Léon Augustin Lhermitte

Léon Augustin Lhermitte nella “Paga di mietitori” (1882).

Chi, in questo capolavoro, non è subito colpito dalla figura del mietitore seduto… non ha mai preso in mano una falce fienaia! Se ne trovano ancora ma di moderne, con manico di plastica e lama più piccola e leggera. Lo strumento tradizionale, gran lama triangolare, massiccio manico e impugnature in legno originali, ha ormai il suo angolino in qualche museo della storia contadina o in fienili abbandonati. Oggetto artigianale per definizione, il contadino l’assemblava da sé, lama e manico, calibrati alla propria forza e statura. La cote poi, nell’usura, portava i segni della personalità del padrone: sparagnina (i più) consumo attento forma a coltello; sprecona, nel consumo irregolare che ne avrebbe impedito l’utilizzo fino in fondo. L’affilatura era il sorriso cattivo della falce. Ampio e lucente: taglio inesorabile e potente. Nulla sfuggiva al suo passo e i papaveri scolorivano dalla paura al suo avvicinarsi.

La falce fienaia è uno dei simboli della fatica nei campi come la zappa e la vanga. Rispetto a questi esprime molto di più. Significati di vita e di morte legati al sacrificio della vita vegetale per il nutrimento della vita animale. Il suo calare lento, regolare, spietato non poteva non legarsi allo scorrere del tempo. La sua sagoma alla morte stessa. L’uomo riusciva però a renderlo simbolo gioioso quando il taglio ritmava i canti delle donne nei campi, alla mietitura. È anche per merito suo se sono nate quelle melodie popolari poi riprese dai compositori per grandi capolavori (Beethoven, Brahms, Liszt…)

Ma la fatica del mietitore era tanta, crudele, crescente fino a quando, sangue in bollore e muscoli stressati, il gesto si ripeteva senza volontà come in un automa impazzito e allora non sentiva più alcuna pena che si accumulava in segreto, nascosta. E temeva fermarsi perché allora sapeva che le sarebbe piombata addosso come una bestia affamata. Ma il riposo doveva arrivare: cedeva, crollava seduto, spalle al muro della cui fresca ruvidezza ne faceva conforto. Lo vedi nel volto il gran bisogno di aria e di ascolto: sussurri di donna intorno a sé e, dentro, un mormorato rifluire del sangue come ruscello limpido e fresco. Gli occhi bruciati da polvere e sole non cercano per rinfrescarsi il lontano, azzurrino dei monti al tramonto ma i sogni.

Questa riflessione che il dipinto suscita a chi come me ha provato un tempo la falce fienaia forse non sarà condivisa nelle impressioni. Meglio così.

Ricordo, a pratico finale, che l’uso di questo attrezzo insegna e fortifica. Insegna a coordinare i movimenti del corpo col ritmo più adatto al risultato da ottenere, quasi una danza. Fortifica naturalmente i muscoli senza bisogno di palestra!

F.B.R. luglio 2020.

C’è un frate scultore in convento ( prima parte )

Era un mezzogiorno di ottobre quando decisi di scovarlo questo frate scultore di cui tutti parlavano. Non ho mai avuto simpatia per i preti, ma frati e monaci, fino all’estrema condizione di eremita, mi hanno sempre affascinato. La scelta di lasciare la massa umana rumorosa e petulante al suo destino e migrare a vette, se non proprio d’aquila, almeno di passero solitario, la considero senza alternative per chi sa cos’è la vita mondana. Se poi a questa scelta, si aggiunge la sublimazione della propria attività religiosa nella creazione artistica, e tra queste proprio la scultura, suprema e blasfema pretesa di rifare l’uomo…  beh, come non esserne attratti?

La giornata splendida invitava a una passeggiata. Lasciai l’auto e salii a piedi al convento. Appena giunto davanti al portone grande, vidi un vecchio con un sudicio zinale di cuoio, rimestare curvo dentro un mastello pieno d’acqua. Poteva darmi l’informazione che cercavo. Più da vicino, mi accorsi che stava maneggiando qualcosa sul fondo, le braccia immerse fino al gomito. Se fossimo stati sotto Natale avrei sospettato un norcino che ripuliva i suoi attrezzi dopo aver giustiziato il maiale. Ma in ottobre, questi animali sono ancora oggetto di amorevoli cure, soprattutto nel peso: «E’ presto per ripulire e affilare i coltelli!» conclusi.

Dunque, non poteva che essere il giardiniere o uomo di pulizie reclutato tra i fedeli più pii, infaticabili, candidi devoti, non eccessivamente svegli, soddisfatti solo di servire i “buoni frati” senza chiedere altro che il Paradiso.

Con il tono di chi tratta con uno che… va capito, chiesi: «Dica, è qui che abita lo scultore?»

L’uomo alzò un sorriso dispiaciuto e dopo un attimo rispose: «Sì, ma adesso pranza.»

«E non gli si può parlare?»

«E no, pranza!»

«E quando finisce? Se fa presto aspetto» insisto col tono di far capire una cosa ovvia.

«Sì, verso le due lo trova.»

Dato che nei conventi il tempo è stabilito dalla regola, quell’orario suonava fuori misura; forse quadrava per un pranzo di nozze!

Non replicai e conclusi: «Allora torno verso le sette.»

«No, perché prega.»

«Allora vengo alle otto.»

«No, cena.»

A questo punto pensai che l’ometto con quella sua indisponente, falsa disponibilità volesse rendere chiaro che lo scultore non amava le visite.

Conclusi: «Allora vengo alle dieci» col tono di chi spara là un’ora tanto assurda per visite a un convento da sembrare, come voleva essere, un segnale di rinuncia.

«Alle dieci va bene» confermò invece l’ometto sorridendo soddisfatto.

Quando alle dieci meno dieci (alla tedesca), bussai al convento, mi venne ad aprire lo stesso anziano del mastello, conosciuto al mattino, stavolta in perfetta tenuta da frate agostiniano.

«Buona sera, lei era quello che stamattina mi ha indicato quest’ora per…» chiesi con un po’ d’imbarazzo. «Sì sono io …» rispose. «Stamattina era tutto… non credevo…» mi scusai.

«Oh, non importa, lavavo gli attrezzi dal gesso, prima che indurisse, sa come è il gesso…»

«Allora è lei il frate scultore» dissi. «Scultore!…  faccio solo pupazzi!!» esclamò con convincente modestia.

Mi diede la mano che faticai a stringere. Erano enormi quelle mani, da far paura ai bambini e rimproverare chi, già da quelle, non avesse subito intuito l’arte praticata.

