobili!

Non ne erano rimasti molti a rinnovare la tradizione venatoria con brache eleganti, giubbe colorate e pennuti cappelli come nelle scene di caccia dipinte in quadri famosi. Gli ultimi scampoli, ormai privati del diritto esclusivo di venagione sulle proprietà della casata (spesso svendute), si mortificavano a praticare in terreni altrui in panni borghesi. Questi, i nuovi borghesi, gli “arricchiti” nel dopoguerra (illecitamente per molti perché sospettati di aver avuto più iniziativa, coraggio e voglia di fare), contribuivano più di tutti al personaggio del cacciatore. Abbigliamento ultimo grido, più da passerella che da palude o maggese, armi pregiate, orari limitati, interesse prevalentemente culinario. Della vecchia borghesia, riconoscibile dal vestito appassito all’odore di naftalina, rimanevano sul campo pochi, incerti esemplari.

Per ultimi (ad esserlo sono abituati da sempre!), arriviamo ai contadini, ancora increduli di poter cacciare senza il permesso del padrone, e agli emarginati sociali che trovavano nella caccia un mezzo per metter insieme pranzo e cena. E i religiosi? Come poteva rimanere senza rappresentanti della Chiesa un settore così popolare? Sguarnita un’attività così pericolosamente a rischio di tentazioni pagane alle quali non sfuggirono nemmeno gli dei?

E non lo era infatti. Vari “don” di paese, deposta la veste e riesumati panni laici a volte utili per qualche scappatella a scapito del sesto comandamento, “venavano” e raramente da soli. Quasi sempre in compagnia di noti cacciatori, spesso tra i più irrequieti parrocchiani dei quali dicevano voler frenarne la bestemmia, nel caso, “bucato” il bersaglio, se la fossero presa con il Padreterno. Ahimè, anche dei pii moderatori, le cronache raccontano di grasse imprecazioni se, dopo i due fatidici colpi, la lepre se la svignava più vispa di prima! Ma tant’è: bisogna pur prendersela con il padrone quando ci vuole!

Erano personaggi nell’aspetto e nel racconto. La gente li accettava come una tradizione, a volte compatiti come posseduti d’insana passione che rubava tempo al lavoro, a volte pensati assunti in una specie d’attività paragricola nata dall’abbondanza della selvaggina. La stessa, quando non consumata in casa, si vendeva e si poteva acquistare dal macellaio o da alcuni rivenditori di frutta e verdura. Così nei periodi di passo era frequente che ogni famiglia si facesse un salmì o una spiedata, di quaglie, allodole, tordi, fringuelli e altre minuterie pennute cacciate, regalate o acquistate.  Per la selvaggina stanziale era diverso. Comandava il riguardo che si ha per la “roba nostrana” con una sorta di gelosia per un bene ereditato che la rendeva sacra. La lepre su tutto. Selvaggina nobile e rara andava consumata in casa, offerta in una cena, da chi l’aveva cacciata, ad amici e invitati degni di rispetto. Cena che stava a metà tra il banchetto e il rito di ringraziamento a Diana. Spettava sempre all’anfitrione cantare le gesta venatorie senza accompagnamento musicale che la propria voce. Era suo il tiro magistrale che aveva deviato la corsa della lepre dalla maggese al piatto! Di solito, i particolari venivano illustrati ai surriscaldati commensali a fine pasto, quando anche un miserrimo colpo di fortuna diventa epopea.

In versione più proletaria, con prede meno nobili, la cacciagione veniva affidata alle mani d’oro di Maria, titolare dell’omonima osteria (ce n’è sempre una con questo nome!). Sapeva cucinare le starne in potacchio come neppure alla mensa del conte! Cottura vivace al rosmarino, vino ad ammorbidire la carne delicata, non stoppacciosa, sughetto roseo e piccantino nel quale annegare interi filoni di pane! I prezzi erano modici, comprensivi di spennamento della cacciagione, tortura riservata a personale di basso rango pagato a vino. Spesso si trattava dello stesso anziano che poi, nelle spiedate d’allodole e tordi, era adibito a pilottarle con penna d’oca o pennello. Qui però la paga raddoppiava, perché la metà veniva consumata subito per spegnere l’arsura davanti all’arola. Ma così si infiammava il viso. Allora il pittore ospite, che non mancava mai, additandolo, invitava i commensali a un erudito confronto tra il rosso delle guance e quello del fuoco. Confronto iniquo perché il primo andava ad alcool, il secondo a legna!