Cominciò la nostra amicizia. Lo incontravo quasi ogni sera, a volte prima, a volte dopo cena, per circa mezz’ora. Spesso insieme ad altri due confratelli, di cui uno, Anselmo, ascoltava, annuiva e guardava a terra, non con l’aria di chi fosse d’accordo ma una smorfia di compatimento come volesse dire «Sì, sì… tanto bisogna morire». Al tavolo si univa anche Francesco quando se la sentiva di scendere le scale. Era il frate più vecchio che essendo sordo, non partecipava mai alla conversazione.

A volte l’incontro era dentro, a volte fuori il convento, un enorme edificio settecentesco ricostruito su un precedente medievale distrutto dal terremoto.

«Quello era molto più bello!!» assicurò una sera, quasi l’avesse visto, Alberto, un novizio che mi dissero temporaneamente ospitato per alcune ricerche e studi. Non proseguì, aspettando forse di essere incoraggiato dagli altri nel suo apprezzamento. Invano. Forse perché l’architettura non era il tema del giorno! Alberto mostrava avere vent’anni o poco più, ben curato nell’aspetto, modi gentili. Ebbi l’impressione che fosse timido o troppo rispettoso della gerarchia. Proprio quella sera seppi, infatti, che lo scultore ricopriva la carica di priore di quella esaurita rappresentanza religiosa e Alberto pareva sempre preoccupato di ottenerne il consenso.

La conversazione tra me e l’artista, fin dall’inizio, aveva come argomento solo i lavori da lui realizzati e quelli in attuazione. L’attività prevalente consisteva nel modellare con la creta le forme da realizzare. Alcune in cemento bianco, tali rimanevano, altre andavano a comporre le matrici entro le quali gettare il bronzo fuso per avere l’opera finita. Non solo soggetti religiosi e non escluse figure femminili anche poco vestite. La conversazione tra noi si muoveva su di un piano rigorosamente laico per un tacito patto contratto al primo incontro. Non furono necessarie spiegazioni: lui sentì il mio mondo io il suo senza bisogno di niente altro che guardarci negli occhi e stabilire lo spazio comune. Ci incontravamo lì e solo sui temi dell’arte, della solitudine e del rispetto per la natura. Compresi, del resto, che lui non era molto coltivato in altri campi della conoscenza più astratti e perigliosi come, ad esempio, la filosofia. Me ne accorsi in un dopocena con i tre, assente il vecchio Francesco. Tema di conversazione: la natura nell’arte. Alla mia richiesta di un parere sul Deus sive natura spinoziano, lo scultore mi rispose solo con una espressione indecifrabile del viso. Quella di Anselmo, non mutò colore: più consona a un trappista con teschio sottobraccio! Solo il novizio sembrava felice di rispondere ma si fermò dopo un diplomatico quanto stimolante: «Spinoza, va capito!»  E più non disse, forse a causa di un consenso che non lesse nello sguardo del priore. Questo reiterato muto ossequio ad una autocensura su certi temi mi stupì un po’ ma poi pensai: «E’ il più giovane e sa stare al suo posto!»

Insomma, non speravo di scoprire nello scultore un Benvenuto Cellini ma almeno un inquieto artista, questo sì. Se era un artista, e nessuno lo negava, non era inquieto. Ciò contrastava con l’idea che tutti, me compreso, si fanno sulla necessità che un umore burrascoso e un contestare ad ogni occasione siano obbligati nella personalità artistica.

Già dall’aspetto, viso largo, colorito spento, lineamenti regolari su di un corpo di media statura ma massiccio, andatura da plantigrado, saresti stato tentato di catalogarlo tra gli animali più miti. Più da vicino scoprivi però dettagli tutt’altro che domestici. Come in un quadro che a prima vista dà un’impressione di serenità, ma esaminato, naso alla tela, scopri certe audaci pennellate forti e inquietanti e ti chiedi come potevano sparire nel complesso, così nei suoi occhi tra l’ambra e il marrone un po’ socchiusi e prima persi nel volto, da vicino scoprivi trattenute saette pronte a fulminarti. Accadeva nel commento ai fatti di cronaca, anche politica, più rilevanti: un lampo nello sguardo che valeva un girone infernale!

Presso i fedeli, godeva di stima e di un affetto che nel conversare con le persone fuori del convento, avvertii velato di un sottile scontento.

Quando riceveva e ascoltava, seduto sotto un abete del parco, l’osservavo da lontano. Era molto sobrio, avaro nel tempo e nelle parole. Congedava tutti in fretta.  Mi consolai pensando che quando nelle nostre conversazioni, si alzava all’improvviso, con quella figura di piccolo orso irrequieto, lasciandomi sulla panca come un cappello dimenticato, non lo faceva per noia o punizione ma solo perché era fatto così.

Col tempo cominciai a farmi un’idea più precisa sulla sua personalità. Sospettai fosse molto intimorito dal prossimo: doveva amarlo e in fondo lo amava, ma pareva temerlo e non nascondeva il desiderio di evitarlo il più possibile. Si obietterà che la cosa non dovrebbe meravigliare: uno che si fa frate ha per disposizione interiore un certo ripudio del mondo e dei suoi inquilini! Eppure, in quell’uomo così innamorato della figura umana da stilizzarla in tanti modi e non raramente nella sua nudità fisica anche femminile, mi sarei aspettato una partecipazione sentita, cercata e approfondita per le sofferenze umane. Sicuramente le pativa come proprie e però mostrava più di fuggirle che condividerne il peso. Era forse consapevole che per che porvi rimedio occorresse per primo affrontarle con le parole e lui non si sentiva di possedere la necessaria dialettica calma e confortante di confessori famosi? Tale dubbio mi nacque osservando il suo comportamento negli incontri. Nelle non rare volte che passeggiando nel parco, incontravamo un fedele che chiedeva di ascoltarlo, mi lasciava per accompagnarsi a lui e solo quando stimavano essere lontani il giusto, il visitatore gli rivolgeva la parola. Nel farlo, le donne si guardavano attorno, gli uomini, spesso anziani, fissavano il terreno. Lui taceva, capo chino come sotto un rimprovero. Indovinavo la sua sofferenza di fronte ad un ripetersi monotono delle miserie umane: scivoloni matrimoniali, furti meschini, pettegolezzi, calunnie. E indovinavo il suo pensiero: ‘Roba vecchia quanto il mondo e infestante come la gramigna! Cosa c’è da dire di non già detto?’ A questo presunto sfogo immaginabile dal suo comportamento dopo aver assistito all’ultimo incontro con una donna anziana, ammesso fosse stato consapevolmente e segretamente maturato, avrei voluto rispondere: «Eppure, per quel fedele come per altri, maschio, femmina, giovane o vecchio depresso, le solite buone raccomandazioni non sarebbero ugualmente utili, appropriate per far battere all’unisono le anime e sollevarlo dalla dolorosa esperienza?» Fu allora che guardandolo mi sembrò, in risposta, di sentire la battuta: «È una parola!». Ebbi così chiarito il mio dubbio: proprio le parole! Questo era il difficile per lui: tante parole sarebbero state necessarie! Come quando con un’anziana vedova che voleva a tutti i costi un discorso sulla prova concreta dell’esistenza di Dio pena il ripudio della Chiesa, la pregò di recarsi al priorato di provincia! Una ammissione che gli sarebbe stato gradito io indovinassi e capissi: «Dove trovare le parole giuste?» Non era mica come la creta che, morbida e plastica, bastava l’idea e un tocco leggero del pollice per vederne gli effetti! Anche il Creatore l’aveva preferita! Per le parole era più come in un dipinto: scegli i colori e li fondi in tante sfumature per creare altrettanti stati d’animo. Bisogna però averne di colori, cioè di parole nel vocabolario! Per queste era più difficile, data la sterminata varietà e possibilità di combinazione. Scegliere quelle giuste, dargli un tono convincente… Il tono poi, proprio quello che non gli riusciva: solito sul basso, rassegnato, stesse note, scuotimenti di testa e sorrisi amari con la pretesa di dare conforto. Spesso l’effetto consolatorio sul fedele a questo contrito mutismo risultava palesemente insufficiente. Era per questa mancanza di comunicazione che tra i fedeli trapelava un po’ di scontento? Nei casi più evidenti, ricorreva ad un espediente che scattava spontaneo all’esaurirsi del suo dare, una invenzione quasi clownesca: una robusta sfregatina alle mani e un incipit di risata, scoppiettante come un diesel all’avvio che comunicava un buonumore insperato e contagioso. Nel viso dell’uomo che si allontanava, accompagnato da quel suono squillante e vitaminico, riaffiorava l’espressione dei vent’anni quando l’amico, fischiando sotto casa, prometteva novità e avventura. La donna vi sentiva la calda atmosfera dell’incoraggiamento paterno, nel tono di voce si rallegrava nel saluto, lo sguardo si fermava sicuro. Solo a frate Anselmo la risatina non riusciva a smuovere la savonaroliana cupezza.

Malgrado la pochezza dei suoi mezzi psicologici e verbali, a proposito del confratello Anselmo, cominciava ad ossessionarmi sempre più una domanda: «Perché non lo aiuta ad uscire dal suo stato? Lo considera, psicologicamente parlando, un malato terminale ormai senza speranza? Che mistero si cela dietro quella maschera da attore tragico all’atto finale?» Una sera, prima di lasciarlo sul portone del convento provai ad interrogarlo con molta discrezione, quasi distrattamente.

«Anselmo ha forse paura della morte?» gli chiesi. Lo scultore tacque incerto, poi gli scappò: «Sarebbe forse benvenuta per lui!»

Trattenni la sorpresa e sempre sul generico: «Beh, per voi religiosi lo capisco… L’altra vita è promessa che non vi aspettate sia tradita. Una vita migliore…»

«Specie per lui…» continuò a cedere in confidenza lo scultore.

La curiosità spingeva irresistibile e mi feci più vicino per stimolarlo, un piede sulla soglia come fanno i rappresentanti per non essere respinti. Dissi: «Peccato, in fondo, nonostante la sua età, sarebbe ancora un uomo attraente, potrebbe ben figurare ed essere gradito a molti fedeli se smettesse di giocherellare col teschio come Amleto!»  Lo dissi con tono leggero, scherzoso, da non far sospettare che avessi intuito qualcosa di grosso.

«Hai detto bene figlio… dì pure bello! È quello che l’ha rovinato!» (da un po’ usava anche con me l’appellativo “figlio”!!)

«Rovinato!?» ripetei con una foga che lo mise sulla difensiva. Si affrettò a chiudere l’argomento e spingermi il portone quasi in faccia esclamando: «Eh! i casi della vita!!» Stavolta senza risatina di commiato.

«Già i casi! Quali?» ripetei io, rincorrendolo con la voce sperando di trattenerlo. Niente. Silenzio della notte come un sigillo.

N.B. I racconti lunghi, essendo riportati a “puntate”, man mano che si strutturano nell’invenzione dell’autore possono subire modifiche nelle stesure di prima uscita. Le revisioni non saranno numerate.
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Questo luogo non ha nome

Mi ci ha portato Nando. Il nome del luogo lo conosce bene ma non vuole che si sappia in giro. Dice che meno gente lo scopre più la bellezza si conserva. Anche se i visitatori da un po’ sono più educati e discreti, la folla consuma i luoghi con la sua sola presenza. Condivido e gli cito Cioran: “Il paradiso è assenza dell’uomo”.

Man mano che mi avvicino, scopro i tentativi per conservarlo semplice e selvaggio come un tempo. Una natura forte: dirupi, rocce, vegetazione aggressiva su ruderi di pietra e murature antiche. A vedersele davanti all’improvviso tornano visioni infantili e con quelle, stupore e un po’ di paura perché si rianimano certi episodi di fiabe truci, di streghe e pentoloni con carni umane per consommé o per saponi fatti in casa col grasso delle stesse. E rospi che si gonfiano quando li scopri sotto buche nascoste fino a diventare grandi come ippogrifi che s’involano con nitriti d’argento. Poi i serpenti, di quel verde splendente e contagioso che incontravi nei bagni al fiume. Senza paura li prendevi con le mani. Quel verde sembrava colorare le mani e la notte facevano di smeraldo i tuoi sogni notturni. Per ultimo, le murature di una costruzione, cariate dai licheni e incanutite da bianche muffe filacciose nelle parti più buie. Lottano contro l’invadenza del verde, spietato nel suo espandersi a vendetta ora che l’uomo non c’è più, per riprendersi con gli interessi il maltolto.

Ti chiedi come si entra in quel poco che ancora assomiglia a un edificio. Non rispondi. Sai che è impossibile varcare i portali dalle occhiaie vuote o velate da cataratte di edera perché temi che dentro vi siano cose che una volta viste non le puoi più raccontare.

Quando all’improvviso arrivi alla cascatella d’acqua, di colpo l’immaginazione diventa adulta. Non sono ninfe nude che si bagnano e t’invitano a seguirle sotto lo scrosciare della cascata? Lo faresti nonostante non sia ancora proprio caldo. T’avverte il fresco che prende quando ti avvicini. Eppure, i piedi, che bagnandosi per primi fanno le spese di quel fascino magico, non sembrano impaurirsi. E giri intorno al laghetto, cauto come un gatto ma impaziente nell’inconscia pretesa di trovare un passaggio asciutto almeno per riempirti le mani d’acqua se non delle forme delle ninfe.