La selvaggina più nobile, come la lepre, era rara e più d’ambienti collinari o montani. Il fagiano: bestia quasi sconosciuta. Gli anatidi, invece, conosciuti, sì, ma difficili all’aucupio per chi, nelle nottate in bianco, sulla distesa gelata del fiume o del lago, non sopportava i gradi sottozero che ghiacciavano anche il lacrimare salino dell’occhio. Ma le palpebre erano serrande da non chiudere, se no, addio clienti! E guai a farsi sedurre dall’abbiocco, complice il tiepidume e il buon odore di paglia che foderava la buca di appostamento! Rischiavi qualche inizio di congelamento degli arti esposti. Specie le dita che, per essere pronte, s’inchiodavano lì, anchilosate sul grilletto e più d’una volta, quando finalmente capitava, non ce la facevi a premerlo!… Poveri nostri soldati in Russia! Quante volte nella notte il pensiero correva a loro!

Personaggi, nel senso pieno della parola, erano i più poveri o inabili a lavori stabili nei quali la passione si accompagnava alla necessità. L’abbigliamento li distingueva per primo: fondi del guardaroba, ammesso che ne avessero uno. Tutto ciò che tirava a scrupolo per buttare, ed era sempre poca cosa, veniva promosso a vestito di caccia. Pantaloni tutte toppe, giacche sfuggite con buchi ai gomiti, scarpe con le tomaie costrette a sposarsi alle suole col filo di ferro. Al sotto, all’intimo come si dice oggi, camicie comprese e al resto, non ci si arrischiava far entrare l’immaginazione. Questi, veri personaggi, erano da tutti riconosciuti anche come i veri cacciatori. A volte un po’ derisi ma sempre considerati col rispetto e la stima di chi ne riconosceva i meriti e lo stile, qualità non sempre figlie della necessità.

Bestie selvatiche, solitarie e sfuggenti, calcavano la scena naturale della vita e della morte come animali, temuti dagli altri animali ma, si diceva, con qualcosa di accettato da parte di questi, come col falco, l’aquila, il lupo. Erano ammessi al riconoscimento naturale della necessita che qualcuno dovesse morire per far vivere l’altro. Agli altri cacciatori, quelli per diletto, le prede riservavano sempre un grido di disprezzo negli ultimi istanti della loro vita che intuivano sacrificata solo per divertimento.

Bravi nell’arte dell’appostamento ma anche della cerca, con cani digiuni da giorni, sulle costole dei quali come su un vibrafono, certi calci, quando non ubbidivano, facevano echi d’accompagno ai guaiti. Se poi, Dio non voglia, la quaglia era raggiunta dal cane prima dello sparo e, dato il digiuno, degustata, la digestione per la povera bestia avveniva con l’amaro del piombo. Una dote riconosciuta e distintiva che li aumentava nella stima era il rispetto delle leggi naturali: moderazione nella quantità delle prede, armi semplici, massimo la classica doppietta a cani esterni, richiami fatti in casa, rispetto dei ritmi del giorno e della notte. Non c’era bisogno di leggere le norme venatorie: allo scomparire del sole all’orizzonte, per le attività della caccia che non fossero per gli aquatici, s’imponeva lo stop.

In quanto al risparmio, la cartuccia fatta in casa era un investimento: se col suo colpo guadagnava una preda, era da ripudiare, se due da rimproverare, se tre da tollerare. Se più di cinque, valeva, per il bossolo, un posto d’onore sopra il camino. Ma solo se era usurato, se no tornava in servizio con la ricarica.

Scrivere sulle memorie di un cacciatore l’hanno fatto già in tanti e con rara bravura dall’inizio dei tempi. Per respiro e visione sul contesto naturale e sociale ricorderò Turgenev, per simpatia Rigoni Stern, il nostro Tombari per i risvolti gastronomici. Nessuno di questi scritti eguaglia però l’emozione provata da ragazzo nell’ascoltare i vecchi cacciatori la sera davanti al camino. Allora la natura era ancora scontrosa, non sfregiata dalle strade, selvaggia spesso, gelosa dei suoi segreti, bellicosa come un’amazzone. E il clima le era alleato. I cacciatori nudi del superfluo, solo stracci, doppietta, richiami e cartucce fatte in casa al risparmio. La lotta per la vita tra uomo e animale era sostanzialmente equa, nobile, sapeva di grande e d’antico, di bisogno e di rispetto.