Una volta stabilizzati gli umori della fantasia drogata dai ricordi, l’interesse si riequilibra per fermarsi stabilmente nella funzione a cui l’uomo aveva costretto quel luogo: un antico mulino ad acqua. Dei più famosi nella zona che, per altro, ne vanta tanti altri di grande fascino. Ora sei trascinato nell’umano. Quanti dolori, speranze e sogni sono nati ed evaporati qui nel sole o disciolti nel buio delle notti di un tempo andato!

Te lo immagini quel luogo di sera, senza corrente elettrica o fari di auto nella notte! Il rumore dei carri tirati dai buoi traballanti al pendolare del lume a petrolio, carichi di grano da molire, avanti tra cigolii, sbuffi, muggiti e grida. Quanti sudori impastati con la polvere di grano non ancora farina che sarebbe stato uno spreco! E lacera la coscienza il confronto col nuovo. Il mio bel vestito di velluto, le scarpe “ergonomiche per escursioni” che, sebbene bagnate e usurate non lasciano uscire l’alluce, i miei modi decentemente civili, il mio stomaco che tutto si sogna meno un pane, se pur genuino, privo di una grassa imbottitura. Quelle imbottiture che come coi materassi erano magre e non sempre di caldi prodotti animali come la lana ma vegetali di foglie di granturco o di crine. “Stai più fresco e non sudi” diceva la madre. Come riuscire a sudare con fuori un metro di neve!! Meno male che c’era la stalla!

Eppure, mi sembrava sentire un canto quando lasciammo il luogo innominato. Un canto di donne limpido e lontano non triste, non disperato. Un canto di speranza che da tempo non riuscivo più a sentire.

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Gara di vita

Sto per presentare anch’io un raccontino di mitologia minore nato sotto stimoli ambientali e psicologici favorevoli alla sua creazione: momentaneo distacco dalla realtà quando il magico sovrannaturale si rivela, confida segreti, ispira le azioni future. Gli inventori di miti sono la specie più resistente e impudente degli scrittori: non si accontentano mai, hanno sempre qualcosa da aggiungere o togliere al mito classico greco-romano codificato dai grandi scrittori e poeti, da Esiodo a Ovidio. Tali operazioni di ritocchi e riscritture hanno però rinvigorito le antiche favole di nuova linfa immaginativa e rivelano, qualche volta, ciò che negli originali classici forse poteva essere detto ma è stato taciuto.

Come si sa ad Atena e Dionisio vanno attribuiti da sempre i due riferimenti al mondo vegetale, ormai simboli, che li caratterizzano: l’olivo e la vite. Due piante che hanno segnato da sempre la vita dell’uomo mediterraneo e, insieme ai cereali, ne hanno permesso la sopravvivenza. Per molti, proprio per merito del vino, questa “sopravvivenza” dava già qualcosa in più perché, il sacro nettare, pur non essenziale al nutrimento del corpo, alimentava quello della psiche.

Già nel Convivio di Platone, tra le opere più note anche in periodo scolastico, ci si rende conto del potere di Bacco (alias Dionisio) presso la società greca cosiddetta “bene”, della considerazione in cui era tenuto e delle avvertenze nell’uso raccomandate da Pausania. Non necessariamente il frequentare con la fantasia questa divinità antica ci deve sempre far cadere nell’affascinante, truce binomio Dionisio-Baccanti.

Dunque, se il lettore mette in gioco un minimo di disponibilità alla suggestione per la favola ecco come gli presento una storiella al modo antico che prende spunto da fenomeni casuali in natura.

  In un bollente meriggio estivo quando “balla la vecchia” sulle stoppie e Vivaldi scrive (nella poesiola di accompagno al suo concerto “L’estate”), che “langue l’uom, langue il gregge, arde il pino…” anch’io, sdraiato sotto un ulivo, languivo. Un languore che, meno poeticamente poteva definirsi sonno o più propriamente, dormiveglia. Di quella brutta però, che si allea con abbassamenti di pressione da portarti in una specie di limbo della coscienza dove ti senti senza forze e il passato, con le sensazioni più vive, perfino gli odori, ritornano come dissepolti tesori con l’afrore della terra smossa. In questo trasognato, deplorevole stato, dunque, emerse all’olfatto odore di vino e agli occhi lo stupendo ritratto di Minerva di un amico pittore. La dea era così come la festeggiammo il giorno che lui me la presentò appena scesa dal cavalletto per una mostra: tutta grigio argento con tanto di elmo e lancia in mano, composta e indulgente nella sua regale bellezza. Mi stupii e vergognai perché era apparsa proprio di fronte ad un fallo priapeo in legno di fico, altezza uomo, infrascato da una vite che, pentito, gli avevo fatto crescere intorno per pudore, preferendola all’edera. Intagliato da un vecchio albero e posto al limitare del vigneto all’uso antico, doveva vigilare e proteggere le coltivazioni dagli intrusi e dalle streghe.

«Proprio lì doveva apparire!!» pensai come se l’apparizione della dea fosse di per sé scontata. Lei, però non sembrava affatto scandalizzata anzi, sempre con la regale compostezza che ci si aspetta da chi è nata dal cervello del Capo o forse proprio per questo (abituata alle frequenti, a volte devastanti scappatelle extraconiugali paterne), mi parve volesse rivolgere la parola all’imbarazzante custode. Come ad un parente che s’incontra inaspettatamente, gode di pessima reputazione ma sempre di famiglia è. E infatti sentii queste parole: «Dionisio è inutile che ti nascondi. Dimentichi di chi ha salvato? Chi ha portato a Giove quella parte che alcuni hanno chiamato cuore ma in realtà è proprio quella sotto la quale ora ti celi che ti ha fatto rinascere per la terza volta?»

«Salute a te divina salvatrice. Sì, è la forma che prendo quando sono venerato nei campi e la vite è il mio abito o la mia pelle se vuoi. Col tuo permesso, posso mostrarti il miracolo della “vigna di un giorno” e far maturare di colpo i grappoli ancora acerbi, e offrirti il vino rosso frizzante, subito.»

«Lo sai che sono astemia. In quanto alla vitalità la pianta che ho creato, l’olivo, supera la tua vite!»

«Se permetti, vorrei dubitare di questo. Non vedi come gli uomini desiderano rinascere col vino proprio come feci io, da nuovo, per ben tre volte? Il tuo olio va bene per le lampade votive che, sempre in una quantità inferiore ai tuoi meriti, gli uomini ti accendono, ma la vita la cercano dalla mia vite.»

Così dicendo il fallo ligneo tremò con gran scuotimento dei pampini che pareva un grosso animale peloso dopo un bagno imprevisto e non gradito.