Tante ne ho sentite, tante ne ho vissute. Ma non riporterò una vera avventura di caccia: la lettura avrebbe bisogno di un sentire che non c’è più. Il clima di rispetto e tutela della natura da parte dell’uomo moderno esibite col sentimento di chi spera di farsi perdonare errori e violenze imperdonabili, il riconoscimento dell’identità biologica svelata dalla biologia molecolare per la quasi totalità degli esseri viventi, gli studi di etologia da Lorenz in poi, il maggior benessere alimentare, tutto ciò ha generato un comportamento verso gli animali da alcuni definito “fraterno”. Matura ormai il sospetto che la loro vita, per molti aspetti, sia più nobile di quella umana.

La caccia, intesa come nel passato, in questo mondo nuovo non esiste più. Sarebbe difficile ricreare il cacciatore così come era fin circa alla metà del secolo scorso perché tutto ciò che gli ruota attorno è cambiato. Il fatto stesso che la gran parte dei bambini non ha più un continuo contatto diretto (cioè sporcarsi e farsi male) con un ambiente naturale, condiziona per sempre certe emozioni ed esperienze. Nel momento in cui, animale tra animali, la natura ci investe del cavalierato di umani e ci dona le armi per difenderci e offendere, questo momento assoluto, avviene sempre nell’infanzia e in un contesto di antica e primitiva naturalezza. Lì ricevi il marchio di qualità del sentire la natura che ti porterai dietro tutta la vita. Per questo credo che il comune cacciatore moderno del quale capisco la passione, vive, sempre in generale, una esperienza artificiosa in un mondo che non lo ama più, eccetto quello dell’industria delle armi.

La peggior punizione per lui sarà non poter raccontare le proprie esperienze. Private ormai di un’autentica, forte atmosfera che le supporti, non appassioneranno più nessuno.

Non voglio ricordare, dunque, una avventura di caccia vera e propria ma una storia un po’ macabra e ancora misteriosa che le gira attorno.

Era settembre inoltrato e Nello, cacciatore verace a tempo pieno, mi propose di seguirlo in una caccia che non avevamo mai fatto: la caccia alla civetta. Cosa ci fa un uccello notturno legato anche a presagi di malaugurio in propositi d’aucupio, pretende una spiegazione immediata. Subito detto: la passione di molti cacciatori, specie di gamba stanca, per la caccia d’appostamento con lo zimbello. Per i meno informati si tratta di profittare della curiosità di alcune specie di uccelli (allodole su tutte) per gli oggetti luccicanti (specchietti), per le forme pelose in movimento (maremmano), per gli starnazzi della civetta uniti all’apri chiudi degli occhi: due veri poli aurei, ipnotizzanti. Tutto per far giungere i curiosi pennuti di passaggio a tiro del cacciatore appostato. Seguiva un tiro al volo non sempre facile.

Per catturare le civette, nell’uso nostrano, non occorreva né fucile, né reti solo… colla o meglio vischio. L’animale doveva rimanere vivo e in salute per stare poi ritto, appollaiato sull’alto trespolo d’appoggio e sopportare gli spaventi delle fucilate che gli sarebbero fioccate intorno nel tiro alle allodole più curiose. Lo vedevi dalle scrollate di penne dopo qualche pallino passato troppo vicino! La civetta veniva ben pagata specie da anziani cacciatori. La proposta dell’amico, dunque, era attraente ma l’esperienza pratica difettava. Notizie in merito solo da verbo altrui, molto reticente, tipico del mondo venatorio di quel tempo. Si amava raccontare ma non spiegare per il timore che l’ascoltatore imparasse il gioco.

Come strumento di cattura si studiò così un trespolo con una specie di ruota in alto su un palo come da certi quadri di Bosh i cui raggi erano costituiti dalle bacchette di vischio sulle quali, una volta posato, l’uccello rimaneva impaniato. Con benzina lo si puliva delicatamente per riporlo poi in un capiente sacchetto di juta. Tutto l’armentario non era leggero né bilanciato. Ma dove trovarle le civette? Si seppe che il luogo più indicato erano vecchi ruderi abbandonati o meglio ancora, i cimiteri. E di notte ovviamente. L’entusiasmo cominciava a venir meno, dubbi ancora molti. Soprattutto: come convincere la civetta ad accomodarsi sulla ruota invischiata? Ma qui la genialità artigianale di Nello si rivelò in pieno: un richiamo ricavato da un osso bovino che opportunamente ripulito, modellato con l’esperienza di quel bravo clarinettista che era, riuscì soffiandoci dentro, ad imitare il caratteristico huu… huu del maschio di civetta. Per ultimo, in mancanza di una civetta di richiamo viva, riuscimmo ad averne una impagliata da Giulio l’armaiolo. Cauzione per il noleggio: cinquanta lire.

Tutto sembrava in ordine. Iniziammo alla grande: il cimitero cittadino, nella parte vecchia, ancora semiabbandonata per i danni della guerra, in progetto di restauro, non lontano dal sotterraneo di recente costruzione che ospitava i loculi. Si poteva accedere all’interno da un punto diroccato delle mura di recinzione. Accesso già utilizzato per l’approvvigionamento dei rami sempreverdi dei cipressi indispensabili ad infrascare (a lungo) l’appostamento di caccia che avevamo in un campo poco lontano. Vestiti di scuro, armati di una piccola torcia elettrica e una bottiglietta di benzina erano passate le undici di sera quando partimmo per il battesimo del fuoco.

Era una sera di fine settembre e il tempo si era guastato. Da scirocco, nubi base nere, sfrangiate di bianco, montavano dal mare spinte da un vento di salsedine, di pesce ed alghe marcite. Una volta giunte sopra il cimitero, le nubi sembravano impigliarsi, trattenute dalle cime dei cipressi come per una pietosa incombenza di saluto dovuta ai defunti senza la quale non sarebbero state liberate. Un tempo inquietante che rendeva l’aria sonora più del dovuto e il canto delle piante più lamentoso.

L’ora tarda non fu sufficiente ad evitare, in strada, l’incontro casuale con alcuni ciclisti che al vedere quel nostro misterioso andare notturno con bastone e ruota, specie di croce di Odino portata a spalla, si fermava, si accertava di aver visto giusto, ripedalava impaurita.

Varcato il muro non senza difficoltà per il trespolo, ci appostammo dietro una grande cappella mortuaria abbandonata e in rovina. Posto ideale, sembrava. Da incoscienti giovinastri non ancora ventenni iniziammo, per farci coraggio, con due sorsi a testa di un moscatello che, in una bottiglietta, faceva il paio con la benzina. Invischiate le bacchette, posizionata al centro della ruota la civetta impagliata, piazzato il trespolo col fermo delle mie spalle, già lubrificata la gola, il fischiatore iniziò. Hu…huuu… Niente. Solo verso mezzanotte, una civetta rispose con uno squittio molto vicino. Emozionati, ci facemmo più piccoli possibili, quasi raso terra. L’amico incoraggiato continuò. Ad un tratto, invece del solito verso di ritorno che speravamo più vicino, sentimmo ben altro: una specie di lungo lamento che finì in un urlo strozzato!

Lì per lì, aspettandoci il solito, non si realizzò la totale estraneità di quel suono a un canto di uccelli come quando si prende una botta talmente forte che subito non la senti. Poi pian piano la paura cominciò il suo lavoro. Intorno nulla di umano si muoveva. Il buio era rotto solo dai piccoli lumini sparsi, piccole fiammelle a contrastare il blu cupo del cielo e il pallore delle pietre tombali. Ci guardammo senza vederci, quindi, l’interrogativo sul volto non fu subito contagioso. Il mio compagno cessò di soffiare sull’osso e rimanemmo muti. Quando si decise a riprendere, un po’ incerto temendo che il richiamo sembrasse una provocazione, in risposta, più forte e angosciante, il verso si rifece sentire. Pareva un urlo di bestia morente o ferita.

«Cosa cazzo è?» chiesi impaurito.

«Un civettone…» cercò di metterla in burla Nello.

«Secondo me stanno ammazzando qualcuno» dissi serio.

«Ma dove!! Nel cimitero i cristiani si seppelliscono, mica si ammazzano!» osservò tentando ancora la battuta.

«E se i seppelliti fossero ancora vivi?» replicai senza aggiungere altro per paura.

«Vuoi dire che…»

«Sepolti vivi!» sentenziai con gravità prendendo coraggio dalla paura di lui.

Non fece in tempo a rispondermi. Da non troppo lontano, ora con un che di tellurico che prendeva anche il naso, venne un altro verso così lugubre e straziante che dovetti fermare l’amico intenzionato alla fuga. La mossa me lo portò vicino, quasi viso a viso, dove ora la paura si vedeva tutta.