Atena, in risposta, batté nervosamente la sua lunga lancia sul terreno: la civetta che aveva appollaiata sulla spalla fu svegliata di soprassalto. Nel punto colpito spuntò magicamente un piccolo olivo. Tutto faceva pensare all’inizio di una sfida, certo molto minore di quella che nacque con Poseidone, ma pur sempre una sfida.

La dea disse: «Concordo sul fatto che puoi recare agli uomini passeggere illusioni di felicità ma il mio albero dà nutrimento, bellezza, risana e aiuta a conservare il corpo e il cibo, illumina le notti buie ed è gradito agli dei. Tutto ciò perché ha in sé più vita da cedere della tua vite che col vino riesce a dare solo una breve e illusoria sensazione di forza, per lasciarti poi fiacco e stordito!»

«Sono ancora d’accordo sugli effetti, divina, ma cosa sarebbe una vita senza amore e senza vino?  Non è forse il vino il più grande ruffiano d’amore? Non è quindi lui che aiuta la rinascita, restituendo a tutti gli uomini parte dei misteriosi poteri che con il tuo aiuto ha permesso la mia di rinascita? Non è vitalità questa?»

«Bene. Lasciamo allora che parlino i nostri due campioni. Propongo di piantare vicino a questo giovane olivo una tua piantina di vite e vedere col tempo chi dei due la vince. Se prevale l’olivo vincerò io e mi servirai vino personalmente al banchetto annuale degli dei nel quale avrai permesso di accedere. Ebe sarà contenta di questo aiuto ma non tentare di sedurla! Lo sai di chi è sposa!! Se vince la vite sull’ulivo ti procurerò, ad un tuo semplice cenno, tutto l’olio che vorrai per i tuoi devoti e… per ungerti un poco la pelle di legno perché mi sembri assai rinsecchito ed opaco!»

«Accetto!» disse Dionisio.

Così dicendo, dal mucchio di vegetazione che lo circondava, si allungò un tralcio come un verde braccio che mise a dimora accanto all’olivo una piccola vite…

Fu a questo punto che lo stato di incantamento in cui ero caduto perse di forza. L’immagine della dea sbiadì e pian piano scomparve. Tornai alla realtà in un bagno di sudore con una sete bruciante. Mi alzai con difficoltà e notai che della visione nulla rimaneva se non il vecchio fallo di legno semicoperto dai tralci.

Più tardi, dopo abbondanti bevute e col fresco della sera, tornarono vive le immagini del sogno (che altro non era) e le domande. «Quale il senso?» mi chiesi «Deve pur esserci un minimo di riscontro nella realtà!». Era veramente accaduto che un olivo e una vite crescessero insieme? Ad un certo punto mi balenò un’immagine recente ed un dubbio. Corsi nel campo per controllare proprio un vecchio olivo isolato. Era ormai il tramonto. Gli ultimi raggi di sole stavano lasciando le cime degli alberi. L’ultima brezza del giorno le piegava appena. Trovai proprio quello che mi era tornato alla mente: una vite cresciuta all’interno cavo di un olivo che ogni primavera tagliavo insieme alle erbacce. Era ricresciuta anche quell’anno ma risparmiata per la fretta. Con il suo tralcetto prepotente sembrava mi rimproverasse: «Come i tuoi predecessori, tagliandomi ogni prima stagione alla stregua di una erbaccia, mi avete sempre impedito di gareggiare alla pari con l’olivo di Atena. Dionisio è stanco e vuole giustizia. Fammi crescere e che la gara continui!»

«Che la gara continui!!» esclamai sorridendo.

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Leggenda della veste rialzata

Questa leggenda mi è tornata alla memoria mentre ero sdraiato vicino ad un ulivo secolare. Lo guardavo con un misto di venerazione e risentimento come ad un vecchio che ami e rispetti ma che fa arrabbiare per i suoi modi testardi.

«Perché ti ostini a puntare in alto, con tutti quei rami tesi come braccia a voler toccare il cielo, il sole. In cinquecento e più anni che hai non ti sei accorto che non l’arrivi?»

Nessuna risposta. Né dai rami né dalle foglie. Un cenno almeno. Niente.

«E mi risparmieresti tanta fatica!» mormorai deluso.

La raccolta dei tagli di potatura ancora rimasti accumulati sui ceppi mi aveva stremato. Ero in ritardo. In giugno tali operazioni dovrebbero essere concluse.

«Non hai imparato un po’ d’umiltà in tutto questo tempo?» incalzai puntandogli l’indice come si fa per sottolineare un rimprovero.

Stavolta rispose. Per un colpo di vento improvviso e più forte, alzò la veste evidenziando tutto l’argento delle sue foglie. Come a dire: «Non vedi che tesori ho umilmente celati e che mai cerco di esibire con superbia? Non è questo un evidente, continuo atto di umiltà?»

Lo riconobbi. Da qui nacque il ricordo della leggenda sul rovesciamento delle foglie il giorno del solstizio.

Come era nata, da chi e perché non lo ricordavo ma, a pensarci, il cambio improvviso di colore, dal verde cupo all’argenteo, per il capovolgersi delle foglie, aveva colpito la fantasia di molti scrittori e poeti. Nessuna meraviglia, dunque, se ne fosse nata anche una leggenda.

Succede normalmente quando l’oliveto viene colpito da forti venti a raffiche. Allora, la distesa delle chiome è simile ad un mareggiare con i colori chiaro argentei delle creste d’onda alternati al cupo bluverde della massa stanca. Una danza delle piante con vesti ondeggianti che può farsi vicina per somiglianza a danze popolari come quella dei Dervisci rotanti o alle nostre più vicine tarantelle del sud.

Fabio Tombari, maestro inimitabile nell’umanizzare la natura, descrive gli olivi più volte, evidenziandone la forma sofferta e immaginandoli pietrificati nella salita delle colline sotto furiosi temporali.

Questo animismo antico nel pensare ogni cosa viva in relazione attiva con tutti gli esseri seduce profondamente. Descrivere il fenomeno umanizzandolo, rivela un rapporto di fratellanza rispettosa e ammirata con tutto ciò che ci circonda. Acquisire tale sensibilità è una conquista perché non ti fa sentire la solitudine. Nemmeno in un deserto. Tutto quello che è fuori di te è anche in te. Un grande multiforme organismo di cui sei parte e nel quale ti riconosci indispensabile.

L’albero è l’elemento che più si presenta nelle visioni naturali, oniriche o artificiali prodotti dalle droghe. Vi è qualcosa nel profondo inconscio che ci lega all’albero, protagonista ricorrente in quasi tutte le forme religiose, filosofiche o artistiche.

Sentire l’unione di tutto ciò che vive porta a non ammettere più nemmeno l’esistenza del male e della morte perché cade l’idea del nemico che viene da fuori, dall’ignoto. Siamo nel tutto e il tutto è in noi. E se la fine viene, come per tutte le cose, sei certo che ti ritroverai in quelle foglie a girare col vento, a stupire chi ti guarda.