Rimanemmo gelati, il trespolo a terra, schiacciati al ricordo delle storie di sepolti vivi che si risvegliano nella tomba e urlano la loro disperazione. Venne alla memoria un caso recente di donna riesumata con le dita rosicchiate dal terrore per il risveglio nella bara dopo la morte apparente. A questo si unirono altre storie paurose di morti di ritorno tra i vivi, apparizioni, certo meno credibili, ma si sa che in certi momenti tutto lo diventa. Più credibile invece mi parevano i vivi che disseppellivano i morti. Profanatori di tombe fresche per rubare gioielli ai defunti, persino denti d’oro. Alcuni cadaveri erano tornati prodigiosamente in vita per trascinare nella tomba gli avidi profanatori!

«Viene da sotto!» balbettò Nello indicando i sotterranei.

«Per me viene da fuori» cercai di rassicurarlo poco convinto.

Quando, portato dal vento si sentì più vicino un nuovo verso straziante allora lasciammo trespolo e sacco e volammo letteralmente sopra il muro di cinta. Ognuno corse a casa, per suo conto, come se non ci si conoscesse nemmeno, mentre qualche goccia cominciava a cadere.

Dopo una notte agitatissima nella quale donne sconosciute, visi smunti e capelli bianchi ritti per la paura erano entrate in corteo nei miei incubi mi svegliai deciso a scoprire il mistero.

Conoscevo il custode del cimitero. Era un uomo anziano, strano, un po’ misterioso nelle sue abitudini, ma mi doveva qualcosa. Ero riuscito a fargli duplicare una vecchia chiave spezzata a metà da un fabbro amico. Mi fu grato senza dirmi quale porta o quale cassa quella chiave dovesse aprire. Spiegandogli tutto l’accaduto non mi avrebbe tradito e forse avrei recuperato il materiale.

Lo trovai chino a ripulire una tomba nella sua divisa grigia come un pezzetto di nuvola caduta e dimenticata dal temporale. Il cimitero a quell’ora del mattino e dopo la pioggia notturna era vuoto. L’aria fragrante sapeva di cipresso e terra bagnata.

«Oscar ti chiedo un favore».

Mi guardò con sospetto. L’uomo mostrava di essere vicino la sessantina, capelli ancora folti bianchicci sopra un viso lungo, scavato nelle guance come calanchi. Barba malfatta e occhi chiari con un che di nero nella pupilla che ti pungeva.

Gli raccontai con una bella combinazione di parole e atteggiamento pentito dell’incursione notturna. Al termine, quando lo vidi ben disposto al perdono gli piazzai il colpo che più mi premeva e avrebbe dovuto coinvolgerlo nel fatto.

«Siamo dovuti scappare perché dal sotterraneo abbiamo sentito venire urla… ma urla… come di sepolto vivo!»

Saltò in piedi facendo cadere una lampada che aveva in mano. Disse tra sé ma non tanto da non farsi capire: «Quello ha sempre fretta di sotterrare…»

«Chi ha fretta?»

Si riprese subito e negò: «Fretta? Non ho detto fretta ho detto stretta… La stretta del corridoio nel sotterraneo quando tira il vento… fa un brutto lamento… colpa del vento da sud est… Lo fa solo con lui…»

«Ma era un verso umano acuto o di una bestia grossa, ferita!!» protestai.

Stette zitto per un po’, poi alzò verso di me un sorriso un po’ forzato: «Allora ho capito!! Hai sentito giusto. E il somaro di Gigi il contadino laggiù alla curva – e indicò fuori verso mare- che va in amore e quando lo fa, la bestiaccia fa un verso che non si può sentire!» Rise pieno ora mentre ripeteva: «E’ il somaro, il somaro!»

Se mi avessero tirato addosso un secchio di acqua gelata non avrebbe prodotto lo stesso effetto di freddo e delusione. Mi sentii stupido, ridicolo, svuotato del mistero che mi ero costruito e che pur nell’inquietudine mi faceva grande.

«Ah, il somaro… Mi pareva…»

«Già, succede ogni stagione…Va a riprendere la tua roba e cercati un altro posto per le tue civette!» disse il custode tornato serio, troppo serio.

Tornato nel luogo della notte precedente, raccolsi trespolo, civetta impagliata, sacco, m’invischiai un po’. Nell’uscire, mi accorsi che l’ingresso ai loculi sotterranei, rispetto al nostro appostamento, era più vicino di quanto pensassimo la sera prima. E ritornò il dubbio, le prime parole del custode…

Un mese dopo, conoscemmo il figlio di Gigi il contadino, nella fiera di Ognissanti. Nel parlare gli chiesi se per caso lui e suo padre avessero un asino da vendere. Mi guardò e disse: «Bestie ne abbiamo tante ma gli asini non li abbiamo mai tenuti!»

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