Ma perché si è sentita la necessità di forzare con un mito un fenomeno naturale? Un evento che viene promosso al rango di magia o di miracolo per la soppressione dell’elemento naturale che lo suppone? Un po’ come raccontare di una pioggia senza nubi o oscuramenti senza ecclissi. Bisogno di sovrannaturale? Sensibilità artistica o stupore primitivo davanti ad un albero sacro da meritare un altro mito?

Decisi che era necessaria una verifica.

Alla prima luce dell’alba del solstizio ero in mezzo agli ulivi per verificare se quella storia poteva avere un minimo di razionalità. Senza molte speranze ma con molta decisione.

Seduto sull’alto, spalle ad un vecchio olivo e in posizione da dominare gran parte delle chiome che nereggiavano verso valle, aspettai.

La brezza di monte al primo albeggiare piegava i rami appena, senza fenomeni vistosi e quando dopo le nove, le diede il cambio quella di mare, nulla mutò. Le foglie si muovevano ma erano ben lontane dal girare su se stesse tutte insieme, contemporaneamente.

Mezzogiorno. Mangiai un panino e bevvi un mezzo litro di moscato per sostenermi. Resistetti all’abbiocco e ai continui attacchi di formiche. Alla vista affaticata mi giungevano i soliti deboli, anarchici segni di movimento nelle foglie…

Giunse un tramonto che tolse pian piano il sole dalle chiome a partire dal basso della valle. Da laggiù saliva ora la penombra della sera e con quella, all’improvviso, un tizio, mal vestito con un aggeggio in mano che muoveva come un rabdomante. Si avvicinò. Per la verità non era questa la sua primitiva intenzione. Deviò verso di me quando si accorse che l’avevo visto. Mi salutò educatamente con un: «Salute»

Gli risposi con un: «A lei.»

Era vecchio, robusto e diritto. Volto magro, abbronzato, barba malfatta, occhi chiari sotto due sopracciglia da psicanalista. Alludendo all’aggeggio che aveva intanto riposto gelosamente in un tascone sul davanti di un grembiule, gli chiesi: «Cerca l’acqua?»

Sorrise un po’ imbarazzato e ripose: «No, il pane!»

Questa risposta mi fece subito cambiare idea sul personaggio. Non si risponde in questo modo se non si è o matti o stravaganti geniali. Di questi ultimi sono stato sempre un collezionista e quindi consideravo l’incontro, in questa seconda ipotesi, una specie di risarcimento della sorte per una scoperta che ormai non speravo più di fare.

Stetti al gioco e dissi: «Ho l’impressione che a lei col pane è andata come a me col miracolo delle foglie. Cioè male, vero?»

«Qui, male ma più giù- e indicò la valle bassa vicino alla strada- un tozzo l‘ho trovato.» Così facendo tirò fuori di tasca una vecchia moneta di bronzo o rame che mi offrì»

Non m’intendo di monete antiche ma a giudicare dalle scritte sbiadite doveva essere francese, periodo napoleonico, ancora ben conservata.

«Quanto vale?» chiesi.

«Non lo so ma se la vuole mi basta mille lire.»

«Non faccio collezione di monete, mi spiace»

«Non importa, so chi mi darà di più!»

«Come ha fatto a trovarla?»

«Con questo» e batté la mano destra sul tascone dentro il quale aveva riposto lo strumento che chiaramente non voleva mostrare.

«Non è un cane, vero?» chiesi con tono ironico.

«Lo è ma elettrico!» e rise. In breve, per una empatia misteriosa nata spontaneamente, mi narrò il suo… mestiere.

Girava per le campagne, antichi borghi e spiagge con un rilevatore di metalli, che unito ad una sua particolare sensibilità acquisita nel riconoscere i luoghi idonei per un ritrovamento, gli dava da campare.

A volte scoperte importanti come anelli, collane perdute o monete antiche, vicino ad antichi casolari abbandonati e una volta ricchi, persino una fede d’oro. Sì, aveva avuto… soddisfazioni come le definiva.

Nel raccontare si era cavato fuori dalla tasca del camicione una borsetta di tabacco e con delle cartine prese a confezionare due grosse sigarette di cui una per me dall’invito che mi fece e che non rifiutai.

Mentre le farciva con un trinciato di tabacco strano e ribelle, a mia volta gli parlai del mistero delle foglie e come aspettassi che si verificasse, anche se ormai le speranze erano poche.

Lui, zitto, mi guardava con quegli occhietti d’anguilla e sorrideva furbescamente.

Alla fine, mi offrì la sigaretta e mostrando di andarsene disse: «Da sempre gli uomini hanno perso molte cose che altri hanno ritrovato, tu vuoi ritrovare una cosa che nessuno ha mai perso. Fumaci su per consolarti…»

Se ne andò tastando il prezioso aggeggio nascosto nel tascone mentre cercavo di capire il senso di quella frase.

Prima di alzarmi fumai la strana sigaretta stendendomi sulla schiena per concentrarmi meglio. La trovai di uno strano aroma. Quando l’ebbi quasi a metà cominciai a sentirmi leggero e allegro. Mi veniva persino da ridere. Mi misi seduto come per favorire un volo. Il tramonto era più rosso del solito. Un colore che restava in alto come una nube di sangue. Gli ulivi invece crescevano e io crescevo con loro. Li ebbi ad un tratto tutti nei miei occhi e di colpo le chiome s’inargentarono per il girar delle foglie senza che tirasse un alito di vento! Un lungo attimo e tutto ritornò al cupo. Mi alzai in piedi per rispondere ad un richiamo lontano. Risposi: «Ho ritrovato ciò che qualcuno non ha mai perso, perché è sempre stato lì! Ma occorrevano gli occhi per vederlo!”.

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Grano in condominio

Da una spiga (da un seme di grano piantato) si ottengono oggi mediamente una cinquantina di semi. Intorno all’anno Mille, da scoperte fatte in centro Europa, da uno stesso seme si ottenevano intorno ai tre, cinque granelli, salvo infortuni nella crescita come siccità, malattie e altro. Si capisce come la gente non avesse bisogno del dietologo e in quelle condizioni sarebbe stata benedetta anche la fine del mondo.

Nell’antico Egitto, granaio di Roma, come in Cina fino qualche tempo fa, la messa a dimora del seme avveniva distanziando i semi (una trentina di centimetri?) poi con l’accestimento (*) e altre operazioni culturali manuali, si ottenevano, non una, ma un cespo di spighe con produttività maggiore della singola spiga modernamente piantata e trattata. Anche la qualità, valutata con i parametri moderni, risulta fosse alta.

Perché dunque, oggi, si pianta e si fa crescere il grano in condominio (dei più brutti!) con una densità di individui stipati in pochi centimetri di terreno e alimentati artificialmente per sopperire alla mancanza di nutrimento naturale? La risposta è facile se si pensa anche ad altri tipi di allevamento intensivo, animali compresi: costi della mano d’opera, qualità e quantità di lavoro, spazi disponibili. Si può dire che forse in nessun tipo di filiera agricola si faccia così gran uso delle macchine come nella coltivazione dei cereali.

Di quelli che furono i simboli del lavoro contadino nei campi, dalla semina al raccolto, i suoi attrezzi, persino il suo cibo e abbigliamento che hanno ispirato molti artisti rimangono solo dipinti, sculture, pagine letterarie. Una magra consolazione, perché escludendo l’aspetto sensoriale, soprattutto olfattivo, dato che quasi più nessuno può ormai ricordarlo, si è privati della possibilità di rivivere quel mondo anche solo per un attimo! 

Senza farsi trascinare in proposte di ritorni impossibili ci si azzarda solo a suggerire, per chi ha un paio di metri quadri di terra, di provare la coltivazione del grano naturale nel modo sopra accennato per scoprire la più antica e primordiale emozione di lavorare per…  guadagnarsi il pane!

Da molto, ormai ci si può attrezzare di un mulinetto casalingo per la molitura a pietra che non riscalda troppo la farina. Io l’ho fatto cinque anni fa. Si possono macinare anche altri cereali. Tali apparecchi sono lenti ma fanno bene il loro lavoro. L’uso comporta, però, alcune attenzioni e cure che col tempo risultano spesso impossibili da seguire.  Mi sentirei pertanto di sconsigliare l’acquisto per semplice curiosità e raccomandarlo invece per i veri cultori del pane (o pizza) da fare in casa. Le industrie molitorie, per arginare questa moda, ha messo da tempo in commercio la più ampia gamma di farine anche bio di ottima qualità, di varia granulometria e forza (W). Non vi è dubbio che per chi volesse farsi un pane “tutto suo”, dalla coltivazione casalinga alla cottura (magari in forno a legna)… beh, lo riterrei degno si ammirazione. Anche se, forse, il prodotto finale per il suo sapore inusuale, potrebbe a volte deludere i gusti addomesticati al moderno. Ma, come si dice: non si vive di solo pane!

La rosa profumata dei venti

Affrontare l’argomento profumi con l’intenzione di dare consigli significa essere o molto esperti o molto presuntuosi. Stimando di non appartenere a nessuna delle due categorie mi limiterò, salvo scivolate involontarie in tema di preferenze, a riferire sulla sistemazione delle piante odorose in funzione di venti (o brezze) per chi ha la fortuna di avere un giardino (meglio se grande). Siamo, in questo caso, nella fruizione di un piacere del senso dell’olfatto che definirei di “Pigra attesa”, in contrapposizione a un secondo modo, tratteggiato successivamente, della “Cerca” dei profumi rari e nascosti. In altre parole, una distinzione nel modo d’incontro: se vogliamo che i profumi delle piante e dei fiori vengano a noi, o noi andare da loro.

“Pigra attesa”

Nel caso le nostre preferenze vadano ad un godimento servito al tavolo, bisogna chiarire se si preferiscono “cocktail” cioè profumi misti da varie piante e fiori (cosa che naturalmente accade in calma di vento con prevalenza della singola maggior potenza di emanazione) o si desidera sfruttare la direzione del vento per godere di un solo profumo alla volta, preferenza a sfiorare un estetismo alla Des Esseintes (per altro non rara a quanto mi raccontano stimati progettisti di parchi e giardini).

Nell’ipotesi accennata di avere spazio, tempo da dedicare, una certa disponibilità di spesa si può pensare di progettare il giardino ponendo piante e fiori profumati a monte dei principali venti dominanti per avere a disposizione una tavolozza di profumi singoli da scegliere nella giornata (brezze). Posso portare una situazione creatasi naturalmente nel tempo.

Immaginate un naso al centro di un triangolo che ha ai suoi vertici macchie di lavanda, ginestra, rose rifiorenti a cespuglio (o mirto). Tutte piante poco esigenti che nel periodo primaverile-estivo fioriscono contemporaneamente abbastanza a lungo. Nulla vieta altre combinazioni: tiglio, gelsomino, acacie ecc.

I vertici del triangolo corrispondono, nella zona e salvo transito perturbazioni, al sud ovest (brezza di monte), sud est (brezza di mare), e nord est, vento da Nord sostenuto da alte pressioni. Durante lo stesso giorno, allo stesso “naso” centrale, vengono portati i tre profumi singoli: al mattino presto, alla sera e alle ore centrali del giorno.  Ovviamente condizioni locali influenzano la rosa di profumi ma chi vuole esaminare più a fondo questo aspetto, può scoprire come migliorare ed esaltare la progettazione con il posizionamento di più macchie sparse.

Non è da oggi la figura dell’esteta che soffrendo dopo un po’ la saturazione nell’olfatto da parte di ogni singolo profumo cerca disperatamente la varietà. In questo caso è giocoforza spostare il naso dal centro di qualsiasi triangolo o altra ipotetica geometria e, imitando l’ape o la farfalla, profumarsi fior da fiore.

“La cerca”

Su questa linea vagante, vi è la ricerca, da parte di alcuni, del profumo naturale tipico di un sito come una DOP in vari contesti rurali, montani e marini. Soprattutto quelli di un mondo antico per chi ha avuto la possibilità di sperimentarne gli odori nell’infanzia. Sono amici ritrovati sempre più rari che causano sensazioni forti. Uso la parola odore perché profumo sarebbe criticata. Rifiuterei, pur comprendendo la sensibilità altrui, di chiamarlo fetore. La stalla tra i primi. Non la moderna che sembra una cessionaria di auto, ma la rara, contadina, ormai non più redditizia. Poi, l’odore delle stoppie al tramonto, questo sì profumo, così comune un tempo, pressoché sconosciuto oggi. Anche a causa dei diserbanti i campi hanno perduto quelle piante “parassite” che gli davano aromi forti e vari. Altri profumi negletti dalle acque dei pozzi abbandonati o dei vecchi lavatoi. Col fresco, misterioso odore di profondità spesso nascoste e assassine si mescolano profumi dalle piante acquatiche, giunchi, felci, salici, muschi sulla pietra speziati all’occhio coi colori del ramarro.

Una volta scoperto il sito col profumo DOP si consiglia di posizionare sul posto un ceppo su cui sedere e odorarsi fino a saturazione. 

Si potrebbe continuare col latte, fieni, e così via.

Di un ambiente marino se ne potrebbe fare un trattato. Molte di queste suggestioni, per chi ha interesse, si possono trovare vissute nei personaggi dei miei lavori. 

Per concludere, ho offerto una breve riflessione intorno ai profumi della natura, sia serviti dal vento per una pigra meditazione estetica, sia cercati e sentiti come aliti di antichi fantasmi nei luoghi perduti, per calmi pensieri di eternità.

 

Il Dio si sta innervosendo

Con licenza, definirei il Clima, dio della biosfera. Immaginaria divinità seduta su di un immaginario Meteolimpo, premuto dall’alto dai voleri del Cosmo e dal basso dai capricci dell’uomo (più rari gli inferi vulcani), regola temperatura e dinamiche associate al fine di conservare la vita avuta in gestione. Da un po’, si sa, mostra segni di squilibrio. Dicono che sia afflitto da un eccesso di deiezioni gassose dell’animale uomo che sta influendo sul suo agire. Chi ne ha la possibilità e la voglia può trovare nel mondo attorno a sé prove dirette molto convincenti che questo turbamento è tangibile, porta adattamenti e mutazioni nell’antico equilibrio naturale. 

La mia esperienza.

In mezzo secolo di osservazione dell’ambiente in una piccola azienda agricola biologica, ho registrato gli effetti dei mutamenti climatici su alcune specie di vegetazione e sulla fauna. Sono constatazioni personali dirette che per assurgere al rango di verità, dovrebbero essere scientificamente provate. Vale la pena, però, di segnalarle. Anzi, non farebbe male creare una comune banca dati nella quale ogni persona anziana ed attenta all’ambiente, possa segnalare i mutamenti a cui ha assistito nella sua vita. Più lunga fosse questa vita meglio sarebbe per le testimonianze (e per lui!). Tali segnalazioni avrebbero, a mio giudizio, un valore complementare agli studi specifici di organismi specializzati, perché apportatori dell’impatto psicologico prodotto sul rilevatore umano dal fenomeno osservato. Chiamerei questa banca: CCCC (Cambiamenti Climatici Comunemente Certificati).

Per quanto possibile, ho cercato di assecondare la natura nel suo adattarsi ai nuovi umori di questo  dio disturbato. Ho ascoltato ciò che piante, erbe e arbusti avevano da dire. Modesti esempi ma chiari, rilevati nel tempo sul territorio.

Siamo in collina sui 300m, non lontano dal mare: un cucuzzolo calvo, seminato e poi incolto, un piccolo vigneto dalla parte del levar del sole, una valletta a proteggere 250 olivi plurisecolari. Proteggerli, ma non abbastanza da impedire che nel tempo la Bora, lentamente li piegasse verso sud. Anche questo la dice lunga come e quanto spesso, nei secoli passati, dovevano tirare i venti del Nord.

Fino a trent’anni fa, i prati invernali intorno alla casa agricola erano biondi dopo la messa in piega del gelo, cioè secchi. Riprendevano colore a marzo inoltrato. Oggi sono verdi tutto l’anno. Il seccume compare solo a fine luglio.

Gli oleandri, pianta prima rara da queste parti, posti scelleratamente a dimora sull’alto negli anni Sessanta, li scoprivo bruciati dal gelo fino alla radice durante l‘inverno. Solo una timida ripresa in estate per essere di nuovo decapitati in inverno. Da una decina d’anni, i superstiti, sono rigogliosi tutto l‘anno.

All’inizio del 2000, per mettere alla prova il cambiamento, piantai un cespuglio di mirto proprio sul colmo della collina dove prima, d’inverno, non resisteva nemmeno un lichene. Oggi è una selva. Anni fa ho trapiantato due cactus, prelevati dalle terre del sud. Oggi due monumenti, in parte abbattuti dalle irritate reazioni del dio: forti venti che ormai ciclicamente spianano tutto (negli ultimi anni ho assistito impotente ad una strage di Arizonica e alla mutilazione di querce secolari).

Potrei continuare con esempi minori ma dai precedenti emerge già una realtà della quale tener conto per nuovi progetti. Meno alberi d’alto fusto, più cespugli flessibili al vento, parchi nel bere per la poca disponibilità idrica che ci aspetta.

Solo olivi e viti sono coltivazioni che dei mutamenti non hanno molto sofferto. Almeno direttamente per danni meccanici o variazioni di temperatura. Per ora.

Diverso è il quadro riguardante crittogame e insetti. Sono nati problemi per tutti i tipi di piante: dall’olmo alla vite. Per chi ha adottato un regime biologico da venticinque anni, controllare il microcosmo dei parassiti è pressoché impossibile se non si adottano sofisticati sistemi di monitoraggio. Si suppone che la proliferazione di nuove varietà di frutta operate dall’uomo alla ricerca di prodotti più appetibili per gusti esauriti, abbia portato ad un indebolimento delle piante che, come ogni cosa che nasce “in laboratorio”, immessa nella natura, si trova impreparata alla lotta. Occorre tempo perché si fortifichi e sviluppi difese. In attesa la si protegge con prodotti chimici che diventano col tempo insostituibili e richiedono dosi maggiori. C’è qualche affinità con l’uomo e l’uso smodato dei farmaci?

Il fenomeno della migrazione, da anni, ha interessato anche gli insetti. Nuovi, aggressivi, sbarcati non si sa come né perché, sono andati ad arricchire come truppe di colore l’esercito dei nemici nostrani. Ne sanno qualcosa, da anni ormai, gli ippocastani.

Un fenomeno di contagio forse conseguenza di quanto detto sopra ha interessato alcune varietà di pesche e mele antiche che vivevano sull’appezzamento da un secolo. Con l’avvento delle nuove varietà messe a dimora vicino, non hanno sopportato di condividere lo stesso habitat preferendo scomparire.

Sulla fauna invece rallegra la presenza, nuova in questi luoghi, del gruccione, un uccello di straordinaria bellezza e di affascinante comportamento gregario. Anche se ha nella sua dieta un alimento che non possiamo concedergli: le api.

Api e vespe, abituali compagne delle vendemmie passate, sono ridotte a simboliche rappresentanze. La vespa media è scomparsa per lasciare campo libero ai calabroni e a una vespina di piccola taglia, forse preludio ad una sua ulteriore miniaturizzazione.

Quale dunque la conclusione a cui giungere? Non mi si giudichi pessimista ma temo che la freccia degli eventi indichi una direzione di cambiamento irreversibile.

Cosa fare?

Adoperarsi per rallentare il più possibile le modiche ambientali allo scopo di assimilare il cambiamento. Si eviterà all’uomo di rendersi conto di ciò che via via sta perdendo. Cosa ci aspetta? Una natura meno bella, varia, saporita. Ma quando si è dimenticato il meglio, si soffre di meno.